CULTO DI FREYJA

The_Dises_by_Hardy

di Ron McVan

Tra tutte le divinità femminili, la più rinomata, la più attiva, la più mistica del Pantheon del Nord è la dea Freyja. Il solo nome ‘Freyja’ esce dalle labbra con tale antica familiarità che si può quasi vederla fluttuare con grazia seducente attraverso la nebbia del tempo tra le felci e i rovi della nostra memoria genetica. Infatti è questa antica, voluttuosa seduttrice, Freyja dei Vanir, ad aver insegnato al patriarcale Wotan Padre di Tutto l’arte sciamanica del sejdr. È lei che conduce le Valchirie da e per i campi di battaglia e divide quelle anime di valorosi guerrieri con Wotan. È lei la sorella gemella dell’alto dio Frey, figlia di Njord e Nerthus e alter ego della matriarca materna Frigga. La dea Freyja è più comunemente immaginata a cavalcare attraverso il cielo sopra le battaglie di Midgard (terra) con le sue Valchirie. Altre volte può semplicemente cavalcare la notte attraverso le foreste boreali nel suo cocchio trainato da due enormi felini. All’alba, si potrebbe probabilmente intravedere il suo cinghiale d’oro attraverso gli alberi ombrosi, e spesso in quei momenti potrebbe spiegare le sue ali e scomparire, come un uccello predatore, nella canopea.

Freyja, dea dell’amore, della fertilità, della magia e della conoscenza mistica. C’è poco da meravigliarsi allora del fatto che lei sia rimasta la più importante icona della donna praticante di sejdr. Il “sejdr” (pronuncia sei-ther) è una forma di sciamanesimo ariano, che implica gli stati alterati e la divinazione che ha avuto origine con Freyja. Il suo particolare tipo di sejdr, dal suo concepimento, era un’arte femminile e mistica. Questo a volte si poteva manifestare nel mutare forma, nel corpo astrale in viaggio attraverso i Nove Mondi, nella profezia psichica, nella magia sessuale e nell’erbalismo, nonché nella conoscenza delle rune. L’arte stessa del sejdr, conosciuta come ‘la tecnica dell’estasi’ precede tutte le religioni conosciute.

Freyja era nota come la grande Dís. Le Dísir (Dee) sono state a lungo conosciute come nove donne vestite di nero e portanti spade. Il nove (un numero lunare) era considerato il più sacro e misterioso dei numeri. All’inizio dell’inverno, in particolare in Svezia, questi spiriti e Freyja erano venerati in una cerimonia chiamata Disablot. Le Dísir portavano buona fortuna, ma erano anche spietate nell’esigere giustizia. Le Dísir erano misteriosi esseri femminili, molto probabilmente legati al Fylgja e alle Valchirie, e connesse a Freyja nella sua qualità di dea dei morti. Era saggio tenersi in buoni rapporti con le Dísir e ricordarle con doni sacrificali, perché potevano predire la morte e avevano alcuni poteri protettivi su case e colture. In epoca vichinga le Dísir erano celebrate a Uppsala durante una grande festa invernale che si teneva alla luna piena di febbraio.

L’antica arte del sejdr è compiuta solitamente da una donna nota come völva o veggente che, una volta convocata dalla gente per i suoi servizi, si sedeva su un alto seggio e cadeva in trance, indotta dal canto degli incantesimi, per poi rispondere alle domande su certi aspetti del futuro. In questa condizione le veggenti avrebbero cercato informazioni dal mondo degli spiriti che gli avrebbero consentito di rispondere alle domande poste dagli altri adoratori.

Vi erano occasioni in cui il sejdr poteva essere un’attività pericolosa, usata per portare danni e persino morte agli altri. Spesso l’estasi ottenuta nei sejdr femminili rivaleggiava con quello delle onorevoli pratiche sejdr maschili attribuite a Wotan, Thor e Frey. Tradizionalmente, una veggente del culto di Freyja nota anche come ‘sejdkuna’, durante un rituale, si vestiva con stivali di vitello e guanti cuciti dalla pelle di un gatto. Alcune potevano preferire di vestirsi con un mantello nero o piumato.

Vi è un resoconto registrato in Groenlandia durante una cattiva stagione in cui una sejdkuna fu invitata per i suoi servizi ed è descritto così:

“… indossava un manto blu con un nastro tutto orlato di pietre preziose: aveva al collo perle di vetro, sul capo una cappa nera di pelle di capretto, guarnita con una pelle bianca di gatto. In mano teneva un bastone fornito di manico: il bastone era rivestito di bronzo e il manico era adornato di pietre preziose. Una cintura la cingeva, cui stava appeso un grande sacco di pelle, dove ella custodiva i talismani che le erano necessari per acquistare le sue conoscenze. Calzava delle rozze scarpe di pelle di vitello con lunghe fibbie con grossi bottoni di ottone all’estremità. Nelle mani aveva dei guanti di pelle di gatto, che al suo interno erano bianchi e villosi.”

Le tribù teutoniche e celtiche fin dai primi tempi hanno sempre tenuto le loro veggenti in grande considerazione. Per loro la sejdkuna possedeva una conoscenza dei misteri arcani del mondo e della vita che andava ben oltre la comprensione dei guerrieri. Essi arrivano a credere, scrisse lo storico romano Tacito, che “vi è qualcosa di divino in questo sesso. Ascoltano il consiglio delle donne docilmente, e le considerano oracoli”. Tacito, inoltre, menzionò la sua personale osservazione di una sejdkuna, che egli descrisse come la nebulosa e poetica Vedda, una profetessa solitaria che viveva in una torre da dove esercitava il suo potere su un vasto territorio.

Il praticante del sejdr, che fosse maschio o femmina, era considerato l’unica persona all’interno della tribù pagana ariana ad avere l’abilità e il potere di intraprendere missioni nel mondo degli spiriti in cerca di una speciale conoscenza del futuro o della guarigione dei malati. Il sejdmadr e la sejdkuna erano a volte visti ascendere al mondo degli spiriti arrampicandosi fisicamente su un albero o su una scaletta, che rappresentava simbolicamente l’albero del mondo Yggdrasil o l’asse cosmico. È interessante notare che la parola “sciamanesimo” deriva dalla parola vedica “sram” che significa “riscaldarsi o praticare digiuno”. Anche la parola norrena “sejdr” significa “riscaldamento o ebollizione”. La storia ci dice che lo sciamanesimo come pratica tradizionale è nato nella Russia Bianca. I nomi Freyja e Frey significano “Signora” e “Signore”. Tra i molti titoli di Freyja vi è quello di Regina delle Valchirie. “Valchirie” si traduce in “coloro che scelgono i caduti”.

La credenza in una donna magica a cavallo, inviata dai regni astrali, era molto diffusa nel Nord Europa. Sembra anche essere stata praticata in Normandia, poiché fu condannata da un’Assemblea di Vescovi a Rouen, da cui si può dedurre, stando a uno dei primi storici della mitologia del Nord, che questi viaggi avvenissero frequentemente in Normandia e che quando i Norvegesi si stabilirono in questa provincia non potettero rinunciare a questa credenza, anche dopo essere stati costretti ad accettare le estranee credenze cristiane.

Gli Scandinavi si riferivano al sé-ombra  o al sé non-fisico dell’uomo col termine “fylgia“, che tradotto approssimativamente significa “il secondo” o “quello che segue”. Il momento in cui questo doppio era più probabile scomparire dal corpo dell’uomo o della donna in cui abitava era durante il sonno. Nella leggenda il fylgia ha acquisito un’esistenza sempre più indipendente. Se vi fosse stata la necessità, si credeva che gli spiriti degli antenati si sarebbero manifestati in varie forme fisiche. Un fylgia era considerato l’alleato di un guerriero e un aiuto in battaglia contro gli spiriti ostili. Come le Dísir, avevano il dono profetico di prevedere il futuro e mettere in guardia dal pericolo.

Ci sono stati grandi rivelatori nei circoli mistici in tutte le società e in tutte le epoche, persone che hanno scoperto che il bene più grande che può essere conferito ai loro simili è quello di insegnare, soprattutto per trasmettere ciò che le loro vite incarnano. Queste sono persone che agiscono della loro saggezza. È sempre stato un percorso di vita difficile e arduo, a volte minaccioso, per coloro che insegnano e praticano la scienza arcana contenuta nei misteri pagani. Le nostre mitologie indigene, le leggende, le divinità e i racconti eroici, sono serviti come un territorio etnico sicuro per garantire la sopravvivenza stessa di questa antica conoscenza, che lega il nostro Popolo e rivela il nostro sé più profondo. Il Culto di Freyja non è altro che un percorso di impegno attraverso il vasto tesoro della saggezza, l’eredità e l’evoluzione spirituale che compongono il corpo del Wotanismo. Finché vivrà l’uomo ariano, Freyja, non diversamente dalle sue contemporanee, Frigga, Afrodite e Iside, rimarrà quella sublime eterna dea matriarcale che ci guida attraverso la matrice fisica e astrale del cosmo e del caos, per garantire sempre il nostro sviluppo personale al pari di quello del nostro Popolo.

Annunci

PIETAS ETENA EUROPEA

Pietas etena

di Walter Baetke

Nella loro religione i nostri antenati onoravano poteri soprannaturali, la cui opera e influenza credevano di sentire – oltre che nel campo e nella foresta, nel cielo e nella terra – soprattutto nella loro vita. E questo è sempre stato l’elemento primario e più importante. L’uomo è infatti anche un figlio della Natura, ma è – in quanto essere dotato di parola e di intelletto – legato alla comunità in modo completamente diverso rispetto all’animale. I legami originali con la famiglia, il clan e il proprio popolo, in cui è nato, determinano la sua vita in un grado molto più alto rispetto ai suoi legami con la “Natura”, che è il campo della sua attività. Dalla comunità di popolo riceve la sua religione – come anche la sua lingua! Essa trasmette, nella cultura e nel mito – che egli apprende da essa – la sua relazione con la divinità. Ma più di questo: nel lavoro e nella lotta di questa comunità, nelle leggi che la regolano, nell’ordine che la lega, nei valori morali che detiene, è la volontà della divinità stessa a contemplare l’uomo. Qui, nella comunità, lo incontra per la prima volta; l’ordine e i giuramenti hanno la loro forza sacra e vincolante perché sono regolati secondo la vecchia fede degli dèi e si ergono sotto il loro controllo e la loro protezione.

Particolarmente suggestivi a questo proposito sono i messaggi delle saghe islandesi sulle feste sacrificali dei Norvegesi. Ai grandi festival annuali, apprendiamo, si sacrificava da un lato “per il raccolto” (o per un “buon anno”) e “la pace”, dall’altro lato per “la vittoria” e il governo del re. Questo dimostra che il sacrificio fatto dalla comunità di culto che rappresenta la comunità popolare era anche diretto alla vita e al destino di questa comunità. Il buon raccolto e la pace da un lato, la vittoria e il governo dall’altro: questo denota entrambi i pali attorno ai quali si muoveva la vita del popolo: il biologico-naturale e lo storico-politico. Qui la pace che abbraccia l’opera del contadino e culmina nella vendemmia, lì guerra, che, coronata dalla vittoria, genera onore e potere. Quando ci si avvicina agli dèi riguardo la festa sacrificale, si nota che si vedevano in loro datori e custodi di questi beni, di quei mezzi di tutto ciò che costituiva il fondamento, il contenuto e lo scopo della comunità di popolo. L’uomo europeo eteno credeva che la prosperità del suo lavoro pacifico – la coltivazione – così come il successo della vittoria in guerra, da cui dipendevano le circostanze di esistenza o di non-esistenza del popolo, erano nelle mani degli dèi.

Nella formula “til ars ok fridar” si trova, tuttavia, molto di più ci quanto ci dica la traduzione “per (buon) anno e pace”; perché la parola “pace” indica non solo lo stato di pace in contrapposizione alla guerra, ma anche l’ordine morale e giusto su cui riposa la normale vita pacifica della comunità umana. Difficilmente si può esprimere il significato religioso di quella vecchia formula meglio che con le parole di Schiller: “Sacro ordine, figlia benedetta del cielo, che lega il tutto libera e leggiadra e gioiosa”. Come gli dèi sono i donatori dei beni, i beni materiali, come sono i direttori della guerra, gli amministratori della vittoria e quindi i padroni del destino del popolo, così sono anche i guardiani della pace sacra che è ancorata nel diritto e nella legge.

È più difficile ottenere un’immagine dell’atteggiamento religioso interiore dell’uomo europeo eteno, di quella pietas unica al suo genere, di quanto si faccia rispetto alle forme di servizio religioso e all’effetto della religione sulla vita pubblica. La sacralità e la forza della divinità producono tra i credenti la sensazione di dipendenza. Ma questo sentimento di dipendenza dal suo dio era, per l’uomo europeo eteno, privo del servilismo dello schiavo. Piuttosto al contrario, era portato da una fiducia forte e coraggiosa. Nel norreno “Trua” (“fiducia”) si trova il termine per il credo religioso, e il dio che l’Islandese invocava maggiormente nelle tribolazioni e nelle difficoltà della vita, era chiamato il suo “fulltrui“. Significa colui che merita la piena fiducia. Come il norvegese Thorolf Mosterbart, molti uomini eteni di fronte a decisioni difficili cercavano il loro bene dal loro dio e ottenevano il suo consiglio. Se ci si riconosceva sotto la protezione del dio potente, era soltanto naturale che si vedesse in lui “l’amico” fidato. E abbiamo molte prove che soprattutto Thor godesse di questo apprezzamento. Astvinr (“caro amico”) è chiamato in una saga. Un rapporto così bello e degno non sminuisce la distanza tra l’uomo e dio, su cui riposa tutta la pietas; ma una pietas che veniva da colui che dava all’uomo la sicurezza e la forza; questa è la caratteristica più nobile nel quadro della religione europea etena.

RECLAMARE IL NOSTRO ODHRÓERIR

Triskelion

del Dr. Casper Odinson Crowell

Questa cosa, quest’organismo vivente, respirante e in continua evoluzione, che oggi chiamiamo Odinismo: Fede, religione, spiritualità, è tutto questo e ciò nonostante, ciascuno e tutti i concetti di prima non riescono a incapsulare l’essenza della cosa in sé. Perché l’Odinismo è di più! Si tratta di un modo di vita e di come si sceglie di avvicinarsi alla miriade di gioie della vita e dolori del cuore. In più, è “il nostro” modo di vita. Un Martello e una Spada ci sono stati passati da mani divine e ancestrali che hanno viaggiato a lungo e lontano, avendo attraversato la profondità di circa quaranta millenni. E abbiamo accettato volontariamente e con entusiasmo il dono che ci hanno consegnato… Questo nobile modo di vivere, se utilizzato correttamente e senza vergogna, o senso di colpa, potrà sempre superare e trascendere i parametri mondani e i confini autoimposti delle leggi inferiori dell’uomo.

Le prigioni sono un dispositivo della costruzione dell’uomo e di un disegno socialmente malato. Eppure, esse tengono dentro solo quelli che capitolano a uno stato d’animo così dannoso. Quelli incatenati dalla natura perversa di una bestia chiamata “correzioni” e la sua parente socialmente malata “istituzionalizzazione”. E non tutti coloro che soffrono di questa afflizione sono incarcerati. Si metabolizzi questo per un momento o due.

Una breve descrizione dei componenti principali che circondano “Odhróerir” e le sue corrispondenti qualità metafisiche diventa essenziale per illustrare ulteriormente un tale reclamo, e sarà quindi esposta di seguito. Si dovrebbe affermare in principio che le seguenti descrizioni in nessun modo esauriscono la conoscenza globale cui esse sono associate. Anzi, il caso è l’opposto. Perché tali descrizioni servono solo come un mezzo per comprendere ulteriormente l’esercizio qui esposto, e le effettive qualità metafisiche allegate ai concetti mitologici sono seriamente complesse e abbastanza esaustive nelle loro rispettive nature, mentre qui tutt’al più appaiono vaghe!

KVASIR: un Dio di antico lignaggio sia celeste (Æsir) che ctonio (Vanir).

ODHRÖRIR: (la bevanda di ispirazione divina), il sangue di Kvasir. La proprietà innata di coloro che possiedono la coscienza (dèi e uomini). L’idromele divino. Iniziazione e conoscenza sintetizzate che equivalgono alla saggezza numinosa. La progressione di questa scoperta su un percorso costante di trascendenza verso i fini del raggiungimento della legittima illuminazione spirituale in ultimo porterà il neofita al gradino dell’ascensione. Questa consapevolezza suprema del divino interiore si realizza all’interno delle acque primordiali del pozzo di Mimir. Vale a dire la propria memoria ancestrale che risiede all’interno di sangue/anima/DNA!

SUTTUNG: Un ettin/jötun (caos privo della proprietà della coscienza). Le circostanze esterne e sfocate e le forze della vita per come esistono e si manifestano in un continuum.

TRISKELION: (tre corni intrecciati). I tre coni/corni che detengono/contengono l’idromele divino; 1) Odhröerir -l’agitatore del wód, o eccitatore di ispirazione. 2) Són – retribuzione, o re-investimento. E 3) Bodn – il contenitore.

GUNLOD: un ettin/jötun (figlia di Suttung). Lei custodisce l’idromele divino che suo padre accumula in un tentativo di sottrarlo agli dèi e agli uomini. Lei è il simbolo della vita vissuta a caso, priva di qualsiasi volontà mirata.

ODINO PADRE DI TUTTO TRIPARTITO: 1) Odino – coscienza. 2) Vili – volontà. 3) Ve – recinto/contenitore sacro. Costituisce così il dono Odinico originale che riceviamo alla nascita, anche se alla fine si perde attraverso una vita di esposizione costante alle componenti artificiali della tecnologia da cui siamo tutti sommersi nel progredire dell’età. La vincita concettuale dell’Odhróerir può essere vista come un ri-collegamento con questi doni divini originali e un re-investimento in quella direzione da allora in poi (cioè ignorare ogni dipendenza dall’innaturale e coltivare e nutrire ciò che è naturale come l’intuizione, ecc.)

Siamo tutti nati con esso e iniziamo il viaggio della nostra vita con questo dono Odinico intatto, questo tipo di innocenza e di connessione completa al nostro ambiente naturale, e la consapevolezza del multiverso divino e il suo corpus ospite nella sua totalità. Proprio come qualsiasi altro animale! E proprio come qualsiasi altro animale, non perdiamo mai la capacità di esercitare tali qualità naturali. Ahimè, nell’avanzare dell’età ed essendo esposti al continuum di entità/circostanze esterne, mondane e innaturali della vita, diveniamo più sensibili alle leggi artificiali dell’uomo e della tecnologia, ma allo stesso tempo ci allontaniamo dalla legge/ordine naturale e divino. Quindi, i nostri sensi naturali più innati subiscono un ritardo su base costante fino a che non soffriamo un arresto completo nei nostri sensi naturali e allo stesso tempo nella prospettiva del loro sviluppo! Oppure, ci risvegliamo alla realtà innaturale in cui esistiamo e decidiamo di prendere in carico e fare qualcosa al riguardo cercando di stimolare il nostro desiderio di ascendere ancora una volta alla nostra maestà naturale, di essere una parte di ciò che è divino anziché esserne a parte. Lo realizziamo recuperando l’Odhróerir con cui siamo nati. Perché proprio come Kvasir è nato sia Æsir che Vanir, così siamo noi del Popolo del Nord.

Gli agenti del caos ammassati contro di noi non sono solo esterni. I nostri stati emotivi collettivi, l’orgoglio, e quelli temporali, per quanto desideri mondani, sono tanto più colpevoli quanto più spesso vanno avanti incontrollati. Per questo deve necessariamente seguire che le interazioni delle nostre debolezze interiori e il caos degli eventi/circostanze non diretti e non orientati della vita all’interno della portata della nostra vita, si traducano inevitabilmente in una mancanza di comando di sé che in tal modo obnubila la consapevolezza in una presenza naturale e divina e proibisce l’ascensione verso la propria divinità!

Se vogliamo cercare di consumare l’Odhróerir, allora prima dobbiamo imparare ad utilizzare i doni originali di Odino Padre di Tutto con cui siamo nati; la nostra coscienza, il nostro pensiero cosciente (Odino), la nostra volontà di agire su tali pensieri (Vili) e la capacità di sostanziare quella volontà mirata e diretta (Ve). Con queste facoltà adeguatamente e volutamente impiegate ai fini della padronanza di sé, si possono sradicare tutte le debolezze accettate e, infine, tutto il bagaglio esterno oggettivo che così spesso inonda la realtà soggettiva con il suo diluvio e quindi ci confina alla vera prigione della limitazione di sé. Questa ricerca, questo desiderio di autentica illuminazione spirituale, non sarà ottenuta a buon mercato, né esistono scorciatoie in vista.

Il rúna (il segreto) è questo; il primo cono/corno dell’idromele prezioso e ambito che è “Odhróerir” è il nostro Odino applicato – il nostro pensiero cosciente concentrato. Il secondo, “Són”, è il nostro Vili – la nostra volontà diretta e focalizzata, un re-investimento in quello che Odino ci ha dato in origine. E infine, il terzo cono/corno, “Bodn” – è il nostro Vé, il nostro contenitore, la nostra capacità di interagire con ciò che è allo stesso tempo numinoso e naturale dentro di noi.

Ecco il rúna Odhróerir; non lo si cerchi fuori, ma dentro, se si vuole sollevare il corno più sacro e gustare la birra contenuta al suo interno!

A metà dell’anno è il tempo di Mezza Estate, il solstizio e la stagione il cui patrono è Balder il Bellissimo. La sua chioma splendente sono i raggi che sostengono la stessa vita di Sunna. Balder è il Dio della promessa di speranza sia per gli dèi che per l’uomo. Al di là del fatto ovvio che questo è il giorno più lungo e la notte più breve dell’anno, è anche un tempo per l’illuminazione divina e la speranza così riflessa nella essenza archetipica di Balder, oltre al precedentemente presentato paradigma contemporaneo del rúna di Odhróerir. I doni e le benedizioni scritte qui sono divini, ne siamo certi! Tuttavia, la capacità di operare in tal modo si trova solo all’interno della nostra volontà personale di connetterci con e utilizzare la scintilla stessa della divinità dentro di noi. In ciò si trova l’anima stessa del galdr/Mantra;  “Reyn til rúna!” (Cerca i misteri).

L’ERRORE UMANISTA

Gylfi e Wotan

di T.A. Odinson Walsh

Il Dizionario Universitario Merriam-Webster definisce in questo modo il termine UMANESIMO:

“Devozione alle discipline umanistiche; cultura letteraria; la rinascita delle lettere classiche, spirito individualista e critico e accento sulle preoccupazioni secolari caratteristiche del Rinascimento.”

Lo stesso testo definisce UMANESIMO SECOLARE come:

“Filosofia umanistica vista come religione non teistica antagonista alle religioni tradizionali.”

Al comune idealista, l’Umanesimo, come perseguimento personale e di comunità, sembrerebbe una causa nobile. Costretto per sua stessa definizione alla conservazione del successo (cultura letteraria) e del potenziale umano (spirito individualista e critico), l’Umanesimo sembrerebbe, in superficie, essere il nostro bisogno più imperativo; del resto quale specie può sopravvivere che non abbia fatto un imperativo della conservazione delle sue qualità più convincenti?

Purtroppo, l’umanesimo come ideale ha tradito se stesso, in primo luogo dimenticando le caratteristiche specifiche (non “universali”) da cui sono nate le culture classiche, e in secondo luogo rifiutandosi di impegnarsi in una linea adamantina che permettesse di rifiutare qualsiasi argomento che potesse suggerire che la purezza non sia importante quanto lo scopo. In breve, quando gli umanisti hanno scelto di allinearsi con gli universalisti, hanno tradito lo spirito più profondo del potenziale umano.

Quando esaminiamo la questione dell’antagonismo nei confronti della religione tradizionale, troviamo anche l’uomo moderno a equipaggiarsi male sul campo dell’idealismo, poiché l’uomo comune non ha il concetto delle sue vere religioni tradizionali in questi giorni, né la consapevolezza che quella concezione fornirà lui (al suo spirito critico!) un antagonismo più onesto agli elementi che più impediscono il suo potenziale.

Come Tradizionalisti Pagani Indo-europei (Odinisti, Ásatrúar, Druidisti, Mithraisti, ecc.) possediamo spiriti individualistici istintivi in sintonia con il mondo naturale in modi che nessun “idealista” dell’Età Egualitaria può comprendere. Dopo essere usciti dalle tradizioni più vere, gli “umanisti secolari” si perdono in banalità senza speranza in contrasto con la divinità naturale.

Non si può ascoltare la voce che non si sente, e non si sente la voce che non si chiama. Gli Antichi Dèi e Dee invocati dai loro veri figli, tuttavia, comunicano chiaramente la comprensione necessaria al riconoscimento (e all’apprezzamento) delle loro creazioni uniche (e così sacre). L’universalismo non rispetta la sacralità di quelle creazioni distinte (cioè razze diverse) che rendono l’umanesimo, come praticato dagli idealisti moderni, irrilevante (anzi irrispettoso) nei confronti dello spirito individuale di cui pretendono di promuovere la rinascita.

Come è stato il caso con gran parte della caduta della filosofia occidentale, il vero umanesimo (che sarebbe: il vero perseguimento della preservazione delle migliori qualità dell’umanità, le quali sono tutte note all’uomo onesto come appartenenti al popolo Ariano), è stato qualche tempo fa preso in ostaggio da indottrinatori universalisti mascherati da educatori. Questi individui in malafede, abusando del privilegio della speculazione, e sotto la pretesa della continuità morale, hanno deliberatamente ignorato le verità intrinseche e indelebili della forza, della bellezza e dell’esperienza indo-europea. Migliaia di anni di sensibilità comune, per non parlare della pletora di pratiche oggetivamente evidenti, sono stati messi da parte per “teorizzare” una ‘probabilità’ che le nostre esperienze hanno da tempo definito come impossibilità.

Mentre gli uomini di filosofia possono effettivamente avere un qualche obbligo intellettuale di considerare tutti gli ideali, gli uomini ERRANTI hanno l’obbligo istintivo di capire che la filosofia è un “mezzo” con cui trarre conclusioni significative, non un “fine” (o dovrei dire “senza fine”?), un esercizio sulla futilità di mettere pioli quadrati in fori rotondi. “Se solo potessimo discuterne un po’ di più, forse accetteremo tutti che questa vita è solo un’illusione”; “se solo lo denunciamo abbastanza a lungo, la prova della sincronicità celeste sarà del tutto ‘provata’ falsa”; “se solo discutiamo abbastanza rumorosamente, gli ‘ideali’ che di norma, ovviamente, degradano la nostra integrità e la continuità culturale, alla fine saranno abbracciati dalla gente, accettati senza riguardo alla loro assurdità, dal momento che tutti sappiamo che comunque non ‘esistiamo’ davvero!” Se questi individui in malafede sono contenti di accettare che sono solo invenzioni della loro immaginazione allora così sia, ma non può più essere accettabile, se vogliamo che la sensibilità – anzi l’umanità stessa – debba sopravvivere, l’idea che possiamo in qualche modo salvare il nostro futuro distruggendo il nostro passato; deve essere relegata alla fornace orwelliana a cui tale assurdità appartiene.

L’errore umanista, quindi, è un errore di definizione e di equivoco. Vedete, coloro che professano di essere umanisti, in virtù delle loro filosofie universali e assurde, pensano e agiscono in modi che minano l’obbiettivo stesso del loro preteso ideale, ripeto, preservare il meglio che l’umanità ha da offrire.

‘L’umanista’ che suggerisce che la definizione di umanità stessa sia discutibile, nel senso che le distinzioni siano in qualche modo “irrilevanti”, o non hanno un vero interesse per la conservazione di tale qualità collettiva della “umanità”, o mancano di vera comprensione delle qualità storicamente registrate che hanno reso “l’umanità” degna di essere salvata, per cominciare.

Appartengo a una foresta primordiale

Dove la flora conosce il proprio nome

Dove il suolo non deve implorarci

Perché  le nostre radici sono tutte uguali

Appartengo a un oceano profondo ed ampio

Acque brulicanti, sì, è vero

Ma non ho mai assunto l’idea

Di essere null’altro che blu

Appartengo a un Popolo, unico,

Contento, questo anche, di restare vivo

Che possa essere questo ciò che io abbia mai cercato

Nel nome di Odino, per questo prego.

 

WOTAN AL POZZO DI MIMIR: IL SACRIFICIO PER LA SAGGEZZA

Wotan

di Padraic Colum

E così Wotan, non più a cavallo di Sleipner, il suo destriero a otto zampe; non più con la sua armatura d’oro e il suo elmo d’aquila, e senza nemmeno la sua lancia in mano, attraversò Midgard, il Mondo degli Uomini, e si diresse verso Jotunheim, il Regno dei Giganti.

Non era più chiamato Wotan Padre di Tutto, ma Vegtam il Camminatore. Indossava un mantello blu scuro e portava tra le mani il bastone di un viaggiatore. E ora, mentre si dirigeva verso il pozzo di Mimir, che era vicino a Jotunheim, si imbatté in un gigante che cavalcava un grande cervo.

Wotan sembrava un uomo agli uomini e un gigante ai giganti. Andò accanto al Gigante sul grande Cervo e i due parlarono insieme. “Chi sei, fratello?” Chiese Wotan al Gigante.

“Io sono Vafthrudner, il più saggio dei Giganti”, disse quello che cavalcava il Cervo. Wotan lo conobbe allora. Vafthrudner era davvero il più saggio dei Giganti, e molti andavano a cercare di ottenere la saggezza da lui. Ma quelli che andavano da lui dovevano rispondere agli enigmi che poneva Vafthrudner, e se non rispondevano, il Gigante tagliava loro la testa.

“Sono Vegtam il Camminatore”, disse Wotan, “e so chi sei, o Vafthrudner. Mi piacerebbe imparare qualcosa da te”.

Il gigante rise, mostrando i denti. “Oh, oh,” disse, “sono pronto per una partita con te. Conosci la posta in gioco? La mia testa a te se non posso rispondere a una qualsiasi domanda tu ponga, allora la tua testa va a me. Oh oh oh. E ora cominciamo”. “Sono pronto”, disse Wotan. “Allora dimmi”, disse Vafthrudner, “dimmi il nome del fiume che divide Asgard da Jotumheim?” “Ifling è il nome di quel fiume” disse Wotan. “Ifling che è freddissimo, ma non è mai congelato.” “Hai risposto correttamente, o Viandante”, disse il Gigante. “Ma devi ancora rispondere ad altre domande. Quali sono i nomi dei cavalli che giorno e notte attraversano il cielo?” “Skinfaxi e Hrimfaxi”, rispose Wotan. Vafthrudner fu sorpreso nel sentire qualcuno dire i nomi che erano noti solo agli Dei e ai più saggi dei Giganti. C’era solo una domanda ora che avrebbe potuto fare prima che arrivasse il turno dello sconosciuto.

“Dimmi,” disse Vafthrudner, “come si chiama la pianura su cui si combatterà l’ultima battaglia?” “La Piana di Vigrid”, disse Wotan, “la pianura lunga cento miglia e cento miglia di diametro”.

Ora era il turno di Wotan per porre domande a Vafthrudner. “Quali saranno le ultime parole che Wotan sussurrerà all’orecchio di Baldur, il suo caro figlio?” chiese.

Molto sorpreso era il Vafthrudner Gigante a quella domanda. Balzò a terra e osservò intensamente lo straniero. “Solo Wotan sa quali saranno le sue ultime parole per Baldur”, disse. “E solo Wotan avrebbe fatto quella domanda. Tu sei Wotan, o Camminatore, e alla tua domanda non posso rispondere”.

“Allora,” disse Wotan, “se vuoi mantenere la testa, rispondimi: quale prezzo chiederà Mimir per pescare dal Pozzo della Saggezza che custodisce?” “Chiederà un tuo occhio come prezzo, o Wotan” disse Vafthrudner. “Chiederà un prezzo non inferiore a quello?” disse Wotan. “Chiederà non meno di quello. Molti sono venuti da lui per una pesca dal Pozzo della Saggezza, ma nessuno ha ancora pagato il prezzo che chiede Mimir. Ho risposto alla tua domanda, o Wotan. Ora abbandona il tuo diritto alla mia testa e lasciami andare sulla mia strada”. “Rinuncio alla tua testa”, disse Wotan. Allora Valthrudner, il più saggio dei Giganti, se ne andò, cavalcando il suo grande Cervo.Quello che chiedeva Mimir era un prezzo terribile per attingere al Pozzo della Saggezza e molto turbato era Wotan Padre di Tutto quando gli fu rivelato. Il suo occhio! Per sempre, senza la vista del suo occhio! Quasi avrebbe voluto far ritorno ad Asgard, rinunciando alla sua ricerca della saggezza.

Proseguì, non volgendo né verso Asgard né verso il Pozzo di Mimir. E quando andò verso Sud, vide Muspelheim, dove si trovava Surtur con la Spada Fiammeggiante, una figura terribile, che un giorno si unì ai Giganti nella loro guerra contro gli Dei. E quando girò verso Nord udì il ruggito del calderone Hvergelmer mentre si riversava fuori da Niflheim, il luogo dell’oscurità e del terrore. E Wotan sapeva che il mondo non doveva essere lasciato tra Surtur, che lo avrebbe distrutto con il fuoco, e Niflheim, che lo avrebbe riportato a Oscurità e al Vuoto. Lui, il più anziano, doveva salvare il mondo.

E così, col volto severo di fronte alla sua perdita e al dolore, Wotan Padre di Tutto si voltò e si diresse verso il pozzo di Mimir. Era sotto la grande radice di Yggdrasil – la radice che nasceva da Jotunheim. E sedeva Mimir, il Guardiano del Pozzo della Saggezza, con i suoi occhi profondi chinati sulle acque profonde. E Mimir, che aveva bevuto ogni giorno dal Pozzo della Saggezza, sapeva chi era davanti a lui.

“Ave, Wotan, il più Anziano degli Dei”, disse. Allora Wotan fece riverenza a Mimir, il più saggio degli esseri del mondo. “Voglio bere dal tuo pozzo, Mimir”, disse. “C’è un prezzo da pagare. Tutti quelli che sono venuti qui a bere non hanno voluto pagare quel prezzo. Tu lo pagheresti, Anziano degli Dei?” “Non mi tirerò indietro dal pagare il prezzo che deve essere pagato, Mimir”, disse Wotan Padre di Tutto. “Allora bevi”, disse Mimir. Riempì un grande corno con acqua dal pozzo e lo diede a Wotan.

Wotan prese il corno con entrambe le mani e bevve e bevve. E mentre beveva tutto il futuro divenne lui chiaro. Vide tutti i dolori e le difficoltà che sarebbero cadute su Uomini e Dei. Ma vide anche perché i dolori e le sofferenze dovevano accadere, e vide come potevano nascere, così che gli Dei e gli Uomini, essendo nobili nei giorni di dolore e sofferenza, lasciassero nel mondo una forza che un giorno, un giorno davvero lontano, avrebbe distrurro il male che aveva portato il terrore, la tristezza e la disperazione nel mondo.

Dopo che aveva bevuto dal grande corno che Mimir gli aveva regalato, si portò una mano al volto e si tolse l’occhio sinistro. Terribile era il dolore sopportato da Wotan Padre di Tutto. Ma non emise un gemito né un lamento. Chinò la testa e mise il mantello davanti al suo viso, mentre Mimir prendeva l’occhio e lasciava che affondasse profondamente, nel profondo dell’acqua del Pozzo della Saggezza. E lì l’Occhio di Wotan rimase, risplendendo attraverso l’acqua, un segno per tutti coloro che venivano in quel luogo del prezzo che il Padre degli Dei aveva pagato per la sua saggezza.

 

IL MITO INDOEUROPEO DELL’UCCISORE DEL DRAGO

product_thumbnail.php

di Joakim “Oskorei” Andersen

Secondo lo studioso indo-europeista E. Benveniste, i primi indoeuropei, o, usando una terminologia politicamente scorretta, “Ariani”, erano riconoscibili per famiglie patriarcali estese, culto degli antenati, agricoltura e allevamento del bestiame, una società aristocratica di preti, guerrieri e agricoltori, adorazione delle “forze della natura” e sacrifici regali (di cui il più importante era Ashamedha, il sacrificio del cavallo).
Mircea Eliade avrebbe molto probabilmente sottolineato che i “popoli primitivi” non adorano le forze della natura in sé e per sé (piuttosto, le forze della natura sono viste come rappresentanti di forze e divinità cosmiche) e che a questo proposito, i primi Indo-Europei non facevano probabilmente eccezione. A prescindere da questa osservazione, tuttavia, Benveniste ci fornisce certamente un comodo sommario dei tratti unici dei nostri antenati. Molti di questi tratti hanno seguito anche gli Indoeuropei di tutto il mondo e nel corso della storia. Per esempio, il professor Georges Dumezil ha studiato come la tripartizione di preti, guerrieri e contadini si sia ripresentata nelle società indoeuropee dall’Irlanda all’India. Ma c’è ancora un’altra caratteristica unica che li ha seguiti e che Benveniste non menziona in questa analisi, vale a dire quella del mito dell’uccisore del drago.

Calvert Watkins – Come uccidere un drago

Il professor Calvert Watkins discute il mito dell’uccisore del drago nel suo enorme lavoro “How to Kill a Dragon“. Il professor Watkins è specializzato in quella che è conosciuta come “poesia comparativa indoeuropea”, il che significa che studia poesie, miti, preghiere, storie indoeuropee, ecc. Non studia il contenuto innanzitutto, ma piuttosto quali parole vengono usate, la struttura delle frasi, i tipi di versificazione e così via. Questo rende How to Kill a Dragon un libro estremamente complesso e teorico, che quindi dovrebbe essere raccomandato solo a fanatici di studi linguistici indoeuropei.
Il professor Watkins scrive che, secondo Benveniste, ci sono tre temi distinguibili all’interno del mito dell’uccisore del drago vedico (indo-ariano, proto-indiano): un tema religioso, che descrive le conquiste di un dio vittorioso, un tema epico della lotta di un eroe contro ciò che è di solito un mostro rettiliano e un tema mistico che descrive la liberazione dell’acqua.
Il primo tema coinvolge un dio della guerra indo-iraniano, che è spesso anche un dio delle tempeste. Il secondo tema esiste anche al di fuori della sfera culturale indoeuropea; l’eroe che uccide il serpente può essere trovato tra i semiti, i popoli americani, gli asiatici e altri. Il terzo tema è specificamente indoeuropeo; il drago ha reclamato l’acqua per sé e gli impedisce di fluire liberamente. Il mondo e l’umanità sono conseguentemente colpiti dalla sete. Watkins sospetta che questo tema provenga da un periodo in cui i primi indoeuropei vivevano in paesaggi piuttosto aridi più a nord rispetto all’India.
Il metodo di lavoro di Watkins, studiando parole e frasi, è molto utile. Con esso, può dimostrare che i miti dell’uccisore del drago in, ad esempio, Irlanda, Iran o nella Scandinavia dei Vichinghi sono direttamente “discesi” dal mito dell’uccisore di draghi originale, e quindi non “presi in prestito” da altri popoli. Ciò è dovuto al fatto che le stesse parole si ripresentano nelle stesse sezioni, con lo stesso ordine delle parole, la stessa “formula” linguistica, ecc.

Indra e Vritra

Indra, il dio della guerra, era il “protettore divino” degli Ariani, che li guidava nei racconti in cui combattevano contro la popolazione indigena dell’India, i “Dasa”. Indra è stato anche uno dei primi uccisori di draghi. Vritra, il drago a tre teste, aveva rivendicato tutta l’acqua del mondo per sé, e Indra ucideva il drago per restituire l’acqua al mondo e all’umanità. Questo è una sorta di “prototipo” del mito dell’uccisore del drago. Un drago ha usurpato qualcosa di essenziale per l’umanità, ed è quindi ucciso da un eroe.
Miti più tardi dell’uccisore di draghi di fondamentale importanza includono la lotta ittita tra il dio Teshub e il drago Illuyanka, la lotta di Zeus contro il mostro a cento teste Tifone, la lotta di Apollo contro il serpente Pitone e la battaglia di Thor contro il Serpente di Midgard. È interessante notare che Teshub, Thor e Zeus, come Indra, non sono solo dèi della guerra ma anche di tuono e tempesta.
Per coloro che hanno un interesse per la scuola tradizionalista, è abbastanza ovvio che il tema del mito dell’uccisore del drago è quello di una lotta tra un dio del cielo olimpico che combatte un drago ctonio o addirittura demoniaco. Questo può anche essere visto in termini più generali come una lotta tra il cosmo e il caos. I popoli antichi spesso vedevano il drago come un insegnante, ma solo vaghi echi di ciò sono conservati nelle mitologie indoeuropee (Sigurd imparò a comprendere il discorso degli uccelli dopo aver divorato il cuore di Fafnir, e Odino si trasformò in un serpente per ottenere l’idromele della poesia, ma ancora una volta, questi sono solo vaghi echi dei tempi passati).

Dal mito all’epica

Nel corso del tempo, si può osservare un cambiamento nel mito dell’uccisore di draghi tra i popoli indo-europei. Mentre la versione originale della storia era una lotta cosmica tra un dio e un drago, il mito in seguito si trasformò in un racconto epico con un eroe più o meno umano come protagonista. Qui vediamo l’epopea iraniana di Zahhak, che ha due serpenti sulle spalle e mangia il cervello degli umani. Zahhak usurpa il trono dell’imperatore Jamshid, ma in seguito viene ucciso dall’eroe Feridun. Quindi, la lotta è stata umanizzata e non è più tra gli dei. Ma rimangono gli stessi temi, come possiamo dire della storia di Eracle e del drago d’acqua a più teste Hydra, così come della favola irlandese di Fergus mac Leti e il mostro marino Muirdris. Anche nell’Europa orientale ci sono molti miti dell’uccisore del drago e fino al XVII secolo un “eroe” era da principio equiparato a un uccisore di draghi. Tra gli albanesi, si trova la peculiare creatura draconica Bolla/Kulshedra (gli albanesi sono l’unico popolo indo-europeo che il professor Watkins non discute nel suo libro, e la loro mitologia è probabilmente una miniera d’oro inesplorata per gli indoeuropei). Nella mitologia germanica norrena, Sigurd L’Uccisore del Drago uccide il drago Fafnir. In questa versione il drago non accumula acqua, ma oro. Il professor Watkins scrive che questo era visto molto negativamente dalle popolazioni germaniche, dal momento che credevano che l’oro dovesse fluire liberamente tra i membri della società e non essere accumulato a vantaggio di qualcuno.
Il mito dell’uccisore del drago sopravvisse nell’era cristiana attraverso, per esempio, la leggenda di San Giorgio e il Drago. In questa leggenda, la trama è ancora di un drago che accumula una fonte d’acqua, nonostante l’aggiunta di sacrifici umani e una bella fanciulla.
Il professor Watkins dimostra anche come il linguaggio, certe frasi ecc. del mito dell’uccisore di draghi si ripresentino nei racconti più recenti, anche quando non si occupano dell’uccisione di draghi. Per esempio, nella credenza popolare, certi incantesimi usavano la stessa terminologia per uccidere un “verme” sotto forma di malattia. Nell’era moderna, il mito dell’uccisore di draghi è un tema centrale ricorrente del genere fantasy. È sopravvissuto anche nella propaganda politica, che ha incoraggiato l’uccisione di tutto, dal “drago del debito” al serpente del comunismo. Oggi, l’acqua delle nostre società non è prima di tutto usurpata da grandi rettiliani. Pertanto, gli uccisori di draghi del nostro tempo dovrebbero piuttosto sforzarsi di uccidere il drago dell’etnomasochismo o il drago della distruzione ambientale. Ma il tema principale rimane lo stesso: i rappresentanti delle forze ctonie e demoniache (capitalismo senz’anima e comunismo, etnomasochismo, distruzione della ecosfera) devono essere sconfitti da rappresentanti di un’immortale saggezza olimpica.

STORIA DI DUE MARTELLI

hammersite

di T.A. Odinson Walsh

Come è avvenuto per molti altri simboli di orgoglio, passione e spiritualità eurocentrica negli ultimi decenni, abbiamo visto in tempi recenti l’uso del Martello di Thor – o, come è più propriamente conosciuto, il Mjolnir – da parte di una vasta gamma di gente di origine indoeuropea. Come nell’aver visto altre espressioni simboliche, ho provato un certo orgoglio nel sapere che la consapevolezza della nostra eredità rimane viva a un certo livello, eppure, allo stesso tempo, ho provato una buona dose di delusione, forse anche ira, nel sapere che, mentre così tanti possono fare manifestazioni pubbliche di orgoglio e consapevolezza culturale, il fatto triste è che ben pochi apprezzano o sono dediti a quelle discipline private che sono fondamentali per rendere rilevante il loro orgoglio o consapevolezza. Anche se non sarebbe mai nostro intento offendere qualcuno per questo, dobbiamo essere fiduciosi nella nostra convinzione che nessun’anima Fedele si offenderà quando, vedendogli un Mjolnir al collo, chiederemo: quale Martello indossi?

Un martello, in mano all’orgoglio
Può fare una grande costruzione
Ma in chi fugge l’onore
Mieterà solo distruzione

Poiché il Mjolnir per me non è solo un simbolo di orgoglio culturale (anche se lo è certamente) ma anche, soprattutto, quello che simboleggia in modo sacro i doni che Odino Padre di Tutto ha dato ai suoi figli – dei quali, ovviamente, Thor è il primo – doni che ci “armano” spiritualmente e ci danno gli “strumenti” necessari per preservare l’orgoglio che costruiamo, sono particolarmente offeso quando incontro individui che indossano un Martello che, per loro ignoranza (a cui si può rimediare) o per loro indifferenza (che non ha scuse) vivono stili di vita che non rispettano né la sacralità di questo simbolo né l’orgoglio che pretendevano li avesse motivati a indossarlo.

Forse è la lezione più pertinente da imparare quando si tratta della sacralità con cui dovremmo guardare all’uso dei nostri Martelli (o qualsiasi simbologia sacra indoeuropea, se è per questo): se mettiamo in mostra il nostro orgoglio indossando Martelli, o con tatuaggi culturalmente consapevoli, ecc., non dovremmo vivere vite di cui essere orgogliosi? Avendo io stesso vissuto una vita in cui ho tentato di razionalizzare la mia viltà convincendomi che stavo “portando avanti la tradizione di saccheggio dei miei antenati Nordo-Celtici”, ed ero legittimato a portarlo (o solo sedicente tale se si vuole… così sia) non solo ho scoperto, ma ho dimostrato il coraggio necessario per chiedermi: come sto infondendo orgoglio nella mia gente con i miei comportamenti? Cosa ho veramente di cui posso essere orgoglioso? E perché qualcun altro dovrebbe esserlo di me? Queste sono domande difficili da porsi, ma sono domande che devono essere poste – e a cui si deve rispondere onestamente – se un individuo si evolverà mai oltre la vita del vuoto spirituale (cioè una vita priva di orgoglio Fedele) che sembra essere la situazione di troppi della nostra gente in questi giorni.

Un martello, in un cuore che è Fedele
Definisce un grande destino
Ma tenuto dalla falsità può cancellare
Tutto ciò che potresti essere

Quando ho scoperto la determinazione e l’autodisciplina che mi avrebbe condotto all’albero del mio sacrificio individuale, mi sono allontanato dall’esperienza capendo che tutta la conoscenza a cui ero giunto prima, per quanto concreta o favorevole alla mia “sopravvivenza” di base, era stata niente. Solo quando sono stato in grado di vedere tutte le cose attraverso la prospettiva dell’Occhio di Odino, una prospettiva acquisita solo attraverso un sacrificio totale di se stessi a se stessi (una rinascita che i monoteisti non possono comprendere perché non rinunciano mai a se stessi per se stessi, ma invece “danno a Dio”), ho pienamente compreso che la vita non è semplicemente “sopravvivenza”, ma piuttosto stabilire un lascito, evocare lealtà e sradicare debolezze. Tali sono gli obiettivi di un cuore Fedele, e questa è l’essenza del mio Martello al collo.

In questo modo il Martello diventa, per me, per te, per ogni fratello o sorella che lo indossa così, molto più di un “simbolo” del nostro orgoglio. Diventa un ricordo sempre presente dell’ethos a cui dovremmo essere legati, l’importanza del nostro servizio a qualcosa di diverso da noi stessi e il privilegio che possediamo nell’aver ereditato una fondazione spirituale che costringerebbe ciascuno di noi a creare una cultura in cui l’evoluzione era un obbligo e quindi nessun obiettivo irraggiungibile.

Naturalmente, come sempre, ci saranno quelli che affermano che il loro Martello lo brandiscono come ritengono opportuno e determinare il loro destino è affar loro. Tuttavia, ricorderei loro che il Martello non è davvero loro, ma di Thor tramite suo (e nostro) padre Odino, e sebbene lo stesso Loki sia noto per averlo rubato di tanto in tanto, è stato anche, in ogni occasione, costretto a restituirlo a chi lo maneggerà in modo Fedele. Inoltre, nessuno tranne le Norne stesse determinano fato o destino, quindi state certi che laddove ci si creda astuti e liberi dalle leggi dell’albero del mondo, quelle signore tesseranno per loro un finale che si adatta alla loro stoltezza.

Inoltre, vorrei sfidare tutto e tutti a offrire una confutazione razionale di questo dialogo; spiegare che se i nostri Martelli non sono intesi a garantire la costruzione di una vita onorevole, produttiva e quindi Fedelmente orgogliosa, allora ditemi, per favore, a che servono?

Un Martello, canta una canzone da soldato
Del lottare per essere liberi
Da un altro, che è tenuto in errore
Da chi è troppo cieco per vedere

Come per ogni altro aspetto del nostro dovere spirituale e culturale, il mantenimento della dignità e della sacralità del nostro simbolismo è un esercizio che richiede un coraggio costante e diligente. Come accennato in precedenza, ci sono molti che sono semplicemente ignoranti del carattere e dell’impegno che dovrebbero accompagnare il simbolismo del nostro patrimonio ancestrale, poiché sono stati falsamente portati a credere che questi siano poco più che simboli di affermazione sociale, emblemi da indossare in uno sforzo per “adattarsi”. Queste sono persone, naturalmente, a cui la nostra Esclusività Odinista dovrebbe essere estesa, poiché nell’illuminazione viene l’ispirazione, e dall’ispirazione arriva lo zelo. Tuttavia, per gli altri precedentemente menzionati, coloro che sono semplicemente indifferenti al modo in cui disonorano e sviliscono ciò che sanno richiedere più impegno di carattere, che adottano i nostri sacri emblemi solo perché credono che essi rafforzino i loro ideali idioti di “ribellione”, lascerò che sia lo stesso Odino Padre di Tutto a dirlo, come fa lui, al meglio:

I buoi muoiono e i parenti muoiono
Presto anche tu morirai
Una cosa, conosco, che non appassirà mai
Il giudizio su ognuno che è morto

Havamal, Stanza 77

Molti, persino tra coloro che non praticano l’Odinismo, hanno familiarità con la Stanza 76 dell’Havamal, che parla della “fama di un uomo morto”, ma pochi sanno che Har ha preparato il destino anche per gli infami! Che tutti raccoglieranno ciò che hanno seminato non è una moderna visione monoteista, ma una legge naturale antica quanto il cielo stesso, ne sono sicuro. Quindi, per coloro che non maneggiano il Martello Fedele, le cui vite disonorevoli hanno reso il simbolismo “irrilevante”, verrà anche il vostro “raccolto”.

Per il resto di noi, ricordiamoci sempre che nulla del nostro orgoglio e consapevolezza spirituale o culturale è “irrilevante”. Rinnoviamo i nostri impegni verso l’attenzione e la fedeltà necessari a rafforzare la rilevanza che deve accompagnare il nostro orgoglio e consapevolezza, e raggiungere coloro che inconsapevolmente o inconsciamente si vergognano di ciò che è loro diritto di nascita: il senso del loro passato, per concentrarsi sul loro futuro! Quale martello indosserete?