LO STRANO INCONTRO DI RE OLAF

di Will Vesper

UN GIORNO Re Olaf Tryggvasson e i suoi uomini navigavano a sud lungo la costa della Norvegia sulla nave Serpente Lungo. Quando arrivarono al fiordo di Nidaros, gli uomini dovettero prendere i remi, perché il vento era troppo debole per riempire le vele. Ma il re non aveva fretta. Era di buon umore e si diede a tutti i tipi di lazzi per i suoi uomini. Combatté un finto duello con il portabandiera, Ulf il Rosso. In un primo momento combatterono al solito modo, con la spada nella mano destra; poi con la spada nella mano sinistra; e infine con spade in entrambe le mani. Ogni volta, il re avanzava fino a babordo. Quelli erano giochi degni di nota. Dopo di che, Re Olaf salì sulla ringhiera della nave, camminando e al contempo giocando con tre pugnali sfoderati. Nessuno vide mai il re perdere o un pugnale cadere in mare. Gli uomini remavano con più entusiasmo e ridevano.

Re Olaf si sedette tra i suoi uomini sul ponte di poppa e parlò di questo e quello. Lì sedeva Kolbjorn il Maresciallo e Thorstein Piede di bue; An il Tiratore di Jàmtland e Bersi il Forte; Einar e Finn da Hardanger; Ketil l’Alto e i suoi fratelli; uomini provenienti da tutta la Norvegia; dall’Islanda e dalle isole a ovest; una squadra d’elite, bei compagni pieni di forza e audacia. Lo si poteva vedere. Nessuno aveva più di 60 anni, tranne il vescovo Sigurd, e nessuno aveva meno di 20 anni, tranne Einar Tambaskelfer, che aveva solo 18 anni ma era il miglior tiratore in tutto il paese.

“Ora tengo la Norvegia in mano”, disse il re, e arrivò con la mano destra verso il cielo, come se afferrasse qualcosa che gli altri non potevano vedere.

“Perché l’avete ricevuto dalla mano di Dio”, commentò solenne il vescovo Sigurd.

“Sì”, acconsentì il re, “dalla mano di Dio e non dalla tua, Vescovo. Costringo tutti a inchinarsi a Cristo, popoli di tutte le province: Stavanger e Hardanger, Vik e Sogne, More e Ramsdalen, le province sul mare e in montagna, e ora anche Halogaland e le Oppland. Quelli sono stati i più difficili da piegare”.

“Ma tu hai i denti più affilati per questo”, intervenne Hallfred lo Scaldo, l’Islandese. “In molti li hanno sentiti”.

“Può essere vero”, rispose Olaf, “ma ora la Norvegia è un Regno, e le campane della chiesa risuonano su tutto il nostro regno”.

“Lo ammetto”, concordò Hallfred. Egli rise leggermente e aggiunse: “Ma aggiungo che è difficile per me abituarmi a quelle campane. E molti altri si sentono allo stesso modo, anche se non lo dicono”.

“Hai orecchie sensibili, giacché sei uno scaldo”, rispose Re Olaf.

Ma Hallfred indicò il suo cuore e disse: “Qui, Re Olaf, siede uno che non vuole sentirlo. Cristo si è preso troppo tempo per venire da noi. Tutti noi abbiamo appreso in modo diverso dalle nostre madri”.

Re Olaf lo guardò a lungo. Poi disse: “Dove suonano le campane… là è il Regno e il dominio del Re”.

“Che hai ricevuto da Dio”, intervenne di nuovo il vescovo. “Solo Uno è padrone. Quello in cielo”.

“E uno è il re in Norvegia, Vescovo”, rispose Olaf.

“Uno deve essere padrone e uno deve essere re, a meno che la terra non diventi il bottino dei re stranieri. Ricordate sempre questo”.

“Ci dovrebbe essere solo un re in Norvegia e nelle isole”, disse Hallfred. “E solo uno dovrebbe essere padrone in cielo. Ma mi dispiace ancora per coloro che hanno dovuto lasciare tutto”, e lentamente fece un gesto con la mano verso le montagne, poi attraverso il cielo e infine verso il mare. Tutti sapevano cosa voleva dire.

Il vescovo Sigurd lo guardò con rabbia: “Quei denti devono ancora mordere spesso e mordere molti”, commentò, “prima che questi idoli e maghi siano costretti a lasciare tutta la Norvegia”.

Tutti guardarono verso Olaf per vedere la sua reazione alle audaci parole di Hallfred. Ma il suo cuore era leggero e bonario oggi, il tipo di umore che affascina tutti. Ridendo, mostrò i denti e gridò: “Norvegia, patria! Ave a Lui, che l’ha data a noi da governare. La teniamo stretta con i denti. Nessuno la strapperà via da noi per tutto il tempo che viviamo!”

“Ave Re Olaf!” E Hallfred iniziò una poesia su quell’ora:

“L’aria che profuma di battaglia,
verso sud viaggiava il re…”

La nave scivolò vicino alla costa nel fiordo e si imbatté in una scogliera rocciosa, che sporgeva lontano dall’acqua. Gli uccelli sulla riva presero il volo. Una nuvola d’argento di ali battenti si alzò come polvere nel cielo. Un migliaio di uccelli gridarono.

I pini, che si ergevano uno dopo l’altro lungo sul fianco della montagna, riflettevano la luce del sole mentre ondeggiavano. La luce rimbalzava su tutti i rami. Si udivano le insenature balbettare rumorosamente lungo le gole, e il respiro leggero del mare.

Improvvisamente, tutti sentirono il grido di una voce chiara e acuta. Un uomo era in piedi sulla sporgenza rocciosa vicino alla nave. Gli uomini alzarono i remi e li diressero verso terra. Ma prima che la nave fosse arrivata in fondo, videro lo straniero in piedi a prua, vicino alla testa del drago d’oro. Lui annuì verso il re, che sedeva in alto sul ponte di poppa. Sembrava che stesse solo ondeggiando un po’ per il suo salto, e stava ancora cercando di riprendere equilibrio. Poi si avvicinò tra gli uomini della parte anteriore: sembrava un contadino della zona, che probabilmente voleva solo viaggiare con loro per un po’, fino a quando avrebbero tollerato la sua compagnia sulla nave. Non era un mercante come avevano pensato prima.

Era un uomo molto robusto, vestito all’antica, con panno di lana verde grossolana. Probabilmente un uomo dalle profondità delle montagne. Intorno all’anca aveva un’ampia cintura di pelle con una bella fibbia di rame. In uno degli anelli della cintura indossava un martello a due lati, la vecchia arma contadina: un pezzo di utensileria ben fatto. Ma la cosa più evidente dell’uomo era la sua barba rossa, che era così spessa e lunga che la divideva in due e la infilava nella cintura, a sinistra e a destra.

Si sedette su una bobina di corda e guardò gli uomini che erano seduti o in piedi intorno a lui, uno dopo l’altro, senza alcuna timidezza. Ognuno di loro era un po’ innervosito dal fuoco blu del suo sguardo. Era come se li stesse guardando – e avesse trovato qualche piccolo difetto in ciascuno.

“Non è stato un salto da poco, quello che hai fatto sulla nave”, riconosceva Vakr Ramnisson di Gàtàlf.

“Non è stato più lungo”, rispose lo straniero, “di quello che hai fatto tu, Vakr, nel trasformare un amico di Thor in un cristiano. Tutti voi siete buoni saltatori in questo senso”.

Quello che l’uomo aveva detto non era confortante.

“Non sai con chi stai viaggiando, contadino? Stai attento! E dove abbiamo fatto conoscenza, visto che pensi di sapere qualcosa su di noi?”

“Un vecchio amico mi ha riferito”, rispose, “dai tempi dei tuoi padri. Ma non ci pensare. Ora vorrei viaggiare con voi per un tratto”.

“Dove vuoi andare?”

“All’estero”, rispose tristemente l’uomo.

“Sembri capace di una spedizione militare.”

“Ho molti di loro dietro di me, ma ora voglio riposare.”

“Non sembra così”, osservò Bersi il Forte. Secondo la sua consuetudine – come se non valesse la pena parlare con un uomo prima di aver provato la sua forza – raggiunse la mano dello straniero e cercò di strapparlo dal suo posto. Fu una lotta breve e fugace, ma infine Bersi era sdraiato a terra. Era perfettamente chiaro chi fosse più forte. Bersi non lo aveva sperimentato sin dalla sua giovinezza. Ciò aveva colpito tutti come il fuoco e l’ubriachezza: ognuno volle testare lo straniero in una gara. Ma nessuno poteva eguagliarlo. L’intera nave fissava il diabolico compagno di viaggio. Anche le sue parole volarono, taglienti e impavide, e andarono a segno fulgide come i suoi movimenti. Ognuno ebbe il suo! Infine, camminava lungo la ringhiera sopra i remi, che non smise mai di remare, e si destreggiava non solo con tre pugnali (come aveva fatto Re Olaf), ma quattro, con due in aria e uno per mano in ogni momento. Era  un gioco veloce, con i pugnali che danzavano sopra la sua testa come fiamme. L’equipaggio fissò questo contadino, che giocava così. Certamente sapeva il fatto suo in molte altre cose che semplici buoi.

Infine Re Olaf lo chiamò, e salì sul ponte della nave, si tolse il berretto e si fermò di fronte al re. Si notò che anche i capelli sulla sua testa erano rossi, e gli fluttuavano in testa come fiamme.

“Se uno sconosciuto e contadino come te viene davanti al re norvegese, si inchina”, disse Thorgrim Thorsteinsson ad alta voce.

Il contadino si rivolse a lui e disse: “Anche tu discendi da uomini, Thorgrim, che non erano abituati a piegare la schiena davanti ad altri uomini – a parte forse dinanzi a colui dal quale – come te – traevano il nome”.

“Sei un uomo che parla bene e talentuoso”, disse Re Olaf mentre fece un gesto agli altri di tacere. “Sei di questa zona?”

Il Barba Rossa guardò Re Olaf per molto tempo. Rideva leggermente, come uno che ha preoccupazione nel suo cuore. “Sì”, rispose, “si potrebbe dire che sono della zona”.

“Da quale provincia?” chiese il re.

Poi fece lo stesso gesto che aveva fatto Hallfred lo Scaldo, quando parlò dei vecchi dèi. Indicò con la mano verso la montagna, poi attraverso il cielo e infine verso il mare. In un istante, tutti seppero chi era. Un vento cominciò a scendere dalla montagna e attraverso il sole come un velo, e l’acqua cominciò a salire. Ma nessuno era in grado di pensare alla nave, che improvvisamente cominciò a ballare vicino alle scogliere rocciose. Tutti fissarono il Barba Rossa, che ora si trovava davanti al loro re grande e potente, e videro il martello sacro in mano. Un rombo sordo di tuono venne dal cielo, e tutti stavano come ombre sull’orlo della luce. E poi udirono la voce pesante dell’uomo.

“Sì, Re Olaf”, parlò, “io sono di questa provincia, da Halogaland e da Trondheim, da Havanger e Stavanger, da tutta la Norvegia e dalle isole, dalle montagne e dalle valli, dalle nuvole e dal mare. Ed è opera mia se c’è una terra che ti dà gioia e di cui puoi essere re. Quando sono venuto qui per la prima volta, era una terra di ghiaccio sotto i piedi dei giganti. Ma ho sconfitto i giganti, che sedevano sulle montagne. Gli alberi crescevano e le insenature scorrevano lì. Ho strangolato i troll, che sono nemici sia degli dèi che degli uomini. Fiori sono cresciuti nei prati e capre scalavano i sentieri di montagna. E la gente veniva e costruiva capanne e arava i campi. Ho benedetto i loro raccolti. Avevano il pane. Ho benedetto il mare per loro. Avevano pesce. Ho benedetto il loro tavolo. I loro figli sono cresciuti. Io e la mia specie, Re Olaf, abbiamo reso questa terra abitabile per i figli degli uomini. Ecco perché hanno onorato me, uomini e donne. E questa è stata la mia gente, per molto tempo”.

Allora il vescovo Sigurd si prese d’animo e mostrò coraggio. Alzò la croce dal petto e la tenne verso Barba Rossa. “Cedi il passo, idolo!”, chiese.

L’uomo rise, piano e amaramente. Era come un pianto nel vento.

“Sì”, disse, “e ora ne arriva un altro. La mia ora è passata, secondo la volontà di Colui che Governa Tutti. È difficile per coloro che mi sono amici. E tu, Olaf, li persegui e li uccidi, e compi il destino. Alla fine accade a tutti noi. Ma mi aspettavo che fosse diverso: il Lupo che ci divora, il Serpente che ci strangola. Invece arriva il Gentile e supera il Potente. Ma nessuno sfugge al destino, e nessuno lo conosce in anticipo. Verrà l’ora anche per l’uomo sulla croce”.

“Cedi il passo, idolo!” comandava di nuovo il vescovo mentre teneva la sua croce vicino agli occhi del Barba Rossa.

Poi alzò il martello, e un fulmine colpì lungo l’albero come un serpente d’oro. Ma fu come se lo avesse afferrato con la mano prima che potesse fare del male. Per la terza volta, si udirono le amare risate. Non lo dimenticarono mai fino alla morte.

E videro come l’uomo si gettò in mare con un possente salto e, tenendo il martello sopra la testa, affondò in mare e scomparve.

In quel momento tutto cambiò. Un vento leggero soffiò da sud, riempì le vele e spinse la nave sotto il sole lungo le onde che spingevano dolcemente più in profondità nella baia. Sembrava che si fossero svegliati da un sogno o da un torpore. Re Olaf si strofinò entrambe le mani sul viso. Mentre il vescovo Sigurd si schiariva la gola come per parlare, il re fece cenno al suo silenzio.

Di fronte a loro si vedevano le case di Nidaros, le navi a riva, il possente tetto della casa del re e la nuova cattedrale con la sua sommità appuntita e la sua ampia torre. La sera era arrivata. Il sole affondò in mare. Le campane risuonavano dolcemente attraverso l’acqua. Tutti stavano come il re e si grattavano le teste.

“Preghiamo per tutti coloro che sanno morire come uomini”, disse il re.

ASATRU E CULTURA

di Geza von Nemenyi

Molte persone della nostra epoca sono spiritualmente/culturalmente prive di radici. Non sanno più da dove vengono o dove stanno andando. Non sanno quale posto dovrebbero prendere nella vita e neanche perché vivono. Questa mancanza di radici porta all’incertezza e alla paura di membri di altre culture che invece non hanno ancora perso il contatto con le loro radici. Alla fine arriva l’intolleranza e l’aggressione contro tutti gli stranieri e tutti coloro che sono diversi.

Questa crisi di valori è colpa delle religioni monoteistiche, che promuovono la loro falsa dottrina come unica verità religiosa e, essendo ognuna di esse religione universale del mondo, non possono dare all’individuo alcuna sicurezza della propria cultura. Attraverso le loro pratiche missionarie le religioni universali agiscono come distruttori delle singole culture.

Tra i popoli germanici e celtici si era sempre consapevoli di appartenere ad un’antica cultura e tradizione che riconduce agli Dèi del periodo più antico. Questa tradizione dava agli individui il sostegno e la fiducia in se stessi. La tradizione era anche qualcosa che si sarebbe sviluppata con attenzione, da trasmettere alla propria prole. Per questo motivo un gran numero di antiche usanze popolari sono sopravvissute fino a oggi, anche se la maggior parte delle persone non conosce più le origini dei costumi.

Non ha senso rimuovere una religione dal contesto culturale della sua origine e considerarla isolatamente.

Nella comunità di Popolo germanica, le tradizioni culturali che sono minacciate di estinzione sono coltivate e insegnate. Apprendere le antiche tradizioni culturali e creare manufatti culturali è un’attività che porta gioia e arricchimento. Così, per esempio, cuciamo per i nostri festival abbigliamento di materiali naturali, simile a quello indossato dai pagani nel periodo pre-cristiano, cantiamo canzoni del periodo medievale, suoniamo ricostruzioni di strumenti musicali storici, antiche danze rituali, o usiamo la scrittura gotica. La persona che coltiva la propria cultura avrà la necessaria fiducia in se stessa che gli permetterà di comprendere e accettare la cultura di altri gruppi etnici. Solo in questo modo si può promuovere la tolleranza etena, e le persone saranno motivate all’azione creativa. La cultura non è stata data dal Cristianesimo ai “barbari” eteni. Al contrario, il Cristianesimo ha distrutto preziosi manufatti culturali degli Eteni. Luigi il Pio, per esempio, distrusse vagonate di manoscritti con contenuti eteni che il suo predecessore aveva accuratamente raccolto. Altri elementi culturali furono cambiati nel significato e usurpati dal Cristianesimo.

IL PROFETA GIULIANO E LA PRIMA RINASCITA PAGANA

di Wyatt Kaldenberg

N.B.: il linguaggio crudo dell’autore non riflette le nostre convinzioni, ma viene riportato integralmente per valorizzare la peculiarità dello scritto e per rispetto verso l’autore stesso.

Giuliano era il figlio più giovane di Giulio Costanzo, fratellastro di Costantino I (primo leader cristiano della razza bianca) … Quando Giuliano aveva cinque anni, il nipote di suo padre, anch’egli di nome Costanzo, assumendo il titolo di ‘Costantius II’, divenne Imperatore dell’Impero Romano d’Oriente, mentre Costantino II era l’Imperatore d’Occidente. Costantius II, nel 340 d.C., con la morte del fratello Costantino II, divenne il solo Imperatore di un Impero Romano unito. Il comandante cristiano dell’esercito, nominato dalla Chiesa appena fondata, questionò la devozione al Cristianesimo della restante famiglia reale ed era determinato a non avere altra linea di sangue che quella di Costantino tra i governanti di Roma. Il comandante uccise i fratellastri di quest’ultimo e altri possibili candidati pro-pagani al trono romano. Il terzo figlio di Costantino I, Costantino II, aveva fatto uccidere il padre di Giuliano, un vero pro-pagano, nel 337, e un fratello maggiore di Giuliano fu ucciso nel 341. La madre di Giuliano era morta, o, forse, era stata assassinata dai Cristiani subito dopo la sua nascita. Il ragazzo rimase un orfano e sotto la custodia degli omosessuali molestatori di bambini che gestiscono la Chiesa Cristiana. Con il suo fratellastro superstite, Gallus, sette anni più anziano, fu allevato nel malvagio culto semitico del falso Cristo, prima da Eusebio, lo strano vescovo cristiano di Nicomedia, che cercò di fare il lavaggio del cervello ai giovani eredi reali con le malattie mentali di giudeofilia, xenofilia, omofilia e pedofilia. I Reietti volevano tenere i giovani reali lontani dal pensiero ariano e concentrarli sugli studi biblici ebraici.

I Reietti credevano che controllare le menti dei leader era il modo migliore per controllare una nazione.

Con il matrocinio di Eusebia, la moglie pro-pagana del Reietto in Cristo Costantius II, al diciannovenne Giuliano fu permesso di imbarcarsi per la Grecia e studiare il pensiero classico ariano. La libertà di Giuliano come studente gli aprì la mente sulla vera natura del culto di Cristo. Egli, segretamente, divenne un neoplatonico e si unì alla religione ariana di Mitra, il Sole Invitto. Quando Giuliano aveva 23 anni, l’Imperatore Costantius II, diede in moglie sua sorella Elena a Giuliano. L’Imperatore credeva che così avrebbe mantenuto Giuliano all’interno della chiesa dei Reietti. Ma Elena divenne in segreto una sacerdotessa di Mitra…

L’Imperatore Costantius II temeva il giovane Giuliano e cominciò a mettere in discussione la sua devozione a Cristo. Il malvagio Imperatore nominò Giuliano generale e lo mandò in Gallia nella speranza di farlo uccidere. Il suo piano gli si rivoltò contro. Egli sconfisse le due tribù pagane, gli Alemanni e i Franchi, che stavano causando molti problemi per gli obiettivi imperialistici cristiani di conquistare la Gallia. Giuliano, il Pagano segreto, stava diventando un eroe per i cittadini cristiani di Roma. L’Imperatore Costantius II non si fidava più di Giuliano e lo spiava, e manteneva il suo esercito a corto di denaro e di provviste.

Nell’inverno del 360, l’Imperatore, nella speranza di indebolire Giuliano, inviò parola in Gallia che Giuliano avrebbe dovuto dividere il suo esercito in due e dare all’Imperatore le sue truppe migliori in modo da poterle schierare in Oriente.  L’esercito di Giuliano si ribellò al trono e dichiarò Giuliano il nuovo Augusto. Scoppiò la guerra. L’Imperatore Costantius II fu ucciso. Giuliano divenne Imperatore. È la violenza fare la storia.

Il grande amore di Giuliano per la cultura ariana si può riscontrare nei suoi libri, quelli che sfuggirono alle fiamme cristiane. Giuliano era stato battezzato e cresciuto come Reietto. Stette al gioco della loro malvagità fino a quando non prese il potere. Giuliano vedeva il Cristianesimo come il culto alieno che aveva ucciso suo padre, suo fratello e molti dei suoi familiari e amici.

È un’errata interpretazione cristiana del mondo antico sostenere che Giuliano fosse il solo a preferire il Paganesimo ariano al Cristianesimo ebraico. La maggior parte del popolo romano era Pagana ariana, in particolare la classe istruita. In epoca romana, il Cristianesimo era la religione degli schiavi, delle checche e degli immigrati non bianchi, come è oggi il caso.

Una delle prime cose che Giuliano fece come nuovo Imperatore di Roma fu ridurre la spesa al palazzo. Questo gli permise di abbassare le tasse, il che lo rese popolare tra le masse. Annunciò che avrebbe governato Roma non come un politico, ma come un filosofo della più nobile tradizione greca. Giuliano scrisse un attacco al Cristianesimo, “Contro i Galilei”, che sopravvive solo in frammenti.

Egli cercò di ricostruire il Tempio ebraico a Gerusalemme nella speranza che un tempio ricostruito incoraggiasse gli Ebrei a lasciare Roma e tornare a casa in Israele. Il piano fu abbandonato quando gli venne riferito che i terroristi cristiani avevano bombardato le vecchie fondamenta del Tempio ebraico e spaventato gli operai.

Egli perdonò tutti i vescovi cristiani che furono imprigionati o esiliati da Costantino II. Concesse la libertà di culto a tutte le religioni: cristiana, pagana ed ebrea. Giuliano inviò parola che nessun Pagano avrebbe dovuto vendicarsi contro i Cristiani e gli Ebrei per il loro diniego degli Dei viventi, la loro distruzione dei luoghi sacri pagani, i loro roghi di libri pagani, né per il loro assassinio di uomini, donne e bambini pagani. Giuliano credeva erroneamente che il modo migliore per fermare il declino dell’Impero Romano fosse fare pace con gli Ebrei e i Cristiani e creare una Roma unita. Questo idealismo delle “braccia aperte all’Impero Romano” sarebbe stato la rovina di Giuliano.

Ma questa tolleranza maligna dell’Ebraismo e del Cristianesimo era accompagnata da una giusta determinazione a far rivivere il Paganesimo ariano ed elevarlo al livello di una religione ufficiale, con una gerarchia istituita. Ispirandosi a suo zio Costantino I che aveva istituito il Cristianesimo dichiarandosi allo stesso tempo l’Imperatore di Roma e il capo della Chiesa Cristiana, l’Imperatore Giuliano era il capo di una nuova Chiesa Pagana ariana. Compiva sacrifici animali ed era un convinto difensore dell’ortodossia pagana, impartendo istruzioni dottrinali al suo clero. Non sorprende che gli Ebrei e i Cristiani, intolleranti a qualsiasi Dio diverso dal loro falso dio d’Israele, fossero pieni di odio, rabbia e cospirazione omicida.

Giuliano era abbastanza intelligente da non fidarsi degli Ebrei e dei Cristiani in posizioni di comando. I Pagani erano apertamente preferiti per alti incarichi ufficiali, anche se, come offerta di pace ai malvagi monoteisti, alcuni Reietti e Giudei come gettoni di presenza furono nominati in carica. Giuliano era un uomo che aveva i suoi momenti brillanti e i suoi punti di cecità.

Molti Ebrei e Cristiani furono espulsi dall’esercito, ma ad altri fu permesso di restarvi. A un certo punto sembrò quasi che Giuliano intendesse portare questi stronzi monoteisti alla giustizia, ma poi lasciò il male intatto per predicare una filosofia pagana della tolleranza. Era quasi come se Giuliano avesse un desiderio di morte. Cosa c’è che non va nei bianchi?

Ancor più strano è il fatto che il grande filosofo pagano contemporaneo Ammiano, che ammirava le virtù di Giuliano ed era lui stesso un aderente alla religione ariana tradizionale, censurò l’Imperatore Giuliano perché aveva licenziato Cristiani ed Ebrei dando il loro lavoro a nobili pagani ariani. Ammiano fece questa bizzarra e odiosa dichiarazione: “Era disumano, e da meglio destinarsi all’oblio, il fatto che proibisse agli insegnanti di retorica e letteratura di praticare la loro professione se fossero stati seguaci della religione cristiana”. Che stupido era Ammiano! Giuliano permetteva a questi succhiacazzi di lavorare; l’unica cosa che aveva fatto fu rimuovere questi vermi dal libro paga pubblico. Avrebbe dovuto ucciderli! Come loro avevano fatto ai Pagani in passato e avrebbero fatto in futuro. Ammiano sosteneva che Giuliano fosse più interessato alla magia che al lato religioso del Paganesimo.

Anche se predicava la malvagia tolleranza per il monoteismo, alcuni eventi ammirevoli si verificarono. Le città cristiane furono penalizzate da tasse leggermente più alte, e la rabbia dei Pagani virtuosi, incazzati per gli anni delle persecuzioni per mano di Cristiani ed Ebrei, bruciò alcune chiese cristiane, e i Vescovi dei Reietti, che avevano diretto i roghi dei libri pagani, la distruzione dei luoghi sacri pagani, e l’assassinio di uomini, donne e bambini pagani, tra i quali il vile e assetato di sangue Atanasio, furono banditi; ma purtroppo, Giuliano, non ebbe la lungimiranza di ucciderli. Disobbedendo agli ordini di Giuliano di non danneggiare questi malvagi criminali odiosi, un gruppo di sorelle e fratelli pagani mise le mani su un depravato vescovo reietto e torturarono meravigliosamente il pezzo di merda fino alla morte. Bellissimo! C’è speranza per l’umanità, dopo tutto!

Giuliano reinsediò il Dio ariano Bacco nelle basiliche un tempo pagane di Emesa ed Epifanea. Sfortunatamente, permise ai Cristiani di mantenere il falso dio ebraico nei sacri templi pagani. Quando Giuliano si stava preparando per una campagna contro i Persiani, il suo reinserimento degli Dei e Dee pagani ariani nella grande basilica e la rimozione del corpo schifosamente mummificato del falso ‘martire’ omosessuale Babila, “una santa reliquia cristiana” usurpato dall’antico sacro bosco pagano di Dafne, infastidì i Cristiani colmi di odio. Lo strano senso della virtù di Giuliano non impressionò neanche i Pagani. Molti tra i Pagani più appassionati furono adirati dall’immeritata tolleranza di Giuliano per i monoteisti. L’ingenua idea di tolleranza religiosa di Giuliano non unificò l’Impero Romano, ma rese solo l’Imperatore nemico degli Ebrei, dei Cristiani e dei Pagani che capivano quanto fosse pericoloso tollerare il monoteismo.

L’invasione del territorio romano da parte delle forze persiane era intollerabile. Giuliano non avrebbe permesso a degli uomini scuri di prendere la terra romana in Medio Oriente. Radunò un esercito di 65.000 uomini … I Persiani furono aiutati dal tradimento cristiano in patria, e da una quinta colonna cristiana tra le fila dell’esercito romano. Durante un attacco persiano contro la città di Tisifone, Giuliano fu ferito dalla lancia di un assassino cristiano all’interno dell’esercito romano. La lancia trafisse il fegato di Giuliano, e morì.

La politica religiosa ariana di Giuliano non ebbe alcun effetto duraturo, se non per mostrare quanto sia stupida questa nozione secondo cui i Pagani possano vivere in pace con i monoteisti. I cospiratori Ebrei e Cristiani non persero tempo a portare a termine il loro maligno colpo di stato. La feccia monoteista prese il POTERE TOTALE e non mostrò assolutamente ALCUNA tolleranza nei confronti della gente pagana, dei libri pagani, delle tradizioni pagane, degli oggetti religiosi pagani, dei templi pagani e così via. Iniziarono ad arrestare i Pagani e a giustiziare tutti coloro che non si fossero inchinati al male per convertirsi al Cristianesimo. Da questo momento in poi, il Paganesimo ariano prese il declino. L’imperialismo mediorientale prese il controllo della Roma ariana e governò con il pugno di ferro. Usarono Roma come sede per diffondere l’universalismo e l’odio per la razza bianca. Ogni usanza popolare era vista con grande sospetto dai Papi omosessuali di Roma. Le donne bianche erano estremamente odiate dalla chiesa ebraica. Gli Ariani che mantenevano in vita le tradizioni popolari furono processati per stregoneria e molti furono arsi vivi o uccisi con numerose altre torture disumane. Se solo Giuliano avesse avuto la lungimiranza di capire quanto siano malvagi i monoteisti, non avrebbe praticato la tolleranza religiosa e avrebbe rastrellato questi cultisti estranei e li avrebbe affrontati radicalmente come loro, in seguito, si sarebbero occupati di noi. Giuliano ha avuto l’opportunità di salvare la civiltà ariana dalla malattia aliena, ma la sua nozione reazionaria di equità e giustizia per tutti ha dato ai nemici della nostra razza il punto d’appoggio di cui avevano bisogno per rubarci la nostra patria. La storia di Giuliano ci insegna che le nostre azioni contano. Essere reazionari e tollerare i nostri nemici non risulterà che nel dolore e nella sofferenza del nostro popolo.

ETENISMO

Etenismo

di Else Christensen

È stato detto che la religione in un uomo è la sua caratteristica fondamentale; essa determina i suoi pensieri e quindi le sue azioni. Per religione qui non si intende il credo della Chiesa che egli sostiene, ma ciò che egli realmente crede – la sua visione generale della vita, come vede il suo ruolo nel mondo, il suo dovere e destino, e la sua relazione con l’universo. In breve, il modo in cui si sente spiritualmente legato al mondo ‘invisibile’. Se conosciamo la filosofia religiosa di un uomo, sappiamo molto su che tipo di persona è, su ciò che vuole o non vuole.

Esattamente lo stesso vale per una nazione di uomini, pertanto diventa importante osservare i concetti religiosi che essa ha, per ottenere una visione della vera anima della nazione, poiché dalla sua spiritualità collettiva derivano gli atteggiamenti e la condotta della gente. La visione religiosa di una persona, una tribù o una nazione, determina così le azioni, o non azioni, che queste possono prendere.

Tenendo ciò a mente, guardiamo al Wotanismo, le credenze religiose dei nostri antenati, per vedere quali erano le loro nozioni sulla vita e la parte che ha giocato nello schema generale delle cose. Il fatto che fossero credenze etene ha giocato, almeno durante i secoli cristiani, a loro discapito fin dall’inizio. Tutto l’Etenismo, non solo le credenze dei nostri padri, è stato bollato dai Cristiani zelanti come ciarlatano, stregoneria maligna, o opera del diavolo. Alcuni culti religiosi indubbiamente sono per lo più ciarlatani, ma questo non giustifica il mettere tutti i rami dell’Etenismo sotto l’idiozia e la ciarlataneria. Questa appare nelle fasi decadenti di una civiltà piuttosto che nelle fasi creative e, purtroppo, dobbiamo ammettere che nel nostro tempo tali culti stnano spuntando ovunque. Il ciarlatano non ha qualità positive, è una malattia culturale. Ma le idee eteniste non possono banalizzate come ciarlataneria, o opera del diavolo (qualora accettassimo la nozione cristiana secondo cui esiste un simile personaggio!)

E neanche possiamo relegare l’Etenismo interamente al regno dei miti e delle allegorie. Anche se questo può essere più vicino alla verità rispetto alla teoria del culto, è difficile credere che i nostri antenati, che in tutte le altre questioni erano molto realistici e pragmatici, abbiano lasciato che allegorie o misticismo poetico rappresentassero i loro concetti spirituali per quanto riguarda la vita e morte, o il loro codice di condotta generale.

Questo in effetti non suona per niente fedele a quel carattere. L’uomo europeo di un tempo non viveva o moriva credendo alle allegorie; la vita era una faccenda seria in quei giorni, e un serio, realistico orientamento spirituale era ciò di cui avrebbe avuto bisogno. Così, per quanto strano possa sembrare ai nostri contemporanei che si aggrappano alla fede giudaico-cristiana, cerchiamo qui di affermare che i nostri antenati, essendo sani di mente e con gli occhi aperti, credevano nel Wotanismo, e partiamo da lì.

Naturalmente il Wotanismo, come l’Etenismo in generale, simboleggia ciò che pensavano di conoscere dell’universo. Tutte le religioni lo fanno, è un dato di fatto, compreso il Cristianesimo. Ma i simboli, o allegorie se si desidera, non possono essere considerati l’origine o la causa in movimento di quei pensieri, sono piuttosto il risultato di tali agitazione della mente. I nostri antenati volevano chiarire ed esprimere le loro idee sul loro ambiente naturale; avevano bisogno di sapere cosa fare, che corso prendere. I miti simbolici, dunque, esprimono piuttosto le cose di cui si sono sentiti certi in base al loro livello di conoscenza e di intuizione, e queste sono le nozioni di particolare interesse per noi.

Il primo pensatore pagano era di mentalità aperta; il mondo intorno a lui, di cui si sentiva parte integrante, era tutto ciò che conosceva, ma l’enorme varietà di luoghi, suoni e forme che chiamiamo collettivamente Natura, non era ancora classificato ed etichettato; tutte queste impressioni meravigliose o terrificanti lo affollavano – bellissime, impressionanti, indicibili. Anche se oggi spieghiamo l’universo da eruditi, come se sapessimo tutto su di esso, dobbiamo ammettere che, nonostante tutti i nostri studi scientifici (e abbiamo percorso una lunga strada dal primo pensatore pagano), ancora non sappiamo esattamente di cosa stiamo parlando. Siamo in grado di descrivere molti fenomeni universali, siamo in grado di manipolare un pari numero di essi, ma non possiamo ancora dire esattamente da dove vengono o dove vanno le energie cosmiche – l’universo rimane un miracolo – meraviglioso, imperscrutabile, magico.

Il primo pensatore pagano non sapeva molto rispetto a noi, e nonostante ciò dobbiamo ancora chiederci quanto siamo lontani e quanto ancora possiamo imparare? Che ci sia una forza, una complessità millenaria di forze, un’energia eterna, cosmica, una forza vitale che governa l’organismo più minuto e le galassie del blu laggiù. Anche gli atei accettano questo, mentre i cristiani postulano che è opera del loro Dio Geova. Ma il senso naturale dell’uomo, se questi sarà onesto, lo sperimenta come una cosa vivente, una forza santificata verso la quale l’atteggiamento naturale è di timore e culto, se non con riti e rituali, quindi con rispetto e riverenza. Il mondo era, ed è tuttora, per il pensatore pagano, misterioso e sacro, perché è la forza sacra che dà vita a tutta la Natura. Questo è il tema centrale di tutto il paganesimo, riverenza e amore per la forza divina – questo magico, meraviglioso potere, perché, come dice Carlyle, il culto è meraviglia trascendente, meraviglia per la quale non vi è alcun limite o misura.

Il nostro attuale approccio materialistico e scientifico alla Natura ha offuscato, se non completamente cancellato, questo sentimento di stupore e di ammirazione; un albero per il business moderno significa determinati piedi di tavolo o libbre di carta, un acro di terra un determinato bene immobile. Ma l’uomo primitivo, vedendo se stesso come parte del tutto, era più prontamente in grado di sentire la divinità nella Natura. E il primo pensatore pagano naturalmente trasmetteva le sue idee ai suoi simili; egli fu il veggente il cui pensiero risvegliò negli altri uomini la capacità di pensare e comprendere. Era l’eroe spirituale che disse ad alta voce ciò che gli altri avevano solo debolmente sentito nei loro cuori, ma mai articolato. E, come commenta Carlyle, pensieri una volta risvegliati, non cadono di nuovo in sonno, ma crescono e generano nozione su nozione, sviluppandosi infine in sistemi di pensiero, nella filosofia.

Wotan è la figura centrale del paganesimo scandinavo, il dio eroe come divinità, la più antica forma di culto degli eroi. Tuttavia, Jacob Grimm, l’esperto tedesco della mitologia teutonica, sostiene che Wotan, il nome tedesco di Odino, non indica un uomo o un eroe; il nome, dice, è etimologicamente collegato con il Latino vadere (inglese wade) e significa movimento, o fonte di movimento, il potere, una manifestazione del più alto Dio come ‘motore delle cose’. Se accettiamo questa spiegazione, e sembra ragionevole accettare la parola di un simile esperto altamente competente, Wotan diviene così il nome Ariano per la forza vitale cosmica, l’energia eterna che è l’unica e originale fonte di movimento.

L’originale ‘Wotan’, è quindi da considerare la forza di vita impersonale, e non un dio-eroe. Ma questo non significa che nessun eroe con il nome di Wotan sia mai vissuto; al contrario, sembrerebbe abbastanza naturale che in qualsiasi periodo di tempo un particolare individuo, un eroe spirituale eccezionale, sia stato ‘motore delle cose’, e quindi, come espressione di onore e di rispetto, potesse essere chiamato Wotan. È ben noto che se una persona è stata straordinariamente dotata o abile in vita, non vi è quasi alcun limite alle sue abilità e imprese dopo la sua morte; la gente accorderà a lui tutti i tipi di poteri e saggezza e, infine, costruirà i propri miti intorno a un eroe-motore di tutte le cose; si evolverebbe naturalmente in Wotan Padre di Tutto.

Questo sarebbe ben in linea con un esempio dalla Heimskringla, una saga scritta da Snorri Sturluson in cui Wotan è raffigurato come un eroe-re dalla regione del Mar Nero che con i suoi dodici guerrieri viaggiò verso l’Europa del Nord; questo Wotan si dice abbia fondato la città danese Odense dove visse per molti anni; in seguito si trasferì in Svezia e alla fine morì vicino a Uppsala verso l’inizio della nostra era comune. Storie simili sono raccontate da altri storici come Saxo.

Il concetto di Wotan come espressione della forza vitale e anche come eroe e padre degli dèi e dell’uomo ha causato una certa confusione e ha reso le Edda difficili da capire, cosa che è stata in parte la ragione per cui il Wotanismo sia stato declassato a sciocchezze altrettanto incomprensibili. Ma, come nota Carlyle, le Edda non sono un sistema coerente di pensieri, devono essere considerate come la sommatoria di diversi sistemi che si susseguirono, costruiti uno sull’altro, nel corso di molti secoli, con ogni generazione che aggiungeva all’ordine organico esistente. Anche le relative aree di terre coinvolte devono essere prese in considerazione. Il Wotanismo era il principale credo religioso di tutto il Nord Europa e parte delle regioni centrali, nonché delle Isole Britanniche.

Inoltre non dobbiamo dimenticare che non era solo l’eroe-dio un ‘motore’, ma l’atteggiamento di tutto il popolo era di muovere le cose, così come se stessi; e si diffusero in tutto il mondo conosciuto, cosa abbondantemente provata attraverso reperti archeologici in molti luoghi lontani.

Questi primi Europei, che per lo più sono stati stereotipati come guerrieri rozzi e feroci, sono stati infatti, oltre che ottimi spadaccini, anche organizzatori, costruttori domestici e coloni. Carlyle cita che possiamo trovare titoli come ‘Il Taglialegna’ o ‘L’Abbatti-Foreste’, a indicare che questi eroi erano interessati ad altre cose più che allo stuprare le donne e uccidere i bambini. E dovunque andarono, portarono con sé i loro precetti religiosi; senza contatto con la patria, ed esposti a nuove influenze, ci si dovrebbe aspettare che alcuni cambiamenti abbiano avuto luogo nel corso degli anni. Questo sarebbe un motivo molto naturale per qualsiasi mancanza di coesione o storie e nozioni trovate contraddittorie quando, per esempio, si confrontano i miti del Baltico con quelli della Scandinavia o della Germania. L’Irlanda è stata cristiana molto presto, se non nel primo secolo d.C. allora almeno nel secondo; molti monaci irlandesi percorsero in lungo e in largo le isole, così come il continente, e i miti britannici, quindi, in una fase precoce divennero fortemente influenzati dal Cristianesimo, una cosa che ha ulteriormente aggiunto difficoltà alla comprensione di alcuni di essi.

L’essenza del Wotanismo, come di tutto l’Etenismo, è l’accettazione della Natura come divina e dell’uomo come appartenente alla Natura e quindi partecipe in questa divinità. Esisteva una comunione naturale tra l’uomo e le misteriose, invisibili potenze della Natura; ora, questi sentimenti sono stati espressi in base al livello di intelligenza e di comprensione della gente interessata, i nostri antichi antenati guardavano la natura con gli occhi aperti ma non sono stati intimoriti da queste forze potenti; essi non temevano gli dei, ma li guardavano come poteri da amare e rispettare – dèi che potevano essere aspri ma imparziali – e se seguissimo le regole, per così dire, trarremmo beneficio da queste forze; tuttavia, se avessimo oltrepassato la linea, le conseguenze seguirebbero rapidamente, e talvolta sarebbero state letali.

Ma esattamente questo concetto è una delle caratteristiche più notevoli dei nostri antenati, una che è dolorosamente scomparsa oggi: questa indiscussa volontà di assumersi la piena responsabilità delle proprie azioni, una responsabilità volontaria, totalmente assente nei nostri odierni leader religiosi e politici. In realtà nulla potrebbe essere più lontano dalle loro menti che accettare la responsabilità per le loro azioni. Dopo che i politici hanno gestito l’economia della città fino ad affossarla, chi osano suggerire debba pagare per la loro incompetenza e cattiva gestione? – I cittadini – o perdendo il loro lavoro come dipendenti pubblici, o con tasse più elevate, o entrambe le cose – i cittadini il cui unico ‘crimine’ è stato fidarsi dei loro rappresentanti eletti perché si prendessero cura della città; questo, naturalmente, può essere giudicato piuttosto ingenuo, ma anche allora ci si potrà chiedere che tipo di ‘uomini’ siano questi politici.

Tale atteggiamento non può essere più in contrasto con il modo di pensare etenista; ogni persona adulta, uomo o donna, deve accettare la responsabilità per le sue azioni, e anche i bambini devono imparare a farlo, secondo il loro livello di comprensione.

Siamo ben consapevoli del fatto che ‘responsabilità’ sia una parolaccia nel mondo di oggi. Tuttavia, suggeriamo che prima ritorniamo ai precetti eteni e accettiamo la responsabilità delle nostre azioni e chiediamo lo stesso dagli altri, specialmente i leader delle nostre comunità, meglio staremmo. Non spetta a terze parti, divine o umane, essere responsabili di ciò che si fa o non si riesce a fare, ma strettamente a noi e nessun altro essere responsabili per le nostre azioni; questa era la via dei nostri padri, e dovrebbe diventare di nuovo il nostro codice di condotta.

IL BATTESIMO DI UN RE

Wulfram fails to baptise Radbod, King of the Frisians

da “Legends of the Rhine” di H.A. Guerber

Radbod era il re dei Frisoni quando i primi missionari, sfidando ogni pericolo, penetravano coraggiosamente nel suo paese selvaggio e arido, per predicare il Cristianesimo e portare la buona novella ai pagani.

Tale era l’eloquenza persuasiva di questi uomini pii, che infine prevalsero su Radbod stesso perché ricevesse il battesimo, senza il quale, come affermavano solennemente, non avrebbe mai potuto entrare nel regno dei cieli.

Le loro splendenti descrizioni del battesimo di Cristo nel Giordano stimolavano l’immaginazione del re, tanto che dichiarò che anche lui sarebbe stato battezzato in un fiume, e scelse a tal fine il grande Reno, che delimitava il suo regno a sud. Accompagnato da vescovo e sacerdote, e in presenza di molti valorosi guerrieri che avrebbero ricevuto il sacramento nello stesso tempo, Re Radbod marciò fino al Reno.

Le onde si increspavano intorno ai suoi piedi e la mano del vescovo era già stata alzata, quando un ultimo dubbio pervase la mente del re.

“Ferma la tua mano, oh, vescovo!” gridò, “Prima di essere battezzato vorrei fare un’altra domanda. Dimmi, vescovo, dimmi, dove sono tutti i miei antenati, che hanno combattuto così coraggiosamente, hanno governato così saggiamente e sono morti nobilmente sul campo della battaglia? Dimmi, vescovo, dove sono?”

“Oh, re”, rispose in tono grave il vescovo, “i tuoi antenati erano pagani; da pagani vissero, e da pagani morirono. Senza il battesimo non potevano entrare nel regno dei cieli”.

“Vescovo, tu me lo hai già detto!” esclamò Radbod con impazienza, con le sue sopracciglia regali che si contrassero in disappunto. “Ma dimmi, se non in paradiso, dove sono allora?”

“All’inferno” rispose solennemente il vescovo. “I tuoi antenati, essendo pagani, sono andati all’inferno!”

“All’inferno!’ urlò Re Radbod, uscendo dall’acqua, e afferrò la grande spada che aveva gettato sull’erba: “All’inferno! Furfante! Prete malvagio! Come osi dire che i miei antenati sono andati all’inferno? Erano uomini coraggiosi e nobili, hanno vissuto con onore e sono morti senza paura. Piuttosto, sul loro dio, il grande Woden, giuro che preferirei dieci mila volte unirmi a quegli eroi nel loro inferno, che essere con te nel tuo paradiso dei preti!”

E voltando le spalle al vescovo attonito, Radbod brandì la sua spada sopra la sua testa e chiese ai suoi coraggiosi guerrieri di seguirlo nelle foreste selvagge, per continuare ad adorare, in pace, gli dei coraggiosi dei loro degni antenati.