THOR

800px-processed_sam_thorr

di Elsie Christensen

Secondo la leggenda Thor, Dio del tuono, fu il primo figlio di Wotan; sua madre era la gigantessa Jord, che è la parola scandinava per terra; è quindi conosciuta anche come Eartha o Erda.

Da bambino Thor crebbe rapidamente in stazza e forza, e ben presto fu in grado di gestire cose di grande peso con facilità stupefacente. Era di solito di buon umore, ma poteva occasionalmente passare a una rabbia terribile. Sua madre lo mandò quindi a essere curato da Vingnir (Alato) e Hora (Calore), che insieme erano considerati la personificazione del fulmine; essi riuscirono a far crescere saggiamente il loro figlio adottivo e Thor voleva loro molto bene; in loro onore assunse i nomi Vingthor e Hlorridi, con il primo che è il più conosciuto.

Quando crebbe tornò ad Asgard e prese il suo posto tra gli Aesir al Consiglio, ma non gli fu mai permesso di usare il ponte Bifrost poiché si temeva che il calore della sua presenza lo desse alle fiamme; così doveva guadare i fiumi Kormt e Ormt per partecipare alle riunioni, quando gli dèi tenevano il Consiglio al pozzo di Urd.

Thor aveva tre possedimenti magici; il più noto è il martello, Mjollnir (‘il distruttore’), che egli scaglia contro i suoi nemici e che ha la meravigliosa proprietà di tornare sempre alla sua mano, indipendentemente da quanto lontano lo getti. Il martello di Thor era considerato sacro e gli antichi di solito facevano il segno del martello prima di un evento importante, nelle cerimonie e in altre occasioni del genere. Quando i missionari cristiani costrinsero i nostri antenati ad accettare il loro credo straniero, non furono in grado di persuadere il popolo a smettere di usare il segno del martello, così gli astuti emissari di Roma dovettero appropriarsene, e l’antico segno sacro da allora è stato usato dalla Chiesa come quello che chiamano il Segno della Croce.

Dal momento che il martello divenne anche l’emblema del fulmine e quindi rovente, il secondo possedimento magico di Thor era un guanto di ferro chiamato Iarn-greipir (presa di ferro) con cui afferrare il martello quando tornava a lui dopo aver abbattuto un nemico. Il suo terzo possedimento importante era la sua cintura magica, Megin-Giord; da quella poteva lanciare il martello a qualsiasi distanza contro le forze del male.

Il rombo associato a un fulmine deriva dal rumore fatto quando Thor guida attraverso il cielo il suo carro trainato da due capre Tann-gniostr (Schiaccia-denti) e Tann-gnister (Strizza-denti)

Thor si sposò due volte. La sua prima moglie fu la gigantessa Iarnsaxa (Ascia di Ferro) da cui ebbe due figli Magni (Forza) e Modi (Coraggio), che sono destinati a sopravvivere alla battaglia del Ragnarok. Conservando il martello del padre, faranno parte della nuova generazione di dèi nel prossimo mondo. La seconda moglie di Thor fu Sif dai capelli d’oro, dalla quale ebbe altri due figli.

Molte sono le storie narrate sulla grande forza di Thor, le sue lotte contro i giganti e i suoi molti viaggi. Sembra che esistessero due tipi di giganti, uno che rappresenta tutte le forze del male che gli Aesir, e soprattutto Thor, costantemente combattevano, e un altro che le leggende descrivono in modo molto più amichevole. La linea di demarcazione può essere in base ai sessi poiché sembra che di solito i giganti maschili fossero quelli cattivi mentre almeno alcune delle gigantesse sono descritte come belle; e sappiamo che non solo Wotan, ma anche molti degli altri dèi sposarono alcune di queste bellezze. Suggeriamo che questo possa essere un lascito dei periodi più precoci in cui i sentimenti religiosi erano incentrati su Deità femminili come Dèe di fertilità che anche nel periodo del Wotanismo erano viste come “buone” per poi essere trasformate in streghe, principalmente personificate da donne anziane braccate così inesorabilmente dalla Chiesa.

Che Thor avesse forti legami con la razza gigante è evidente, non solo attraverso sua madre Erda ma anche attraverso la sua nonna paterna, Bestla. In Scandinavia era conosciuto come ‘Vecchio Thor’, indicando che originariamente apparteneva al vecchio Pantheon di divinità della fertilità comunemente onorato prima che Wotan divenisse il Dio principale e la maggiore spinta della religione si spostasse sull’ambito guerriero. Sappiamo che Wotan non fu il primo padre-cielo; è generalmente pensato che quello fosse Tyr. Ma ci chiediamo se non sia troppo speculare sulla connessione tra Tyr, che è la parola scandinava per toro, e Thor, il cui nome nel nord è scritto senza la ‘h’ e ci ricorda la parola spagnola e italiana per lo stesso animale – il Toro; tutte queste lingue sono di origine indo-europea e potrebbero eventualmente avere la stessa base linguistica; più volte ci si imbatte in nomi confusi e attributi degli dèi. Tale connessione può anche arrivare alle nebbie dell’antichità, quando i nostri antenati avevano i totem. Sarebbe naturale scegliere il forte toro come animale totemico; naturalmente anche un Dio avrebbe poi portato quel nome, e ancora più tardi potrebbe essersi fuso al Pantheon più giovane degli Aesir, e Tyr e Thor appariranno entrambi come figli di Wotan, il nuovo Dio capo. Questo spiegherebbe anche mirabilmente la simbologia dei corni sugli elmi vichinghi, così spesso raffigurati, come i resti di un culto del Toro di molto tempo fa, quando si credeva che indossare una parte del totem avrebbe dato forza e portato fortuna.

La grande forza di Thor, il suo corpo possente e l’aspetto generale, portano alla mente anche la descrizione dei giganti, anche se lui, naturalmente, è raffigurato come dalla testa rossa, muscoloso e bello. Egli è facilmente belligerante in questa ossessiva protezione degli dèi e sembra avere più muscoli che cervello.

Essendo il Dio del tuono visto anche come sovrano del clima, soprattutto la pioggia necessaria per fruttificare la terra, divenne così il patrono dei thrall e degli altri membri delle classi inferiori che lavoravano i campi. La sua casa era Thrudvang (Campo di forza), dove aveva costruito il suo magnifico Palazzo Bilskirnir (Fulmine), che ha 540 sale per ospitare i thrall quando muoiono, e dove sono trattati come i loro padroni nel Valhalla. Tuttavia, ci sono forti indicazioni che questa storia si basi su una traduzione errata; noi crediamo che come il Dio principale Wotan era il patrono degli Jarl, così Thor, secondo solo a Wotan, era il patrono di quegli Jarl che erano agricoltori liberi e Yeoman, e che il riferimento al buon trattamento che ottenevano nelle sue numerose splendide sale debba essere visto come un’espressione del fatto che, sebbene gli eroi guerrieri fossero necessari per proteggere la terra e la tribù, gli agricoltori erano importanti per la comunità e l’intera comunità era strettamente legata al suolo; ricorda anche di un precedente collegamento con una società agricola.

Ancora un altro collegamento fra Thor e i più antichi dèi di fertilità può essere visto in quanto il mese di Yule era (è) sacro a lui ma anche a Frey, che conosciamo appartenere ai più vecchi dèi della fertilità, i Vanir; entrambi erano onorati alla rinascita del sole con la sua promessa ricorrente di nuova vita nel fienile e nel campo.

Nel Ragnarok, Thor combatte potentemente contro il serpente di Midgard, il mostro che circonda il mondo con le sue spire malvagie. Lo uccide, ma in tal modo egli stesso è abbattuto dal suo alito velenoso. In alcune aree come la Norvegia e la Svezia, Thor era venerato anche più di Wotan, ed è amato da tutti i Wotanisti per il suo coraggio e il suo valore, nonché per la sua fedeltà verso gli dèi e gli uomini.

Annunci

IL MITO INDOEUROPEO DELL’UCCISORE DEL DRAGO

product_thumbnail.php

di Joakim “Oskorei” Andersen

Secondo lo studioso indo-europeista E. Benveniste, i primi indoeuropei, o, usando una terminologia politicamente scorretta, “Ariani”, erano riconoscibili per famiglie patriarcali estese, culto degli antenati, agricoltura e allevamento del bestiame, una società aristocratica di preti, guerrieri e agricoltori, adorazione delle “forze della natura” e sacrifici regali (di cui il più importante era Ashamedha, il sacrificio del cavallo).
Mircea Eliade avrebbe molto probabilmente sottolineato che i “popoli primitivi” non adorano le forze della natura in sé e per sé (piuttosto, le forze della natura sono viste come rappresentanti di forze e divinità cosmiche) e che a questo proposito, i primi Indo-Europei non facevano probabilmente eccezione. A prescindere da questa osservazione, tuttavia, Benveniste ci fornisce certamente un comodo sommario dei tratti unici dei nostri antenati. Molti di questi tratti hanno seguito anche gli Indoeuropei di tutto il mondo e nel corso della storia. Per esempio, il professor Georges Dumezil ha studiato come la tripartizione di preti, guerrieri e contadini si sia ripresentata nelle società indoeuropee dall’Irlanda all’India. Ma c’è ancora un’altra caratteristica unica che li ha seguiti e che Benveniste non menziona in questa analisi, vale a dire quella del mito dell’uccisore del drago.

Calvert Watkins – Come uccidere un drago

Il professor Calvert Watkins discute il mito dell’uccisore del drago nel suo enorme lavoro “How to Kill a Dragon“. Il professor Watkins è specializzato in quella che è conosciuta come “poesia comparativa indoeuropea”, il che significa che studia poesie, miti, preghiere, storie indoeuropee, ecc. Non studia il contenuto innanzitutto, ma piuttosto quali parole vengono usate, la struttura delle frasi, i tipi di versificazione e così via. Questo rende How to Kill a Dragon un libro estremamente complesso e teorico, che quindi dovrebbe essere raccomandato solo a fanatici di studi linguistici indoeuropei.
Il professor Watkins scrive che, secondo Benveniste, ci sono tre temi distinguibili all’interno del mito dell’uccisore del drago vedico (indo-ariano, proto-indiano): un tema religioso, che descrive le conquiste di un dio vittorioso, un tema epico della lotta di un eroe contro ciò che è di solito un mostro rettiliano e un tema mistico che descrive la liberazione dell’acqua.
Il primo tema coinvolge un dio della guerra indo-iraniano, che è spesso anche un dio delle tempeste. Il secondo tema esiste anche al di fuori della sfera culturale indoeuropea; l’eroe che uccide il serpente può essere trovato tra i semiti, i popoli americani, gli asiatici e altri. Il terzo tema è specificamente indoeuropeo; il drago ha reclamato l’acqua per sé e gli impedisce di fluire liberamente. Il mondo e l’umanità sono conseguentemente colpiti dalla sete. Watkins sospetta che questo tema provenga da un periodo in cui i primi indoeuropei vivevano in paesaggi piuttosto aridi più a nord rispetto all’India.
Il metodo di lavoro di Watkins, studiando parole e frasi, è molto utile. Con esso, può dimostrare che i miti dell’uccisore del drago in, ad esempio, Irlanda, Iran o nella Scandinavia dei Vichinghi sono direttamente “discesi” dal mito dell’uccisore di draghi originale, e quindi non “presi in prestito” da altri popoli. Ciò è dovuto al fatto che le stesse parole si ripresentano nelle stesse sezioni, con lo stesso ordine delle parole, la stessa “formula” linguistica, ecc.

Indra e Vritra

Indra, il dio della guerra, era il “protettore divino” degli Ariani, che li guidava nei racconti in cui combattevano contro la popolazione indigena dell’India, i “Dasa”. Indra è stato anche uno dei primi uccisori di draghi. Vritra, il drago a tre teste, aveva rivendicato tutta l’acqua del mondo per sé, e Indra ucideva il drago per restituire l’acqua al mondo e all’umanità. Questo è una sorta di “prototipo” del mito dell’uccisore del drago. Un drago ha usurpato qualcosa di essenziale per l’umanità, ed è quindi ucciso da un eroe.
Miti più tardi dell’uccisore di draghi di fondamentale importanza includono la lotta ittita tra il dio Teshub e il drago Illuyanka, la lotta di Zeus contro il mostro a cento teste Tifone, la lotta di Apollo contro il serpente Pitone e la battaglia di Thor contro il Serpente di Midgard. È interessante notare che Teshub, Thor e Zeus, come Indra, non sono solo dèi della guerra ma anche di tuono e tempesta.
Per coloro che hanno un interesse per la scuola tradizionalista, è abbastanza ovvio che il tema del mito dell’uccisore del drago è quello di una lotta tra un dio del cielo olimpico che combatte un drago ctonio o addirittura demoniaco. Questo può anche essere visto in termini più generali come una lotta tra il cosmo e il caos. I popoli antichi spesso vedevano il drago come un insegnante, ma solo vaghi echi di ciò sono conservati nelle mitologie indoeuropee (Sigurd imparò a comprendere il discorso degli uccelli dopo aver divorato il cuore di Fafnir, e Odino si trasformò in un serpente per ottenere l’idromele della poesia, ma ancora una volta, questi sono solo vaghi echi dei tempi passati).

Dal mito all’epica

Nel corso del tempo, si può osservare un cambiamento nel mito dell’uccisore di draghi tra i popoli indo-europei. Mentre la versione originale della storia era una lotta cosmica tra un dio e un drago, il mito in seguito si trasformò in un racconto epico con un eroe più o meno umano come protagonista. Qui vediamo l’epopea iraniana di Zahhak, che ha due serpenti sulle spalle e mangia il cervello degli umani. Zahhak usurpa il trono dell’imperatore Jamshid, ma in seguito viene ucciso dall’eroe Feridun. Quindi, la lotta è stata umanizzata e non è più tra gli dei. Ma rimangono gli stessi temi, come possiamo dire della storia di Eracle e del drago d’acqua a più teste Hydra, così come della favola irlandese di Fergus mac Leti e il mostro marino Muirdris. Anche nell’Europa orientale ci sono molti miti dell’uccisore del drago e fino al XVII secolo un “eroe” era da principio equiparato a un uccisore di draghi. Tra gli albanesi, si trova la peculiare creatura draconica Bolla/Kulshedra (gli albanesi sono l’unico popolo indo-europeo che il professor Watkins non discute nel suo libro, e la loro mitologia è probabilmente una miniera d’oro inesplorata per gli indoeuropei). Nella mitologia germanica norrena, Sigurd L’Uccisore del Drago uccide il drago Fafnir. In questa versione il drago non accumula acqua, ma oro. Il professor Watkins scrive che questo era visto molto negativamente dalle popolazioni germaniche, dal momento che credevano che l’oro dovesse fluire liberamente tra i membri della società e non essere accumulato a vantaggio di qualcuno.
Il mito dell’uccisore del drago sopravvisse nell’era cristiana attraverso, per esempio, la leggenda di San Giorgio e il Drago. In questa leggenda, la trama è ancora di un drago che accumula una fonte d’acqua, nonostante l’aggiunta di sacrifici umani e una bella fanciulla.
Il professor Watkins dimostra anche come il linguaggio, certe frasi ecc. del mito dell’uccisore di draghi si ripresentino nei racconti più recenti, anche quando non si occupano dell’uccisione di draghi. Per esempio, nella credenza popolare, certi incantesimi usavano la stessa terminologia per uccidere un “verme” sotto forma di malattia. Nell’era moderna, il mito dell’uccisore di draghi è un tema centrale ricorrente del genere fantasy. È sopravvissuto anche nella propaganda politica, che ha incoraggiato l’uccisione di tutto, dal “drago del debito” al serpente del comunismo. Oggi, l’acqua delle nostre società non è prima di tutto usurpata da grandi rettiliani. Pertanto, gli uccisori di draghi del nostro tempo dovrebbero piuttosto sforzarsi di uccidere il drago dell’etnomasochismo o il drago della distruzione ambientale. Ma il tema principale rimane lo stesso: i rappresentanti delle forze ctonie e demoniache (capitalismo senz’anima e comunismo, etnomasochismo, distruzione della ecosfera) devono essere sconfitti da rappresentanti di un’immortale saggezza olimpica.