WOTAN

di Else Christensen – con revisione di Ron MacVan

Se consideriamo gli Æsir come l’espressione variante dell’unico potere che pervade l’universo – e quindi anche noi – i Wotanisti dovranno ammettere che Wotan è una figura alquanto controversa. Alla domanda: “Chi è il più anziano degli dei?” Snorri risponde nell’Edda: “Si chiama Padre di Tutto, e nell’antica Asgard aveva dodici nomi: primo Padre di Tutto, secondo Signore degli Eserciti, terzo Signore della Lancia, Signore degli Eserciti, Signore della Lancia, Punitore, quindi Sapiente, Colui che avvera i Desideri, Famoso, Agitatore, Bruciatore, Distruttore, Protettore, e Incantatore”.

Già qui c’è confusione, perché Wotan non era il più anziano degli dèi. A un certo punto all’inizio dei secoli cristiani – non sappiamo esattamente quando – Wotan sostituì Tyr, l’originale Padre Celeste, e da allora in poi divenne il dio principale. Tyr fu relegato a essere figlio di Wotan, ma mantenne il suo attributo di coraggioso dio della guerra. In tutta l’Edda, si parla di Wotan e Padre di Tutto come uno stesso dio, e noi abbiamo accettato questa visione, ma sappiamo che in origine erano due personalità diverse.

Sia Tyr che Wotan erano chiamati ‘Valpadre’; ‘Val’ significa valle o pianura, (significa anche i caduti – Ron MacVan) e dal momento che tutte le guerre erano combattute in terreno aperto, il dio della guerra, naturalmente, era ‘Padre della Val’; tuttavia, una battaglia potrebbe essere considerata fisica ma anche spirituale, quindi questo potrebbe essere il modo in cui avvenne la separazione dei due, con Tyr che mantenne il suo attributo di dio della guerra.

Se Thor rappresenta lo spirito combattivo nella pura e semplice gioia di vivere, e Frey è il dio della Natura e della sua prosperità, Wotan emerge come il dio capo durante una rottura del ‘mondo sano’, introducendo un’epoca in cui gli uomini buoni possono servire il male e viceversa, un tempo in cui ciò che è buono non è più percepito con incrollabile certezza, ma deve essere acquisito con il duro lavoro e l’aspra lotta – l’era dell’intelletto.

Consideriamo gli attributi di Wotan: (1) Cavalca un cavallo nero; (2) Indossa un mantello blu che svolazza tutto il tempo, anche quando l’aria è completamente ferma; (3) I suoi compagni sono due lupi addomesticati e due corvi; (4) Sacrifica l’occhio sinistro per la conoscenza; (5) Rimane appeso per nove notti “sull’albero ventoso” (a testa in giù, potremmo aggiungere, non come Cristo sulla croce).

E cosa significano questi attributi? Vediamoli uno per uno:

(1) Un cavallo bianco significa forza emanata da un ideale, che permette al combattente di svolgere compiti sovrumani. È cavalcato senza briglie e sperone, dal momento che è il sé migliore nell’uomo, e accorre in suo aiuto in ogni momento di disperato bisogno. Il cavallo nero deve essere domato senza pietà con sperone e frusta, perché simboleggia l’intelletto, che deve essere costretto a servire fini più alti rispetto al benessere individuale. Il cavaliere sul cavallo bianco è beatamente ignaro di ciò che potrebbe accadergli, se dovesse fallire. Il cavaliere sul cavallo nero sa molto bene cosa c’è in serbo per lui e ciò nonostante non vacilla. C’è una curiosità inoltre: si dice che non si dovrebbe mai smontare da un cavallo nero mentre ci si dirige verso est, o scomparirà e lascerà il suo cavaliere a piedi a portare la sella sulla schiena.

(2) Il blu è il colore del disvelamento. Come i petali di un fiore, l’uomo può aprirsi al sole, per riconoscere il significato dietro le cose visibili e tangibili. Cosa più importante, il mantello di Wotan è sempre fluttuante, il che significa un pensiero non volontario, che opera incessantemente, che può essere indirizzato, ma non può mai essere fermato se non da una intensa forza di volontà e da un lungo allenamento.

(3) I due lupi, Geri e Freki, desiderio e insolenza, sono stati addomesticati. Hugin e Munin, i corvi, il pensiero e la memoria, si completano a vicenda.

(4) Finora non è stata fornita alcuna spiegazione sul motivo per cui sia stato l’occhio sinistro, che Wotan ha dovuto dare per bere dal Pozzo di Mimir, rimanendo con un solo occhio. Prendere quest’occhio come espressione del sole non è convincente. Il sole è il centro del nostro sistema di pianeti: per rappresentare il sole, Wotan avrebbe dovuto avere il suo occhio sulla fronte come il ben noto ‘terzo occhio’, e nessuna descrizione del genere è mai stata trovata. Una cosa, però, è certa: dopo lunghe e dolorose considerazioni ed esitazioni, confermando e poi rifiutando, Wotan acquisì un punto di vista da cui osservare il mondo; non perde più tempo confrontando le ideologie più e più volte: vede tutto con l’occhio destro.

(5) Più significative, tuttavia, sono quelle notti tormentate sull’albero ventoso. Queste nove notti furono il primo successo di Wotan. Accadde molto, molto tempo fa, solo così ricorda lo stesso Wotan e non dice nulla di ciò che avrebbe potuto fare o sperimentare prima. Alla fine delle nove notti ottenne le rune e nell’Edda si dice; ‘Ecco, io presi a fiorire e divenni saggio, a crescere e farmi possente. Parola da parola per me trassi con la parola, opera da opera per me trassi con l’opera’. Non c’è dubbio che queste nove notti siano della massima importanza.

Se Thor rappresenta il “mondo sano”, e Loki l’intelletto risvegliato ma sfrenato, bivalente come il fuoco, allora Wotan rappresenta il personaggio che ha padroneggiato l’intelletto, e durante queste nove notti questa grande lotta è stata vinta. Esse rappresentano la svolta verso la libertà dai desideri e dalle ansie egoistiche, la libertà dal rimuginare e dal dubbio. La nona runa è ‘I’, il sé, la personalità, e l’autosacrificio di Wotan sull’albero ventoso è l’inizio, non la fine di questo corso.

Così Wotan potrebbe essere l’unico Æsir di rilevanza oggi. Non viviamo tra i nostri simili, sfidando con orgoglio e coraggio il nemico esterno. Con la mescolanza dei popoli Thor è stato soppresso. Non agiamo come “aiutanti del Sole”, coltivando la terra, allevando gli animali e producendo grano dall’erba. Siamo obbligati dai nostri governi a contribuire a uno sfruttamento folle della Natura e a un cinico inquinamento, poiché non abbiamo alcuna possibilità di vivere altrimenti. Con l’industrializzazione, Frey viene messo da parte. Il dio del cambiamento, il dio della nostra era, è Wotan. Non concede la pace e non promette la salvezza. Egli dà solo questo ai suoi seguaci: che soffrano, diventino saggi, combattano e siano come lui. Ave a Wotan!

CULTO DI FREYJA

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di Ron McVan

Tra tutte le divinità femminili, la più rinomata, la più attiva, la più mistica del Pantheon del Nord è la dea Freyja. Il solo nome ‘Freyja’ esce dalle labbra con tale antica familiarità che si può quasi vederla fluttuare con grazia seducente attraverso la nebbia del tempo tra le felci e i rovi della nostra memoria genetica. Infatti è questa antica, voluttuosa seduttrice, Freyja dei Vanir, ad aver insegnato al patriarcale Wotan Padre di Tutto l’arte sciamanica del sejdr. È lei che conduce le Valchirie da e per i campi di battaglia e divide quelle anime di valorosi guerrieri con Wotan. È lei la sorella gemella dell’alto dio Frey, figlia di Njord e Nerthus e alter ego della matriarca materna Frigga. La dea Freyja è più comunemente immaginata a cavalcare attraverso il cielo sopra le battaglie di Midgard (terra) con le sue Valchirie. Altre volte può semplicemente cavalcare la notte attraverso le foreste boreali nel suo cocchio trainato da due enormi felini. All’alba, si potrebbe probabilmente intravedere il suo cinghiale d’oro attraverso gli alberi ombrosi, e spesso in quei momenti potrebbe spiegare le sue ali e scomparire, come un uccello predatore, nella canopea.

Freyja, dea dell’amore, della fertilità, della magia e della conoscenza mistica. C’è poco da meravigliarsi allora del fatto che lei sia rimasta la più importante icona della donna praticante di sejdr. Il “sejdr” (pronuncia sei-ther) è una forma di sciamanesimo ariano, che implica gli stati alterati e la divinazione che ha avuto origine con Freyja. Il suo particolare tipo di sejdr, dal suo concepimento, era un’arte femminile e mistica. Questo a volte si poteva manifestare nel mutare forma, nel corpo astrale in viaggio attraverso i Nove Mondi, nella profezia psichica, nella magia sessuale e nell’erbalismo, nonché nella conoscenza delle rune. L’arte stessa del sejdr, conosciuta come ‘la tecnica dell’estasi’ precede tutte le religioni conosciute.

Freyja era nota come la grande Dís. Le Dísir (Dee) sono state a lungo conosciute come nove donne vestite di nero e portanti spade. Il nove (un numero lunare) era considerato il più sacro e misterioso dei numeri. All’inizio dell’inverno, in particolare in Svezia, questi spiriti e Freyja erano venerati in una cerimonia chiamata Disablot. Le Dísir portavano buona fortuna, ma erano anche spietate nell’esigere giustizia. Le Dísir erano misteriosi esseri femminili, molto probabilmente legati al Fylgja e alle Valchirie, e connesse a Freyja nella sua qualità di dea dei morti. Era saggio tenersi in buoni rapporti con le Dísir e ricordarle con doni sacrificali, perché potevano predire la morte e avevano alcuni poteri protettivi su case e colture. In epoca vichinga le Dísir erano celebrate a Uppsala durante una grande festa invernale che si teneva alla luna piena di febbraio.

L’antica arte del sejdr è compiuta solitamente da una donna nota come völva o veggente che, una volta convocata dalla gente per i suoi servizi, si sedeva su un alto seggio e cadeva in trance, indotta dal canto degli incantesimi, per poi rispondere alle domande su certi aspetti del futuro. In questa condizione le veggenti avrebbero cercato informazioni dal mondo degli spiriti che gli avrebbero consentito di rispondere alle domande poste dagli altri adoratori.

Vi erano occasioni in cui il sejdr poteva essere un’attività pericolosa, usata per portare danni e persino morte agli altri. Spesso l’estasi ottenuta nei sejdr femminili rivaleggiava con quello delle onorevoli pratiche sejdr maschili attribuite a Wotan, Thor e Frey. Tradizionalmente, una veggente del culto di Freyja nota anche come ‘sejdkuna’, durante un rituale, si vestiva con stivali di vitello e guanti cuciti dalla pelle di un gatto. Alcune potevano preferire di vestirsi con un mantello nero o piumato.

Vi è un resoconto registrato in Groenlandia durante una cattiva stagione in cui una sejdkuna fu invitata per i suoi servizi ed è descritto così:

“… indossava un manto blu con un nastro tutto orlato di pietre preziose: aveva al collo perle di vetro, sul capo una cappa nera di pelle di capretto, guarnita con una pelle bianca di gatto. In mano teneva un bastone fornito di manico: il bastone era rivestito di bronzo e il manico era adornato di pietre preziose. Una cintura la cingeva, cui stava appeso un grande sacco di pelle, dove ella custodiva i talismani che le erano necessari per acquistare le sue conoscenze. Calzava delle rozze scarpe di pelle di vitello con lunghe fibbie con grossi bottoni di ottone all’estremità. Nelle mani aveva dei guanti di pelle di gatto, che al suo interno erano bianchi e villosi.”

Le tribù teutoniche e celtiche fin dai primi tempi hanno sempre tenuto le loro veggenti in grande considerazione. Per loro la sejdkuna possedeva una conoscenza dei misteri arcani del mondo e della vita che andava ben oltre la comprensione dei guerrieri. Essi arrivano a credere, scrisse lo storico romano Tacito, che “vi è qualcosa di divino in questo sesso. Ascoltano il consiglio delle donne docilmente, e le considerano oracoli”. Tacito, inoltre, menzionò la sua personale osservazione di una sejdkuna, che egli descrisse come la nebulosa e poetica Vedda, una profetessa solitaria che viveva in una torre da dove esercitava il suo potere su un vasto territorio.

Il praticante del sejdr, che fosse maschio o femmina, era considerato l’unica persona all’interno della tribù pagana ariana ad avere l’abilità e il potere di intraprendere missioni nel mondo degli spiriti in cerca di una speciale conoscenza del futuro o della guarigione dei malati. Il sejdmadr e la sejdkuna erano a volte visti ascendere al mondo degli spiriti arrampicandosi fisicamente su un albero o su una scaletta, che rappresentava simbolicamente l’albero del mondo Yggdrasil o l’asse cosmico. È interessante notare che la parola “sciamanesimo” deriva dalla parola vedica “sram” che significa “riscaldarsi o praticare digiuno”. Anche la parola norrena “sejdr” significa “riscaldamento o ebollizione”. La storia ci dice che lo sciamanesimo come pratica tradizionale è nato nella Russia Bianca. I nomi Freyja e Frey significano “Signora” e “Signore”. Tra i molti titoli di Freyja vi è quello di Regina delle Valchirie. “Valchirie” si traduce in “coloro che scelgono i caduti”.

La credenza in una donna magica a cavallo, inviata dai regni astrali, era molto diffusa nel Nord Europa. Sembra anche essere stata praticata in Normandia, poiché fu condannata da un’Assemblea di Vescovi a Rouen, da cui si può dedurre, stando a uno dei primi storici della mitologia del Nord, che questi viaggi avvenissero frequentemente in Normandia e che quando i Norvegesi si stabilirono in questa provincia non potettero rinunciare a questa credenza, anche dopo essere stati costretti ad accettare le estranee credenze cristiane.

Gli Scandinavi si riferivano al sé-ombra  o al sé non-fisico dell’uomo col termine “fylgia“, che tradotto approssimativamente significa “il secondo” o “quello che segue”. Il momento in cui questo doppio era più probabile scomparire dal corpo dell’uomo o della donna in cui abitava era durante il sonno. Nella leggenda il fylgia ha acquisito un’esistenza sempre più indipendente. Se vi fosse stata la necessità, si credeva che gli spiriti degli antenati si sarebbero manifestati in varie forme fisiche. Un fylgia era considerato l’alleato di un guerriero e un aiuto in battaglia contro gli spiriti ostili. Come le Dísir, avevano il dono profetico di prevedere il futuro e mettere in guardia dal pericolo.

Ci sono stati grandi rivelatori nei circoli mistici in tutte le società e in tutte le epoche, persone che hanno scoperto che il bene più grande che può essere conferito ai loro simili è quello di insegnare, soprattutto per trasmettere ciò che le loro vite incarnano. Queste sono persone che agiscono della loro saggezza. È sempre stato un percorso di vita difficile e arduo, a volte minaccioso, per coloro che insegnano e praticano la scienza arcana contenuta nei misteri pagani. Le nostre mitologie indigene, le leggende, le divinità e i racconti eroici, sono serviti come un territorio etnico sicuro per garantire la sopravvivenza stessa di questa antica conoscenza, che lega il nostro Popolo e rivela il nostro sé più profondo. Il Culto di Freyja non è altro che un percorso di impegno attraverso il vasto tesoro della saggezza, l’eredità e l’evoluzione spirituale che compongono il corpo del Wotanismo. Finché vivrà l’uomo ariano, Freyja, non diversamente dalle sue contemporanee, Frigga, Afrodite e Iside, rimarrà quella sublime eterna dea matriarcale che ci guida attraverso la matrice fisica e astrale del cosmo e del caos, per garantire sempre il nostro sviluppo personale al pari di quello del nostro Popolo.

I TUOI ANTENATI CONTANO!

metagenetica

di Stephen MacNallen

C’è una diffusa convinzione nel mondo occidentale moderno secondo cui gli antenati non avrebbero molta importanza. Questo è particolarmente vero per gli antenati degli Europeo-Americani; tra alcuni scrittori e accademici, “maschio bianco morto” è sinonimo di irrilevanza.

Fortunatamente per noi (e per le generazioni a venire), un sano interesse per la genealogia e la storia familiare sfida questa visione del mondo sradicata, alienata. Perché ci interessano i nostri antenati in un mondo che mette la soddisfazione individuale prima di ogni altra cosa? Che cosa dice in merito la profonda saggezza della nostra anima? E qual è il nostro rapporto con coloro che sono passati davanti a noi? Perché è importante?

Le culture native in ogni parte del mondo rispettano i loro antenati. Gli Indiani americani, gli Aborigeni australiani, le tribù africane, i popoli asiatici – tutti danno un posto speciale ai loro parenti che li hanno preceduti. Solo nelle cosiddette società moderne, quelle più chiuse nel perseguimento delle cose materiali e più distanti dal mondo naturale, abbiamo dimenticato l’importanza della connessione ancestrale.

In Europa, prima della venuta del Cristianesimo, era diverso. Vedevamo gli antenati e noi stessi come parte di una continuità e questa unità era impossibile da spezzare in parti in base al tempo o allo spazio. I legami di parentela si estendono nei secoli e attraverso gli oceani. Gli antenati erano ancora parte di quella comunità ed era possibile invocarli per ispirazione, guida e forza.

Infatti, spesso si credeva che l’individuo infine rinascesse nella famiglia o nel clan. In un certo senso, seguendo questa logica, siamo i nostri antenati rinati nel presente. (Significa anche che è nel nostro interesse rendere il mondo un posto migliore – dal momento che saremo di nuovo qui!) Questa idea di reincarnazione all’interno della linea ancestrale si trova quasi universalmente tra le culture native; l’idea che si possa tornare in un popolo estraneo (come un Norvegese che ritorna come principessa polinesiana) è un concetto molto recente.

Possiamo recuperare lo stato di comunione con gli antenati. La genealogia è un buon punto di partenza. Tracciare il proprio albero genealogico, apprendere dei propri predecessori e capire in cosa hanno contribuito al nostro aspetto e alla nostra personalità, non fa altro che avvicinarci a loro. Contemplare le prove che hanno superato potrebbe ispirarci a superare le sfide della nostra vita.

Secondo l’antica tradizione, la barriera tra i morti e i vivi è più debole in certi periodi dell’anno: Yule è una di queste occasioni e l’antico festival celtico del Samhain (popolarmente conosciuto come Halloween) è un’altra. In questi tempi, guardate i vostri sogni e ascoltate con il vostro orecchio interiore i sussurri di quelli della vostra linea che sono passati prima.

C’è molto da guadagnare dagli antenati e abbiamo appena accennato le possibilità in questo breve saggio. Naturalmente, ci hanno dato il dono più grande di tutti, la vita stessa –  perché se quella catena d’oro delle generazioni fosse stata spezzata in qualsiasi momento, noi non saremmo qui! Ma abbiamo anche le nostre responsabilità. Soprattutto, l’onore familiare deve essere mantenuto intatto e gli stessi antenati devono avere il posto importante che meritano. Ovviamente dobbiamo fare tutto il possibile per assicurarci di avere bambini sani per continuare la linea in futuro.

Una volta compreso il legame che si estende per le generazioni, sappiamo che non possiamo veramente essere senza famiglia. Ci sono sempre gli invisibili, che influenzano gli eventi e ci ricordano che siamo parte di un grande flusso di vite, cercando sempre di esprimere chi e cosa siamo.

Onorare gli antenati (che sono, in fondo, noi come eravamo prima) è uno dei tre principi fondamentali dell’anima europea. Gli altri sono, rispettivamente, vivere una vita di coraggio e verità, e il giusto rapporto con gli Alti Poteri stessi.

La saggezza spirituale delle coraggiose e libere tribù europee non è morta. È stata soppressa – ma non può essere nascosta per sempre, perché esiste in noi, le persone che condividono questo nobile patrimonio!