PIETAS ETENA EUROPEA

Pietas etena

di Walter Baetke

Nella loro religione i nostri antenati onoravano poteri soprannaturali, la cui opera e influenza credevano di sentire – oltre che nel campo e nella foresta, nel cielo e nella terra – soprattutto nella loro vita. E questo è sempre stato l’elemento primario e più importante. L’uomo è infatti anche un figlio della Natura, ma è – in quanto essere dotato di parola e di intelletto – legato alla comunità in modo completamente diverso rispetto all’animale. I legami originali con la famiglia, il clan e il proprio popolo, in cui è nato, determinano la sua vita in un grado molto più alto rispetto ai suoi legami con la “Natura”, che è il campo della sua attività. Dalla comunità di popolo riceve la sua religione – come anche la sua lingua! Essa trasmette, nella cultura e nel mito – che egli apprende da essa – la sua relazione con la divinità. Ma più di questo: nel lavoro e nella lotta di questa comunità, nelle leggi che la regolano, nell’ordine che la lega, nei valori morali che detiene, è la volontà della divinità stessa a contemplare l’uomo. Qui, nella comunità, lo incontra per la prima volta; l’ordine e i giuramenti hanno la loro forza sacra e vincolante perché sono regolati secondo la vecchia fede degli dèi e si ergono sotto il loro controllo e la loro protezione.

Particolarmente suggestivi a questo proposito sono i messaggi delle saghe islandesi sulle feste sacrificali dei Norvegesi. Ai grandi festival annuali, apprendiamo, si sacrificava da un lato “per il raccolto” (o per un “buon anno”) e “la pace”, dall’altro lato per “la vittoria” e il governo del re. Questo dimostra che il sacrificio fatto dalla comunità di culto che rappresenta la comunità popolare era anche diretto alla vita e al destino di questa comunità. Il buon raccolto e la pace da un lato, la vittoria e il governo dall’altro: questo denota entrambi i pali attorno ai quali si muoveva la vita del popolo: il biologico-naturale e lo storico-politico. Qui la pace che abbraccia l’opera del contadino e culmina nella vendemmia, lì guerra, che, coronata dalla vittoria, genera onore e potere. Quando ci si avvicina agli dèi riguardo la festa sacrificale, si nota che si vedevano in loro datori e custodi di questi beni, di quei mezzi di tutto ciò che costituiva il fondamento, il contenuto e lo scopo della comunità di popolo. L’uomo europeo eteno credeva che la prosperità del suo lavoro pacifico – la coltivazione – così come il successo della vittoria in guerra, da cui dipendevano le circostanze di esistenza o di non-esistenza del popolo, erano nelle mani degli dèi.

Nella formula “til ars ok fridar” si trova, tuttavia, molto di più ci quanto ci dica la traduzione “per (buon) anno e pace”; perché la parola “pace” indica non solo lo stato di pace in contrapposizione alla guerra, ma anche l’ordine morale e giusto su cui riposa la normale vita pacifica della comunità umana. Difficilmente si può esprimere il significato religioso di quella vecchia formula meglio che con le parole di Schiller: “Sacro ordine, figlia benedetta del cielo, che lega il tutto libera e leggiadra e gioiosa”. Come gli dèi sono i donatori dei beni, i beni materiali, come sono i direttori della guerra, gli amministratori della vittoria e quindi i padroni del destino del popolo, così sono anche i guardiani della pace sacra che è ancorata nel diritto e nella legge.

È più difficile ottenere un’immagine dell’atteggiamento religioso interiore dell’uomo europeo eteno, di quella pietas unica al suo genere, di quanto si faccia rispetto alle forme di servizio religioso e all’effetto della religione sulla vita pubblica. La sacralità e la forza della divinità producono tra i credenti la sensazione di dipendenza. Ma questo sentimento di dipendenza dal suo dio era, per l’uomo europeo eteno, privo del servilismo dello schiavo. Piuttosto al contrario, era portato da una fiducia forte e coraggiosa. Nel norreno “Trua” (“fiducia”) si trova il termine per il credo religioso, e il dio che l’Islandese invocava maggiormente nelle tribolazioni e nelle difficoltà della vita, era chiamato il suo “fulltrui“. Significa colui che merita la piena fiducia. Come il norvegese Thorolf Mosterbart, molti uomini eteni di fronte a decisioni difficili cercavano il loro bene dal loro dio e ottenevano il suo consiglio. Se ci si riconosceva sotto la protezione del dio potente, era soltanto naturale che si vedesse in lui “l’amico” fidato. E abbiamo molte prove che soprattutto Thor godesse di questo apprezzamento. Astvinr (“caro amico”) è chiamato in una saga. Un rapporto così bello e degno non sminuisce la distanza tra l’uomo e dio, su cui riposa tutta la pietas; ma una pietas che veniva da colui che dava all’uomo la sicurezza e la forza; questa è la caratteristica più nobile nel quadro della religione europea etena.

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RECLAMARE IL NOSTRO ODHRÓERIR

Triskelion

del Dr. Casper Odinson Crowell

Questa cosa, quest’organismo vivente, respirante e in continua evoluzione, che oggi chiamiamo Odinismo: Fede, religione, spiritualità, è tutto questo e ciò nonostante, ciascuno e tutti i concetti di prima non riescono a incapsulare l’essenza della cosa in sé. Perché l’Odinismo è di più! Si tratta di un modo di vita e di come si sceglie di avvicinarsi alla miriade di gioie della vita e dolori del cuore. In più, è “il nostro” modo di vita. Un Martello e una Spada ci sono stati passati da mani divine e ancestrali che hanno viaggiato a lungo e lontano, avendo attraversato la profondità di circa quaranta millenni. E abbiamo accettato volontariamente e con entusiasmo il dono che ci hanno consegnato… Questo nobile modo di vivere, se utilizzato correttamente e senza vergogna, o senso di colpa, potrà sempre superare e trascendere i parametri mondani e i confini autoimposti delle leggi inferiori dell’uomo.

Le prigioni sono un dispositivo della costruzione dell’uomo e di un disegno socialmente malato. Eppure, esse tengono dentro solo quelli che capitolano a uno stato d’animo così dannoso. Quelli incatenati dalla natura perversa di una bestia chiamata “correzioni” e la sua parente socialmente malata “istituzionalizzazione”. E non tutti coloro che soffrono di questa afflizione sono incarcerati. Si metabolizzi questo per un momento o due.

Una breve descrizione dei componenti principali che circondano “Odhróerir” e le sue corrispondenti qualità metafisiche diventa essenziale per illustrare ulteriormente un tale reclamo, e sarà quindi esposta di seguito. Si dovrebbe affermare in principio che le seguenti descrizioni in nessun modo esauriscono la conoscenza globale cui esse sono associate. Anzi, il caso è l’opposto. Perché tali descrizioni servono solo come un mezzo per comprendere ulteriormente l’esercizio qui esposto, e le effettive qualità metafisiche allegate ai concetti mitologici sono seriamente complesse e abbastanza esaustive nelle loro rispettive nature, mentre qui tutt’al più appaiono vaghe!

KVASIR: un Dio di antico lignaggio sia celeste (Æsir) che ctonio (Vanir).

ODHRÖRIR: (la bevanda di ispirazione divina), il sangue di Kvasir. La proprietà innata di coloro che possiedono la coscienza (dèi e uomini). L’idromele divino. Iniziazione e conoscenza sintetizzate che equivalgono alla saggezza numinosa. La progressione di questa scoperta su un percorso costante di trascendenza verso i fini del raggiungimento della legittima illuminazione spirituale in ultimo porterà il neofita al gradino dell’ascensione. Questa consapevolezza suprema del divino interiore si realizza all’interno delle acque primordiali del pozzo di Mimir. Vale a dire la propria memoria ancestrale che risiede all’interno di sangue/anima/DNA!

SUTTUNG: Un ettin/jötun (caos privo della proprietà della coscienza). Le circostanze esterne e sfocate e le forze della vita per come esistono e si manifestano in un continuum.

TRISKELION: (tre corni intrecciati). I tre coni/corni che detengono/contengono l’idromele divino; 1) Odhröerir -l’agitatore del wód, o eccitatore di ispirazione. 2) Són – retribuzione, o re-investimento. E 3) Bodn – il contenitore.

GUNLOD: un ettin/jötun (figlia di Suttung). Lei custodisce l’idromele divino che suo padre accumula in un tentativo di sottrarlo agli dèi e agli uomini. Lei è il simbolo della vita vissuta a caso, priva di qualsiasi volontà mirata.

ODINO PADRE DI TUTTO TRIPARTITO: 1) Odino – coscienza. 2) Vili – volontà. 3) Ve – recinto/contenitore sacro. Costituisce così il dono Odinico originale che riceviamo alla nascita, anche se alla fine si perde attraverso una vita di esposizione costante alle componenti artificiali della tecnologia da cui siamo tutti sommersi nel progredire dell’età. La vincita concettuale dell’Odhróerir può essere vista come un ri-collegamento con questi doni divini originali e un re-investimento in quella direzione da allora in poi (cioè ignorare ogni dipendenza dall’innaturale e coltivare e nutrire ciò che è naturale come l’intuizione, ecc.)

Siamo tutti nati con esso e iniziamo il viaggio della nostra vita con questo dono Odinico intatto, questo tipo di innocenza e di connessione completa al nostro ambiente naturale, e la consapevolezza del multiverso divino e il suo corpus ospite nella sua totalità. Proprio come qualsiasi altro animale! E proprio come qualsiasi altro animale, non perdiamo mai la capacità di esercitare tali qualità naturali. Ahimè, nell’avanzare dell’età ed essendo esposti al continuum di entità/circostanze esterne, mondane e innaturali della vita, diveniamo più sensibili alle leggi artificiali dell’uomo e della tecnologia, ma allo stesso tempo ci allontaniamo dalla legge/ordine naturale e divino. Quindi, i nostri sensi naturali più innati subiscono un ritardo su base costante fino a che non soffriamo un arresto completo nei nostri sensi naturali e allo stesso tempo nella prospettiva del loro sviluppo! Oppure, ci risvegliamo alla realtà innaturale in cui esistiamo e decidiamo di prendere in carico e fare qualcosa al riguardo cercando di stimolare il nostro desiderio di ascendere ancora una volta alla nostra maestà naturale, di essere una parte di ciò che è divino anziché esserne a parte. Lo realizziamo recuperando l’Odhróerir con cui siamo nati. Perché proprio come Kvasir è nato sia Æsir che Vanir, così siamo noi del Popolo del Nord.

Gli agenti del caos ammassati contro di noi non sono solo esterni. I nostri stati emotivi collettivi, l’orgoglio, e quelli temporali, per quanto desideri mondani, sono tanto più colpevoli quanto più spesso vanno avanti incontrollati. Per questo deve necessariamente seguire che le interazioni delle nostre debolezze interiori e il caos degli eventi/circostanze non diretti e non orientati della vita all’interno della portata della nostra vita, si traducano inevitabilmente in una mancanza di comando di sé che in tal modo obnubila la consapevolezza in una presenza naturale e divina e proibisce l’ascensione verso la propria divinità!

Se vogliamo cercare di consumare l’Odhróerir, allora prima dobbiamo imparare ad utilizzare i doni originali di Odino Padre di Tutto con cui siamo nati; la nostra coscienza, il nostro pensiero cosciente (Odino), la nostra volontà di agire su tali pensieri (Vili) e la capacità di sostanziare quella volontà mirata e diretta (Ve). Con queste facoltà adeguatamente e volutamente impiegate ai fini della padronanza di sé, si possono sradicare tutte le debolezze accettate e, infine, tutto il bagaglio esterno oggettivo che così spesso inonda la realtà soggettiva con il suo diluvio e quindi ci confina alla vera prigione della limitazione di sé. Questa ricerca, questo desiderio di autentica illuminazione spirituale, non sarà ottenuta a buon mercato, né esistono scorciatoie in vista.

Il rúna (il segreto) è questo; il primo cono/corno dell’idromele prezioso e ambito che è “Odhróerir” è il nostro Odino applicato – il nostro pensiero cosciente concentrato. Il secondo, “Són”, è il nostro Vili – la nostra volontà diretta e focalizzata, un re-investimento in quello che Odino ci ha dato in origine. E infine, il terzo cono/corno, “Bodn” – è il nostro Vé, il nostro contenitore, la nostra capacità di interagire con ciò che è allo stesso tempo numinoso e naturale dentro di noi.

Ecco il rúna Odhróerir; non lo si cerchi fuori, ma dentro, se si vuole sollevare il corno più sacro e gustare la birra contenuta al suo interno!

A metà dell’anno è il tempo di Mezza Estate, il solstizio e la stagione il cui patrono è Balder il Bellissimo. La sua chioma splendente sono i raggi che sostengono la stessa vita di Sunna. Balder è il Dio della promessa di speranza sia per gli dèi che per l’uomo. Al di là del fatto ovvio che questo è il giorno più lungo e la notte più breve dell’anno, è anche un tempo per l’illuminazione divina e la speranza così riflessa nella essenza archetipica di Balder, oltre al precedentemente presentato paradigma contemporaneo del rúna di Odhróerir. I doni e le benedizioni scritte qui sono divini, ne siamo certi! Tuttavia, la capacità di operare in tal modo si trova solo all’interno della nostra volontà personale di connetterci con e utilizzare la scintilla stessa della divinità dentro di noi. In ciò si trova l’anima stessa del galdr/Mantra;  “Reyn til rúna!” (Cerca i misteri).

L’ERRORE UMANISTA

Gylfi e Wotan

di T.A. Odinson Walsh

Il Dizionario Universitario Merriam-Webster definisce in questo modo il termine UMANESIMO:

“Devozione alle discipline umanistiche; cultura letteraria; la rinascita delle lettere classiche, spirito individualista e critico e accento sulle preoccupazioni secolari caratteristiche del Rinascimento.”

Lo stesso testo definisce UMANESIMO SECOLARE come:

“Filosofia umanistica vista come religione non teistica antagonista alle religioni tradizionali.”

Al comune idealista, l’Umanesimo, come perseguimento personale e di comunità, sembrerebbe una causa nobile. Costretto per sua stessa definizione alla conservazione del successo (cultura letteraria) e del potenziale umano (spirito individualista e critico), l’Umanesimo sembrerebbe, in superficie, essere il nostro bisogno più imperativo; del resto quale specie può sopravvivere che non abbia fatto un imperativo della conservazione delle sue qualità più convincenti?

Purtroppo, l’umanesimo come ideale ha tradito se stesso, in primo luogo dimenticando le caratteristiche specifiche (non “universali”) da cui sono nate le culture classiche, e in secondo luogo rifiutandosi di impegnarsi in una linea adamantina che permettesse di rifiutare qualsiasi argomento che potesse suggerire che la purezza non sia importante quanto lo scopo. In breve, quando gli umanisti hanno scelto di allinearsi con gli universalisti, hanno tradito lo spirito più profondo del potenziale umano.

Quando esaminiamo la questione dell’antagonismo nei confronti della religione tradizionale, troviamo anche l’uomo moderno a equipaggiarsi male sul campo dell’idealismo, poiché l’uomo comune non ha il concetto delle sue vere religioni tradizionali in questi giorni, né la consapevolezza che quella concezione fornirà lui (al suo spirito critico!) un antagonismo più onesto agli elementi che più impediscono il suo potenziale.

Come Tradizionalisti Pagani Indo-europei (Odinisti, Ásatrúar, Druidisti, Mithraisti, ecc.) possediamo spiriti individualistici istintivi in sintonia con il mondo naturale in modi che nessun “idealista” dell’Età Egualitaria può comprendere. Dopo essere usciti dalle tradizioni più vere, gli “umanisti secolari” si perdono in banalità senza speranza in contrasto con la divinità naturale.

Non si può ascoltare la voce che non si sente, e non si sente la voce che non si chiama. Gli Antichi Dèi e Dee invocati dai loro veri figli, tuttavia, comunicano chiaramente la comprensione necessaria al riconoscimento (e all’apprezzamento) delle loro creazioni uniche (e così sacre). L’universalismo non rispetta la sacralità di quelle creazioni distinte (cioè razze diverse) che rendono l’umanesimo, come praticato dagli idealisti moderni, irrilevante (anzi irrispettoso) nei confronti dello spirito individuale di cui pretendono di promuovere la rinascita.

Come è stato il caso con gran parte della caduta della filosofia occidentale, il vero umanesimo (che sarebbe: il vero perseguimento della preservazione delle migliori qualità dell’umanità, le quali sono tutte note all’uomo onesto come appartenenti al popolo Ariano), è stato qualche tempo fa preso in ostaggio da indottrinatori universalisti mascherati da educatori. Questi individui in malafede, abusando del privilegio della speculazione, e sotto la pretesa della continuità morale, hanno deliberatamente ignorato le verità intrinseche e indelebili della forza, della bellezza e dell’esperienza indo-europea. Migliaia di anni di sensibilità comune, per non parlare della pletora di pratiche oggetivamente evidenti, sono stati messi da parte per “teorizzare” una ‘probabilità’ che le nostre esperienze hanno da tempo definito come impossibilità.

Mentre gli uomini di filosofia possono effettivamente avere un qualche obbligo intellettuale di considerare tutti gli ideali, gli uomini ERRANTI hanno l’obbligo istintivo di capire che la filosofia è un “mezzo” con cui trarre conclusioni significative, non un “fine” (o dovrei dire “senza fine”?), un esercizio sulla futilità di mettere pioli quadrati in fori rotondi. “Se solo potessimo discuterne un po’ di più, forse accetteremo tutti che questa vita è solo un’illusione”; “se solo lo denunciamo abbastanza a lungo, la prova della sincronicità celeste sarà del tutto ‘provata’ falsa”; “se solo discutiamo abbastanza rumorosamente, gli ‘ideali’ che di norma, ovviamente, degradano la nostra integrità e la continuità culturale, alla fine saranno abbracciati dalla gente, accettati senza riguardo alla loro assurdità, dal momento che tutti sappiamo che comunque non ‘esistiamo’ davvero!” Se questi individui in malafede sono contenti di accettare che sono solo invenzioni della loro immaginazione allora così sia, ma non può più essere accettabile, se vogliamo che la sensibilità – anzi l’umanità stessa – debba sopravvivere, l’idea che possiamo in qualche modo salvare il nostro futuro distruggendo il nostro passato; deve essere relegata alla fornace orwelliana a cui tale assurdità appartiene.

L’errore umanista, quindi, è un errore di definizione e di equivoco. Vedete, coloro che professano di essere umanisti, in virtù delle loro filosofie universali e assurde, pensano e agiscono in modi che minano l’obbiettivo stesso del loro preteso ideale, ripeto, preservare il meglio che l’umanità ha da offrire.

‘L’umanista’ che suggerisce che la definizione di umanità stessa sia discutibile, nel senso che le distinzioni siano in qualche modo “irrilevanti”, o non hanno un vero interesse per la conservazione di tale qualità collettiva della “umanità”, o mancano di vera comprensione delle qualità storicamente registrate che hanno reso “l’umanità” degna di essere salvata, per cominciare.

Appartengo a una foresta primordiale

Dove la flora conosce il proprio nome

Dove il suolo non deve implorarci

Perché  le nostre radici sono tutte uguali

Appartengo a un oceano profondo ed ampio

Acque brulicanti, sì, è vero

Ma non ho mai assunto l’idea

Di essere null’altro che blu

Appartengo a un Popolo, unico,

Contento, questo anche, di restare vivo

Che possa essere questo ciò che io abbia mai cercato

Nel nome di Odino, per questo prego.

 

ETENISMO

Etenismo

di Else Christensen

È stato detto che la religione in un uomo è la sua caratteristica fondamentale; essa determina i suoi pensieri e quindi le sue azioni. Per religione qui non si intende il credo della Chiesa che egli sostiene, ma ciò che egli realmente crede – la sua visione generale della vita, come vede il suo ruolo nel mondo, il suo dovere e destino, e la sua relazione con l’universo. In breve, il modo in cui si sente spiritualmente legato al mondo ‘invisibile’. Se conosciamo la filosofia religiosa di un uomo, sappiamo molto su che tipo di persona è, su ciò che vuole o non vuole.

Esattamente lo stesso vale per una nazione di uomini, pertanto diventa importante osservare i concetti religiosi che essa ha, per ottenere una visione della vera anima della nazione, poiché dalla sua spiritualità collettiva derivano gli atteggiamenti e la condotta della gente. La visione religiosa di una persona, una tribù o una nazione, determina così le azioni, o non azioni, che queste possono prendere.

Tenendo ciò a mente, guardiamo al Wotanismo, le credenze religiose dei nostri antenati, per vedere quali erano le loro nozioni sulla vita e la parte che ha giocato nello schema generale delle cose. Il fatto che fossero credenze etene ha giocato, almeno durante i secoli cristiani, a loro discapito fin dall’inizio. Tutto l’Etenismo, non solo le credenze dei nostri padri, è stato bollato dai Cristiani zelanti come ciarlatano, stregoneria maligna, o opera del diavolo. Alcuni culti religiosi indubbiamente sono per lo più ciarlatani, ma questo non giustifica il mettere tutti i rami dell’Etenismo sotto l’idiozia e la ciarlataneria. Questa appare nelle fasi decadenti di una civiltà piuttosto che nelle fasi creative e, purtroppo, dobbiamo ammettere che nel nostro tempo tali culti stnano spuntando ovunque. Il ciarlatano non ha qualità positive, è una malattia culturale. Ma le idee eteniste non possono banalizzate come ciarlataneria, o opera del diavolo (qualora accettassimo la nozione cristiana secondo cui esiste un simile personaggio!)

E neanche possiamo relegare l’Etenismo interamente al regno dei miti e delle allegorie. Anche se questo può essere più vicino alla verità rispetto alla teoria del culto, è difficile credere che i nostri antenati, che in tutte le altre questioni erano molto realistici e pragmatici, abbiano lasciato che allegorie o misticismo poetico rappresentassero i loro concetti spirituali per quanto riguarda la vita e morte, o il loro codice di condotta generale.

Questo in effetti non suona per niente fedele a quel carattere. L’uomo europeo di un tempo non viveva o moriva credendo alle allegorie; la vita era una faccenda seria in quei giorni, e un serio, realistico orientamento spirituale era ciò di cui avrebbe avuto bisogno. Così, per quanto strano possa sembrare ai nostri contemporanei che si aggrappano alla fede giudaico-cristiana, cerchiamo qui di affermare che i nostri antenati, essendo sani di mente e con gli occhi aperti, credevano nel Wotanismo, e partiamo da lì.

Naturalmente il Wotanismo, come l’Etenismo in generale, simboleggia ciò che pensavano di conoscere dell’universo. Tutte le religioni lo fanno, è un dato di fatto, compreso il Cristianesimo. Ma i simboli, o allegorie se si desidera, non possono essere considerati l’origine o la causa in movimento di quei pensieri, sono piuttosto il risultato di tali agitazione della mente. I nostri antenati volevano chiarire ed esprimere le loro idee sul loro ambiente naturale; avevano bisogno di sapere cosa fare, che corso prendere. I miti simbolici, dunque, esprimono piuttosto le cose di cui si sono sentiti certi in base al loro livello di conoscenza e di intuizione, e queste sono le nozioni di particolare interesse per noi.

Il primo pensatore pagano era di mentalità aperta; il mondo intorno a lui, di cui si sentiva parte integrante, era tutto ciò che conosceva, ma l’enorme varietà di luoghi, suoni e forme che chiamiamo collettivamente Natura, non era ancora classificato ed etichettato; tutte queste impressioni meravigliose o terrificanti lo affollavano – bellissime, impressionanti, indicibili. Anche se oggi spieghiamo l’universo da eruditi, come se sapessimo tutto su di esso, dobbiamo ammettere che, nonostante tutti i nostri studi scientifici (e abbiamo percorso una lunga strada dal primo pensatore pagano), ancora non sappiamo esattamente di cosa stiamo parlando. Siamo in grado di descrivere molti fenomeni universali, siamo in grado di manipolare un pari numero di essi, ma non possiamo ancora dire esattamente da dove vengono o dove vanno le energie cosmiche – l’universo rimane un miracolo – meraviglioso, imperscrutabile, magico.

Il primo pensatore pagano non sapeva molto rispetto a noi, e nonostante ciò dobbiamo ancora chiederci quanto siamo lontani e quanto ancora possiamo imparare? Che ci sia una forza, una complessità millenaria di forze, un’energia eterna, cosmica, una forza vitale che governa l’organismo più minuto e le galassie del blu laggiù. Anche gli atei accettano questo, mentre i cristiani postulano che è opera del loro Dio Geova. Ma il senso naturale dell’uomo, se questi sarà onesto, lo sperimenta come una cosa vivente, una forza santificata verso la quale l’atteggiamento naturale è di timore e culto, se non con riti e rituali, quindi con rispetto e riverenza. Il mondo era, ed è tuttora, per il pensatore pagano, misterioso e sacro, perché è la forza sacra che dà vita a tutta la Natura. Questo è il tema centrale di tutto il paganesimo, riverenza e amore per la forza divina – questo magico, meraviglioso potere, perché, come dice Carlyle, il culto è meraviglia trascendente, meraviglia per la quale non vi è alcun limite o misura.

Il nostro attuale approccio materialistico e scientifico alla Natura ha offuscato, se non completamente cancellato, questo sentimento di stupore e di ammirazione; un albero per il business moderno significa determinati piedi di tavolo o libbre di carta, un acro di terra un determinato bene immobile. Ma l’uomo primitivo, vedendo se stesso come parte del tutto, era più prontamente in grado di sentire la divinità nella Natura. E il primo pensatore pagano naturalmente trasmetteva le sue idee ai suoi simili; egli fu il veggente il cui pensiero risvegliò negli altri uomini la capacità di pensare e comprendere. Era l’eroe spirituale che disse ad alta voce ciò che gli altri avevano solo debolmente sentito nei loro cuori, ma mai articolato. E, come commenta Carlyle, pensieri una volta risvegliati, non cadono di nuovo in sonno, ma crescono e generano nozione su nozione, sviluppandosi infine in sistemi di pensiero, nella filosofia.

Wotan è la figura centrale del paganesimo scandinavo, il dio eroe come divinità, la più antica forma di culto degli eroi. Tuttavia, Jacob Grimm, l’esperto tedesco della mitologia teutonica, sostiene che Wotan, il nome tedesco di Odino, non indica un uomo o un eroe; il nome, dice, è etimologicamente collegato con il Latino vadere (inglese wade) e significa movimento, o fonte di movimento, il potere, una manifestazione del più alto Dio come ‘motore delle cose’. Se accettiamo questa spiegazione, e sembra ragionevole accettare la parola di un simile esperto altamente competente, Wotan diviene così il nome Ariano per la forza vitale cosmica, l’energia eterna che è l’unica e originale fonte di movimento.

L’originale ‘Wotan’, è quindi da considerare la forza di vita impersonale, e non un dio-eroe. Ma questo non significa che nessun eroe con il nome di Wotan sia mai vissuto; al contrario, sembrerebbe abbastanza naturale che in qualsiasi periodo di tempo un particolare individuo, un eroe spirituale eccezionale, sia stato ‘motore delle cose’, e quindi, come espressione di onore e di rispetto, potesse essere chiamato Wotan. È ben noto che se una persona è stata straordinariamente dotata o abile in vita, non vi è quasi alcun limite alle sue abilità e imprese dopo la sua morte; la gente accorderà a lui tutti i tipi di poteri e saggezza e, infine, costruirà i propri miti intorno a un eroe-motore di tutte le cose; si evolverebbe naturalmente in Wotan Padre di Tutto.

Questo sarebbe ben in linea con un esempio dalla Heimskringla, una saga scritta da Snorri Sturluson in cui Wotan è raffigurato come un eroe-re dalla regione del Mar Nero che con i suoi dodici guerrieri viaggiò verso l’Europa del Nord; questo Wotan si dice abbia fondato la città danese Odense dove visse per molti anni; in seguito si trasferì in Svezia e alla fine morì vicino a Uppsala verso l’inizio della nostra era comune. Storie simili sono raccontate da altri storici come Saxo.

Il concetto di Wotan come espressione della forza vitale e anche come eroe e padre degli dèi e dell’uomo ha causato una certa confusione e ha reso le Edda difficili da capire, cosa che è stata in parte la ragione per cui il Wotanismo sia stato declassato a sciocchezze altrettanto incomprensibili. Ma, come nota Carlyle, le Edda non sono un sistema coerente di pensieri, devono essere considerate come la sommatoria di diversi sistemi che si susseguirono, costruiti uno sull’altro, nel corso di molti secoli, con ogni generazione che aggiungeva all’ordine organico esistente. Anche le relative aree di terre coinvolte devono essere prese in considerazione. Il Wotanismo era il principale credo religioso di tutto il Nord Europa e parte delle regioni centrali, nonché delle Isole Britanniche.

Inoltre non dobbiamo dimenticare che non era solo l’eroe-dio un ‘motore’, ma l’atteggiamento di tutto il popolo era di muovere le cose, così come se stessi; e si diffusero in tutto il mondo conosciuto, cosa abbondantemente provata attraverso reperti archeologici in molti luoghi lontani.

Questi primi Europei, che per lo più sono stati stereotipati come guerrieri rozzi e feroci, sono stati infatti, oltre che ottimi spadaccini, anche organizzatori, costruttori domestici e coloni. Carlyle cita che possiamo trovare titoli come ‘Il Taglialegna’ o ‘L’Abbatti-Foreste’, a indicare che questi eroi erano interessati ad altre cose più che allo stuprare le donne e uccidere i bambini. E dovunque andarono, portarono con sé i loro precetti religiosi; senza contatto con la patria, ed esposti a nuove influenze, ci si dovrebbe aspettare che alcuni cambiamenti abbiano avuto luogo nel corso degli anni. Questo sarebbe un motivo molto naturale per qualsiasi mancanza di coesione o storie e nozioni trovate contraddittorie quando, per esempio, si confrontano i miti del Baltico con quelli della Scandinavia o della Germania. L’Irlanda è stata cristiana molto presto, se non nel primo secolo d.C. allora almeno nel secondo; molti monaci irlandesi percorsero in lungo e in largo le isole, così come il continente, e i miti britannici, quindi, in una fase precoce divennero fortemente influenzati dal Cristianesimo, una cosa che ha ulteriormente aggiunto difficoltà alla comprensione di alcuni di essi.

L’essenza del Wotanismo, come di tutto l’Etenismo, è l’accettazione della Natura come divina e dell’uomo come appartenente alla Natura e quindi partecipe in questa divinità. Esisteva una comunione naturale tra l’uomo e le misteriose, invisibili potenze della Natura; ora, questi sentimenti sono stati espressi in base al livello di intelligenza e di comprensione della gente interessata, i nostri antichi antenati guardavano la natura con gli occhi aperti ma non sono stati intimoriti da queste forze potenti; essi non temevano gli dei, ma li guardavano come poteri da amare e rispettare – dèi che potevano essere aspri ma imparziali – e se seguissimo le regole, per così dire, trarremmo beneficio da queste forze; tuttavia, se avessimo oltrepassato la linea, le conseguenze seguirebbero rapidamente, e talvolta sarebbero state letali.

Ma esattamente questo concetto è una delle caratteristiche più notevoli dei nostri antenati, una che è dolorosamente scomparsa oggi: questa indiscussa volontà di assumersi la piena responsabilità delle proprie azioni, una responsabilità volontaria, totalmente assente nei nostri odierni leader religiosi e politici. In realtà nulla potrebbe essere più lontano dalle loro menti che accettare la responsabilità per le loro azioni. Dopo che i politici hanno gestito l’economia della città fino ad affossarla, chi osano suggerire debba pagare per la loro incompetenza e cattiva gestione? – I cittadini – o perdendo il loro lavoro come dipendenti pubblici, o con tasse più elevate, o entrambe le cose – i cittadini il cui unico ‘crimine’ è stato fidarsi dei loro rappresentanti eletti perché si prendessero cura della città; questo, naturalmente, può essere giudicato piuttosto ingenuo, ma anche allora ci si potrà chiedere che tipo di ‘uomini’ siano questi politici.

Tale atteggiamento non può essere più in contrasto con il modo di pensare etenista; ogni persona adulta, uomo o donna, deve accettare la responsabilità per le sue azioni, e anche i bambini devono imparare a farlo, secondo il loro livello di comprensione.

Siamo ben consapevoli del fatto che ‘responsabilità’ sia una parolaccia nel mondo di oggi. Tuttavia, suggeriamo che prima ritorniamo ai precetti eteni e accettiamo la responsabilità delle nostre azioni e chiediamo lo stesso dagli altri, specialmente i leader delle nostre comunità, meglio staremmo. Non spetta a terze parti, divine o umane, essere responsabili di ciò che si fa o non si riesce a fare, ma strettamente a noi e nessun altro essere responsabili per le nostre azioni; questa era la via dei nostri padri, e dovrebbe diventare di nuovo il nostro codice di condotta.

WOTAN AL POZZO DI MIMIR: IL SACRIFICIO PER LA SAGGEZZA

Wotan

di Padraic Colum

E così Wotan, non più a cavallo di Sleipner, il suo destriero a otto zampe; non più con la sua armatura d’oro e il suo elmo d’aquila, e senza nemmeno la sua lancia in mano, attraversò Midgard, il Mondo degli Uomini, e si diresse verso Jotunheim, il Regno dei Giganti.

Non era più chiamato Wotan Padre di Tutto, ma Vegtam il Camminatore. Indossava un mantello blu scuro e portava tra le mani il bastone di un viaggiatore. E ora, mentre si dirigeva verso il pozzo di Mimir, che era vicino a Jotunheim, si imbatté in un gigante che cavalcava un grande cervo.

Wotan sembrava un uomo agli uomini e un gigante ai giganti. Andò accanto al Gigante sul grande Cervo e i due parlarono insieme. “Chi sei, fratello?” Chiese Wotan al Gigante.

“Io sono Vafthrudner, il più saggio dei Giganti”, disse quello che cavalcava il Cervo. Wotan lo conobbe allora. Vafthrudner era davvero il più saggio dei Giganti, e molti andavano a cercare di ottenere la saggezza da lui. Ma quelli che andavano da lui dovevano rispondere agli enigmi che poneva Vafthrudner, e se non rispondevano, il Gigante tagliava loro la testa.

“Sono Vegtam il Camminatore”, disse Wotan, “e so chi sei, o Vafthrudner. Mi piacerebbe imparare qualcosa da te”.

Il gigante rise, mostrando i denti. “Oh, oh,” disse, “sono pronto per una partita con te. Conosci la posta in gioco? La mia testa a te se non posso rispondere a una qualsiasi domanda tu ponga, allora la tua testa va a me. Oh oh oh. E ora cominciamo”. “Sono pronto”, disse Wotan. “Allora dimmi”, disse Vafthrudner, “dimmi il nome del fiume che divide Asgard da Jotumheim?” “Ifling è il nome di quel fiume” disse Wotan. “Ifling che è freddissimo, ma non è mai congelato.” “Hai risposto correttamente, o Viandante”, disse il Gigante. “Ma devi ancora rispondere ad altre domande. Quali sono i nomi dei cavalli che giorno e notte attraversano il cielo?” “Skinfaxi e Hrimfaxi”, rispose Wotan. Vafthrudner fu sorpreso nel sentire qualcuno dire i nomi che erano noti solo agli Dei e ai più saggi dei Giganti. C’era solo una domanda ora che avrebbe potuto fare prima che arrivasse il turno dello sconosciuto.

“Dimmi,” disse Vafthrudner, “come si chiama la pianura su cui si combatterà l’ultima battaglia?” “La Piana di Vigrid”, disse Wotan, “la pianura lunga cento miglia e cento miglia di diametro”.

Ora era il turno di Wotan per porre domande a Vafthrudner. “Quali saranno le ultime parole che Wotan sussurrerà all’orecchio di Baldur, il suo caro figlio?” chiese.

Molto sorpreso era il Vafthrudner Gigante a quella domanda. Balzò a terra e osservò intensamente lo straniero. “Solo Wotan sa quali saranno le sue ultime parole per Baldur”, disse. “E solo Wotan avrebbe fatto quella domanda. Tu sei Wotan, o Camminatore, e alla tua domanda non posso rispondere”.

“Allora,” disse Wotan, “se vuoi mantenere la testa, rispondimi: quale prezzo chiederà Mimir per pescare dal Pozzo della Saggezza che custodisce?” “Chiederà un tuo occhio come prezzo, o Wotan” disse Vafthrudner. “Chiederà un prezzo non inferiore a quello?” disse Wotan. “Chiederà non meno di quello. Molti sono venuti da lui per una pesca dal Pozzo della Saggezza, ma nessuno ha ancora pagato il prezzo che chiede Mimir. Ho risposto alla tua domanda, o Wotan. Ora abbandona il tuo diritto alla mia testa e lasciami andare sulla mia strada”. “Rinuncio alla tua testa”, disse Wotan. Allora Valthrudner, il più saggio dei Giganti, se ne andò, cavalcando il suo grande Cervo.Quello che chiedeva Mimir era un prezzo terribile per attingere al Pozzo della Saggezza e molto turbato era Wotan Padre di Tutto quando gli fu rivelato. Il suo occhio! Per sempre, senza la vista del suo occhio! Quasi avrebbe voluto far ritorno ad Asgard, rinunciando alla sua ricerca della saggezza.

Proseguì, non volgendo né verso Asgard né verso il Pozzo di Mimir. E quando andò verso Sud, vide Muspelheim, dove si trovava Surtur con la Spada Fiammeggiante, una figura terribile, che un giorno si unì ai Giganti nella loro guerra contro gli Dei. E quando girò verso Nord udì il ruggito del calderone Hvergelmer mentre si riversava fuori da Niflheim, il luogo dell’oscurità e del terrore. E Wotan sapeva che il mondo non doveva essere lasciato tra Surtur, che lo avrebbe distrutto con il fuoco, e Niflheim, che lo avrebbe riportato a Oscurità e al Vuoto. Lui, il più anziano, doveva salvare il mondo.

E così, col volto severo di fronte alla sua perdita e al dolore, Wotan Padre di Tutto si voltò e si diresse verso il pozzo di Mimir. Era sotto la grande radice di Yggdrasil – la radice che nasceva da Jotunheim. E sedeva Mimir, il Guardiano del Pozzo della Saggezza, con i suoi occhi profondi chinati sulle acque profonde. E Mimir, che aveva bevuto ogni giorno dal Pozzo della Saggezza, sapeva chi era davanti a lui.

“Ave, Wotan, il più Anziano degli Dei”, disse. Allora Wotan fece riverenza a Mimir, il più saggio degli esseri del mondo. “Voglio bere dal tuo pozzo, Mimir”, disse. “C’è un prezzo da pagare. Tutti quelli che sono venuti qui a bere non hanno voluto pagare quel prezzo. Tu lo pagheresti, Anziano degli Dei?” “Non mi tirerò indietro dal pagare il prezzo che deve essere pagato, Mimir”, disse Wotan Padre di Tutto. “Allora bevi”, disse Mimir. Riempì un grande corno con acqua dal pozzo e lo diede a Wotan.

Wotan prese il corno con entrambe le mani e bevve e bevve. E mentre beveva tutto il futuro divenne lui chiaro. Vide tutti i dolori e le difficoltà che sarebbero cadute su Uomini e Dei. Ma vide anche perché i dolori e le sofferenze dovevano accadere, e vide come potevano nascere, così che gli Dei e gli Uomini, essendo nobili nei giorni di dolore e sofferenza, lasciassero nel mondo una forza che un giorno, un giorno davvero lontano, avrebbe distrurro il male che aveva portato il terrore, la tristezza e la disperazione nel mondo.

Dopo che aveva bevuto dal grande corno che Mimir gli aveva regalato, si portò una mano al volto e si tolse l’occhio sinistro. Terribile era il dolore sopportato da Wotan Padre di Tutto. Ma non emise un gemito né un lamento. Chinò la testa e mise il mantello davanti al suo viso, mentre Mimir prendeva l’occhio e lasciava che affondasse profondamente, nel profondo dell’acqua del Pozzo della Saggezza. E lì l’Occhio di Wotan rimase, risplendendo attraverso l’acqua, un segno per tutti coloro che venivano in quel luogo del prezzo che il Padre degli Dei aveva pagato per la sua saggezza.

 

STORIA DI DUE MARTELLI

hammersite

di T.A. Odinson Walsh

Come è avvenuto per molti altri simboli di orgoglio, passione e spiritualità eurocentrica negli ultimi decenni, abbiamo visto in tempi recenti l’uso del Martello di Thor – o, come è più propriamente conosciuto, il Mjolnir – da parte di una vasta gamma di gente di origine indoeuropea. Come nell’aver visto altre espressioni simboliche, ho provato un certo orgoglio nel sapere che la consapevolezza della nostra eredità rimane viva a un certo livello, eppure, allo stesso tempo, ho provato una buona dose di delusione, forse anche ira, nel sapere che, mentre così tanti possono fare manifestazioni pubbliche di orgoglio e consapevolezza culturale, il fatto triste è che ben pochi apprezzano o sono dediti a quelle discipline private che sono fondamentali per rendere rilevante il loro orgoglio o consapevolezza. Anche se non sarebbe mai nostro intento offendere qualcuno per questo, dobbiamo essere fiduciosi nella nostra convinzione che nessun’anima Fedele si offenderà quando, vedendogli un Mjolnir al collo, chiederemo: quale Martello indossi?

Un martello, in mano all’orgoglio
Può fare una grande costruzione
Ma in chi fugge l’onore
Mieterà solo distruzione

Poiché il Mjolnir per me non è solo un simbolo di orgoglio culturale (anche se lo è certamente) ma anche, soprattutto, quello che simboleggia in modo sacro i doni che Odino Padre di Tutto ha dato ai suoi figli – dei quali, ovviamente, Thor è il primo – doni che ci “armano” spiritualmente e ci danno gli “strumenti” necessari per preservare l’orgoglio che costruiamo, sono particolarmente offeso quando incontro individui che indossano un Martello che, per loro ignoranza (a cui si può rimediare) o per loro indifferenza (che non ha scuse) vivono stili di vita che non rispettano né la sacralità di questo simbolo né l’orgoglio che pretendevano li avesse motivati a indossarlo.

Forse è la lezione più pertinente da imparare quando si tratta della sacralità con cui dovremmo guardare all’uso dei nostri Martelli (o qualsiasi simbologia sacra indoeuropea, se è per questo): se mettiamo in mostra il nostro orgoglio indossando Martelli, o con tatuaggi culturalmente consapevoli, ecc., non dovremmo vivere vite di cui essere orgogliosi? Avendo io stesso vissuto una vita in cui ho tentato di razionalizzare la mia viltà convincendomi che stavo “portando avanti la tradizione di saccheggio dei miei antenati Nordo-Celtici”, ed ero legittimato a portarlo (o solo sedicente tale se si vuole… così sia) non solo ho scoperto, ma ho dimostrato il coraggio necessario per chiedermi: come sto infondendo orgoglio nella mia gente con i miei comportamenti? Cosa ho veramente di cui posso essere orgoglioso? E perché qualcun altro dovrebbe esserlo di me? Queste sono domande difficili da porsi, ma sono domande che devono essere poste – e a cui si deve rispondere onestamente – se un individuo si evolverà mai oltre la vita del vuoto spirituale (cioè una vita priva di orgoglio Fedele) che sembra essere la situazione di troppi della nostra gente in questi giorni.

Un martello, in un cuore che è Fedele
Definisce un grande destino
Ma tenuto dalla falsità può cancellare
Tutto ciò che potresti essere

Quando ho scoperto la determinazione e l’autodisciplina che mi avrebbe condotto all’albero del mio sacrificio individuale, mi sono allontanato dall’esperienza capendo che tutta la conoscenza a cui ero giunto prima, per quanto concreta o favorevole alla mia “sopravvivenza” di base, era stata niente. Solo quando sono stato in grado di vedere tutte le cose attraverso la prospettiva dell’Occhio di Odino, una prospettiva acquisita solo attraverso un sacrificio totale di se stessi a se stessi (una rinascita che i monoteisti non possono comprendere perché non rinunciano mai a se stessi per se stessi, ma invece “danno a Dio”), ho pienamente compreso che la vita non è semplicemente “sopravvivenza”, ma piuttosto stabilire un lascito, evocare lealtà e sradicare debolezze. Tali sono gli obiettivi di un cuore Fedele, e questa è l’essenza del mio Martello al collo.

In questo modo il Martello diventa, per me, per te, per ogni fratello o sorella che lo indossa così, molto più di un “simbolo” del nostro orgoglio. Diventa un ricordo sempre presente dell’ethos a cui dovremmo essere legati, l’importanza del nostro servizio a qualcosa di diverso da noi stessi e il privilegio che possediamo nell’aver ereditato una fondazione spirituale che costringerebbe ciascuno di noi a creare una cultura in cui l’evoluzione era un obbligo e quindi nessun obiettivo irraggiungibile.

Naturalmente, come sempre, ci saranno quelli che affermano che il loro Martello lo brandiscono come ritengono opportuno e determinare il loro destino è affar loro. Tuttavia, ricorderei loro che il Martello non è davvero loro, ma di Thor tramite suo (e nostro) padre Odino, e sebbene lo stesso Loki sia noto per averlo rubato di tanto in tanto, è stato anche, in ogni occasione, costretto a restituirlo a chi lo maneggerà in modo Fedele. Inoltre, nessuno tranne le Norne stesse determinano fato o destino, quindi state certi che laddove ci si creda astuti e liberi dalle leggi dell’albero del mondo, quelle signore tesseranno per loro un finale che si adatta alla loro stoltezza.

Inoltre, vorrei sfidare tutto e tutti a offrire una confutazione razionale di questo dialogo; spiegare che se i nostri Martelli non sono intesi a garantire la costruzione di una vita onorevole, produttiva e quindi Fedelmente orgogliosa, allora ditemi, per favore, a che servono?

Un Martello, canta una canzone da soldato
Del lottare per essere liberi
Da un altro, che è tenuto in errore
Da chi è troppo cieco per vedere

Come per ogni altro aspetto del nostro dovere spirituale e culturale, il mantenimento della dignità e della sacralità del nostro simbolismo è un esercizio che richiede un coraggio costante e diligente. Come accennato in precedenza, ci sono molti che sono semplicemente ignoranti del carattere e dell’impegno che dovrebbero accompagnare il simbolismo del nostro patrimonio ancestrale, poiché sono stati falsamente portati a credere che questi siano poco più che simboli di affermazione sociale, emblemi da indossare in uno sforzo per “adattarsi”. Queste sono persone, naturalmente, a cui la nostra Esclusività Odinista dovrebbe essere estesa, poiché nell’illuminazione viene l’ispirazione, e dall’ispirazione arriva lo zelo. Tuttavia, per gli altri precedentemente menzionati, coloro che sono semplicemente indifferenti al modo in cui disonorano e sviliscono ciò che sanno richiedere più impegno di carattere, che adottano i nostri sacri emblemi solo perché credono che essi rafforzino i loro ideali idioti di “ribellione”, lascerò che sia lo stesso Odino Padre di Tutto a dirlo, come fa lui, al meglio:

I buoi muoiono e i parenti muoiono
Presto anche tu morirai
Una cosa, conosco, che non appassirà mai
Il giudizio su ognuno che è morto

Havamal, Stanza 77

Molti, persino tra coloro che non praticano l’Odinismo, hanno familiarità con la Stanza 76 dell’Havamal, che parla della “fama di un uomo morto”, ma pochi sanno che Har ha preparato il destino anche per gli infami! Che tutti raccoglieranno ciò che hanno seminato non è una moderna visione monoteista, ma una legge naturale antica quanto il cielo stesso, ne sono sicuro. Quindi, per coloro che non maneggiano il Martello Fedele, le cui vite disonorevoli hanno reso il simbolismo “irrilevante”, verrà anche il vostro “raccolto”.

Per il resto di noi, ricordiamoci sempre che nulla del nostro orgoglio e consapevolezza spirituale o culturale è “irrilevante”. Rinnoviamo i nostri impegni verso l’attenzione e la fedeltà necessari a rafforzare la rilevanza che deve accompagnare il nostro orgoglio e consapevolezza, e raggiungere coloro che inconsapevolmente o inconsciamente si vergognano di ciò che è loro diritto di nascita: il senso del loro passato, per concentrarsi sul loro futuro! Quale martello indosserete?

OCCHIO DI WOTAN

Wotan's Eye

di Ron McVan

“Una psicologia umana completa ed equilibrata è di natura quadruplice, come è rappresentato dall’occhio universale di Wotan. Quando la mente esplora questo simbolo, è portata verso idee che vanno oltre la comprensione della ragione”……………C.G.Jung

Attraverso la funzione dell’occhio, diveniamo consapevoli della fantasmagoria del mondo fenomenico, che Shakespeare chiamava, “lo spettacolo incorporeo”. L’occhio è il primo cerchio, l’orizzonte che forma è il secondo cerchio e in tutta la natura questa figura primaria è ripetuta senza fine, è l’emblema più profondo di tutti i cifrari noti all’uomo: oltre la barriera della conoscenza umana pende l’Occhio di Wotan, la croce all’interno di un cerchio. Nella misura in cui la comprensione dei misteri arcani e della scienza avanza, questa barriera si allontana.

La nostra vita è un apprendistato alla verità secondo cui intorno a ogni cerchio se ne può disegnare un altro, e non c’è fine nella natura, ma ogni fine è un nuovo inizio. La vita dell’uomo è un circolo in evoluzione che, da un anello impercettibilmente piccolo, corre da tutte le parti verso cerchi nuovi e più grandi. Il cerchio o anello è anche un simbolo che significa unità, universo e divinità unica. Un cerchio esprime allo stesso tempo sia la completezza che la separatezza. Un gruppo di persone legate da un obiettivo o da un interesse comune, che per il momento le distingue dagli altri, può riferirsi a se stesso come una cerchia. Spesso i nostri amici e conoscenti costituiscono ciò che chiameremmo un circolo sociale. A volte simboleggia il sole o il corso del sole durante l’anno, o il tempo e l’eternità in generale. Dai riti antichi all’astrologia, all’alchimia e ai poteri gnostici, il cerchio è uno dei simboli più dinamici e ampiamente utilizzati.

“In ogni uomo… c’è una parte che riguarda solo se stesso e la sua esistenza contingente, che è propriamente sconosciuta a chiunque altro, e muore con lui. E c’è un’altra parte attraverso la quale egli si attiene a un’idea che viene espressa attraverso di lui con chiarezza eminente, e di cui è il simbolo”. ………. William Von Humboldt

Per i nostri lontani antenati pagani, un cerchio spesso segnava il confine di un’area sacra e lo proteggeva dalle influenze maligne. Il cerchio è un simbolo di “tutte le cose”, perché può essere immaginato come una linea tracciata attorno a qualsiasi cosa, ma allo stesso tempo può servire come simbolo di “una cosa” perché è una singola figura. In simbologia Dio è talvolta rappresentato da un punto all’interno di un cerchio.

Wotan era noto per aver sacrificato il suo occhio sinistro nel Pozzo di Mimir, per raggiungere la suprema conoscenza e saggezza. Per raggiungere questo compito, egli deve dividere il velo di luce in una conoscenza ugualmente equilibrata del buio infinito. Tutto diventa altamente arcano e simbolico. L’occhio sinistro rappresenta la luna circolare, l’occhio destro, il sole circolare. Troviamo la stessa simbologia dell’occhio solare negli dei egizi Ra e Horus.

“Per tutta la nostra vita ci sforziamo verso il sole; quella fronte ardente è l’occhio di Wotan. Il suo secondo occhio, la luna, non emana la stessa luce; deve essere messo in pegno nella Fontana di Mimir, così che possa andare a prendere le acque curative da lì, ogni mattina, per il rafforzamento del suo occhio”. ………… Oehlenschlager

Il cerchio è un intero, ma anche, in senso figurato, un buco o, in questo caso, un pozzo. È un simbolo del nullo “0”, e quindi serve come rappresentazione del vuoto, della non esistenza, del nulla. Ma è il nulla che contiene l’esistenza potenziale di ogni cosa, il caos primitivo da cui il Dio Assoluto dell’Universo aveva creato il mondo, l’abisso o grembo di tutto l’essere. Il pozzo, non dissimile dalla grotta, è stato conosciuto come simbolo del grembo di madre terra.

Dio è la fonte di tutta la luce, l’ordine e l’intelligenza nell’universo esteso; senza luce e coscienza c’è solo oscurità, caos e nulla. La cruda realtà del nulla è molto peggiore di qualsiasi Inferno che l’uomo possa mai immaginare. Il più convinto degli atei ha la libertà di scegliere di negare l’esistenza dell’intelligenza divina nell’universo perché quell’intelligenza gli dà quel diritto. Nella realtà virtuale del nulla l’uomo sarebbe totalmente insignificante e sarebbe morto nel dimenticatoio molti eoni fa. L’umanità semplicemente non poteva sopportare la realtà del nulla ed è l’ordine e l’intelligenza di Dio nel vasto vuoto dello spazio che rende il nulla abbastanza sopportabile da permettere all’umanità di sopravvivere. Attraverso la natura il miracoloso si rivela per coloro che hanno occhi per vedere.

“Dio non pensa, crea; non esiste, è eterno”
………………….Kierkegaard

Poiché l’immersione nel mondo della materia fornisce l’esperienza che porta alla saggezza, Wotan (la coscienza) sacrifica parte della sua visione per ottenere un sorso quotidiano dal pozzo di Mimir, mentre Mimir (materia), ottiene una parte dell’intuizione divina. La coscienza e la materia sono quindi relative l’una all’altra a tutti i livelli, così che ciò che è coscienza su uno strato della vita cosmica è materia per lo stadio sopra di esso. Le due parti dell’esistenza sono inseparabili. Questa formula è stata a lungo esposta nel simbolo alchemico noto come “Ourobouros”, che consiste in un cerchio formato da un serpente o da un drago che inghiotte la propria coda. Spesso questo porterà la frase greca “ἒν τὸ Πᾶν” (tutto è uno). Questa frase è composta da tre parole, con sette lettere e numeri, 3 + 7 = 10. Di nuovo, dieci significa “tutte le cose”, perché completa la serie dei numeri primari dalle cui combinazioni sono formati tutti gli altri numeri. Inoltre, 10 significa “l’uno”, perché è composto da 1 e zero e 1 + 0 = 1.

Il simbolo del cerchio con una croce al centro, conosciuta come la Ruota Solare o l’Occhio di Wotan, è forse il più antico simbolo del Nord Europa. Questo segno dimostra la potenza del sole che agisce sulla terra, un simbolo di unità ed equilibrio in tutte le cose: saggezza, intelletto, potere spirituale, legge, ordine, contenuta forza religiosa, santità, ed è il simbolo principale che rappresenta l’Ariano Padre di Tutto, Wotan. La croce all’interno di un cerchio simboleggia il puro panteismo e l’origine dell’uomo. La linea verticale esprime anche l’ascensione spirituale della divinità, mentre l’orizzontale indica il piano inferiore della terra cosciente della materia.

Le immagini mentali sono la porta verso una conoscenza superiore. È a questi fini che il simbolismo espresso nell’essenza di DIO e gli archetipi di divinità minori sono vividamente esemplificati nel nostro mito, molto, molto significativo, nell’esperienza di vita personale e nello sviluppo del nostro popolo e della nostra cultura. Fino a quando l’uomo non percepirà e applicherà queste verità eterne dentro di sé, egli rimarrà schiavo del mondo fisico e delle forze di base che riflettono e fluiscono dai mondi inferiori della materia.

I nostri simboli sacri e miti popolari ci rivelano il precario e pericoloso viaggio dell’anima con i molti ostacoli da superare. L’uomo si erge tra il microcosmo e il macrocosmo. La chiave del significato della vita è racchiusa nell’uomo, poiché egli è nell’occhio del ciclone. In nessun modo si dovrebbe assumere l’idea che l’universo sia stato creato solo per l’uomo. Dalle antiche dottrine impariamo che l’uomo è nato per il completamento della grande opera in cui sono impegnate le nostre vite e la nostra gente. Ignorare o iniziare un’azione contro la logica ferrea della Natura può solo portare alla nostra autodistruzione. Il filosofo tedesco, Friedrich Nietzsche, avrebbe affermato nei suoi scritti: “Perché i pochi uomini e donne di proposito, sono benedetti dalla certezza che, a differenza dei miliardi che vivono e muoiono con non più senso di identità o di scopo di quanto ne abbiano pecore o bovini, le loro vite hanno un senso, che non vivono e sognano, lottano e soffrono invano, che la loro esistenza conta qualcosa, perché è la loro coscienza e il loro scopo che determinerà la forma e lo spirito del nuovo ordine che un giorno ascenderà su questa terra, e saranno i loro discendenti che faranno il prossimo passo all’interno del nuovo ordine verso il superuomo”.

La forma antropomorfa di ogni dio è un simbolo. Questo è il modo più semplice per i ricercatori della coscienza di Dio per comprendere entità che hanno determinati ruoli e complesse interrelazioni. La ruota solare dell’occhio di Wotan rimane ancora il simbolo divino per antonomasia della forma non antropomorfica. L’immagine attuale del “Occhio di Wotan” oggi è come è sempre stata nel passato, rappresentando quella stessa profonda essenza metafisica che continua ininterrotta per tutta la storia del mondo occidentale. Le tribù d’Europa e il loro dio archetipico etnico-ancestrale Wotan e in effetti, tutti gli Dei di Asgard, si connettono come cercatore e trovato e sono così intesi come l’esterno e l’interno di un unico mistero auto-riflesso, che è identico al mistero del nostro mondo manifesto. La configurazione del cerchio e della croce è l’eterno paradigma di Wotan, che riflette le molte vite, leggende e lasciti della nostra nobile razza e del nostro patrimonio. Serve come una verità essenziale all’interno di una ricerca di vita in corso, di cui tutti siamo una parte significativa.

“La coscienza è l’Occhio di Wotan nel Cuore dell’Uomo”

(Mimir, che si è evoluto dall’antica razza dei giganti, possedeva la conoscenza suprema ed è un guardiano dei sacri tesori mistici, un essere dai poteri fantastici. Può essere classificato con le Norne, come in origine anche qualcuno su cui non dominava neanche Wotan Padre di Tutto, che doveva apparire come un richiedente. La sorella gemella di Mimir è la madre di Wotan: da Mimir arriva la prima cultura e l’origine delle razze, perché nel suo pozzo, l’ispirazione, il potere spirituale, l’intelligenza e la saggezza dell’uomo hanno la loro fonte e intorno a lui, come capo, stanno riuniti gli artisti dell’antichità, dalle cui mani tutte le cose possono essere fabbricate in creazioni viventi e meravigliose.)