Avanti, Figli Miei!

l'ultimo vichingo

Robert J. Mathews

Figli di Odino, Figli di Thor,
Re del gelido Mare;
O dèi, noi andiamo a farvi Onore.
Chi può ergersi contro di noi?
Guardateci; andiamo a nutrire i Corvi,
dei vostri Nemici
E a far scorrere la bevanda delle ferite
sul manto d’erba.
Uomini a cavallo – avanti, andate!
Portate in alto il nome della Libertà;
Affrontate il nemico con giusta forza e
con Furia, spingetelo verso il mare.
Combattete figli miei!
Combattete per i verdi tumuli dei Padri.
Scudo siate e proteggete gli affini del vostro sangue sul vostro Suolo;
Reclamate la nostra sacra terra per l’uomo Ariano e la donna Ariana.
Fate che i mari divengano rossi del sangue delle orde straniere in fuga;
Avanti, figli miei, e portate in alto la bandiera del vostro Popolo!
Nel mezzo della battaglia io sarò con voi;
A noi la vittoria!

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UNA FIAMMA ETERNA

fuoco-sacro

di Vjohrrnt V. Odinson

Permettetemi di condividere con voi qualcosa di personale. Per tutto il tempo che posso ricordare, essendo consapevole della mia Fedeltà agli Dèi dei miei antenati e risvegliato alla mia eredità del Nord, ho sempre posto la spiritualità sopra ogni altra cosa. Perché per me le questioni spirituali sono parte di ciò che è eterno in essenza, ciò che non è legato dalle catene del tempo e dello spazio.

Ciò che accade su Midgard ai nostri corpi fisici è limitato dalla presa che il tempo esercita su di noi. Non c’è nulla che noi come esseri umani possiamo fare per questo fatto. Le Norne hanno intrecciato i nostri destini e dobbiamo vivere con onore e con coraggio le nostre vite. Non possiamo scegliere quando o come moriamo, ma possiamo scegliere come viviamo.

Le discussioni che ho avuto in passato con altri pagani, Odinisti e non, hanno spesso riguardato questa predominanza spirituale sulle questioni più terrene da parte mia. L’esoterico sopra l’essoterico. Non sminuivo e continuo a non sminuire in alcun modo l’importanza vitale dell’essere in sintonia con la terra e i suoi cicli, ma quello che cercavo di spiegare loro era che, nella mia comprensione della Völuspa, anche se madre terra ci ha dato la nascita dal suo grembo (Ask e Embla) è stato padre cielo (Odino) a dare al loro corpo il soffio della vita. Per me, questo significa la predominanza dello spirituale sul fisico come vero completamento di ciò che ci rende interi: fylgia, hamr, hugr.

Un corpo (hugr) senza lo spirito (fylgia) non sarà benedetto con la coscienza (hamr). Ma lo spirito esisterà anche senza la sua gabbia terrestre. Quando saliamo alle sale d’oro del Valhalla, non è hugr a cavalcare attraverso il Ponte Arcobaleno, ma una manifestazione di esso a un livello superiore di esistenza, uno che non è vincolato da tempo e spazio come prima menzionato. Valhalla rappresenta il più alto livello di consapevolezza spirituale.

È naturalmente romantico, con grandi sale dove gli eroi caduti festeggiano e bevono e lottano fino al Ragnarök, ma è molto più che un semplice banchetto di Einherjar.

Asgard, dove risiedono i corridoi del Valhalla, è il Regno degli Dèi del cielo, Æsir: Dèi della guerra. Il cielo e il sole sono sempre stati associati alla saggezza e alla conoscenza rivelata (aspetto maschile). Proprio come la terra e la luna rappresentano i misteri occulti ancora da scoprire (aspetto femminile). Nessuna insinuazione sessista qui. Questo è vero in molte altre culture non europee. Questa associazione di cielo-Spirito e terra-corpo è antica quanto le credenze religiose su Midgard. Da ovunque venga la nostra energia vitale, lì potrebbe tornare dopo la morte corporea e perseguire la sua esistenza eterna. Ma il nostro corpo semplicemente ritorna alla terra e si dissolve, come tutti gli organismi “viventi”. Questo approccio piuttosto metafisico all’Odinismo è stato accolto con una certa disapprovazione e persino con rabbia contro la mia mancata glorificazione di madre terra e dei suoi doni. Ma questo non è vero, come è spesso il caso di tali discussioni, e sono stato frainteso. Non avrei mai insultato e sminuito l’importanza della terra e delle sue benedizioni per la nostra gente, ma c’è una linea da segnare tra la glorificazione dei vasi terrestri e quella del simbolismo spirituale.

Un semplice esempio: cosa è più importante in sostanza, la saggezza delle Edda, o il libro stesso? Lo stesso si può dire di un uomo e le sue parole. Che cosa è più importante, colui che parla o il suo messaggio?

È lo stesso con le questioni spirituali/terrene. Senza togliere il valore del veicolo che trasmette il messaggio, ciò che è veramente importante è il messaggio in sé. Un albero, una pietra, un ruscello, dei fiori, tutti possono essere rispettati, amati e protetti, ma mai “venerati”. Neanche gli Dèi devono essere venerati in realtà. L’adorazione implica abbassare se stessi dinanzi agli Dèi. Noi Odinisti non pieghiamo il collo sul ginocchio davanti agli Dèi dei nostri padri. Siamo orgogliosi e li guardiamo negli occhi. Li onoriamo e mostriamo rispetto con i Blotar.

Attraverso la storia, l’uomo ha malriposto la sua fede nelle questioni terrene, idolatrando gli uomini a statura divina quando era la saggezza che portarono al mondo ad aver bisogno di attenzione. Il contenitore è diventato più importante del simbolo che ha rappresentato. Questo è stato il caso con Hitler. Gli individui venerano l’uomo quando in realtà l’uomo sta solo trasmettendo qualcosa che non gli appartiene. Gli è stato semplicemente dato il compito di trasmettere un messaggio alla gente.

Questo è ciò che intendo quando indico che le cose materiali, legate alla terra, a mio parere non hanno lo stesso valore di quelle spirituali eterne.

Abbiamo bisogno della terra, abbiamo bisogno di acqua e cibo per i nostri corpi, per sopravvivere e portare avanti nuova vita in modo che la nostra gente possa crescere e prosperare, ma tutto questo è inutile; bambini, gente, Popolo, la vita stessa, se non c’è uno scopo superiore cui la nostra immortale fylgia ascenda anche dopo la morte fisica. Un Popolo senza spiritualità, semplicemente “esistente”, non vivente, non ha fiamma divina nella sua Anima di Popolo. Senza quella fiamma, l’occhio di Odino che brucia, cosa siamo? Meri bipedi umanoidi che camminano sulla terra? Mangiare, riprodursi e morire? La nostra gente ha uno scopo più elevato che semplicemente respirare come zombie senz’anima, come ci vorrebbero gli agenti moderni della dissoluzione (ZOG).

È tempo di capire. Tempo di riscoprire una spiritualità perduta che è stata smarrita e mal interpretata. La fiamma non è mai morta, è semplicemente offuscata dietro la nebbia dell’ignoranza. Quelli della nostra gente che hanno camminato e sono ancora in piedi sul sentiero del Nord possono vedere attraverso quella nebbia con la luce del Padre di Tutto. È necessario solo chiudere gli occhi e ascoltare… la chiamata del corno di bronzo farà eco nel silenzio. Seguite quell’eco alla sorgente, nel profondo. Per questo l’eco viene da dentro di voi come ha sempre fatto. Eravate solo sordi al suo suono. Lasciate che i vostri antenati da tempo scomparsi vi guidino, perché anche se non possono essere con voi in carne e ossa, il loro spirito non è mai scomparso.

PIETAS ETENA EUROPEA

Pietas etena

di Walter Baetke

Nella loro religione i nostri antenati onoravano poteri soprannaturali, la cui opera e influenza credevano di sentire – oltre che nel campo e nella foresta, nel cielo e nella terra – soprattutto nella loro vita. E questo è sempre stato l’elemento primario e più importante. L’uomo è infatti anche un figlio della Natura, ma è – in quanto essere dotato di parola e di intelletto – legato alla comunità in modo completamente diverso rispetto all’animale. I legami originali con la famiglia, il clan e il proprio popolo, in cui è nato, determinano la sua vita in un grado molto più alto rispetto ai suoi legami con la “Natura”, che è il campo della sua attività. Dalla comunità di popolo riceve la sua religione – come anche la sua lingua! Essa trasmette, nella cultura e nel mito – che egli apprende da essa – la sua relazione con la divinità. Ma più di questo: nel lavoro e nella lotta di questa comunità, nelle leggi che la regolano, nell’ordine che la lega, nei valori morali che detiene, è la volontà della divinità stessa a contemplare l’uomo. Qui, nella comunità, lo incontra per la prima volta; l’ordine e i giuramenti hanno la loro forza sacra e vincolante perché sono regolati secondo la vecchia fede degli dèi e si ergono sotto il loro controllo e la loro protezione.

Particolarmente suggestivi a questo proposito sono i messaggi delle saghe islandesi sulle feste sacrificali dei Norvegesi. Ai grandi festival annuali, apprendiamo, si sacrificava da un lato “per il raccolto” (o per un “buon anno”) e “la pace”, dall’altro lato per “la vittoria” e il governo del re. Questo dimostra che il sacrificio fatto dalla comunità di culto che rappresenta la comunità popolare era anche diretto alla vita e al destino di questa comunità. Il buon raccolto e la pace da un lato, la vittoria e il governo dall’altro: questo denota entrambi i pali attorno ai quali si muoveva la vita del popolo: il biologico-naturale e lo storico-politico. Qui la pace che abbraccia l’opera del contadino e culmina nella vendemmia, lì guerra, che, coronata dalla vittoria, genera onore e potere. Quando ci si avvicina agli dèi riguardo la festa sacrificale, si nota che si vedevano in loro datori e custodi di questi beni, di quei mezzi di tutto ciò che costituiva il fondamento, il contenuto e lo scopo della comunità di popolo. L’uomo europeo eteno credeva che la prosperità del suo lavoro pacifico – la coltivazione – così come il successo della vittoria in guerra, da cui dipendevano le circostanze di esistenza o di non-esistenza del popolo, erano nelle mani degli dèi.

Nella formula “til ars ok fridar” si trova, tuttavia, molto di più ci quanto ci dica la traduzione “per (buon) anno e pace”; perché la parola “pace” indica non solo lo stato di pace in contrapposizione alla guerra, ma anche l’ordine morale e giusto su cui riposa la normale vita pacifica della comunità umana. Difficilmente si può esprimere il significato religioso di quella vecchia formula meglio che con le parole di Schiller: “Sacro ordine, figlia benedetta del cielo, che lega il tutto libera e leggiadra e gioiosa”. Come gli dèi sono i donatori dei beni, i beni materiali, come sono i direttori della guerra, gli amministratori della vittoria e quindi i padroni del destino del popolo, così sono anche i guardiani della pace sacra che è ancorata nel diritto e nella legge.

È più difficile ottenere un’immagine dell’atteggiamento religioso interiore dell’uomo europeo eteno, di quella pietas unica al suo genere, di quanto si faccia rispetto alle forme di servizio religioso e all’effetto della religione sulla vita pubblica. La sacralità e la forza della divinità producono tra i credenti la sensazione di dipendenza. Ma questo sentimento di dipendenza dal suo dio era, per l’uomo europeo eteno, privo del servilismo dello schiavo. Piuttosto al contrario, era portato da una fiducia forte e coraggiosa. Nel norreno “Trua” (“fiducia”) si trova il termine per il credo religioso, e il dio che l’Islandese invocava maggiormente nelle tribolazioni e nelle difficoltà della vita, era chiamato il suo “fulltrui“. Significa colui che merita la piena fiducia. Come il norvegese Thorolf Mosterbart, molti uomini eteni di fronte a decisioni difficili cercavano il loro bene dal loro dio e ottenevano il suo consiglio. Se ci si riconosceva sotto la protezione del dio potente, era soltanto naturale che si vedesse in lui “l’amico” fidato. E abbiamo molte prove che soprattutto Thor godesse di questo apprezzamento. Astvinr (“caro amico”) è chiamato in una saga. Un rapporto così bello e degno non sminuisce la distanza tra l’uomo e dio, su cui riposa tutta la pietas; ma una pietas che veniva da colui che dava all’uomo la sicurezza e la forza; questa è la caratteristica più nobile nel quadro della religione europea etena.

IL MITO INDOEUROPEO DELL’UCCISORE DEL DRAGO

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di Joakim “Oskorei” Andersen

Secondo lo studioso indo-europeista E. Benveniste, i primi indoeuropei, o, usando una terminologia politicamente scorretta, “Ariani”, erano riconoscibili per famiglie patriarcali estese, culto degli antenati, agricoltura e allevamento del bestiame, una società aristocratica di preti, guerrieri e agricoltori, adorazione delle “forze della natura” e sacrifici regali (di cui il più importante era Ashamedha, il sacrificio del cavallo).
Mircea Eliade avrebbe molto probabilmente sottolineato che i “popoli primitivi” non adorano le forze della natura in sé e per sé (piuttosto, le forze della natura sono viste come rappresentanti di forze e divinità cosmiche) e che a questo proposito, i primi Indo-Europei non facevano probabilmente eccezione. A prescindere da questa osservazione, tuttavia, Benveniste ci fornisce certamente un comodo sommario dei tratti unici dei nostri antenati. Molti di questi tratti hanno seguito anche gli Indoeuropei di tutto il mondo e nel corso della storia. Per esempio, il professor Georges Dumezil ha studiato come la tripartizione di preti, guerrieri e contadini si sia ripresentata nelle società indoeuropee dall’Irlanda all’India. Ma c’è ancora un’altra caratteristica unica che li ha seguiti e che Benveniste non menziona in questa analisi, vale a dire quella del mito dell’uccisore del drago.

Calvert Watkins – Come uccidere un drago

Il professor Calvert Watkins discute il mito dell’uccisore del drago nel suo enorme lavoro “How to Kill a Dragon“. Il professor Watkins è specializzato in quella che è conosciuta come “poesia comparativa indoeuropea”, il che significa che studia poesie, miti, preghiere, storie indoeuropee, ecc. Non studia il contenuto innanzitutto, ma piuttosto quali parole vengono usate, la struttura delle frasi, i tipi di versificazione e così via. Questo rende How to Kill a Dragon un libro estremamente complesso e teorico, che quindi dovrebbe essere raccomandato solo a fanatici di studi linguistici indoeuropei.
Il professor Watkins scrive che, secondo Benveniste, ci sono tre temi distinguibili all’interno del mito dell’uccisore del drago vedico (indo-ariano, proto-indiano): un tema religioso, che descrive le conquiste di un dio vittorioso, un tema epico della lotta di un eroe contro ciò che è di solito un mostro rettiliano e un tema mistico che descrive la liberazione dell’acqua.
Il primo tema coinvolge un dio della guerra indo-iraniano, che è spesso anche un dio delle tempeste. Il secondo tema esiste anche al di fuori della sfera culturale indoeuropea; l’eroe che uccide il serpente può essere trovato tra i semiti, i popoli americani, gli asiatici e altri. Il terzo tema è specificamente indoeuropeo; il drago ha reclamato l’acqua per sé e gli impedisce di fluire liberamente. Il mondo e l’umanità sono conseguentemente colpiti dalla sete. Watkins sospetta che questo tema provenga da un periodo in cui i primi indoeuropei vivevano in paesaggi piuttosto aridi più a nord rispetto all’India.
Il metodo di lavoro di Watkins, studiando parole e frasi, è molto utile. Con esso, può dimostrare che i miti dell’uccisore del drago in, ad esempio, Irlanda, Iran o nella Scandinavia dei Vichinghi sono direttamente “discesi” dal mito dell’uccisore di draghi originale, e quindi non “presi in prestito” da altri popoli. Ciò è dovuto al fatto che le stesse parole si ripresentano nelle stesse sezioni, con lo stesso ordine delle parole, la stessa “formula” linguistica, ecc.

Indra e Vritra

Indra, il dio della guerra, era il “protettore divino” degli Ariani, che li guidava nei racconti in cui combattevano contro la popolazione indigena dell’India, i “Dasa”. Indra è stato anche uno dei primi uccisori di draghi. Vritra, il drago a tre teste, aveva rivendicato tutta l’acqua del mondo per sé, e Indra ucideva il drago per restituire l’acqua al mondo e all’umanità. Questo è una sorta di “prototipo” del mito dell’uccisore del drago. Un drago ha usurpato qualcosa di essenziale per l’umanità, ed è quindi ucciso da un eroe.
Miti più tardi dell’uccisore di draghi di fondamentale importanza includono la lotta ittita tra il dio Teshub e il drago Illuyanka, la lotta di Zeus contro il mostro a cento teste Tifone, la lotta di Apollo contro il serpente Pitone e la battaglia di Thor contro il Serpente di Midgard. È interessante notare che Teshub, Thor e Zeus, come Indra, non sono solo dèi della guerra ma anche di tuono e tempesta.
Per coloro che hanno un interesse per la scuola tradizionalista, è abbastanza ovvio che il tema del mito dell’uccisore del drago è quello di una lotta tra un dio del cielo olimpico che combatte un drago ctonio o addirittura demoniaco. Questo può anche essere visto in termini più generali come una lotta tra il cosmo e il caos. I popoli antichi spesso vedevano il drago come un insegnante, ma solo vaghi echi di ciò sono conservati nelle mitologie indoeuropee (Sigurd imparò a comprendere il discorso degli uccelli dopo aver divorato il cuore di Fafnir, e Odino si trasformò in un serpente per ottenere l’idromele della poesia, ma ancora una volta, questi sono solo vaghi echi dei tempi passati).

Dal mito all’epica

Nel corso del tempo, si può osservare un cambiamento nel mito dell’uccisore di draghi tra i popoli indo-europei. Mentre la versione originale della storia era una lotta cosmica tra un dio e un drago, il mito in seguito si trasformò in un racconto epico con un eroe più o meno umano come protagonista. Qui vediamo l’epopea iraniana di Zahhak, che ha due serpenti sulle spalle e mangia il cervello degli umani. Zahhak usurpa il trono dell’imperatore Jamshid, ma in seguito viene ucciso dall’eroe Feridun. Quindi, la lotta è stata umanizzata e non è più tra gli dei. Ma rimangono gli stessi temi, come possiamo dire della storia di Eracle e del drago d’acqua a più teste Hydra, così come della favola irlandese di Fergus mac Leti e il mostro marino Muirdris. Anche nell’Europa orientale ci sono molti miti dell’uccisore del drago e fino al XVII secolo un “eroe” era da principio equiparato a un uccisore di draghi. Tra gli albanesi, si trova la peculiare creatura draconica Bolla/Kulshedra (gli albanesi sono l’unico popolo indo-europeo che il professor Watkins non discute nel suo libro, e la loro mitologia è probabilmente una miniera d’oro inesplorata per gli indoeuropei). Nella mitologia germanica norrena, Sigurd L’Uccisore del Drago uccide il drago Fafnir. In questa versione il drago non accumula acqua, ma oro. Il professor Watkins scrive che questo era visto molto negativamente dalle popolazioni germaniche, dal momento che credevano che l’oro dovesse fluire liberamente tra i membri della società e non essere accumulato a vantaggio di qualcuno.
Il mito dell’uccisore del drago sopravvisse nell’era cristiana attraverso, per esempio, la leggenda di San Giorgio e il Drago. In questa leggenda, la trama è ancora di un drago che accumula una fonte d’acqua, nonostante l’aggiunta di sacrifici umani e una bella fanciulla.
Il professor Watkins dimostra anche come il linguaggio, certe frasi ecc. del mito dell’uccisore di draghi si ripresentino nei racconti più recenti, anche quando non si occupano dell’uccisione di draghi. Per esempio, nella credenza popolare, certi incantesimi usavano la stessa terminologia per uccidere un “verme” sotto forma di malattia. Nell’era moderna, il mito dell’uccisore di draghi è un tema centrale ricorrente del genere fantasy. È sopravvissuto anche nella propaganda politica, che ha incoraggiato l’uccisione di tutto, dal “drago del debito” al serpente del comunismo. Oggi, l’acqua delle nostre società non è prima di tutto usurpata da grandi rettiliani. Pertanto, gli uccisori di draghi del nostro tempo dovrebbero piuttosto sforzarsi di uccidere il drago dell’etnomasochismo o il drago della distruzione ambientale. Ma il tema principale rimane lo stesso: i rappresentanti delle forze ctonie e demoniache (capitalismo senz’anima e comunismo, etnomasochismo, distruzione della ecosfera) devono essere sconfitti da rappresentanti di un’immortale saggezza olimpica.

I TUOI ANTENATI CONTANO!

metagenetica

di Stephen MacNallen

C’è una diffusa convinzione nel mondo occidentale moderno secondo cui gli antenati non avrebbero molta importanza. Questo è particolarmente vero per gli antenati degli Europeo-Americani; tra alcuni scrittori e accademici, “maschio bianco morto” è sinonimo di irrilevanza.

Fortunatamente per noi (e per le generazioni a venire), un sano interesse per la genealogia e la storia familiare sfida questa visione del mondo sradicata, alienata. Perché ci interessano i nostri antenati in un mondo che mette la soddisfazione individuale prima di ogni altra cosa? Che cosa dice in merito la profonda saggezza della nostra anima? E qual è il nostro rapporto con coloro che sono passati davanti a noi? Perché è importante?

Le culture native in ogni parte del mondo rispettano i loro antenati. Gli Indiani americani, gli Aborigeni australiani, le tribù africane, i popoli asiatici – tutti danno un posto speciale ai loro parenti che li hanno preceduti. Solo nelle cosiddette società moderne, quelle più chiuse nel perseguimento delle cose materiali e più distanti dal mondo naturale, abbiamo dimenticato l’importanza della connessione ancestrale.

In Europa, prima della venuta del Cristianesimo, era diverso. Vedevamo gli antenati e noi stessi come parte di una continuità e questa unità era impossibile da spezzare in parti in base al tempo o allo spazio. I legami di parentela si estendono nei secoli e attraverso gli oceani. Gli antenati erano ancora parte di quella comunità ed era possibile invocarli per ispirazione, guida e forza.

Infatti, spesso si credeva che l’individuo infine rinascesse nella famiglia o nel clan. In un certo senso, seguendo questa logica, siamo i nostri antenati rinati nel presente. (Significa anche che è nel nostro interesse rendere il mondo un posto migliore – dal momento che saremo di nuovo qui!) Questa idea di reincarnazione all’interno della linea ancestrale si trova quasi universalmente tra le culture native; l’idea che si possa tornare in un popolo estraneo (come un Norvegese che ritorna come principessa polinesiana) è un concetto molto recente.

Possiamo recuperare lo stato di comunione con gli antenati. La genealogia è un buon punto di partenza. Tracciare il proprio albero genealogico, apprendere dei propri predecessori e capire in cosa hanno contribuito al nostro aspetto e alla nostra personalità, non fa altro che avvicinarci a loro. Contemplare le prove che hanno superato potrebbe ispirarci a superare le sfide della nostra vita.

Secondo l’antica tradizione, la barriera tra i morti e i vivi è più debole in certi periodi dell’anno: Yule è una di queste occasioni e l’antico festival celtico del Samhain (popolarmente conosciuto come Halloween) è un’altra. In questi tempi, guardate i vostri sogni e ascoltate con il vostro orecchio interiore i sussurri di quelli della vostra linea che sono passati prima.

C’è molto da guadagnare dagli antenati e abbiamo appena accennato le possibilità in questo breve saggio. Naturalmente, ci hanno dato il dono più grande di tutti, la vita stessa –  perché se quella catena d’oro delle generazioni fosse stata spezzata in qualsiasi momento, noi non saremmo qui! Ma abbiamo anche le nostre responsabilità. Soprattutto, l’onore familiare deve essere mantenuto intatto e gli stessi antenati devono avere il posto importante che meritano. Ovviamente dobbiamo fare tutto il possibile per assicurarci di avere bambini sani per continuare la linea in futuro.

Una volta compreso il legame che si estende per le generazioni, sappiamo che non possiamo veramente essere senza famiglia. Ci sono sempre gli invisibili, che influenzano gli eventi e ci ricordano che siamo parte di un grande flusso di vite, cercando sempre di esprimere chi e cosa siamo.

Onorare gli antenati (che sono, in fondo, noi come eravamo prima) è uno dei tre principi fondamentali dell’anima europea. Gli altri sono, rispettivamente, vivere una vita di coraggio e verità, e il giusto rapporto con gli Alti Poteri stessi.

La saggezza spirituale delle coraggiose e libere tribù europee non è morta. È stata soppressa – ma non può essere nascosta per sempre, perché esiste in noi, le persone che condividono questo nobile patrimonio!