IL PROFETA GIULIANO E LA PRIMA RINASCITA PAGANA

di Wyatt Kaldenberg

N.B.: il linguaggio crudo dell’autore non riflette le nostre convinzioni, ma viene riportato integralmente per valorizzare la peculiarità dello scritto e per rispetto verso l’autore stesso.

Giuliano era il figlio più giovane di Giulio Costanzo, fratellastro di Costantino I (primo leader cristiano della razza bianca) … Quando Giuliano aveva cinque anni, il nipote di suo padre, anch’egli di nome Costanzo, assumendo il titolo di ‘Costantius II’, divenne Imperatore dell’Impero Romano d’Oriente, mentre Costantino II era l’Imperatore d’Occidente. Costantius II, nel 340 d.C., con la morte del fratello Costantino II, divenne il solo Imperatore di un Impero Romano unito. Il comandante cristiano dell’esercito, nominato dalla Chiesa appena fondata, questionò la devozione al Cristianesimo della restante famiglia reale ed era determinato a non avere altra linea di sangue che quella di Costantino tra i governanti di Roma. Il comandante uccise i fratellastri di quest’ultimo e altri possibili candidati pro-pagani al trono romano. Il terzo figlio di Costantino I, Costantino II, aveva fatto uccidere il padre di Giuliano, un vero pro-pagano, nel 337, e un fratello maggiore di Giuliano fu ucciso nel 341. La madre di Giuliano era morta, o, forse, era stata assassinata dai Cristiani subito dopo la sua nascita. Il ragazzo rimase un orfano e sotto la custodia degli omosessuali molestatori di bambini che gestiscono la Chiesa Cristiana. Con il suo fratellastro superstite, Gallus, sette anni più anziano, fu allevato nel malvagio culto semitico del falso Cristo, prima da Eusebio, lo strano vescovo cristiano di Nicomedia, che cercò di fare il lavaggio del cervello ai giovani eredi reali con le malattie mentali di giudeofilia, xenofilia, omofilia e pedofilia. I Reietti volevano tenere i giovani reali lontani dal pensiero ariano e concentrarli sugli studi biblici ebraici.

I Reietti credevano che controllare le menti dei leader era il modo migliore per controllare una nazione.

Con il matrocinio di Eusebia, la moglie pro-pagana del Reietto in Cristo Costantius II, al diciannovenne Giuliano fu permesso di imbarcarsi per la Grecia e studiare il pensiero classico ariano. La libertà di Giuliano come studente gli aprì la mente sulla vera natura del culto di Cristo. Egli, segretamente, divenne un neoplatonico e si unì alla religione ariana di Mitra, il Sole Invitto. Quando Giuliano aveva 23 anni, l’Imperatore Costantius II, diede in moglie sua sorella Elena a Giuliano. L’Imperatore credeva che così avrebbe mantenuto Giuliano all’interno della chiesa dei Reietti. Ma Elena divenne in segreto una sacerdotessa di Mitra…

L’Imperatore Costantius II temeva il giovane Giuliano e cominciò a mettere in discussione la sua devozione a Cristo. Il malvagio Imperatore nominò Giuliano generale e lo mandò in Gallia nella speranza di farlo uccidere. Il suo piano gli si rivoltò contro. Egli sconfisse le due tribù pagane, gli Alemanni e i Franchi, che stavano causando molti problemi per gli obiettivi imperialistici cristiani di conquistare la Gallia. Giuliano, il Pagano segreto, stava diventando un eroe per i cittadini cristiani di Roma. L’Imperatore Costantius II non si fidava più di Giuliano e lo spiava, e manteneva il suo esercito a corto di denaro e di provviste.

Nell’inverno del 360, l’Imperatore, nella speranza di indebolire Giuliano, inviò parola in Gallia che Giuliano avrebbe dovuto dividere il suo esercito in due e dare all’Imperatore le sue truppe migliori in modo da poterle schierare in Oriente.  L’esercito di Giuliano si ribellò al trono e dichiarò Giuliano il nuovo Augusto. Scoppiò la guerra. L’Imperatore Costantius II fu ucciso. Giuliano divenne Imperatore. È la violenza fare la storia.

Il grande amore di Giuliano per la cultura ariana si può riscontrare nei suoi libri, quelli che sfuggirono alle fiamme cristiane. Giuliano era stato battezzato e cresciuto come Reietto. Stette al gioco della loro malvagità fino a quando non prese il potere. Giuliano vedeva il Cristianesimo come il culto alieno che aveva ucciso suo padre, suo fratello e molti dei suoi familiari e amici.

È un’errata interpretazione cristiana del mondo antico sostenere che Giuliano fosse il solo a preferire il Paganesimo ariano al Cristianesimo ebraico. La maggior parte del popolo romano era Pagana ariana, in particolare la classe istruita. In epoca romana, il Cristianesimo era la religione degli schiavi, delle checche e degli immigrati non bianchi, come è oggi il caso.

Una delle prime cose che Giuliano fece come nuovo Imperatore di Roma fu ridurre la spesa al palazzo. Questo gli permise di abbassare le tasse, il che lo rese popolare tra le masse. Annunciò che avrebbe governato Roma non come un politico, ma come un filosofo della più nobile tradizione greca. Giuliano scrisse un attacco al Cristianesimo, “Contro i Galilei”, che sopravvive solo in frammenti.

Egli cercò di ricostruire il Tempio ebraico a Gerusalemme nella speranza che un tempio ricostruito incoraggiasse gli Ebrei a lasciare Roma e tornare a casa in Israele. Il piano fu abbandonato quando gli venne riferito che i terroristi cristiani avevano bombardato le vecchie fondamenta del Tempio ebraico e spaventato gli operai.

Egli perdonò tutti i vescovi cristiani che furono imprigionati o esiliati da Costantino II. Concesse la libertà di culto a tutte le religioni: cristiana, pagana ed ebrea. Giuliano inviò parola che nessun Pagano avrebbe dovuto vendicarsi contro i Cristiani e gli Ebrei per il loro diniego degli Dei viventi, la loro distruzione dei luoghi sacri pagani, i loro roghi di libri pagani, né per il loro assassinio di uomini, donne e bambini pagani. Giuliano credeva erroneamente che il modo migliore per fermare il declino dell’Impero Romano fosse fare pace con gli Ebrei e i Cristiani e creare una Roma unita. Questo idealismo delle “braccia aperte all’Impero Romano” sarebbe stato la rovina di Giuliano.

Ma questa tolleranza maligna dell’Ebraismo e del Cristianesimo era accompagnata da una giusta determinazione a far rivivere il Paganesimo ariano ed elevarlo al livello di una religione ufficiale, con una gerarchia istituita. Ispirandosi a suo zio Costantino I che aveva istituito il Cristianesimo dichiarandosi allo stesso tempo l’Imperatore di Roma e il capo della Chiesa Cristiana, l’Imperatore Giuliano era il capo di una nuova Chiesa Pagana ariana. Compiva sacrifici animali ed era un convinto difensore dell’ortodossia pagana, impartendo istruzioni dottrinali al suo clero. Non sorprende che gli Ebrei e i Cristiani, intolleranti a qualsiasi Dio diverso dal loro falso dio d’Israele, fossero pieni di odio, rabbia e cospirazione omicida.

Giuliano era abbastanza intelligente da non fidarsi degli Ebrei e dei Cristiani in posizioni di comando. I Pagani erano apertamente preferiti per alti incarichi ufficiali, anche se, come offerta di pace ai malvagi monoteisti, alcuni Reietti e Giudei come gettoni di presenza furono nominati in carica. Giuliano era un uomo che aveva i suoi momenti brillanti e i suoi punti di cecità.

Molti Ebrei e Cristiani furono espulsi dall’esercito, ma ad altri fu permesso di restarvi. A un certo punto sembrò quasi che Giuliano intendesse portare questi stronzi monoteisti alla giustizia, ma poi lasciò il male intatto per predicare una filosofia pagana della tolleranza. Era quasi come se Giuliano avesse un desiderio di morte. Cosa c’è che non va nei bianchi?

Ancor più strano è il fatto che il grande filosofo pagano contemporaneo Ammiano, che ammirava le virtù di Giuliano ed era lui stesso un aderente alla religione ariana tradizionale, censurò l’Imperatore Giuliano perché aveva licenziato Cristiani ed Ebrei dando il loro lavoro a nobili pagani ariani. Ammiano fece questa bizzarra e odiosa dichiarazione: “Era disumano, e da meglio destinarsi all’oblio, il fatto che proibisse agli insegnanti di retorica e letteratura di praticare la loro professione se fossero stati seguaci della religione cristiana”. Che stupido era Ammiano! Giuliano permetteva a questi succhiacazzi di lavorare; l’unica cosa che aveva fatto fu rimuovere questi vermi dal libro paga pubblico. Avrebbe dovuto ucciderli! Come loro avevano fatto ai Pagani in passato e avrebbero fatto in futuro. Ammiano sosteneva che Giuliano fosse più interessato alla magia che al lato religioso del Paganesimo.

Anche se predicava la malvagia tolleranza per il monoteismo, alcuni eventi ammirevoli si verificarono. Le città cristiane furono penalizzate da tasse leggermente più alte, e la rabbia dei Pagani virtuosi, incazzati per gli anni delle persecuzioni per mano di Cristiani ed Ebrei, bruciò alcune chiese cristiane, e i Vescovi dei Reietti, che avevano diretto i roghi dei libri pagani, la distruzione dei luoghi sacri pagani, e l’assassinio di uomini, donne e bambini pagani, tra i quali il vile e assetato di sangue Atanasio, furono banditi; ma purtroppo, Giuliano, non ebbe la lungimiranza di ucciderli. Disobbedendo agli ordini di Giuliano di non danneggiare questi malvagi criminali odiosi, un gruppo di sorelle e fratelli pagani mise le mani su un depravato vescovo reietto e torturarono meravigliosamente il pezzo di merda fino alla morte. Bellissimo! C’è speranza per l’umanità, dopo tutto!

Giuliano reinsediò il Dio ariano Bacco nelle basiliche un tempo pagane di Emesa ed Epifanea. Sfortunatamente, permise ai Cristiani di mantenere il falso dio ebraico nei sacri templi pagani. Quando Giuliano si stava preparando per una campagna contro i Persiani, il suo reinserimento degli Dei e Dee pagani ariani nella grande basilica e la rimozione del corpo schifosamente mummificato del falso ‘martire’ omosessuale Babila, “una santa reliquia cristiana” usurpato dall’antico sacro bosco pagano di Dafne, infastidì i Cristiani colmi di odio. Lo strano senso della virtù di Giuliano non impressionò neanche i Pagani. Molti tra i Pagani più appassionati furono adirati dall’immeritata tolleranza di Giuliano per i monoteisti. L’ingenua idea di tolleranza religiosa di Giuliano non unificò l’Impero Romano, ma rese solo l’Imperatore nemico degli Ebrei, dei Cristiani e dei Pagani che capivano quanto fosse pericoloso tollerare il monoteismo.

L’invasione del territorio romano da parte delle forze persiane era intollerabile. Giuliano non avrebbe permesso a degli uomini scuri di prendere la terra romana in Medio Oriente. Radunò un esercito di 65.000 uomini … I Persiani furono aiutati dal tradimento cristiano in patria, e da una quinta colonna cristiana tra le fila dell’esercito romano. Durante un attacco persiano contro la città di Tisifone, Giuliano fu ferito dalla lancia di un assassino cristiano all’interno dell’esercito romano. La lancia trafisse il fegato di Giuliano, e morì.

La politica religiosa ariana di Giuliano non ebbe alcun effetto duraturo, se non per mostrare quanto sia stupida questa nozione secondo cui i Pagani possano vivere in pace con i monoteisti. I cospiratori Ebrei e Cristiani non persero tempo a portare a termine il loro maligno colpo di stato. La feccia monoteista prese il POTERE TOTALE e non mostrò assolutamente ALCUNA tolleranza nei confronti della gente pagana, dei libri pagani, delle tradizioni pagane, degli oggetti religiosi pagani, dei templi pagani e così via. Iniziarono ad arrestare i Pagani e a giustiziare tutti coloro che non si fossero inchinati al male per convertirsi al Cristianesimo. Da questo momento in poi, il Paganesimo ariano prese il declino. L’imperialismo mediorientale prese il controllo della Roma ariana e governò con il pugno di ferro. Usarono Roma come sede per diffondere l’universalismo e l’odio per la razza bianca. Ogni usanza popolare era vista con grande sospetto dai Papi omosessuali di Roma. Le donne bianche erano estremamente odiate dalla chiesa ebraica. Gli Ariani che mantenevano in vita le tradizioni popolari furono processati per stregoneria e molti furono arsi vivi o uccisi con numerose altre torture disumane. Se solo Giuliano avesse avuto la lungimiranza di capire quanto siano malvagi i monoteisti, non avrebbe praticato la tolleranza religiosa e avrebbe rastrellato questi cultisti estranei e li avrebbe affrontati radicalmente come loro, in seguito, si sarebbero occupati di noi. Giuliano ha avuto l’opportunità di salvare la civiltà ariana dalla malattia aliena, ma la sua nozione reazionaria di equità e giustizia per tutti ha dato ai nemici della nostra razza il punto d’appoggio di cui avevano bisogno per rubarci la nostra patria. La storia di Giuliano ci insegna che le nostre azioni contano. Essere reazionari e tollerare i nostri nemici non risulterà che nel dolore e nella sofferenza del nostro popolo.

WOTAN

di Else Christensen – con revisione di Ron MacVan

Se consideriamo gli Æsir come l’espressione variante dell’unico potere che pervade l’universo – e quindi anche noi – i Wotanisti dovranno ammettere che Wotan è una figura alquanto controversa. Alla domanda: “Chi è il più anziano degli dei?” Snorri risponde nell’Edda: “Si chiama Padre di Tutto, e nell’antica Asgard aveva dodici nomi: primo Padre di Tutto, secondo Signore degli Eserciti, terzo Signore della Lancia, Signore degli Eserciti, Signore della Lancia, Punitore, quindi Sapiente, Colui che avvera i Desideri, Famoso, Agitatore, Bruciatore, Distruttore, Protettore, e Incantatore”.

Già qui c’è confusione, perché Wotan non era il più anziano degli dèi. A un certo punto all’inizio dei secoli cristiani – non sappiamo esattamente quando – Wotan sostituì Tyr, l’originale Padre Celeste, e da allora in poi divenne il dio principale. Tyr fu relegato a essere figlio di Wotan, ma mantenne il suo attributo di coraggioso dio della guerra. In tutta l’Edda, si parla di Wotan e Padre di Tutto come uno stesso dio, e noi abbiamo accettato questa visione, ma sappiamo che in origine erano due personalità diverse.

Sia Tyr che Wotan erano chiamati ‘Valpadre’; ‘Val’ significa valle o pianura, (significa anche i caduti – Ron MacVan) e dal momento che tutte le guerre erano combattute in terreno aperto, il dio della guerra, naturalmente, era ‘Padre della Val’; tuttavia, una battaglia potrebbe essere considerata fisica ma anche spirituale, quindi questo potrebbe essere il modo in cui avvenne la separazione dei due, con Tyr che mantenne il suo attributo di dio della guerra.

Se Thor rappresenta lo spirito combattivo nella pura e semplice gioia di vivere, e Frey è il dio della Natura e della sua prosperità, Wotan emerge come il dio capo durante una rottura del ‘mondo sano’, introducendo un’epoca in cui gli uomini buoni possono servire il male e viceversa, un tempo in cui ciò che è buono non è più percepito con incrollabile certezza, ma deve essere acquisito con il duro lavoro e l’aspra lotta – l’era dell’intelletto.

Consideriamo gli attributi di Wotan: (1) Cavalca un cavallo nero; (2) Indossa un mantello blu che svolazza tutto il tempo, anche quando l’aria è completamente ferma; (3) I suoi compagni sono due lupi addomesticati e due corvi; (4) Sacrifica l’occhio sinistro per la conoscenza; (5) Rimane appeso per nove notti “sull’albero ventoso” (a testa in giù, potremmo aggiungere, non come Cristo sulla croce).

E cosa significano questi attributi? Vediamoli uno per uno:

(1) Un cavallo bianco significa forza emanata da un ideale, che permette al combattente di svolgere compiti sovrumani. È cavalcato senza briglie e sperone, dal momento che è il sé migliore nell’uomo, e accorre in suo aiuto in ogni momento di disperato bisogno. Il cavallo nero deve essere domato senza pietà con sperone e frusta, perché simboleggia l’intelletto, che deve essere costretto a servire fini più alti rispetto al benessere individuale. Il cavaliere sul cavallo bianco è beatamente ignaro di ciò che potrebbe accadergli, se dovesse fallire. Il cavaliere sul cavallo nero sa molto bene cosa c’è in serbo per lui e ciò nonostante non vacilla. C’è una curiosità inoltre: si dice che non si dovrebbe mai smontare da un cavallo nero mentre ci si dirige verso est, o scomparirà e lascerà il suo cavaliere a piedi a portare la sella sulla schiena.

(2) Il blu è il colore del disvelamento. Come i petali di un fiore, l’uomo può aprirsi al sole, per riconoscere il significato dietro le cose visibili e tangibili. Cosa più importante, il mantello di Wotan è sempre fluttuante, il che significa un pensiero non volontario, che opera incessantemente, che può essere indirizzato, ma non può mai essere fermato se non da una intensa forza di volontà e da un lungo allenamento.

(3) I due lupi, Geri e Freki, desiderio e insolenza, sono stati addomesticati. Hugin e Munin, i corvi, il pensiero e la memoria, si completano a vicenda.

(4) Finora non è stata fornita alcuna spiegazione sul motivo per cui sia stato l’occhio sinistro, che Wotan ha dovuto dare per bere dal Pozzo di Mimir, rimanendo con un solo occhio. Prendere quest’occhio come espressione del sole non è convincente. Il sole è il centro del nostro sistema di pianeti: per rappresentare il sole, Wotan avrebbe dovuto avere il suo occhio sulla fronte come il ben noto ‘terzo occhio’, e nessuna descrizione del genere è mai stata trovata. Una cosa, però, è certa: dopo lunghe e dolorose considerazioni ed esitazioni, confermando e poi rifiutando, Wotan acquisì un punto di vista da cui osservare il mondo; non perde più tempo confrontando le ideologie più e più volte: vede tutto con l’occhio destro.

(5) Più significative, tuttavia, sono quelle notti tormentate sull’albero ventoso. Queste nove notti furono il primo successo di Wotan. Accadde molto, molto tempo fa, solo così ricorda lo stesso Wotan e non dice nulla di ciò che avrebbe potuto fare o sperimentare prima. Alla fine delle nove notti ottenne le rune e nell’Edda si dice; ‘Ecco, io presi a fiorire e divenni saggio, a crescere e farmi possente. Parola da parola per me trassi con la parola, opera da opera per me trassi con l’opera’. Non c’è dubbio che queste nove notti siano della massima importanza.

Se Thor rappresenta il “mondo sano”, e Loki l’intelletto risvegliato ma sfrenato, bivalente come il fuoco, allora Wotan rappresenta il personaggio che ha padroneggiato l’intelletto, e durante queste nove notti questa grande lotta è stata vinta. Esse rappresentano la svolta verso la libertà dai desideri e dalle ansie egoistiche, la libertà dal rimuginare e dal dubbio. La nona runa è ‘I’, il sé, la personalità, e l’autosacrificio di Wotan sull’albero ventoso è l’inizio, non la fine di questo corso.

Così Wotan potrebbe essere l’unico Æsir di rilevanza oggi. Non viviamo tra i nostri simili, sfidando con orgoglio e coraggio il nemico esterno. Con la mescolanza dei popoli Thor è stato soppresso. Non agiamo come “aiutanti del Sole”, coltivando la terra, allevando gli animali e producendo grano dall’erba. Siamo obbligati dai nostri governi a contribuire a uno sfruttamento folle della Natura e a un cinico inquinamento, poiché non abbiamo alcuna possibilità di vivere altrimenti. Con l’industrializzazione, Frey viene messo da parte. Il dio del cambiamento, il dio della nostra era, è Wotan. Non concede la pace e non promette la salvezza. Egli dà solo questo ai suoi seguaci: che soffrano, diventino saggi, combattano e siano come lui. Ave a Wotan!

ADDIO CARO KINSMAN

davidlane

Rari sono gli uomini che oggi mostrano un impegno così profondo per il loro Popolo e la loro eredità. Rari sono gli uomini che, attraverso un impegno incessante, vivono le loro convinzioni e sono disposti a sacrificare tutto per il bene più grande del loro Popolo. David Lane è stato un uomo del genere e il suo passaggio all’età di 69 anni è stata una perdita enorme nella lotta in corso per la sopravvivenza Ariana.

Per oltre quattro decenni, David Lane ha dato il suo cuore, la sua anima, la sua mente e la sua conoscenza con tanta passione incrollante da permettere al nostro popolo di risvegliarsi, unirsi e lottare contro le incombenti realtà che minacciano il nostro Popolo di una possibile estinzione.

Una pena detentiva di 190 anni non è bastata a fermare il suo impegno ferreo per la nostra situazione, né gli ha impedito di far sentire la sua voce attraverso il suo pensiero stimolante e i suoi scritti diffusi in tutto il mondo.

Per molti, David è stato un migliore amico, un simile, un maestro, un filosofo e a volte anche un profeta, e il suo trapasso lascia un vuoto che potrà essere riempito solo da un gigante tra gli uomini.

Noi che abbiamo avuto l’onore di averti conosciuto, David, nel corso di molti anni in tutto il movimento Ariano, ti salutiamo caro kinsman, e attendiamo con ansia il giorno in cui ci incontreremo di nuovo nel Valhalla con tanti altri nobili combattenti per la nostra causa che hanno portato la torcia della speranza attraverso l’oscurità e il tumulto qui a Midgard.

Gli dèi ti benedicano nel tuo viaggio e nei nuovi orizzonti che incontrerai attraverso il ponte Bifrost, il tuo lavoro fisico è fatto e non ti dimenticheremo, né dimenticheremo mai le tue cruciali 14 Parole che risuoneranno per sempre nei nostri cuori!

Addio caro Kinsman, saggio e camerata!…………Addio!

Ron McVan, 28 maggio 2007

IL PAGANESIMO DEL SANGUE

wotanismo volkisch

di Kevin Alfred Strom­­

Il passato dell’esistenza umana nel suo insieme non è altro che ciò a cui torniamo sempre quando abbiamo messo radici profonde. Ma questo ritorno non è un’accettazione passiva di ciò che è stato, ma la sua trasmutazione. (Martin Heidegger)

I PAGANI RAZZIALISTI giustamente caratterizzano l’essere razziale dei loro antenati nel contesto del carattere metafisico/psico-spirituale della vita religiosa interiore di questi antenati, non come credenti dogmatici di una religione-nel-tempo. I pagani razzialisti autonomi hanno legittimi diritti di eredità del sangue per rivendicare il paganesimo come loro eredità razziale: nessun antenato = nessun paganesimo. L’esistenza spirituale dei nostri antenati pagani europei era naturalmente e intrinsecamente legata al loro essere razziale come organismi biologici.

I pagani razzialisti non giustificano la loro estetica spirituale sostenendo la conoscenza dogmatica di fedi morte, ma con la conoscenza dell’importanza della razza. La natura e il carattere delle nostre credenze pre-cristiane e le loro esperienze spirituali sono state necessariamente plasmate dal nostro stato biologico collettivo di quel tempo; questo è ciò che ne determina il valore e il significato – e il loro essere degne di studio e di ammirazione. Possiamo cercare di conoscere alcuni aspetti della nostra psiche collettiva.

Per poter procedere a un più attento esame del carattere [di Wotan] dobbiamo non soltanto riconoscere le sue azioni storiche in mezzo agli scompigli e ai rivolgimenti politici, ma abbiamo anche bisogno delle interpretazioni mitologiche, che non spiegavano ancora le cose in termini umani e secondo le limitate possibilità umane, ma ne trovavano i motivi più profondi nella psiche e nella sua autonoma potenza. La più antica intuizione umana ha sempre deificato simili potenze, caratterizzandole ampiamente e con gran cura per mezzo dei miti, a seconda della loro peculiarità. Ciò era tanto più possibile in quanto si trattava delle immagini o dei tipi originali innati nell’inconscio di molte razze, e che esercitavano su di queste un’influenza diretta. Si può perciò parlare di un archetipo “Wotan” che, in qualità di fattore psichico autonomo, produce effetti collettivi, delineando così un’immagine della sua propria natura. Wotan ha una sua particolare biologia, separata dalla natura del singolo, che solo di quando in quando è afferrato dall’irresistibile influsso di quel fattore inconscio; nei periodi di calma, invece, l’archetipo Wotan è inconscio come un’epilessia latente. (Carl Jung, Wotan)

Davidson scrive:

La mitologia di un popolo è molto più che una collezione di favole piacevoli o terrificanti da insegnare in forma accuratamente espurgata ai nostri alunni. È il commento degli uomini di una particolare età o civiltà sui misteri dell’esistenza umana e della mente umana, il loro modello di comportamento sociale, e il loro tentativo di definire nelle storie di dèi e demoni la loro percezione delle qualità interiori.

Lo studio della mitologia non deve più essere visto come una fuga dalla realtà nelle fantasie dei popoli primitivi, ma come una ricerca per la comprensione più profonda della mente umana. Nello spingerci a esplorare le lontane colline dove abitano gli dèi e le profondità dove i mostri sono in agguato, stiamo forse scoprendo la strada di casa. (H.R. Ellis Davidson, Gods and Myths of Northern Europe)

A volte mi identifico come Pagano non perché io sottoscriva dogmaticamente la visione del mondo dei miei antenati, ma perché mi identifico spiritualmente, e traggo ispirazione, dal pensiero romanticizzato delle molte tribù di Europei di razza bianca che vivevano in un stato quasi sfrenato della natura — sia internamente (mentale) che esternamente (ecologico) — creando i propri valori.

Al posto dei papponi e delle storie dei commercianti di bestiame dell’Antico Testamento, le saghe e le leggende nordiche appariranno, in un primo momento semplicemente narrate, per poi essere rappresentate attraverso i simboli. Non è il sogno dell’odio e del messianismo omicida, ma il sogno dell’onore e della libertà che deve essere acceso attraverso le saghe nordiche, germaniche… Il desiderio di dare all’anima di popolo nordica la sua forma di Chiesa germanica sotto il segno del mito völkisch – quello è per me il più grande compito del nostro secolo…

L’antica idea teutonica di Dio è… inconcepibile senza libertà spirituale… La forza della ricerca spirituale… si mostra nel Viandante del Mondo, Odino.

Insoddisfatto, eternamente alla ricerca, il dio vagò per l’universo per cercare di capire il suo destino e la natura del suo essere. Sacrificò un occhio in modo che potesse prendere parte alla saggezza più profonda. Come eterno vagabondo è un simbolo dell’eterno cercare e diventa l’anima nordica che non può abdicare alla fede in se stessa per Jahvè e i suoi rappresentanti. L’attività testarda della volontà, che, in un primo momento, avanza così duramente attraverso le terre nordiche nelle canzoni di battaglia su Thor, mostra direttamente alla prima apparizione il lato innato, struggente, alla ricerca della saggezza, metafisico, nel Viandante Odino.

Una forma di Odino è morta, cioè l’Odino che era il più alto dei molti dèi che apparivano come l’incarnazione di una generazione che ancora si prestava ai simbolismi naturali. Ma Odino come eterna immagine speculare dei poteri spirituali primordiali dell’uomo nordico vive oggi esattamente come più di 5.000 anni fa…

METAGENETICA – UN AGGIORNAMENTO

metagenetica

di Stephen McNallen

Negli anni ’80 scrissi un breve articolo per The Runestone intitolato “Metagenetica”. L’onda d’urto di quelle tre pagine causò più polemiche di qualsiasi altra cosa abbia mai scritto. La sola menzione della metagenetica fa sì che alcune persone cadano in preda all’ira e all’astio – quindi, sia per informare i miei amici che per far infuriare i miei nemici, ho deciso che era il momento di un aggiornamento sul tema!

Nel testo originale, la metagenetica era presentata come l’idea per cui “gli antenati contano, che ci sono implicazioni spirituali e metafisiche per l’eredità”. Ho abbinato diversi argomenti come le teorie di Jung sugli archetipi, la rinascita nella linea familiare, i legami psichici tra i gemelli e il concetto nordico dell’anima a sostegno di tale affermazione.

I contenuti di base restano gli stessi. Tuttavia, ho apportato dei perfezionamenti, aggiunto informazioni tratte dal biologo britannico Rupert Sheldrake, così come altri scrittori di psicologia e scienze della vita, e in generale ha pensato molto proprio a ciò che significa metagenetica nel lungo periodo.

Se dovessi modificare la definizione di metagenetica dopo tutti questi anni, direi che è “l’ipotesi per la quale vi sono implicazioni spirituali o metafisiche nella relazionalità fisica tra gli esseri umani, che sono legate, ma vanno oltre, ai limiti conosciuti della genetica”. Questo è più complicato della semplice frase degli anni ’80, ma è un po’ più preciso – e si apre alla possibilità che il meccanismo coinvolto potrebbe non essere così semplice come le informazioni memorizzate nella molecola del DNA.

Caratteristiche dell’ipotesi metagenetica

La metagenetica è caratterizzata da:

Relazionalità – descrive una connessione, indipendente dal tempo e dallo spazio, che collega gli esseri umani. (I principi generali che regolano la metagenetica valgono anche per gli animali, le piante, altri regni organici, e in effetti tutti i sistemi auto-organizzanti fino a includere cristalli e molecole. La metagenetica, tuttavia, è un sottoinsieme di questo schema di Grander e si applica specificamente agli esseri umani e alla loro spiritualità.)

Somiglianza – Siamo abituati a cose legate nel tempo e nello spazio, ma questo non è essenziale per il funzionamento della metagenetica. Invece, la metagenetica dice che le persone geneticamente legate tra loro condividono un legame non fisico che non dipende dalla posizione o dal tempo, e la vicinanza di tale legame è determinata dal grado di somiglianza. Il nostro linguaggio inconsciamente esprime questa idea quando parliamo di parenti “stretti” o “lontani”.

Gerarchia – Ciò è implicito nell’idea di somiglianza, descritta sopra. Tutti gli esseri umani sono legati e per questo è vero che siamo “parenti di ogni cosa vivente”, come alcune persone tengono a dire. Tuttavia, non siamo legati a tutti in modo eguale. All’interno dell’ampio cerchio che è la famiglia umana vi è una serie di cerchi concentrici che rappresentano le molte anime di Popolo – e anche questo non è un arrangiamento ordinato e rigido. Le singole famiglie, i clan e le tribù hanno le proprie suddivisioni o “mini-anime di Popolo”, e il tutto è dinamico e mutevole.

Olismo – I componenti che compongono l’individuo umano sono meglio visti come comprendenti un intero. Questo è tipicamente rappresentato come corpo, mente e spirito, anche se il complesso psicosomatico (mente-corpo) nella tradizione germanica è considerevolmente più complicato di questo. Le persone comunemente riconoscono che il corpo e la mente si influenzano a vicenda, ma in molti meno capiscono che anche il corpo (a includere il cervello, il sistema nervoso e l’apparato dell’eredità) è collegato allo spirituale o religioso.

Spiritualità – La relazionalità e la somiglianza influenzano il temperamento, i valori, la connessione psichica, la probabile reincarnazione e il tono generale della spiritualità o della religione. Alcune di queste cose – in particolare temperamento e valori – possono avere la loro origine nella codifica reale del DNA, ma il meccanismo per le altre connessioni potrebbe non trovarsi nel Regno delle scienze fisiche come sono attualmente intese. Sembra esservi un continuum al lavoro, e può essere rappresentato in questo modo:

Implicazioni della metagenetica

Molte cose diventano subito evidenti.

La stirpe conta. La maggior parte degli Asatruar sarà d’accordo con questa affermazione, ma in meno capiranno che gli antenati sono con noi, ora e sempre, a causa della natura del legame metagenetico che trascende il tempo. Nella misura in cui la rinascita si verifica all’interno della linea familiare, noi siamo quegli antenati manifestati di nuovo su Midgard! Inoltre questo legame è speciale – è più intenso del nostro legame con i non-antenati.

Non siamo “una umanità”. Anche se c’è un livello a cui ogni persona è connessa attraverso l’inconscio collettivo dell’umanità nel suo insieme, la vicinanza dei collegamenti varia immensamente. Infatti in una certa misura siamo legati a tutta la vita – ma ciò difficilmente ci induce a valorizzare i protozoi, i pesci rossi e i cammelli tanto quanto nostro fratello o nostro padre! Il grado di connessione è determinato dalla somiglianza.

Non ci sono rituali solitari. Tutte le nostre azioni si rialimentano nell’inconscio collettivo (C.G. Jung) o nel campo morfico (Rupert Sheldrake) – o in termini tradizionali asatru, il Pozzo di Urd. Sembra che più è intensa l’emozione che accompagna l’atto, o più simbolicamente viva un’azione, più interesserà tutti coloro che sono membri del gruppo in questione. Ci si può aspettare pertanto che i nostri blótar, i nostri giuramenti e gli altri scambi con i nostri dèi e dèe, influenzino tutti gli asatruar e tutti i nostri fratelli e sorelle di discendenza europea, in modo abbastanza immediato. Un intero nido di gerarchie è stato riempito da tutti i nostri atti significativi.

La nostra religione è una funzione di chi siamo, non solo di ciò che crediamo. Poiché l’essere umano è un’entità olistica, la nostra spiritualità non può essere considerata una cosa a parte rispetto alla nostra discendenza fisica. In termini sia di genetica che di metagenetica, i nostri antenati sono codificati nel nostro stesso essere. Dai valori e dal temperamento – che hanno dimostrato di correlare statisticamente con l’eredità – alle questioni più profonde dello spirito, i nostri antenati e le nostre antenate continuano a influenzarci. Sembra ragionevole, quindi, prevedere che le persone tenderanno a essere più soddisfatte dai percorsi religiosi e spirituali dei loro antenati. Opportunamente presentate, le antiche vie del proprio popolo dovrebbero esercitare una potente attrattiva sull’individuo.

Le credenze dei nostri antenati sono in gran parte confermate dalla psicologia moderna e dalle scienze biologiche. Soprattutto, l’inconscio collettivo junghiano e le ipotesi di Sheldrake riguardanti i “campi morfici” e la “risonanza morfica” sono molto vicine alle idee germaniche sul Pozzo di Urd, dove riposa l’orlog o “destino”.

Metagenetica – un concetto in evoluzione

La metagenetica, quindi, continua a maturare come nuove informazioni diventano disponibili. Lungi dall’essere rimasta statica nell’ultimo decennio e mezzo, ha incorporato nuove prove e ha trovato conferma negli scritti di altri scienziati col passare del tempo.

L’importanza trascendente del legame ancestrale è sempre stata avvertita dall’Asatru e da altre religioni native in tutto il mondo. Noi che riconoscevamo quel legame, ora abbiamo una conferma sorprendente di ciò che la nostra voce interiore ci ha sempre detto!

COME

Fine di una Fede

di T.A. Odinson Walsh

È solo la mia particolare (e impenitente) visione del mondo, spesso colorita dal mio cinismo sulla moderna sconfessione dell’uomo della sua un tempo innata attenzione al destino e ai doveri cui dovrebbe attenersi, o viviamo in un’epoca in cui un’eccessiva quantità di persone di discendenza indoeuropea sembrano straordinariamente… come dire, vuote? Concesso, nonostante le attuali crisi economiche derivanti dalle inevitabili conseguenze del tentativo di contrastare le leggi della logica e della ragione con l’esercizio dell’altruismo universalistico, che questa resta un’epoca di progresso tecnologico e ricchezza materiale senza precedenti, cose ampiamente disponibili per gli uomini e le donne più comuni, l’accesso a tali ricchezze sembra non fare nulla per il quasi totale senso di insoddisfazione, disillusione e decisamente determinata apatia che permea le persone di oggi.

Capire come queste condizioni siano state trasmesse al mondo occidentale, in precedenza paradigma del progresso spirituale e secolare, e aiutare il mio popolo a comprendere come può superare il vuoto che è venuto a turbare il Vero progresso, è mio dovere… e destino.

Come mi è ferito il cuore per quelli
ingannati in sentieri di pace
che li lasciarono soli in spasmi
di un dolore che mai tace
Su altari di uva e grano
nel loro spirito confidavano
solo per trovare la loro fede vana
e la forza che volevano, in rovina

Nel corso della storia la forza collettiva di un popolo collettivo è sempre stata fondata sulla sua dedizione collettiva a un ideale collettivo. Pur essendo vero che molte culture dell’antichità (Egitto, Grecia, Roma) erano abbastanza liberali (e io uso il termine liberale nel suo vero senso, quello dell’onesta apertura mentale, non in quello moderno e imbastardito che è arrivato a denotare la pura idiozia) da tollerare una miriade di pratiche spirituali e idee intellettuali, il fatto è che quelle pratiche spirituali apparentemente diverse (ci sono sempre state anomalie) avevano radici comuni nel proprio rispettivo pantheon culturale e quelle idee ritenute dannose per la causa comune del benessere delle rispettive culture erano, opportunamente, soppresse. La fondamentale unanimità era all’ordine dei loro giorni, e allo stesso modo quello era il loro ordine ai loro giorni.

Anche se la cultura occidentale oggi, in apparenza, sembra possedere una dedizione collettiva a un comune ethos giudaico-cristiano, anche l’osservatore “casualmente onesto” dovrebbe ammettere che l’unanimità è tutt’altro che l’ordine di questo giorno. Dalla loro incapacità di stabilire l’unità etica su un tema che dovrebbe essere una questione di istinto spirituale, come la protezione degli innocenti, dei nascituri (il nostro vero futuro!), al loro fermo rifiuto di supporto reciproco in un approccio più sistematico alla supremazia occidentale (senza la quale sono destinati a morte certa), i giudeo-cristiani sono del tutto mal preparati per salvare alcuno o alcunché.

Quando consideriamo che la fede giudeo-cristiana si fonda sul requisito che un individuo aderente denunci se stesso e tutti gli istinti di cui il corpo è impregnato alla nascita, agendo indubbiamente per immergere l’individuo in un maelstrom di odio di sé, dubbio, senso di colpa e paura, non dovrebbe sorprendere (per una mentalità razionale) che i collettivi di persone così predisposte trovino la serenità, la razionalità o l’unanimità così al di là della loro portata.

Per la cronaca, credo che la maggior parte delle persone giudeo-cristiane siano fondamentalmente in buona fede e buoni individui, e credano anche che nel loro evangelismo la maggior parte di loro siano onestamente convinti di “fare del bene al prossimo” introducendolo a un’ideologia che pretende di concedergli “vita eterna” (e a chi non suonerebbe bene l’idea di vivere per sempre?!). Tuttavia, credo anche che il giudeo-cristiano medio sia una vittima, un individuo che è arrivato alla sua “fede” come risultato di indottrinamento incessante per tutta la sua infanzia (che persino il più ribelle degli spiriti supererebbe difficilmente) o dopo una traumatica esperienza di vita (come scampata morte, reclusione, ecc.) che lo ha lasciato vulnerabile al messaggio giudeo-cristiano di “amore incondizionato” (anche se in realtà ci sono molte condizioni nel giudeo-cristianesimo… ma di quelle parliamo un’altra volta). Naturalmente ci sono quei giudeo-cristiani che si aggrappano alla loro “fede” come una questione di “tradizione” (“è quello che credevano i miei genitori e i loro genitori, così…”) o semplicemente per lo scopo di affermazione sociale, anche se quando messi alle corde molti ammetteranno prontamente con candore che “in realtà non credono a tutto ciò che dice la Chiesa o il predicatore”. Che tutti questi gruppi siano, in un grado o in un altro, vittime, è però un dato di fatto, e non vi è prova più indicativa che la storia stessa, ampiamente verificabile, della loro “fede”.

Come arse la mia ira su coloro
che perpetrarono bugie
che colpirono la mia gente con tale danno
e mandarono la loro anima in lacrime
per visioni che mai apparvero
non importa quanto pregassero
e in “cambio”, anno dopo anno,
gli rimase solo quello

Mentre mi sono preso cura di sottolineare la condizione di vittima del giudeo-cristiano “medio”, si spera ponendo le fondamenta nel loro spirito per una Vera resurrezione (del loro istinto, della loro felicità e forza auto-orientata!), ci sono anche quelli – e a questo proposito non possiamo più sminuzzare le parole se il dovere e il destino sono la nostra Vera causa come revivalisti odinisti – che sono responsabili della costituzione e continuazione di un’ideologia che, contrariamente al suo presunto scopo di “amore e pace”, ha lasciato una traccia di prove che sicuramente la mostreranno come il più grande crimine mai conosciuto dall’uomo occidentale. Anche se lo spazio non consente una discussione esaustiva di queste prove (per le quali suggerisco vivamente l’intera opera di Revilo P. Oliver, William G. Simpson e la sezione “storia” della vostra biblioteca pubblica) evidenzierò qui alcuni dei più convincente dati di fatto.

Il Concilio di Nicea, un’assemblea dei primi padri ecclesiastici giudeo-cristiani, venne convocato nell’anno 325 d.C. Anche se già inoltrata nel quarto secolo della sua esistenza, la comunità giudeo-cristiana, per com’era, era ancora molto divisa su ciò che avrebbe dovuto essere la più basilare delle sue credenze fondanti, come l’esatta natura degli insegnamenti di Gesù o, più precisamente, quali racconti dei suoi insegnamenti fossero anche accurati. La verità della questione (anche i teologi tradizionali concederanno) è che oltre 300 anni dopo il processo, morte e resurrezione del loro presunto salvatore, esistevano oltre 400 “resoconti”, molti dei quali palesemente contraddittori tra loro e la cui maggior parte si è scoperta essere stata scritta dopo che i presunti “testimoni oculari” (cioè “gli Apostoli”) erano morti, e la triste (o crudele) realtà è che queste “autorità” della Chiesa del IV secolo non sapevano se i “resoconti” fossero esatti o erronei. Ciò che il Concilio di Nicea invece sapeva, era di avere un interesse acquisito (cioè il potere personale) nello stabilire un “canone scritturale”, un atto che garantisse loro un’aura di autorità che a sua volta gli avrebbe permesso di rivendicare (anche senza dimostrarlo) che i molti altri resoconti della vita e degli insegnamenti di Gesù (come quelli della scuola gnostica) erano “eretici”, giustificando così le brutali persecuzioni di soppressione e di terrore che furono il vero fondamento (al contrario dell'”amore intrinseco e la pace che le origini divine ispirarono nelle  Scritture) della “Fede”.

È indicativo che, mentre i primi fondatori della Chiesa reclamavano (o stavano creando?) i “Vangeli” e cacciavano e uccidevano chiunque contestasse l’autenticità di quei versetti che avevano incoronati come canonici, le parole stesse che dovevano essere la salvezza dell’uomo comune fossero, pena il dolore della morte, vietate all’uomo comune. Infatti, per quasi 1500 anni è stato un crimine per chiunque, tranne il clero, trovarsi in possesso di una Bibbia o una parte di essa. Di cosa, ci si chiede, avevano paura i padri della Chiesa? Che le contraddizioni così facilmente riconoscibili dall’uomo o dalla donna razionale di oggi potessero essere esposte, intaccando la capacità della Chiesa di ingannare così facilmente le masse? Turbare il loro monopolio della spiritualità stessa?

A una “fede” così, diciamo, fedele alla sua convinzione di non essere “un”, ma “il” dono divino di tutti i doni, dobbiamo porre la seguente domanda: erano i meriti dei messaggi di Gesù così convincenti, così evidenti a chiunque potesse studiare le sue parole (lasciando da parte per ora se fossero veramente le sue parole), da far in modo che le autorità ecclesiastiche ritenessero necessario invadere le terre dei miei/nostri antenati europei e passare sistematicamente a spada o fiamma chiunque scegliesse invece di aderire ai percorsi spirituali indigeni dei propri riveriti antenati? Molte volte, in tutta la mia vita, sono stato testimone delle lacrime di persone di eredità indoeuropea per i loro crimini (e sono d’accordo, anche quelli erano crimini) commessi contro i nativi americani da parte di invasori cristiani evangelizzanti che videro bene non solo di rubare le loro terre e risorse (che è in sé la natura dell’espansione e della conquista) ma anche le loro anime culturali imponendo loro un percorso spirituale in alcun modo in sintonia con il loro istinto. Raramente, però, ho assistito alle lacrime, o anche alla tacita comprensione, che anche noi, come Indoeuropei con una ricca tradizione spirituale autoctona più in sintonia con le nostre anime di popolo, siamo stati, letteralmente, derubati delle nostre terre, delle nostre risorse e dello spirito che ci garantiva una vita di sicurezza e di affidamento in noi stessi, piuttosto che una di dubbio e di dipendenza. Perché non possiamo piangere per noi stessi? Perché non possiamo gridare contro la tirannia a cui anche noi siamo stati esposti? Mentre ci raduniamo per esigere giustizia per coloro che hanno subito torti in generazioni passate, a quale porta bussiamo per chiedere giustizia per la nostra? Per quanto mi riguarda non ho alcun dubbio, e quanto a me non ci sarà timore, perché quella che la consapevolezza di questo crimine possa continuare indiscussa, senza essere vendicata, è per me una prospettiva molto più orribile di qualunque conseguenza possa mai avere l’azione.

Come prospera la passione del mio spirito
Per riportare ciò che è Vero
Per salvare le anime e la vita
Di tutti quelli che
non sanno di come furono
privati di ciò che è reale
Per un mondo in cui l’orgoglio non è peccato
Ma ciò che tutti noi dovremmo sentire

Anche se non ho alcun dubbio che il mio impegno per creare una nuova consapevolezza (o rinnovata, suppongo che questo è più appropriato), laddove è in gioco la forza spirituale e l’integrità del mio popolo, non mi farà mancare detrattori e diffamatori tra coloro che si crogiolano nell’ignoranza o nell’ostinazione giudeo-cristiana, sento molto fortemente, si potrebbe dire anche “con fede” (sorriso), che nel popolo indoeuropeo collettivo di questo pianeta ci sia un desiderio travolgente di quella direzione e determinazione spirituale che non sta ricevendo, anzi che non può ottenere, da una fede (giudeo-cristianesimo) che lo mette in tali contrasti con la propria anima e intelligenza istintiva. Io sono, naturalmente, dell’idea che l’Odinismo fondamentalista sia la risposta naturale a tutte le domande che il percorso innaturale del giudeo-cristianesimo ha instillato nel mio popolo, domande che non sarebbero mai stati costretti a fare se non fossero così maliziosamente separati dalle proprie tradizioni spirituali.

Anche se il “come” realizzare l’impresa, un esercizio che sono sicuro molti chiamerebbero una “perdita di tempo” (anche se vorrei ricordare a quegli stolti che molti imperi sono caduti in passato), è un compito a più livelli che non ho dubbi sia a molti anni dalla realizzazione, credo che le pietre fondanti (o dovremmo dire… i sigilli?) possano essere posate semplicemente informando tutti coloro che leggono queste parole che i consigli di questa causa non sono legati ad alcuna autorità salvo quella che assicura la salvezza della vostra vita. Con ciò non parliamo di “altre” vite, deliberatamente oscure o inconoscibili, ma piuttosto dell’assoluto e compreso di cui si gode ora che, se condotto onorevolmente, dovrebbe portare alla ricompensa dell’onesto orgoglio. L’essere stati privati di questa più elementare ricompensa umana è la cosa vergognosa, anche se è fermamente sulle spalle di coloro che hanno manipolato consapevolmente i vostri cuori e le vostre menti per rubare il vostro oro e le vostre anime.

Creare un ambiente/comunità in cui non siate più privi della fiducia che deve venire con la Vera forza spirituale è il nostro obiettivo fondamentale, e personalmente sarà la base per la mia massima gioia. Ecco come cominciare.

In conclusione (per ora) imploro tutti, Odinisti e aspiranti, di abbracciare la verità suprema per cui il Padre di Tutto Odino e tutti gli antichi hanno permeato ognuno di noi con punti di forza e istinti intrinseci progettati per responsabilizzare ogni individuo, per cui potremmo perseguire l’evoluzione, e quindi il progresso, che è il privilegio di tutti coloro che sono abbastanza coraggiosi da rifiutare la redenzione non nata da dentro. Il fatto che nel mondo occidentale siamo caduti così lontano da questa verità, deve essere riconosciuto come la causa principale della suddetta insoddisfazione e disillusione collettiva. Poter superare le manipolazioni di due millenni e reclamare il nostro spirito affine, è qualcosa che tutti dovremmo osare di sognare. È così che vinceremo.

NIETZSCHE, PRECURSORE ODINISTA

Nietzsche-Wotanismo

dalla Comunidad Odinista de España

Il filosofo Friedrich Nietzsche (1844-1900) fu un precursore del moderno risveglio odinista, che nel XIX secolo ruppe i legami che avevano portato la nostra Europa e la sua gente imbavagliata e dormiente; nonostante si sia focalizzato sul mito greco di Dioniso, l’essenza che scorre dentro la sua filosofia è inequivocabilmente odinista. Il filosofo che aveva come strumento il martello, si avvicinò quasi senza saperlo all’archetipo di Wotan, anch’esso basato sul mito iperboreo. Egli apre il primo libro de L’Anticristo con:

Guardiamoci in faccia: siamo Iperborei. Siamo ben consapevoli della diversità della nostra esistenza. ‘Né per terra né per mare troverai la strada che conduce agli Iperborei’,”

“Già Pindaro riconosceva questo di noi. Oltre il Nord, oltre il ghiaccio e la morte: la nostra vita, la nostra felicità… Abbiamo scoperto la felicità, conosciamo la via, abbiamo trovato l’uscita per interi millenni di labirinto. Chi altri l’ha trovata? Forse l’uomo moderno? ‘Non so che fare; sono tutto ciò che non sa che fare’, sospira l’uomo moderno… E’ di questa modernità che c’eravamo ammalati, della putrida quiete, del vile compromesso, di tutta la virtuosa sporcizia del moderno sì e no. Una simile tolleranza e langeur di cuore, che ‘perdona’ tutto perché ‘comprende’ tutto, è scirocco per noi.”

“Meglio vivere in mezzo ai ghiacci che tra le virtù moderne e gli altri venti del Sud!… Eravamo abbastanza coraggiosi, non risparmiavamo né noi stessi né gli altri: eppure per lungo tempo non abbiamo saputo in che cosa impegnare il nostro coraggio. Eravamo diventati tristi e ci chiamavano fatalisti. La nostra fatalità era la pienezza, la tensione, il ristagno delle nostre forze. Eravamo assetati di lampi e di azioni. Soprattutto ci tenevamo il più possibile lontani dalla felicità dei deboli, dalla “rassegnazione”… Ci fu una tempesta nella nostra atmosfera, la natura che noi siamo s’oscurò, perché non avevamo una via. La formula della nostra felicità: un sì, un no, una linea retta, una meta…”

Nietzsche ha avuto un profondo effetto sul pensiero occidentale moderno. La sua esaltazione del lato dionisiaco della vita (l’oscuro, l’estatico, l’orgiastico, e l’irrazionale) a scapito del Regno Apollineo della ragione e della luce, ha rivelato l’influenza di Odino nonostante la preferenza cosciente di Nietzsche per il linguaggio mitologico dell’antica Grecia.

Il cristianesimo ha consumato la separazione tra Dio e il mondo, ha svalutato le unità naturali dell’uomo e lo ha messo qui nelle mani del nulla. La distruzione Nietzschiana dei valori cristiani è anche la distruzione di una religione che aveva annientato i valori europei tradizionali. Nietzsche sostiene un ritorno alla religione etnica, che aveva posto l’autodeterminazione al centro della sua filosofia e riconosceva la tragicità dell’esistenza umana.

Scrive nel 1870:

“Tutti gli dèi devono morire, è il concetto originale tedesco che permea la scienza con tutta la sua forza fino ad ora. La morte di Sígurd, discendente di Odino, non poteva scongiurare la morte di Balder, figlio di Odino: alla morte di Balder segue la morte di Odino e di tutti gli altri dèi” (Kritische Studienausgabe 7; settembre 1870– gennaio 1971, 5[57], 107).

“Dobbiamo dimostrare che c’è una manifestazione del mondo molto più profonda che nelle nostre lacerate circostanze, con una religione inoculata. Una delle due: o moriremo a causa di questa religione, o questa religione muore a causa nostra. Credo nel concetto germanico originale: tutti gli dèi devono morire” (Kritische Studienausgabe 7, 5[115], 124/125).

Al fine di recuperare la santità del cosmo e del mondo per l’uomo, parlando in termini metaforici, Nietzsche dovette attaccare e distruggere i concetti morali giudeo-cristiani, dato che svalutavano il mondo ed erano contrari agli istinti naturali dell’uomo.

Come vedeva il mondo Nietzsche?

“Questo mondo è sacro, eterno, incommensurabile: l’insieme e l’unità stessa: illimitato e tuttavia simile al limitato; affidabile in tutte le cose e ancora simile all’incerto; racchiude tutto in sé, ciò che spunta verso l’esterno e ciò che è nascosto verso l’interno; È, allo stesso tempo, un’opera della natura delle cose e la natura delle cose stesse” (Plinio, Naturalis historia, II, 1).

Una caratteristica fondamentale della filosofia di Nietzsche è la sua idea profetica di un nuovo e più evoluto tipo di essere umano chiamato Superuomo. Questo è il tema del suo libro più famoso “Così parlò Zarathustra“. In quest’opera, Nietzsche scelse l’antico profeta Ariano Zarathustra (Zoroastro) come suo alter ego e portavoce di una filosofia radicale anziché basarsi sul suo patrimonio del Nord. Secondo Jung, Nietzsche non era molto esperto di letteratura germanica, ma l’influenza di Odino è inequivocabilmente lì, dietro le maschere dell’influenza greca e persiana.

Nella prima parte di Così parlò Zarathustra fa un collegamento esplicito tra l’uomo e la frenesia, che, come sappiamo, è il significato (Wod-furor) del nome Odino/Wotan:

“Dov’è il fulmine che vi lambisca con la lingua?
Dov’è la frenesia con la quale potete esaltarvi?
Ecco, io v’insegno il superuomo:
egli è questo fulmine, egli è questa frenesia!”

La natura stridente di Nietzsche, che disse di filosofare con un martello, è più vicina a quella di Odino, il guerriero e saggio, che a quella del dio greco Dioniso. Nietzsche sembra aver eluso il nome del suo dio personale, come rivela la sua poesia “Al Dio Ignoto”:

Ancora, prima di partire
E volgere lo sguardo innanzi
Solingo le mie mani levo
Verso di Te, o mio rifugio,
A cui nell’intimo del cuore
Altari fiero consacrai
Chè in ogni tempo
La voce tua mi chiami ancora.
Segnato sopra questi altari
Risplende il motto “Al Dio ignoto”.
Suo sono, anche se finora
Nella schiera degli empi son restato:
Suo sono e i lacci sento,
Che nella lotta ancor mi atterrano
E, se fuggire
Volessi, a servirlo mi piegano.
Conoscerti voglio, o Ignoto,
Tu, che mi penetri nell’anima
E mi percorri come un nembo,
Inafferrabile congiunto!
Conoscerti voglio e servirti!

(1864, a 20 anni)

Jung riporta anche un incubo potente e scioccante che Nietzsche ebbe quando aveva quindici anni. Vagava da solo di notte in una foresta cupa quando un grido straziante da una locanda nelle vicinanze lo terrorizzò. Dopo questo, incontrò un cacciatore dall’aspetto selvaggio e strano che fischiò così forte che Nietzsche cadde incosciente. Jung interpreta questo sogno come un incontro con Wotan. Era Wotan che nel folklore germanico conduceva gli spiriti dei morti nella “Caccia Selvaggia” attraverso i boschi di notte. Nietzsche, giovane di 15 anni, aveva trovato il “Dio ignoto” sotto forma di cacciatore selvaggio, ma non lo aveva mai riconosciuto. Nonostante le sue successive descrizioni poetiche del “Dio ignoto”, la sua identità rimase oscurata dalle preoccupazioni classiciste di Nietzsche.

Al Maestrale:

Come ti amo,
vento Maestrale,
spezza nubi, scaccia mali,
vento ruggente,
noi siamo nati
da un unico grembo,
noi siamo le primizie
di un’unica sorte,
forse siamo stati
eternamente predestinati
ad essere eredi
di pesanti fardelli e di grandi battaglie.

Nella filosofia potente e poetica di Nietzsche, e anche nella sua discesa dal genio alla follia finale, possiamo riconoscere l’impronta divina di Odino. Nel ditirambo conosciuto come il lamento di Arianna [incluso in Così parlò Zarathustra, IV], Nietzsche è completamente vittima del dio cacciatore, tanto che anche l’auto-liberazione forzata di Zarathustra alla fine non cambia nulla:

Chi mi riscalda, chi mi ama ancora?
Date mani ardenti,
date bracieri per il cuore!
dà a me – te,
nemico crudelissimo,
Ecco anche lui fuggì,
il mio unico compagno,
il mio grande nemico,
il mio sconosciuto,
il mio dio carnefice!..
Tutte le lacrime mie
corrono a te
e l’ultima fiamma del mio cuore
s’accende per te.
Oh, torna indietro,
mio dio sconosciuto! dolore mio!
felicità mia ultima…