WOTAN AL POZZO DI MIMIR: IL SACRIFICIO PER LA SAGGEZZA

Wotan

di Padraic Colum

E così Wotan, non più a cavallo di Sleipner, il suo destriero a otto zampe; non più con la sua armatura d’oro e il suo elmo d’aquila, e senza nemmeno la sua lancia in mano, attraversò Midgard, il Mondo degli Uomini, e si diresse verso Jotunheim, il Regno dei Giganti.

Non era più chiamato Wotan Padre di Tutto, ma Vegtam il Camminatore. Indossava un mantello blu scuro e portava tra le mani il bastone di un viaggiatore. E ora, mentre si dirigeva verso il pozzo di Mimir, che era vicino a Jotunheim, si imbatté in un gigante che cavalcava un grande cervo.

Wotan sembrava un uomo agli uomini e un gigante ai giganti. Andò accanto al Gigante sul grande Cervo e i due parlarono insieme. “Chi sei, fratello?” Chiese Wotan al Gigante.

“Io sono Vafthrudner, il più saggio dei Giganti”, disse quello che cavalcava il Cervo. Wotan lo conobbe allora. Vafthrudner era davvero il più saggio dei Giganti, e molti andavano a cercare di ottenere la saggezza da lui. Ma quelli che andavano da lui dovevano rispondere agli enigmi che poneva Vafthrudner, e se non rispondevano, il Gigante tagliava loro la testa.

“Sono Vegtam il Camminatore”, disse Wotan, “e so chi sei, o Vafthrudner. Mi piacerebbe imparare qualcosa da te”.

Il gigante rise, mostrando i denti. “Oh, oh,” disse, “sono pronto per una partita con te. Conosci la posta in gioco? La mia testa a te se non posso rispondere a una qualsiasi domanda tu ponga, allora la tua testa va a me. Oh oh oh. E ora cominciamo”. “Sono pronto”, disse Wotan. “Allora dimmi”, disse Vafthrudner, “dimmi il nome del fiume che divide Asgard da Jotumheim?” “Ifling è il nome di quel fiume” disse Wotan. “Ifling che è freddissimo, ma non è mai congelato.” “Hai risposto correttamente, o Viandante”, disse il Gigante. “Ma devi ancora rispondere ad altre domande. Quali sono i nomi dei cavalli che giorno e notte attraversano il cielo?” “Skinfaxi e Hrimfaxi”, rispose Wotan. Vafthrudner fu sorpreso nel sentire qualcuno dire i nomi che erano noti solo agli Dei e ai più saggi dei Giganti. C’era solo una domanda ora che avrebbe potuto fare prima che arrivasse il turno dello sconosciuto.

“Dimmi,” disse Vafthrudner, “come si chiama la pianura su cui si combatterà l’ultima battaglia?” “La Piana di Vigrid”, disse Wotan, “la pianura lunga cento miglia e cento miglia di diametro”.

Ora era il turno di Wotan per porre domande a Vafthrudner. “Quali saranno le ultime parole che Wotan sussurrerà all’orecchio di Baldur, il suo caro figlio?” chiese.

Molto sorpreso era il Vafthrudner Gigante a quella domanda. Balzò a terra e osservò intensamente lo straniero. “Solo Wotan sa quali saranno le sue ultime parole per Baldur”, disse. “E solo Wotan avrebbe fatto quella domanda. Tu sei Wotan, o Camminatore, e alla tua domanda non posso rispondere”.

“Allora,” disse Wotan, “se vuoi mantenere la testa, rispondimi: quale prezzo chiederà Mimir per pescare dal Pozzo della Saggezza che custodisce?” “Chiederà un tuo occhio come prezzo, o Wotan” disse Vafthrudner. “Chiederà un prezzo non inferiore a quello?” disse Wotan. “Chiederà non meno di quello. Molti sono venuti da lui per una pesca dal Pozzo della Saggezza, ma nessuno ha ancora pagato il prezzo che chiede Mimir. Ho risposto alla tua domanda, o Wotan. Ora abbandona il tuo diritto alla mia testa e lasciami andare sulla mia strada”. “Rinuncio alla tua testa”, disse Wotan. Allora Valthrudner, il più saggio dei Giganti, se ne andò, cavalcando il suo grande Cervo.Quello che chiedeva Mimir era un prezzo terribile per attingere al Pozzo della Saggezza e molto turbato era Wotan Padre di Tutto quando gli fu rivelato. Il suo occhio! Per sempre, senza la vista del suo occhio! Quasi avrebbe voluto far ritorno ad Asgard, rinunciando alla sua ricerca della saggezza.

Proseguì, non volgendo né verso Asgard né verso il Pozzo di Mimir. E quando andò verso Sud, vide Muspelheim, dove si trovava Surtur con la Spada Fiammeggiante, una figura terribile, che un giorno si unì ai Giganti nella loro guerra contro gli Dei. E quando girò verso Nord udì il ruggito del calderone Hvergelmer mentre si riversava fuori da Niflheim, il luogo dell’oscurità e del terrore. E Wotan sapeva che il mondo non doveva essere lasciato tra Surtur, che lo avrebbe distrutto con il fuoco, e Niflheim, che lo avrebbe riportato a Oscurità e al Vuoto. Lui, il più anziano, doveva salvare il mondo.

E così, col volto severo di fronte alla sua perdita e al dolore, Wotan Padre di Tutto si voltò e si diresse verso il pozzo di Mimir. Era sotto la grande radice di Yggdrasil – la radice che nasceva da Jotunheim. E sedeva Mimir, il Guardiano del Pozzo della Saggezza, con i suoi occhi profondi chinati sulle acque profonde. E Mimir, che aveva bevuto ogni giorno dal Pozzo della Saggezza, sapeva chi era davanti a lui.

“Ave, Wotan, il più Anziano degli Dei”, disse. Allora Wotan fece riverenza a Mimir, il più saggio degli esseri del mondo. “Voglio bere dal tuo pozzo, Mimir”, disse. “C’è un prezzo da pagare. Tutti quelli che sono venuti qui a bere non hanno voluto pagare quel prezzo. Tu lo pagheresti, Anziano degli Dei?” “Non mi tirerò indietro dal pagare il prezzo che deve essere pagato, Mimir”, disse Wotan Padre di Tutto. “Allora bevi”, disse Mimir. Riempì un grande corno con acqua dal pozzo e lo diede a Wotan.

Wotan prese il corno con entrambe le mani e bevve e bevve. E mentre beveva tutto il futuro divenne lui chiaro. Vide tutti i dolori e le difficoltà che sarebbero cadute su Uomini e Dei. Ma vide anche perché i dolori e le sofferenze dovevano accadere, e vide come potevano nascere, così che gli Dei e gli Uomini, essendo nobili nei giorni di dolore e sofferenza, lasciassero nel mondo una forza che un giorno, un giorno davvero lontano, avrebbe distrurro il male che aveva portato il terrore, la tristezza e la disperazione nel mondo.

Dopo che aveva bevuto dal grande corno che Mimir gli aveva regalato, si portò una mano al volto e si tolse l’occhio sinistro. Terribile era il dolore sopportato da Wotan Padre di Tutto. Ma non emise un gemito né un lamento. Chinò la testa e mise il mantello davanti al suo viso, mentre Mimir prendeva l’occhio e lasciava che affondasse profondamente, nel profondo dell’acqua del Pozzo della Saggezza. E lì l’Occhio di Wotan rimase, risplendendo attraverso l’acqua, un segno per tutti coloro che venivano in quel luogo del prezzo che il Padre degli Dei aveva pagato per la sua saggezza.

 

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IL MITO INDOEUROPEO DELL’UCCISORE DEL DRAGO

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di Joakim “Oskorei” Andersen

Secondo lo studioso indo-europeista E. Benveniste, i primi indoeuropei, o, usando una terminologia politicamente scorretta, “Ariani”, erano riconoscibili per famiglie patriarcali estese, culto degli antenati, agricoltura e allevamento del bestiame, una società aristocratica di preti, guerrieri e agricoltori, adorazione delle “forze della natura” e sacrifici regali (di cui il più importante era Ashamedha, il sacrificio del cavallo).
Mircea Eliade avrebbe molto probabilmente sottolineato che i “popoli primitivi” non adorano le forze della natura in sé e per sé (piuttosto, le forze della natura sono viste come rappresentanti di forze e divinità cosmiche) e che a questo proposito, i primi Indo-Europei non facevano probabilmente eccezione. A prescindere da questa osservazione, tuttavia, Benveniste ci fornisce certamente un comodo sommario dei tratti unici dei nostri antenati. Molti di questi tratti hanno seguito anche gli Indoeuropei di tutto il mondo e nel corso della storia. Per esempio, il professor Georges Dumezil ha studiato come la tripartizione di preti, guerrieri e contadini si sia ripresentata nelle società indoeuropee dall’Irlanda all’India. Ma c’è ancora un’altra caratteristica unica che li ha seguiti e che Benveniste non menziona in questa analisi, vale a dire quella del mito dell’uccisore del drago.

Calvert Watkins – Come uccidere un drago

Il professor Calvert Watkins discute il mito dell’uccisore del drago nel suo enorme lavoro “How to Kill a Dragon“. Il professor Watkins è specializzato in quella che è conosciuta come “poesia comparativa indoeuropea”, il che significa che studia poesie, miti, preghiere, storie indoeuropee, ecc. Non studia il contenuto innanzitutto, ma piuttosto quali parole vengono usate, la struttura delle frasi, i tipi di versificazione e così via. Questo rende How to Kill a Dragon un libro estremamente complesso e teorico, che quindi dovrebbe essere raccomandato solo a fanatici di studi linguistici indoeuropei.
Il professor Watkins scrive che, secondo Benveniste, ci sono tre temi distinguibili all’interno del mito dell’uccisore del drago vedico (indo-ariano, proto-indiano): un tema religioso, che descrive le conquiste di un dio vittorioso, un tema epico della lotta di un eroe contro ciò che è di solito un mostro rettiliano e un tema mistico che descrive la liberazione dell’acqua.
Il primo tema coinvolge un dio della guerra indo-iraniano, che è spesso anche un dio delle tempeste. Il secondo tema esiste anche al di fuori della sfera culturale indoeuropea; l’eroe che uccide il serpente può essere trovato tra i semiti, i popoli americani, gli asiatici e altri. Il terzo tema è specificamente indoeuropeo; il drago ha reclamato l’acqua per sé e gli impedisce di fluire liberamente. Il mondo e l’umanità sono conseguentemente colpiti dalla sete. Watkins sospetta che questo tema provenga da un periodo in cui i primi indoeuropei vivevano in paesaggi piuttosto aridi più a nord rispetto all’India.
Il metodo di lavoro di Watkins, studiando parole e frasi, è molto utile. Con esso, può dimostrare che i miti dell’uccisore del drago in, ad esempio, Irlanda, Iran o nella Scandinavia dei Vichinghi sono direttamente “discesi” dal mito dell’uccisore di draghi originale, e quindi non “presi in prestito” da altri popoli. Ciò è dovuto al fatto che le stesse parole si ripresentano nelle stesse sezioni, con lo stesso ordine delle parole, la stessa “formula” linguistica, ecc.

Indra e Vritra

Indra, il dio della guerra, era il “protettore divino” degli Ariani, che li guidava nei racconti in cui combattevano contro la popolazione indigena dell’India, i “Dasa”. Indra è stato anche uno dei primi uccisori di draghi. Vritra, il drago a tre teste, aveva rivendicato tutta l’acqua del mondo per sé, e Indra ucideva il drago per restituire l’acqua al mondo e all’umanità. Questo è una sorta di “prototipo” del mito dell’uccisore del drago. Un drago ha usurpato qualcosa di essenziale per l’umanità, ed è quindi ucciso da un eroe.
Miti più tardi dell’uccisore di draghi di fondamentale importanza includono la lotta ittita tra il dio Teshub e il drago Illuyanka, la lotta di Zeus contro il mostro a cento teste Tifone, la lotta di Apollo contro il serpente Pitone e la battaglia di Thor contro il Serpente di Midgard. È interessante notare che Teshub, Thor e Zeus, come Indra, non sono solo dèi della guerra ma anche di tuono e tempesta.
Per coloro che hanno un interesse per la scuola tradizionalista, è abbastanza ovvio che il tema del mito dell’uccisore del drago è quello di una lotta tra un dio del cielo olimpico che combatte un drago ctonio o addirittura demoniaco. Questo può anche essere visto in termini più generali come una lotta tra il cosmo e il caos. I popoli antichi spesso vedevano il drago come un insegnante, ma solo vaghi echi di ciò sono conservati nelle mitologie indoeuropee (Sigurd imparò a comprendere il discorso degli uccelli dopo aver divorato il cuore di Fafnir, e Odino si trasformò in un serpente per ottenere l’idromele della poesia, ma ancora una volta, questi sono solo vaghi echi dei tempi passati).

Dal mito all’epica

Nel corso del tempo, si può osservare un cambiamento nel mito dell’uccisore di draghi tra i popoli indo-europei. Mentre la versione originale della storia era una lotta cosmica tra un dio e un drago, il mito in seguito si trasformò in un racconto epico con un eroe più o meno umano come protagonista. Qui vediamo l’epopea iraniana di Zahhak, che ha due serpenti sulle spalle e mangia il cervello degli umani. Zahhak usurpa il trono dell’imperatore Jamshid, ma in seguito viene ucciso dall’eroe Feridun. Quindi, la lotta è stata umanizzata e non è più tra gli dei. Ma rimangono gli stessi temi, come possiamo dire della storia di Eracle e del drago d’acqua a più teste Hydra, così come della favola irlandese di Fergus mac Leti e il mostro marino Muirdris. Anche nell’Europa orientale ci sono molti miti dell’uccisore del drago e fino al XVII secolo un “eroe” era da principio equiparato a un uccisore di draghi. Tra gli albanesi, si trova la peculiare creatura draconica Bolla/Kulshedra (gli albanesi sono l’unico popolo indo-europeo che il professor Watkins non discute nel suo libro, e la loro mitologia è probabilmente una miniera d’oro inesplorata per gli indoeuropei). Nella mitologia germanica norrena, Sigurd L’Uccisore del Drago uccide il drago Fafnir. In questa versione il drago non accumula acqua, ma oro. Il professor Watkins scrive che questo era visto molto negativamente dalle popolazioni germaniche, dal momento che credevano che l’oro dovesse fluire liberamente tra i membri della società e non essere accumulato a vantaggio di qualcuno.
Il mito dell’uccisore del drago sopravvisse nell’era cristiana attraverso, per esempio, la leggenda di San Giorgio e il Drago. In questa leggenda, la trama è ancora di un drago che accumula una fonte d’acqua, nonostante l’aggiunta di sacrifici umani e una bella fanciulla.
Il professor Watkins dimostra anche come il linguaggio, certe frasi ecc. del mito dell’uccisore di draghi si ripresentino nei racconti più recenti, anche quando non si occupano dell’uccisione di draghi. Per esempio, nella credenza popolare, certi incantesimi usavano la stessa terminologia per uccidere un “verme” sotto forma di malattia. Nell’era moderna, il mito dell’uccisore di draghi è un tema centrale ricorrente del genere fantasy. È sopravvissuto anche nella propaganda politica, che ha incoraggiato l’uccisione di tutto, dal “drago del debito” al serpente del comunismo. Oggi, l’acqua delle nostre società non è prima di tutto usurpata da grandi rettiliani. Pertanto, gli uccisori di draghi del nostro tempo dovrebbero piuttosto sforzarsi di uccidere il drago dell’etnomasochismo o il drago della distruzione ambientale. Ma il tema principale rimane lo stesso: i rappresentanti delle forze ctonie e demoniache (capitalismo senz’anima e comunismo, etnomasochismo, distruzione della ecosfera) devono essere sconfitti da rappresentanti di un’immortale saggezza olimpica.

STORIA DI DUE MARTELLI

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di T.A. Odinson Walsh

Come è avvenuto per molti altri simboli di orgoglio, passione e spiritualità eurocentrica negli ultimi decenni, abbiamo visto in tempi recenti l’uso del Martello di Thor – o, come è più propriamente conosciuto, il Mjolnir – da parte di una vasta gamma di gente di origine indoeuropea. Come nell’aver visto altre espressioni simboliche, ho provato un certo orgoglio nel sapere che la consapevolezza della nostra eredità rimane viva a un certo livello, eppure, allo stesso tempo, ho provato una buona dose di delusione, forse anche ira, nel sapere che, mentre così tanti possono fare manifestazioni pubbliche di orgoglio e consapevolezza culturale, il fatto triste è che ben pochi apprezzano o sono dediti a quelle discipline private che sono fondamentali per rendere rilevante il loro orgoglio o consapevolezza. Anche se non sarebbe mai nostro intento offendere qualcuno per questo, dobbiamo essere fiduciosi nella nostra convinzione che nessun’anima Fedele si offenderà quando, vedendogli un Mjolnir al collo, chiederemo: quale Martello indossi?

Un martello, in mano all’orgoglio
Può fare una grande costruzione
Ma in chi fugge l’onore
Mieterà solo distruzione

Poiché il Mjolnir per me non è solo un simbolo di orgoglio culturale (anche se lo è certamente) ma anche, soprattutto, quello che simboleggia in modo sacro i doni che Odino Padre di Tutto ha dato ai suoi figli – dei quali, ovviamente, Thor è il primo – doni che ci “armano” spiritualmente e ci danno gli “strumenti” necessari per preservare l’orgoglio che costruiamo, sono particolarmente offeso quando incontro individui che indossano un Martello che, per loro ignoranza (a cui si può rimediare) o per loro indifferenza (che non ha scuse) vivono stili di vita che non rispettano né la sacralità di questo simbolo né l’orgoglio che pretendevano li avesse motivati a indossarlo.

Forse è la lezione più pertinente da imparare quando si tratta della sacralità con cui dovremmo guardare all’uso dei nostri Martelli (o qualsiasi simbologia sacra indoeuropea, se è per questo): se mettiamo in mostra il nostro orgoglio indossando Martelli, o con tatuaggi culturalmente consapevoli, ecc., non dovremmo vivere vite di cui essere orgogliosi? Avendo io stesso vissuto una vita in cui ho tentato di razionalizzare la mia viltà convincendomi che stavo “portando avanti la tradizione di saccheggio dei miei antenati Nordo-Celtici”, ed ero legittimato a portarlo (o solo sedicente tale se si vuole… così sia) non solo ho scoperto, ma ho dimostrato il coraggio necessario per chiedermi: come sto infondendo orgoglio nella mia gente con i miei comportamenti? Cosa ho veramente di cui posso essere orgoglioso? E perché qualcun altro dovrebbe esserlo di me? Queste sono domande difficili da porsi, ma sono domande che devono essere poste – e a cui si deve rispondere onestamente – se un individuo si evolverà mai oltre la vita del vuoto spirituale (cioè una vita priva di orgoglio Fedele) che sembra essere la situazione di troppi della nostra gente in questi giorni.

Un martello, in un cuore che è Fedele
Definisce un grande destino
Ma tenuto dalla falsità può cancellare
Tutto ciò che potresti essere

Quando ho scoperto la determinazione e l’autodisciplina che mi avrebbe condotto all’albero del mio sacrificio individuale, mi sono allontanato dall’esperienza capendo che tutta la conoscenza a cui ero giunto prima, per quanto concreta o favorevole alla mia “sopravvivenza” di base, era stata niente. Solo quando sono stato in grado di vedere tutte le cose attraverso la prospettiva dell’Occhio di Odino, una prospettiva acquisita solo attraverso un sacrificio totale di se stessi a se stessi (una rinascita che i monoteisti non possono comprendere perché non rinunciano mai a se stessi per se stessi, ma invece “danno a Dio”), ho pienamente compreso che la vita non è semplicemente “sopravvivenza”, ma piuttosto stabilire un lascito, evocare lealtà e sradicare debolezze. Tali sono gli obiettivi di un cuore Fedele, e questa è l’essenza del mio Martello al collo.

In questo modo il Martello diventa, per me, per te, per ogni fratello o sorella che lo indossa così, molto più di un “simbolo” del nostro orgoglio. Diventa un ricordo sempre presente dell’ethos a cui dovremmo essere legati, l’importanza del nostro servizio a qualcosa di diverso da noi stessi e il privilegio che possediamo nell’aver ereditato una fondazione spirituale che costringerebbe ciascuno di noi a creare una cultura in cui l’evoluzione era un obbligo e quindi nessun obiettivo irraggiungibile.

Naturalmente, come sempre, ci saranno quelli che affermano che il loro Martello lo brandiscono come ritengono opportuno e determinare il loro destino è affar loro. Tuttavia, ricorderei loro che il Martello non è davvero loro, ma di Thor tramite suo (e nostro) padre Odino, e sebbene lo stesso Loki sia noto per averlo rubato di tanto in tanto, è stato anche, in ogni occasione, costretto a restituirlo a chi lo maneggerà in modo Fedele. Inoltre, nessuno tranne le Norne stesse determinano fato o destino, quindi state certi che laddove ci si creda astuti e liberi dalle leggi dell’albero del mondo, quelle signore tesseranno per loro un finale che si adatta alla loro stoltezza.

Inoltre, vorrei sfidare tutto e tutti a offrire una confutazione razionale di questo dialogo; spiegare che se i nostri Martelli non sono intesi a garantire la costruzione di una vita onorevole, produttiva e quindi Fedelmente orgogliosa, allora ditemi, per favore, a che servono?

Un Martello, canta una canzone da soldato
Del lottare per essere liberi
Da un altro, che è tenuto in errore
Da chi è troppo cieco per vedere

Come per ogni altro aspetto del nostro dovere spirituale e culturale, il mantenimento della dignità e della sacralità del nostro simbolismo è un esercizio che richiede un coraggio costante e diligente. Come accennato in precedenza, ci sono molti che sono semplicemente ignoranti del carattere e dell’impegno che dovrebbero accompagnare il simbolismo del nostro patrimonio ancestrale, poiché sono stati falsamente portati a credere che questi siano poco più che simboli di affermazione sociale, emblemi da indossare in uno sforzo per “adattarsi”. Queste sono persone, naturalmente, a cui la nostra Esclusività Odinista dovrebbe essere estesa, poiché nell’illuminazione viene l’ispirazione, e dall’ispirazione arriva lo zelo. Tuttavia, per gli altri precedentemente menzionati, coloro che sono semplicemente indifferenti al modo in cui disonorano e sviliscono ciò che sanno richiedere più impegno di carattere, che adottano i nostri sacri emblemi solo perché credono che essi rafforzino i loro ideali idioti di “ribellione”, lascerò che sia lo stesso Odino Padre di Tutto a dirlo, come fa lui, al meglio:

I buoi muoiono e i parenti muoiono
Presto anche tu morirai
Una cosa, conosco, che non appassirà mai
Il giudizio su ognuno che è morto

Havamal, Stanza 77

Molti, persino tra coloro che non praticano l’Odinismo, hanno familiarità con la Stanza 76 dell’Havamal, che parla della “fama di un uomo morto”, ma pochi sanno che Har ha preparato il destino anche per gli infami! Che tutti raccoglieranno ciò che hanno seminato non è una moderna visione monoteista, ma una legge naturale antica quanto il cielo stesso, ne sono sicuro. Quindi, per coloro che non maneggiano il Martello Fedele, le cui vite disonorevoli hanno reso il simbolismo “irrilevante”, verrà anche il vostro “raccolto”.

Per il resto di noi, ricordiamoci sempre che nulla del nostro orgoglio e consapevolezza spirituale o culturale è “irrilevante”. Rinnoviamo i nostri impegni verso l’attenzione e la fedeltà necessari a rafforzare la rilevanza che deve accompagnare il nostro orgoglio e consapevolezza, e raggiungere coloro che inconsapevolmente o inconsciamente si vergognano di ciò che è loro diritto di nascita: il senso del loro passato, per concentrarsi sul loro futuro! Quale martello indosserete?

OCCHIO DI WOTAN

Wotan's Eye

di Ron McVan

“Una psicologia umana completa ed equilibrata è di natura quadruplice, come è rappresentato dall’occhio universale di Wotan. Quando la mente esplora questo simbolo, è portata verso idee che vanno oltre la comprensione della ragione”……………C.G.Jung

Attraverso la funzione dell’occhio, diveniamo consapevoli della fantasmagoria del mondo fenomenico, che Shakespeare chiamava, “lo spettacolo incorporeo”. L’occhio è il primo cerchio, l’orizzonte che forma è il secondo cerchio e in tutta la natura questa figura primaria è ripetuta senza fine, è l’emblema più profondo di tutti i cifrari noti all’uomo: oltre la barriera della conoscenza umana pende l’Occhio di Wotan, la croce all’interno di un cerchio. Nella misura in cui la comprensione dei misteri arcani e della scienza avanza, questa barriera si allontana.

La nostra vita è un apprendistato alla verità secondo cui intorno a ogni cerchio se ne può disegnare un altro, e non c’è fine nella natura, ma ogni fine è un nuovo inizio. La vita dell’uomo è un circolo in evoluzione che, da un anello impercettibilmente piccolo, corre da tutte le parti verso cerchi nuovi e più grandi. Il cerchio o anello è anche un simbolo che significa unità, universo e divinità unica. Un cerchio esprime allo stesso tempo sia la completezza che la separatezza. Un gruppo di persone legate da un obiettivo o da un interesse comune, che per il momento le distingue dagli altri, può riferirsi a se stesso come una cerchia. Spesso i nostri amici e conoscenti costituiscono ciò che chiameremmo un circolo sociale. A volte simboleggia il sole o il corso del sole durante l’anno, o il tempo e l’eternità in generale. Dai riti antichi all’astrologia, all’alchimia e ai poteri gnostici, il cerchio è uno dei simboli più dinamici e ampiamente utilizzati.

“In ogni uomo… c’è una parte che riguarda solo se stesso e la sua esistenza contingente, che è propriamente sconosciuta a chiunque altro, e muore con lui. E c’è un’altra parte attraverso la quale egli si attiene a un’idea che viene espressa attraverso di lui con chiarezza eminente, e di cui è il simbolo”. ………. William Von Humboldt

Per i nostri lontani antenati pagani, un cerchio spesso segnava il confine di un’area sacra e lo proteggeva dalle influenze maligne. Il cerchio è un simbolo di “tutte le cose”, perché può essere immaginato come una linea tracciata attorno a qualsiasi cosa, ma allo stesso tempo può servire come simbolo di “una cosa” perché è una singola figura. In simbologia Dio è talvolta rappresentato da un punto all’interno di un cerchio.

Wotan era noto per aver sacrificato il suo occhio sinistro nel Pozzo di Mimir, per raggiungere la suprema conoscenza e saggezza. Per raggiungere questo compito, egli deve dividere il velo di luce in una conoscenza ugualmente equilibrata del buio infinito. Tutto diventa altamente arcano e simbolico. L’occhio sinistro rappresenta la luna circolare, l’occhio destro, il sole circolare. Troviamo la stessa simbologia dell’occhio solare negli dei egizi Ra e Horus.

“Per tutta la nostra vita ci sforziamo verso il sole; quella fronte ardente è l’occhio di Wotan. Il suo secondo occhio, la luna, non emana la stessa luce; deve essere messo in pegno nella Fontana di Mimir, così che possa andare a prendere le acque curative da lì, ogni mattina, per il rafforzamento del suo occhio”. ………… Oehlenschlager

Il cerchio è un intero, ma anche, in senso figurato, un buco o, in questo caso, un pozzo. È un simbolo del nullo “0”, e quindi serve come rappresentazione del vuoto, della non esistenza, del nulla. Ma è il nulla che contiene l’esistenza potenziale di ogni cosa, il caos primitivo da cui il Dio Assoluto dell’Universo aveva creato il mondo, l’abisso o grembo di tutto l’essere. Il pozzo, non dissimile dalla grotta, è stato conosciuto come simbolo del grembo di madre terra.

Dio è la fonte di tutta la luce, l’ordine e l’intelligenza nell’universo esteso; senza luce e coscienza c’è solo oscurità, caos e nulla. La cruda realtà del nulla è molto peggiore di qualsiasi Inferno che l’uomo possa mai immaginare. Il più convinto degli atei ha la libertà di scegliere di negare l’esistenza dell’intelligenza divina nell’universo perché quell’intelligenza gli dà quel diritto. Nella realtà virtuale del nulla l’uomo sarebbe totalmente insignificante e sarebbe morto nel dimenticatoio molti eoni fa. L’umanità semplicemente non poteva sopportare la realtà del nulla ed è l’ordine e l’intelligenza di Dio nel vasto vuoto dello spazio che rende il nulla abbastanza sopportabile da permettere all’umanità di sopravvivere. Attraverso la natura il miracoloso si rivela per coloro che hanno occhi per vedere.

“Dio non pensa, crea; non esiste, è eterno”
………………….Kierkegaard

Poiché l’immersione nel mondo della materia fornisce l’esperienza che porta alla saggezza, Wotan (la coscienza) sacrifica parte della sua visione per ottenere un sorso quotidiano dal pozzo di Mimir, mentre Mimir (materia), ottiene una parte dell’intuizione divina. La coscienza e la materia sono quindi relative l’una all’altra a tutti i livelli, così che ciò che è coscienza su uno strato della vita cosmica è materia per lo stadio sopra di esso. Le due parti dell’esistenza sono inseparabili. Questa formula è stata a lungo esposta nel simbolo alchemico noto come “Ourobouros”, che consiste in un cerchio formato da un serpente o da un drago che inghiotte la propria coda. Spesso questo porterà la frase greca “ἒν τὸ Πᾶν” (tutto è uno). Questa frase è composta da tre parole, con sette lettere e numeri, 3 + 7 = 10. Di nuovo, dieci significa “tutte le cose”, perché completa la serie dei numeri primari dalle cui combinazioni sono formati tutti gli altri numeri. Inoltre, 10 significa “l’uno”, perché è composto da 1 e zero e 1 + 0 = 1.

Il simbolo del cerchio con una croce al centro, conosciuta come la Ruota Solare o l’Occhio di Wotan, è forse il più antico simbolo del Nord Europa. Questo segno dimostra la potenza del sole che agisce sulla terra, un simbolo di unità ed equilibrio in tutte le cose: saggezza, intelletto, potere spirituale, legge, ordine, contenuta forza religiosa, santità, ed è il simbolo principale che rappresenta l’Ariano Padre di Tutto, Wotan. La croce all’interno di un cerchio simboleggia il puro panteismo e l’origine dell’uomo. La linea verticale esprime anche l’ascensione spirituale della divinità, mentre l’orizzontale indica il piano inferiore della terra cosciente della materia.

Le immagini mentali sono la porta verso una conoscenza superiore. È a questi fini che il simbolismo espresso nell’essenza di DIO e gli archetipi di divinità minori sono vividamente esemplificati nel nostro mito, molto, molto significativo, nell’esperienza di vita personale e nello sviluppo del nostro popolo e della nostra cultura. Fino a quando l’uomo non percepirà e applicherà queste verità eterne dentro di sé, egli rimarrà schiavo del mondo fisico e delle forze di base che riflettono e fluiscono dai mondi inferiori della materia.

I nostri simboli sacri e miti popolari ci rivelano il precario e pericoloso viaggio dell’anima con i molti ostacoli da superare. L’uomo si erge tra il microcosmo e il macrocosmo. La chiave del significato della vita è racchiusa nell’uomo, poiché egli è nell’occhio del ciclone. In nessun modo si dovrebbe assumere l’idea che l’universo sia stato creato solo per l’uomo. Dalle antiche dottrine impariamo che l’uomo è nato per il completamento della grande opera in cui sono impegnate le nostre vite e la nostra gente. Ignorare o iniziare un’azione contro la logica ferrea della Natura può solo portare alla nostra autodistruzione. Il filosofo tedesco, Friedrich Nietzsche, avrebbe affermato nei suoi scritti: “Perché i pochi uomini e donne di proposito, sono benedetti dalla certezza che, a differenza dei miliardi che vivono e muoiono con non più senso di identità o di scopo di quanto ne abbiano pecore o bovini, le loro vite hanno un senso, che non vivono e sognano, lottano e soffrono invano, che la loro esistenza conta qualcosa, perché è la loro coscienza e il loro scopo che determinerà la forma e lo spirito del nuovo ordine che un giorno ascenderà su questa terra, e saranno i loro discendenti che faranno il prossimo passo all’interno del nuovo ordine verso il superuomo”.

La forma antropomorfa di ogni dio è un simbolo. Questo è il modo più semplice per i ricercatori della coscienza di Dio per comprendere entità che hanno determinati ruoli e complesse interrelazioni. La ruota solare dell’occhio di Wotan rimane ancora il simbolo divino per antonomasia della forma non antropomorfica. L’immagine attuale del “Occhio di Wotan” oggi è come è sempre stata nel passato, rappresentando quella stessa profonda essenza metafisica che continua ininterrotta per tutta la storia del mondo occidentale. Le tribù d’Europa e il loro dio archetipico etnico-ancestrale Wotan e in effetti, tutti gli Dei di Asgard, si connettono come cercatore e trovato e sono così intesi come l’esterno e l’interno di un unico mistero auto-riflesso, che è identico al mistero del nostro mondo manifesto. La configurazione del cerchio e della croce è l’eterno paradigma di Wotan, che riflette le molte vite, leggende e lasciti della nostra nobile razza e del nostro patrimonio. Serve come una verità essenziale all’interno di una ricerca di vita in corso, di cui tutti siamo una parte significativa.

“La coscienza è l’Occhio di Wotan nel Cuore dell’Uomo”

(Mimir, che si è evoluto dall’antica razza dei giganti, possedeva la conoscenza suprema ed è un guardiano dei sacri tesori mistici, un essere dai poteri fantastici. Può essere classificato con le Norne, come in origine anche qualcuno su cui non dominava neanche Wotan Padre di Tutto, che doveva apparire come un richiedente. La sorella gemella di Mimir è la madre di Wotan: da Mimir arriva la prima cultura e l’origine delle razze, perché nel suo pozzo, l’ispirazione, il potere spirituale, l’intelligenza e la saggezza dell’uomo hanno la loro fonte e intorno a lui, come capo, stanno riuniti gli artisti dell’antichità, dalle cui mani tutte le cose possono essere fabbricate in creazioni viventi e meravigliose.)

I TUOI ANTENATI CONTANO!

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di Stephen MacNallen

C’è una diffusa convinzione nel mondo occidentale moderno secondo cui gli antenati non avrebbero molta importanza. Questo è particolarmente vero per gli antenati degli Europeo-Americani; tra alcuni scrittori e accademici, “maschio bianco morto” è sinonimo di irrilevanza.

Fortunatamente per noi (e per le generazioni a venire), un sano interesse per la genealogia e la storia familiare sfida questa visione del mondo sradicata, alienata. Perché ci interessano i nostri antenati in un mondo che mette la soddisfazione individuale prima di ogni altra cosa? Che cosa dice in merito la profonda saggezza della nostra anima? E qual è il nostro rapporto con coloro che sono passati davanti a noi? Perché è importante?

Le culture native in ogni parte del mondo rispettano i loro antenati. Gli Indiani americani, gli Aborigeni australiani, le tribù africane, i popoli asiatici – tutti danno un posto speciale ai loro parenti che li hanno preceduti. Solo nelle cosiddette società moderne, quelle più chiuse nel perseguimento delle cose materiali e più distanti dal mondo naturale, abbiamo dimenticato l’importanza della connessione ancestrale.

In Europa, prima della venuta del Cristianesimo, era diverso. Vedevamo gli antenati e noi stessi come parte di una continuità e questa unità era impossibile da spezzare in parti in base al tempo o allo spazio. I legami di parentela si estendono nei secoli e attraverso gli oceani. Gli antenati erano ancora parte di quella comunità ed era possibile invocarli per ispirazione, guida e forza.

Infatti, spesso si credeva che l’individuo infine rinascesse nella famiglia o nel clan. In un certo senso, seguendo questa logica, siamo i nostri antenati rinati nel presente. (Significa anche che è nel nostro interesse rendere il mondo un posto migliore – dal momento che saremo di nuovo qui!) Questa idea di reincarnazione all’interno della linea ancestrale si trova quasi universalmente tra le culture native; l’idea che si possa tornare in un popolo estraneo (come un Norvegese che ritorna come principessa polinesiana) è un concetto molto recente.

Possiamo recuperare lo stato di comunione con gli antenati. La genealogia è un buon punto di partenza. Tracciare il proprio albero genealogico, apprendere dei propri predecessori e capire in cosa hanno contribuito al nostro aspetto e alla nostra personalità, non fa altro che avvicinarci a loro. Contemplare le prove che hanno superato potrebbe ispirarci a superare le sfide della nostra vita.

Secondo l’antica tradizione, la barriera tra i morti e i vivi è più debole in certi periodi dell’anno: Yule è una di queste occasioni e l’antico festival celtico del Samhain (popolarmente conosciuto come Halloween) è un’altra. In questi tempi, guardate i vostri sogni e ascoltate con il vostro orecchio interiore i sussurri di quelli della vostra linea che sono passati prima.

C’è molto da guadagnare dagli antenati e abbiamo appena accennato le possibilità in questo breve saggio. Naturalmente, ci hanno dato il dono più grande di tutti, la vita stessa –  perché se quella catena d’oro delle generazioni fosse stata spezzata in qualsiasi momento, noi non saremmo qui! Ma abbiamo anche le nostre responsabilità. Soprattutto, l’onore familiare deve essere mantenuto intatto e gli stessi antenati devono avere il posto importante che meritano. Ovviamente dobbiamo fare tutto il possibile per assicurarci di avere bambini sani per continuare la linea in futuro.

Una volta compreso il legame che si estende per le generazioni, sappiamo che non possiamo veramente essere senza famiglia. Ci sono sempre gli invisibili, che influenzano gli eventi e ci ricordano che siamo parte di un grande flusso di vite, cercando sempre di esprimere chi e cosa siamo.

Onorare gli antenati (che sono, in fondo, noi come eravamo prima) è uno dei tre principi fondamentali dell’anima europea. Gli altri sono, rispettivamente, vivere una vita di coraggio e verità, e il giusto rapporto con gli Alti Poteri stessi.

La saggezza spirituale delle coraggiose e libere tribù europee non è morta. È stata soppressa – ma non può essere nascosta per sempre, perché esiste in noi, le persone che condividono questo nobile patrimonio!

WOTAN PADRE DI TUTTO

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di Donald V. Clerkin

Figli miei, chiara e bellissima progenie di luce, mi conoscete. Mi conoscete come il Vagabondo, il Lupo, il Signore dei Corvi. La mia casa è la foresta primordiale, il luogo del potente frassino e della quercia. Mi conoscete da quando voi, figli miei, siete venuti al mondo. Lì mi avete aiutato nelle mie guerre contro gli estranei, i signori del mondo sotterraneo e delle tenebre, che hanno usato il loro oro e le loro lussurie per corrompervi nelle loro trappole. Quando vivevate con me nelle antiche foreste, siamo sempre stati vittoriosi contro i nostri nemici.

Ma voi avete dimenticato il mio consiglio e la vostra stirpe di luce e bellezza si è macchiata, imbrattata dalla nascita di Alberich. Oggi fate causa comune con gli estranei anche contro voi stessi. Il vostro sangue si è diluito, le vostre menti e i vostri istinti si sono sbiaditi; e gli estranei fanno ciò che vogliono con voi… lanciano i loro eserciti distruttivi contro di voi, le vostre donne e la vostra gente.

Avete posto sopra di voi un governo basato su una dottrina che io non vi ho insegnato. Figli miei, non vi ho insegnato a dare la vostra vita per la propagazione degli estranei, i cui antenati non hanno mai vissuto con me nelle foreste. Vi ho insegnato ad amare e curare il vostro tipo, a proteggere ciò che è vostro. Vi ho dato bellezza e spirito, forza e volontà; questi erano testimonianza della grandezza singolare che possedevate. Una volta, tutti vi conoscevano come i miei figli.

Cosa siete diventati? Dove andate? Vi umilierete fino all’estinzione? Perché? Cosa vi ha potuto portare a questo triste stato? Perché voi siete miei, possedete la forza e la volontà per sconfiggere qualsiasi nemico… a meno che il nemico non siate voi stessi.

Cos’è queta falsa carità di cui vi vedo schiavi? Lasciate che i vostri anziani vivano male negli ultimi anni, mentre date aiuto agli estranei, a quelli che avete invitato in mezzo a voi e a quelli che scioccamente aiutate da lontano. Non sapete che questi estranei odiano la vostra ricchezza? Anche i figli di Alberich aspettano alle vostre porte, pronti a entrare e prendere quel poco onore che ancora vi resta. È forse questo che vi ho insegnato, sono queste le mie lezioni inserite nelle vostre anime? No figli miei, io vi ho insegnato ad essere orgogliosi e sani, non servi e vili. Vi ho detto molto tempo fa che, per quanti pochi di voi ci saranno nel mondo degli uomini, fintanto che voi aveste creduto in voi stessi, quelli che avrebbero preso le vostre anime ariane, non avrebbe preso da voi quello che ho dato solo a voi. Vi è stato detto di non condividere il vostro sangue, la vostra forza d’animo e le mie memorie con gli stranieri. Loro avevano i loro dèi; i figli di Alberich avevano il loro oro e voi cospirate con loro contro i doni che vi avevo dato?

Io, il Vagabondo, vengo a voi dai tempi antichi per dire basta a questo tradimento e a questa follia. Voi siete miei, e la mia Lancia una volta vi ha protetto. La legge della stirpe e del sangue che vi ho dato non doveva essere violata… mai! Ho inviato un messaggero per guidarvi, un secondo Siegfried, un eroe mondiale… ma voi lo avete abbandonato dai vostri cuori e dato ai carcerieri di Alberich. È morto per sua mano, mentre voi con invidia celebravate la sua caduta.

Miei figli ariani, non vi ho forse portato alla vittoria in passato; non eravate un tempo i padroni del mondo? E non sareste ancora padroni, se non aveste dimenticato la saggezza che vi ho insegnato? Il Valhalla è dove siedo da solo, privo dei miei eroi ariani; i Corvi non mi portano altro che racconti di tradimento e viltà nei volti dei vostri nemici. Io ero il vostro dio guerriero; voi eravate i miei eroi ariani. La mia vita nel Valhalla era piena del vostro valore, da cui attingevo la mia forza. Ma adesso mi riempite di paura. Avete paura degli gnomi. Vi ritirate da bestie a due zampe che si limitano a ringhiarvi. Oh miei figli ariani, quanto anelo a quei giorni in cui avevate vinto il mondo e non temevate niente e nessuno.

Il potere di Wotan è stato a lungo spezzato. Ora vivo solo nei cuori e nella memoria di quelli di voi che sentono la forza vitale che una volta vivevate con gioia. Avete condiviso la mia forza vitale e, in morte, vi onoravo come eroi per stare con me nel Valhalla. Ora c’è poco da onorare. I Corvi volano quotidianamente per portarmi parola delle vostre azioni, solo per tornare nel Valhalla e dirmi quello che odio sentire. State morendo, miei figli ariani, di una malattia dell’anima. Le grazie divine che vi ho dato, che tutti riconoscevano tranne voi, le avete gettate nella polvere.

I Corvi portano parola di alcuni che continuano a lottare, a sostenere la grandezza che è ancora in voi. I pochi riscattano i molti? Troppi hanno rifiutato di riscattare se stessi. La stirpe di Alberich li tiene fermamente nelle sue grinfie, le loro anime ariane tanto contorte e distorte che non li riconosco più come miei. Uomini effeminati che fanno argomenti inutili contro il coraggio. Donne in difficoltà che diffamano i ruoli di madre e compagna. Se avessi la mia antica autorità, la mia Lancia li avrebbe già colpiti!

Ma io sono ancora uno dei vostri ricordi; il più antico, anche se non il più bello, credo. Nessun Ariano conosce il nome di Wotan e dimentica la sua nascita nelle antiche foreste, le grandi battaglie e le vittorie, la tragedia della vita. Non posso più entrare nel vostro mondo con la mia Lancia. Non sono accolto nei vostri cuori. Voi, miei figli, che ricordate me e cosa eravate, risvegliate i vostri fratelli per combattere; consigliate le vostre sorelle nel loro disagio.

Non perdete più il vostro futuro!

Sogno di un ordine mondiale eroico, un mondo che è cominciato nelle foreste, condotto attraverso sangue e onore nel Valhalla, e che finisce con la vostra grandezza scritta nel Tempo stesso. Può essere ancora così, miei figli ariani. Wotan invita i suoi figli ad essere grandi ancora una volta. Lo avete in ognuno di voi. Per ognuno di voi c’è un posto nel Valhalla. Le azioni coraggiose sono la chiave della gloria. Che vediate voi stessi come io vi ho visto tanto tempo fa.

SUL “MATRIMONIO OMOSESSUALE”

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del Dr. Casper Odinson Cröwell

– in risposta alle “notizie” di matrimoni omosessuali celebrati da alcuni Asatruar in Islanda.

Il concetto di “matrimonio tra persone dello stesso sesso” è in verità costituito da due questioni separate e teologicamente opposte. Mentre l’omosessualità è innaturale e amorale, l’introduzione del matrimonio nell’arena morale ci dà in realtà la possibilità di definire positivamente il matrimonio nell’Odinismo Fondamentale. La considerazione di chi siamo, e di che cos’è il matrimonio, delucida meglio dove dovremmo porci in questa questione misantropica, essendo antitetica a entrambe le cose.

Potrebbe anche essere che i nostri antenati tenessero una linea molto alla “vivi e lascia vivere” tra i loro prossimi, nella loro comunità. Questa era raramente estesa al di fuori della loro comunità e non era mai permesso militare contro il benessere della comunità. Il matrimonio è diventato oggigiorno semplicemente la relazione tra due persone, ma non è questo il fine del matrimonio. Il matrimonio è il contratto sociale tra un uomo e una donna (De Germania, cap. 18, nonostante il permesso della poligamia, 98 d.C. circa), con due obbiettivi primari. Il primo è l’unione di due famiglie, e il rafforzamento dei legami sociali. La pace tra due principi in lotta era spesso basata su matrimoni strategici, e si ottenevano vantaggi sociali qualora ci si fosse sposati con un ceto più alto. Il secondo è altrettanto importante, se non di più, ed è provvedere alla nostra progenie; “un futuro per i bambini Bianchi”. Questo obbiettivo implica il costituire un ambiente adatto alla crescita dei bambini. Tra i nostri antenati, la sterilità era considerata un valido motivo per l’annullamento del matrimonio, e persino per il divorzio. Tacito annota anche che “limitare il numero di figli era considerato perverso” (De Germania, cap. 19, p. 118). Ci sono sicuramente anche casi in cui ci si risposa una seconda volta durante la vita, ma gli aspetti del contratto sociale e dell’ambiente generale (per nipoti, o anche i figli adottivi) permangono.

In circostanze asociali, in cui le famiglie disapprovano l’unione, sebbene tali unioni siano altamente sconsigliabili, resta l’obbiettivo della posterità, così come la possibilità futura di una riconciliazione tra le famiglie. Esempi di puro contratto sociale, e “matrimoni per amore”, non possono comunque evitare di provvedere a un contesto integrale che dia la possibilità almeno di adottare un figlio, poiché un matrimonio che non abbia l’obbiettivo di provvedere alla posterità non è che un affare egoistico, con poco, se non del tutto privo, del valore per la comunità di Popolo. Il rigido codice matrimoniale di cui ci informa Tacito, “e nessun’altra forma della loro moralità merita una più alta lode” (De Germania, cap. 18, p. 116), è chiaramente confermata nelle nostre scritture. L’Havamal (Parola dell’Altissimo) dice:

Stanza 79

L’uomo insavio
se riesce ad avere
la ricchezza o l’amor di donna,
l’orgoglio in lui cresce
ma il buon senso mai:
avanza solo in arroganza.

Stanza 81

A sera si deve il giorno lodare,
la moglie, quando è cremata,
la spada, quando è provata,
la fanciulla, quando è sposata,
il ghiaccio, quando è attraversato,
la birra, quando è bevuta.

Stanza 82

Nel vento si deve il legno spaccare,
col buon tempo in mare remare,
nel buio con una fanciulla parlare:
molti sono gli occhi del giorno.
Una nave serve per viaggiare,
uno scudo per proteggere,
una spada per colpire,
una fanciulla per baciarla.

Stanza 90

Così è l’amore delle donne
che sono false di pensiero:
come condurre un cavallo non ferrato
sul ghiaccio scivoloso,
irruento [puledro] di due anni
e non del tutto domato;
o nel vento turbinante
una nave senza timone;
o uno zoppo che cerchi di catturare
una renna su un monte in disgelo.

Stanze 96-102

La figlia di Billing
trovai nel letto,
bianca come il sole e addormentata.
I privilegi di un nobile
non erano nulla per me,
se non vivevo con quel bel sembiante.

«Verso sera
dovrai, Odino, venire,
se vuoi persuadere la fanciulla.
Sarebbe assai sconveniente,
a meno che noi due soli si sappia
di certi segreti convegni.»

Tornai indietro
e di godere credevo,
mosso da passione.
Questo io pensavo:
che avrei avuto
il suo cuore tutto e il piacere.

Quando la volta dopo arrivai,
c’era all’erta
l’intera schiera e vegliava,
con torce avvampanti
e bastoni impugnati:
così mi fu indicata la via dello scorno!

Sul far del mattino,
quando venni di nuovo,
la schiera dei servi dormiva.
Soltanto trovai la cagna
di quella brava donna
legata nel letto.

Più di una buona fanciulla,
quando la si conosce meglio,
è d’animo volubile con gli uomini.
Questo ho appurato
quando quella donna saggia
provai a condurre alla lussuria
.
Ad ogni scherno
mi espose l’accorta fanciulla,
e da quella donna non ebbi un bel niente.

Stanza 130

Ti consiglio, Lodfáfnir,
e tu accetta il consiglio,
ne trarrai beneficio se l’accetti,
bene ti verrà se l’accogli.
Se vuoi per te una brava donna
parlale con dolci sussurri
e prendi piacere con lei;
devi fare belle promesse
e subito mantenerle:
nessuno soffre il bene, a riceverlo.

Stanza 161

Questo conosco per sedicesimo:
se io voglia d’una accorta fanciulla
avere tutto il sentimento e il piacere
,
l’animo io piego
della donna dalle candide braccia,
e distorco ogni suo pensiero.

Il concetto di omosessualità è raramente trattato nella letteratura storica, tanto è ridicolo il concetto di una sua accettazione. Dobbiamo essere grati del fatto che lo storico e accademico romano pre-cristiano, Cornelio Tacito, abbia discusso davvero l’argomento nel suo De Germania, sebbene nei termini più sommari. Quando parla di pena capitale (cap. 12, p. 111), egli scrive:

“Nell’assemblea è consentito presentare anche accuse e intentare un processo capitale. Le pene variano secondo le colpe: i traditori e i disertori sono impiccati agli alberi; i vili e i codardi e quelli che macchiano il proprio corpo con pratiche infamanti vengono sommersi nel fango di una palude, poi coperta con un graticcio. La diversità del supplizio ha un suo significato: la punizione dei primi crimini deve essere veduta da tutti, quella degli atti vergognosi, nascosta.”

La sodomia (l’omosessualità) è qui trattata in base al suo stato naturale, cioè come “pratica infamante”. Odino Padre di Tutto ci dice che è meglio “vivere senza vergogna” nella stanza 68 dell’Havamal. La nostra Forn Siđr (‘Religione Antica’ in Antico Norreno) dell’Odinismo Fondamentale non è fondata sull’edonismo individualistico tipico della “New Age”, ma piuttosto sulla Volontà del Padre di Tutto, che è espressa al massimo nell’ordine naturale; la Sua Legge. Tale ordine naturale, che è la Legge del nostro Dio più Antico e più Alto, esprime l’istinto dell’autoconservazione nella sessualità, con l’ovvio obbiettivo della procreazione. Il piacere che deriva dalla copulazione è l’incentivo biologico dell’immediata gratificazione. È intrinsecamente un mezzo per un fine, non un fine in sé. L’edonismo, come perseguimento del piacere senza riguardo per l’obbiettivo, devia dall’ordine naturale. Dove l’ordine naturale ovviamente facilita la procreazione tramite l’eterosessualità, dobbiamo quindi concludere che l’omosessualità devia dall’ordine naturale.

Nella mitologia della nostra Forn Siđr (‘Religione Antica’ in Antico Norreno), prevalentemente esposta nelle nostre Edda, i nostri Gođanum (Antico Norreno per Dèi e Dèe) sono descritti in termini archetipici, cosa che ci dà esempi macrocosmicamente esoterici. Nelle Edda il “matrimonio omosessuale” non si presenta assolutamente da nessuna parte; esse sono completamente prive di questa perniciosa devianza. In effetti, la diade maschio-femmina è radicata come sacra. La natura altera ed estremamente esoterica degli Dèi Celesti æsir, rappresenta in ogni caso solo maschi che sposano femmine per generare progenie. In primo luogo l’incarnazione diadica dell’eterosessualità nei gemelli Frey e Freyja; il Signore virile e la Signora fertile rappresentano la natura mondana ed essenzialmente esoterica degli “Dèi Terreni” Vanir. Quindi le Edda ci mostrano l’unità del mondo temporale e spirituale nella mitologia, così come la proprietà invariabile dell’eterosessualità per l’Arianità.

Le Edda non sono neanche accondiscendenti o “inclusive” nei confronti della devianza dell’omosessualità. Nel Harbarđsliođ (Antico Norreno: La Canzone di Harbard) la semplice suggestione di “comportamento non virile” è espressamente vergognosa e offensiva. Odino, assunte le sembianze di un traghettatore di nome Harbard, assicurandosi così l’anonimità per mascherare la Sua identità paterna, prova Suo figlio Thor in una sfida di arguzie. Lo scopo di questa ljođ (canzone in Antico Norreno) è mostrare come il più forte degli Dèi (e quindi degli uomini) debba imparare a controllare la Sua ira per raggiungere il Suo obbiettivo. Sicuramente si confà alla definizione di “amore severo”, ma espone anche la necessità dell’esperienza per formare un bilanciamento tra forza e saggezza. Così il Padre distrugge Suo figlio con la calunnia: “Ti compenserò con un bracciale, usato dagli arbitranti, quelli che vogliono trovare un accordo fra noi” (Stanza 42). Allora Thor, il Difensore di Asgard e Midgard, risponde: “Dove hai trovato parole così spregevoli? Mai ho udito parole più spregevoli” (Stanza 43). Possiamo supporre che in tempi antichi un “bracciale” fosse probabilmente un ornamento femminile, se non l’origine stessa dell’anello di fidanzamento/matrimonio che oggi riconosciamo così prontamente. Uno studioso ha accostato questa stanza a un’allusione “all’ano”, e quindi all’attività omosessuale. In entrambe le teorie, è chiaramente concepita come offensiva ed è trattata allo stesso modo. Il tumulto continua quando Harbard risponde: “Le ho prese da quegli uomini antichi, che vivono a casa nei boschi” (Stanza 44) Thor dice: “Questo è dare un bel nome ai tumuli funerari, quando li chiami casa nei boschi” (Stanza 45) “Così la penso su queste cose” risponde Harbard (Stanza 46), e possiamo quasi vederlo scrollare le spalle. La maggior parte degli accademici accostano gli “uomini antichi” ai morti, e ciò sembra trovare conferma nella stanza 45, quando Thor paragona “la casa nei boschi” ai “tumuli funerari”. Possiamo ricordare come i sodomiti venissero sepolti sotto graticci di vimini (De Germania, cap. 12, p. 111), in un’età in cui i morti venivano cremati. Vi è anche una palese associazione ai rinnegati, che spesso sono detti “avere casa tra i boschi”. Quindi possiamo tranquillamente dedurre una messa fuori legge per qualcosa di tanto “spregevole” da persistere dopo la morte.

Riguardo l’idea secondo cui alcuni sfortunati sarebbero semplicemente “nati nel corpo sbagliato”, o “transgender”, la nostra tradizione chiama questa falsità per ciò che è: perversa. A parte la relazione tra Loki, nelle sembianze di una cavalla, e lo stallone Svadilfari, che avvenne “nei boschi” e generò il famoso cavallo di Odino, Sleipnir, nessuno dei Gođanum si impegna mai in trasformazioni di genere. In effetti, quando consideriamo i miti di Loki, dobbiamo sempre tenere a mente che egli è la vera e propria incarnazione di scelleratezza e disgrazia anti-Odinica, con la sua sola utilità che è quella di rimediare ai disastri da lui creati. In ultimo, egli è considerato come il nemico dei Gođanum e dell’Arianità. I miti lokiani possono essere ottime descrizioni di cosa non fare.

Nel Þrymskviđa (Antico Norreno: “Il Poema di Thrym”) il magnifico Martello di Thor, Mjöllnir, è sottratto dallo jotun Thrym, e il più “mascolino” degli Dèi è convinto a mostrarsi sotto le sembianze di Freyja per riappropriarsene; una strategia da cavallo di Troia. La sola suggestione di uno spettacolo così deviante suscita la risposta nella stanza 17: Disse allora Thor, il Dio Vigoroso: “Gli æsir diranno che sono un pervertito, se mi faccio mettere un velo da sposa”. Sembra abbastanza esplicito. Mettere degli abiti da donna, senza considerare il vero e proprio desiderio di essere una donna, è una perversione dell’ordine naturale, cioè della Legge di Odino Padre di Tutto.

Mentre non si può trovare assolutamente alcun supporto per i matrimoni tra individui dello stesso sesso nella Tradizione del nostro Popolo, né nell’ordine naturale della Legge Odinica, vi è ampia evidenza della naturale unione tra uomo e donna per generare progenie. Alcuni diranno sempre che ciò è talmente ovvio da non meritare lunghe risposte da parte dei Gođar della nostra Forn Siđr (Antico Norreno per “Antica Religione”). A questa brava gente, le cui inclinazioni naturali sono profondamente radicate nell’Odinismo Fondamentale, posso solo dire che argomentazioni ragionate non sono per noi dannose. Il risultato finale resta lo stesso: l’omosessualità è immorale e innaturale, e qualsiasi “matrimonio” di tale natura ne è sinonimo.