NIETZSCHE, PRECURSORE ODINISTA

Nietzsche-Wotanismo

dalla Comunidad Odinista de España

Il filosofo Friedrich Nietzsche (1844-1900) fu un precursore del moderno risveglio odinista, che nel XIX secolo ruppe i legami che avevano portato la nostra Europa e la sua gente imbavagliata e dormiente; nonostante si sia focalizzato sul mito greco di Dioniso, l’essenza che scorre dentro la sua filosofia è inequivocabilmente odinista. Il filosofo che aveva come strumento il martello, si avvicinò quasi senza saperlo all’archetipo di Wotan, anch’esso basato sul mito iperboreo. Egli apre il primo libro de L’Anticristo con:

Guardiamoci in faccia: siamo Iperborei. Siamo ben consapevoli della diversità della nostra esistenza. ‘Né per terra né per mare troverai la strada che conduce agli Iperborei’,”

“Già Pindaro riconosceva questo di noi. Oltre il Nord, oltre il ghiaccio e la morte: la nostra vita, la nostra felicità… Abbiamo scoperto la felicità, conosciamo la via, abbiamo trovato l’uscita per interi millenni di labirinto. Chi altri l’ha trovata? Forse l’uomo moderno? ‘Non so che fare; sono tutto ciò che non sa che fare’, sospira l’uomo moderno… E’ di questa modernità che c’eravamo ammalati, della putrida quiete, del vile compromesso, di tutta la virtuosa sporcizia del moderno sì e no. Una simile tolleranza e langeur di cuore, che ‘perdona’ tutto perché ‘comprende’ tutto, è scirocco per noi.”

“Meglio vivere in mezzo ai ghiacci che tra le virtù moderne e gli altri venti del Sud!… Eravamo abbastanza coraggiosi, non risparmiavamo né noi stessi né gli altri: eppure per lungo tempo non abbiamo saputo in che cosa impegnare il nostro coraggio. Eravamo diventati tristi e ci chiamavano fatalisti. La nostra fatalità era la pienezza, la tensione, il ristagno delle nostre forze. Eravamo assetati di lampi e di azioni. Soprattutto ci tenevamo il più possibile lontani dalla felicità dei deboli, dalla “rassegnazione”… Ci fu una tempesta nella nostra atmosfera, la natura che noi siamo s’oscurò, perché non avevamo una via. La formula della nostra felicità: un sì, un no, una linea retta, una meta…”

Nietzsche ha avuto un profondo effetto sul pensiero occidentale moderno. La sua esaltazione del lato dionisiaco della vita (l’oscuro, l’estatico, l’orgiastico, e l’irrazionale) a scapito del Regno Apollineo della ragione e della luce, ha rivelato l’influenza di Odino nonostante la preferenza cosciente di Nietzsche per il linguaggio mitologico dell’antica Grecia.

Il cristianesimo ha consumato la separazione tra Dio e il mondo, ha svalutato le unità naturali dell’uomo e lo ha messo qui nelle mani del nulla. La distruzione Nietzschiana dei valori cristiani è anche la distruzione di una religione che aveva annientato i valori europei tradizionali. Nietzsche sostiene un ritorno alla religione etnica, che aveva posto l’autodeterminazione al centro della sua filosofia e riconosceva la tragicità dell’esistenza umana.

Scrive nel 1870:

“Tutti gli dèi devono morire, è il concetto originale tedesco che permea la scienza con tutta la sua forza fino ad ora. La morte di Sígurd, discendente di Odino, non poteva scongiurare la morte di Balder, figlio di Odino: alla morte di Balder segue la morte di Odino e di tutti gli altri dèi” (Kritische Studienausgabe 7; settembre 1870– gennaio 1971, 5[57], 107).

“Dobbiamo dimostrare che c’è una manifestazione del mondo molto più profonda che nelle nostre lacerate circostanze, con una religione inoculata. Una delle due: o moriremo a causa di questa religione, o questa religione muore a causa nostra. Credo nel concetto germanico originale: tutti gli dèi devono morire” (Kritische Studienausgabe 7, 5[115], 124/125).

Al fine di recuperare la santità del cosmo e del mondo per l’uomo, parlando in termini metaforici, Nietzsche dovette attaccare e distruggere i concetti morali giudeo-cristiani, dato che svalutavano il mondo ed erano contrari agli istinti naturali dell’uomo.

Come vedeva il mondo Nietzsche?

“Questo mondo è sacro, eterno, incommensurabile: l’insieme e l’unità stessa: illimitato e tuttavia simile al limitato; affidabile in tutte le cose e ancora simile all’incerto; racchiude tutto in sé, ciò che spunta verso l’esterno e ciò che è nascosto verso l’interno; È, allo stesso tempo, un’opera della natura delle cose e la natura delle cose stesse” (Plinio, Naturalis historia, II, 1).

Una caratteristica fondamentale della filosofia di Nietzsche è la sua idea profetica di un nuovo e più evoluto tipo di essere umano chiamato Superuomo. Questo è il tema del suo libro più famoso “Così parlò Zarathustra“. In quest’opera, Nietzsche scelse l’antico profeta Ariano Zarathustra (Zoroastro) come suo alter ego e portavoce di una filosofia radicale anziché basarsi sul suo patrimonio del Nord. Secondo Jung, Nietzsche non era molto esperto di letteratura germanica, ma l’influenza di Odino è inequivocabilmente lì, dietro le maschere dell’influenza greca e persiana.

Nella prima parte di Così parlò Zarathustra fa un collegamento esplicito tra l’uomo e la frenesia, che, come sappiamo, è il significato (Wod-furor) del nome Odino/Wotan:

“Dov’è il fulmine che vi lambisca con la lingua?
Dov’è la frenesia con la quale potete esaltarvi?
Ecco, io v’insegno il superuomo:
egli è questo fulmine, egli è questa frenesia!”

La natura stridente di Nietzsche, che disse di filosofare con un martello, è più vicina a quella di Odino, il guerriero e saggio, che a quella del dio greco Dioniso. Nietzsche sembra aver eluso il nome del suo dio personale, come rivela la sua poesia “Al Dio Ignoto”:

Ancora, prima di partire
E volgere lo sguardo innanzi
Solingo le mie mani levo
Verso di Te, o mio rifugio,
A cui nell’intimo del cuore
Altari fiero consacrai
Chè in ogni tempo
La voce tua mi chiami ancora.
Segnato sopra questi altari
Risplende il motto “Al Dio ignoto”.
Suo sono, anche se finora
Nella schiera degli empi son restato:
Suo sono e i lacci sento,
Che nella lotta ancor mi atterrano
E, se fuggire
Volessi, a servirlo mi piegano.
Conoscerti voglio, o Ignoto,
Tu, che mi penetri nell’anima
E mi percorri come un nembo,
Inafferrabile congiunto!
Conoscerti voglio e servirti!

(1864, a 20 anni)

Jung riporta anche un incubo potente e scioccante che Nietzsche ebbe quando aveva quindici anni. Vagava da solo di notte in una foresta cupa quando un grido straziante da una locanda nelle vicinanze lo terrorizzò. Dopo questo, incontrò un cacciatore dall’aspetto selvaggio e strano che fischiò così forte che Nietzsche cadde incosciente. Jung interpreta questo sogno come un incontro con Wotan. Era Wotan che nel folklore germanico conduceva gli spiriti dei morti nella “Caccia Selvaggia” attraverso i boschi di notte. Nietzsche, giovane di 15 anni, aveva trovato il “Dio ignoto” sotto forma di cacciatore selvaggio, ma non lo aveva mai riconosciuto. Nonostante le sue successive descrizioni poetiche del “Dio ignoto”, la sua identità rimase oscurata dalle preoccupazioni classiciste di Nietzsche.

Al Maestrale:

Come ti amo,
vento Maestrale,
spezza nubi, scaccia mali,
vento ruggente,
noi siamo nati
da un unico grembo,
noi siamo le primizie
di un’unica sorte,
forse siamo stati
eternamente predestinati
ad essere eredi
di pesanti fardelli e di grandi battaglie.

Nella filosofia potente e poetica di Nietzsche, e anche nella sua discesa dal genio alla follia finale, possiamo riconoscere l’impronta divina di Odino. Nel ditirambo conosciuto come il lamento di Arianna [incluso in Così parlò Zarathustra, IV], Nietzsche è completamente vittima del dio cacciatore, tanto che anche l’auto-liberazione forzata di Zarathustra alla fine non cambia nulla:

Chi mi riscalda, chi mi ama ancora?
Date mani ardenti,
date bracieri per il cuore!
dà a me – te,
nemico crudelissimo,
Ecco anche lui fuggì,
il mio unico compagno,
il mio grande nemico,
il mio sconosciuto,
il mio dio carnefice!..
Tutte le lacrime mie
corrono a te
e l’ultima fiamma del mio cuore
s’accende per te.
Oh, torna indietro,
mio dio sconosciuto! dolore mio!
felicità mia ultima…

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OCCHIO DI WOTAN

Wotan's Eye

di Ron McVan

“Una psicologia umana completa ed equilibrata è di natura quadruplice, come è rappresentato dall’occhio universale di Wotan. Quando la mente esplora questo simbolo, è portata verso idee che vanno oltre la comprensione della ragione”……………C.G.Jung

Attraverso la funzione dell’occhio, diveniamo consapevoli della fantasmagoria del mondo fenomenico, che Shakespeare chiamava, “lo spettacolo incorporeo”. L’occhio è il primo cerchio, l’orizzonte che forma è il secondo cerchio e in tutta la natura questa figura primaria è ripetuta senza fine, è l’emblema più profondo di tutti i cifrari noti all’uomo: oltre la barriera della conoscenza umana pende l’Occhio di Wotan, la croce all’interno di un cerchio. Nella misura in cui la comprensione dei misteri arcani e della scienza avanza, questa barriera si allontana.

La nostra vita è un apprendistato alla verità secondo cui intorno a ogni cerchio se ne può disegnare un altro, e non c’è fine nella natura, ma ogni fine è un nuovo inizio. La vita dell’uomo è un circolo in evoluzione che, da un anello impercettibilmente piccolo, corre da tutte le parti verso cerchi nuovi e più grandi. Il cerchio o anello è anche un simbolo che significa unità, universo e divinità unica. Un cerchio esprime allo stesso tempo sia la completezza che la separatezza. Un gruppo di persone legate da un obiettivo o da un interesse comune, che per il momento le distingue dagli altri, può riferirsi a se stesso come una cerchia. Spesso i nostri amici e conoscenti costituiscono ciò che chiameremmo un circolo sociale. A volte simboleggia il sole o il corso del sole durante l’anno, o il tempo e l’eternità in generale. Dai riti antichi all’astrologia, all’alchimia e ai poteri gnostici, il cerchio è uno dei simboli più dinamici e ampiamente utilizzati.

“In ogni uomo… c’è una parte che riguarda solo se stesso e la sua esistenza contingente, che è propriamente sconosciuta a chiunque altro, e muore con lui. E c’è un’altra parte attraverso la quale egli si attiene a un’idea che viene espressa attraverso di lui con chiarezza eminente, e di cui è il simbolo”. ………. William Von Humboldt

Per i nostri lontani antenati pagani, un cerchio spesso segnava il confine di un’area sacra e lo proteggeva dalle influenze maligne. Il cerchio è un simbolo di “tutte le cose”, perché può essere immaginato come una linea tracciata attorno a qualsiasi cosa, ma allo stesso tempo può servire come simbolo di “una cosa” perché è una singola figura. In simbologia Dio è talvolta rappresentato da un punto all’interno di un cerchio.

Wotan era noto per aver sacrificato il suo occhio sinistro nel Pozzo di Mimir, per raggiungere la suprema conoscenza e saggezza. Per raggiungere questo compito, egli deve dividere il velo di luce in una conoscenza ugualmente equilibrata del buio infinito. Tutto diventa altamente arcano e simbolico. L’occhio sinistro rappresenta la luna circolare, l’occhio destro, il sole circolare. Troviamo la stessa simbologia dell’occhio solare negli dei egizi Ra e Horus.

“Per tutta la nostra vita ci sforziamo verso il sole; quella fronte ardente è l’occhio di Wotan. Il suo secondo occhio, la luna, non emana la stessa luce; deve essere messo in pegno nella Fontana di Mimir, così che possa andare a prendere le acque curative da lì, ogni mattina, per il rafforzamento del suo occhio”. ………… Oehlenschlager

Il cerchio è un intero, ma anche, in senso figurato, un buco o, in questo caso, un pozzo. È un simbolo del nullo “0”, e quindi serve come rappresentazione del vuoto, della non esistenza, del nulla. Ma è il nulla che contiene l’esistenza potenziale di ogni cosa, il caos primitivo da cui il Dio Assoluto dell’Universo aveva creato il mondo, l’abisso o grembo di tutto l’essere. Il pozzo, non dissimile dalla grotta, è stato conosciuto come simbolo del grembo di madre terra.

Dio è la fonte di tutta la luce, l’ordine e l’intelligenza nell’universo esteso; senza luce e coscienza c’è solo oscurità, caos e nulla. La cruda realtà del nulla è molto peggiore di qualsiasi Inferno che l’uomo possa mai immaginare. Il più convinto degli atei ha la libertà di scegliere di negare l’esistenza dell’intelligenza divina nell’universo perché quell’intelligenza gli dà quel diritto. Nella realtà virtuale del nulla l’uomo sarebbe totalmente insignificante e sarebbe morto nel dimenticatoio molti eoni fa. L’umanità semplicemente non poteva sopportare la realtà del nulla ed è l’ordine e l’intelligenza di Dio nel vasto vuoto dello spazio che rende il nulla abbastanza sopportabile da permettere all’umanità di sopravvivere. Attraverso la natura il miracoloso si rivela per coloro che hanno occhi per vedere.

“Dio non pensa, crea; non esiste, è eterno”
………………….Kierkegaard

Poiché l’immersione nel mondo della materia fornisce l’esperienza che porta alla saggezza, Wotan (la coscienza) sacrifica parte della sua visione per ottenere un sorso quotidiano dal pozzo di Mimir, mentre Mimir (materia), ottiene una parte dell’intuizione divina. La coscienza e la materia sono quindi relative l’una all’altra a tutti i livelli, così che ciò che è coscienza su uno strato della vita cosmica è materia per lo stadio sopra di esso. Le due parti dell’esistenza sono inseparabili. Questa formula è stata a lungo esposta nel simbolo alchemico noto come “Ourobouros”, che consiste in un cerchio formato da un serpente o da un drago che inghiotte la propria coda. Spesso questo porterà la frase greca “ἒν τὸ Πᾶν” (tutto è uno). Questa frase è composta da tre parole, con sette lettere e numeri, 3 + 7 = 10. Di nuovo, dieci significa “tutte le cose”, perché completa la serie dei numeri primari dalle cui combinazioni sono formati tutti gli altri numeri. Inoltre, 10 significa “l’uno”, perché è composto da 1 e zero e 1 + 0 = 1.

Il simbolo del cerchio con una croce al centro, conosciuta come la Ruota Solare o l’Occhio di Wotan, è forse il più antico simbolo del Nord Europa. Questo segno dimostra la potenza del sole che agisce sulla terra, un simbolo di unità ed equilibrio in tutte le cose: saggezza, intelletto, potere spirituale, legge, ordine, contenuta forza religiosa, santità, ed è il simbolo principale che rappresenta l’Ariano Padre di Tutto, Wotan. La croce all’interno di un cerchio simboleggia il puro panteismo e l’origine dell’uomo. La linea verticale esprime anche l’ascensione spirituale della divinità, mentre l’orizzontale indica il piano inferiore della terra cosciente della materia.

Le immagini mentali sono la porta verso una conoscenza superiore. È a questi fini che il simbolismo espresso nell’essenza di DIO e gli archetipi di divinità minori sono vividamente esemplificati nel nostro mito, molto, molto significativo, nell’esperienza di vita personale e nello sviluppo del nostro popolo e della nostra cultura. Fino a quando l’uomo non percepirà e applicherà queste verità eterne dentro di sé, egli rimarrà schiavo del mondo fisico e delle forze di base che riflettono e fluiscono dai mondi inferiori della materia.

I nostri simboli sacri e miti popolari ci rivelano il precario e pericoloso viaggio dell’anima con i molti ostacoli da superare. L’uomo si erge tra il microcosmo e il macrocosmo. La chiave del significato della vita è racchiusa nell’uomo, poiché egli è nell’occhio del ciclone. In nessun modo si dovrebbe assumere l’idea che l’universo sia stato creato solo per l’uomo. Dalle antiche dottrine impariamo che l’uomo è nato per il completamento della grande opera in cui sono impegnate le nostre vite e la nostra gente. Ignorare o iniziare un’azione contro la logica ferrea della Natura può solo portare alla nostra autodistruzione. Il filosofo tedesco, Friedrich Nietzsche, avrebbe affermato nei suoi scritti: “Perché i pochi uomini e donne di proposito, sono benedetti dalla certezza che, a differenza dei miliardi che vivono e muoiono con non più senso di identità o di scopo di quanto ne abbiano pecore o bovini, le loro vite hanno un senso, che non vivono e sognano, lottano e soffrono invano, che la loro esistenza conta qualcosa, perché è la loro coscienza e il loro scopo che determinerà la forma e lo spirito del nuovo ordine che un giorno ascenderà su questa terra, e saranno i loro discendenti che faranno il prossimo passo all’interno del nuovo ordine verso il superuomo”.

La forma antropomorfa di ogni dio è un simbolo. Questo è il modo più semplice per i ricercatori della coscienza di Dio per comprendere entità che hanno determinati ruoli e complesse interrelazioni. La ruota solare dell’occhio di Wotan rimane ancora il simbolo divino per antonomasia della forma non antropomorfica. L’immagine attuale del “Occhio di Wotan” oggi è come è sempre stata nel passato, rappresentando quella stessa profonda essenza metafisica che continua ininterrotta per tutta la storia del mondo occidentale. Le tribù d’Europa e il loro dio archetipico etnico-ancestrale Wotan e in effetti, tutti gli Dei di Asgard, si connettono come cercatore e trovato e sono così intesi come l’esterno e l’interno di un unico mistero auto-riflesso, che è identico al mistero del nostro mondo manifesto. La configurazione del cerchio e della croce è l’eterno paradigma di Wotan, che riflette le molte vite, leggende e lasciti della nostra nobile razza e del nostro patrimonio. Serve come una verità essenziale all’interno di una ricerca di vita in corso, di cui tutti siamo una parte significativa.

“La coscienza è l’Occhio di Wotan nel Cuore dell’Uomo”

(Mimir, che si è evoluto dall’antica razza dei giganti, possedeva la conoscenza suprema ed è un guardiano dei sacri tesori mistici, un essere dai poteri fantastici. Può essere classificato con le Norne, come in origine anche qualcuno su cui non dominava neanche Wotan Padre di Tutto, che doveva apparire come un richiedente. La sorella gemella di Mimir è la madre di Wotan: da Mimir arriva la prima cultura e l’origine delle razze, perché nel suo pozzo, l’ispirazione, il potere spirituale, l’intelligenza e la saggezza dell’uomo hanno la loro fonte e intorno a lui, come capo, stanno riuniti gli artisti dell’antichità, dalle cui mani tutte le cose possono essere fabbricate in creazioni viventi e meravigliose.)

QUANDO ODINO PENSÒ PER LA PRIMA VOLTA

Yggdrasil

del Dr. Casper Odinson Cröwell, Holy Nation of Odin

Spesso mi viene chiesto dai ricercatori della Via del Nord, “Come fai a sapere che Sál (l’anima) sopravvive alla morte? E come fai a sapere che tutti i popoli non vanno nello stesso paradiso?”

Ma qualsiasi risposta che io possa dare non sarebbe soltanto la mia opinione personale? C’è qualcuno, tra noi qui su Midgard (Terra), che possa davvero affermare di avere tali certezze riguardo a una così antica questione metafisica? Vi ho dato solo domande in sostituzione alle domande di partenza finora, lo so. Eppure, una questione così complessa non richiede forse una indagine carica del peso di molte altre domande destinate a portarci dinanzi alle radici stesse dell’albero della vita? Perché da è lì che si sprigiona l’alba della nostra umanità ancestrale. Dunque, un tale enigma si basa interamente sulla propria fede? La risposta è ovviamente sì, e sorprendentemente, no.

Naturalmente, non v’è alcuna prova scientifica di una vita ultraterrena. O invece sì? La scienza ha infatti dimostrato che l’elettricità non può essere distrutta, ma semplicemente dislocata e trasferita da un corpo all’altro; vale a dire che possiamo postulare che questa scienza sia certamente in grado di dedurre una certa evidenza, seppur anche solo indiziaria, della vita dopo la morte; per cui l’anima sopravvive alla morte del corpo fisico (Lyke).

Il nostro cuore e cervello posseggono energia elettrica, che è il motivo per cui il settore sanitario impiega macchine biomedicali, EEG e ECG/EKG per misurare onde cerebrali e attività cardiaca. La “E” nelle sigle citate rappresenta la qualità energetica dell’elettricità. Per tutti i progressi scientifici e medici che la tecnologia moderna ha prodotto, il cervello rimane ancora un mistero elusivo. Altresì, Sál (anima) è un ancora maggiore Rúna (mistero). È questa elettricità a dare alla Sál umana la sua stessa natura e la qualità di anima/spirito che fa in modo che i mortali siano animati. Così ipotizzo che, mentre noi stessi siamo umani/mortali, la nostra Sál è veramente divina. Ergo, non può essere distrutta dalla morte fisica, non più di quanto si possa dissipare lo stesso impulso elettrico che alimenta tutta la nostra vita.

Quindi dove va l’energia elettrica che è all’interno di ognuno di noi al momento delle nostre morti fisiche? Nello stesso luogo in cui va la nostra Sál, concludo. Torna da dove siamo venuti. Alla più grande presenza divina che ci aveva prestato una parte di sé al momento del passaggio del seme di nostro padre a nostra madre e al miracolo veramente divino della vita che inizia con quella nascita. Ritorna all’Anima di Popolo (Volksál) stessa… ODINO! Pura coscienza ed essere divino.

Diamo uno sguardo alla natura e alla legge di ordine naturale per comprendere meglio questa realtà. Dove il Buddhista potrebbe adoperare “Aria”, nel tentativo di illustrare il mio paradigma, io impiego “Acqua”, il sangue stesso di Nerthus (Madre Terra). Tuttavia, di notevole considerazione è il fatto che sia l’aria che l’acqua possono condurre una carica elettrica da un punto all’altro. E come tutti noi abbiamo bisogno di entrambi gli elementi, di aria e acqua, per vivere una vita mortale, l’elemento dell’elettricità, paragonabile al fuoco, è anch’esso sempre presente, dal nostro cervello al nostro cuore. Come a dire, il fuoco (Kenaz) di creatività e ispirazione è sempre nella nostra mente e nel fuoco della passione nei nostri cuori.

Tornando all’esempio della legge di natura, per cui tutti devono tornare da dove sono venuti, chiedo di prendere in considerazione un piccolo lago e un barattolo di vetro. Il vasetto è vuoto. O non lo è? Anche nell’apparenza del vuoto, il barattolo di vetro chiuso non contiene forse aria all’interno delle sue pareti?

Ci torneremo dopo.

Si consideri di aprire il vaso e immergerlo sotto la superficie del lago fino a riempirlo d’acqua. Rimettendo il coperchio nel vaso, il vaso è ormai ben protetto con il suo carico liquido preso dal lago. Quest’ultimo rimarrà quindi così fino a quando non verrà rilasciato dai limiti del vasetto. Il vaso di acqua è analogo ad un mortale/umano con la sua Sál. Il vasetto rappresenta il corpus umano mentre l’acqua all’interno è indicativa di Sál. Ora, quindi, ritorniamo all’esempio buddhista del barattolo contenente aria. Se si dovesse lanciare il vaso riempito d’aria a terra e romperlo, cosa ne sarà dell’aria/anima/spirito che c’era dentro? La risposta ovvia è, naturalmente, che l’aria in precedenza confinata è ora libera di tornare da dove è venuta, nell’aria che è tutta intorno a noi! Naturalmente, c’è una sola aria e, come proporrebbe l’esempio buddhista, solo “una” anima dell’umanità/divinità, condivisa da tutti in una utopica e universale fratellanza. Io, in ogni caso, non voglio sminuire né mancare di rispetto alla filosofia buddista in alcuna misura. In realtà, tutto sommato, il Buddhismo Zen e l’Odinismo condividono diverse analogie, se non fosse per la scarsa concentrazione folkish all’interno della comunità buddista.

Ho impiegato l’acqua, il sangue stesso di Nerthus (Madre Terra/Jörd) per il mio esempio odinista, per dimostrare ulteriormente la complessità delle assai evidenti verità della natura, in quanto applicabile ad entrambi, all’acqua e al nostro Sál/spirito.

Potete vedere che quello stesso vasetto di vetro, anche se riempito d’acqua del lago, è anche analogo a Sál/spirito. Tuttavia, quando il vaso è rotto, dove vada l’acqua non è cosa semplice da dire come con il paradigma dell’aria. Perché l’aria può solo tornare all’aria. Ma l’acqua … Beh, l’acqua è un organismo completamente diverso. Non c’è un solo tipo di acqua. Così come non c’è solo una razza di persone a condividere una singola Sál/spirito/divinità. L’acqua del lago nel barattolo è acqua fresca. Quindi, non importa dove il vaso sia rotto, l’acqua fresca all’interno, in un modo o nell’altro, troverà la sua strada verso la fonte di acqua fresca. Se rotto vicino al lago da cui l’acqua è stata estratta, l’acqua sarà riassorbita nel terreno, quindi nella falda acquifera e infine il lago da dove proveniva. Tuttavia, se rotto presso il mare, o persino svuotato nell’acqua salata del mare, si separerebbe ed evaporerebbe di nuovo in aria, nelle nuvole, nella foschia, nella nebbia, ecc … Ancora una volta, nella fonte di acqua fresca! Lo stesso si può postulare con la nostra Sál/spirito e l’Anima di Popolo da cui proviene.

Carl Gustav Jung aveva postulato che ogni Popolo/Gente/Razza ha la sua unica Anima di Popolo. Questa Anima di Popolo junghiana che riguarda il Popolo Ariano, è un tutt’uno con il Dio/Archetipo “ODINO”. E questa Anima di Popolo, la “Nostra” Anima di Popolo, è esistita in forma di pura coscienza, molto tempo prima che l’umanità fosse nata! Come nel concetto di ‘Metagenetica’. Al momento delle nostre morti fisiche, torneremo ancora una volta alla nostra Anima di Popolo. Cosa ciò implichi è aperto a una prospettiva basata su un certo numero di elementi. Per quanto mi riguarda, la mia prima relazione è con Odino Padre di Tutto. Per me, l’Anima di Popolo è il Valhalla, anche se non la versione mitica letterale. Piuttosto, considero l’idea/credenza che il Valhalla sia una grande e antica Anima di Popolo ariana… Un archivio di tutta la saggezza di Popolo/razziale che il Popolo ha portato con sé dalle esperienze di tutta una vita, verso questa grande coscienza odinica.

Immaginate questo: se chiudeste gli occhi e sentiste la voce dei vostri familiari e amici, sareste ancora in grado di discernere chi era chi da una mera voce, cadenza, tono, ritmo, ecc … E la vostra mente cosciente avrebbe cominciato a formare un’immagine di loro dall’archivio di ricordi che di loro avete. Sarebbero diventati visibili per il vostro Hugauga (occhio della mente), come se lo sguardo degli occhi aperti si fosse posato su di loro in questa realtà. Una cosa identica accadrebbe con l’Anima di Popolo. Potreste rendervi conto della presenza di questi cari e conoscerli, e loro conoscere voi, allo stesso modo. Solo che lì ci sarebbero tutti gli altri antenati dall’inizio dei tempi e vi sarebbero altrettanto familiari. Questa grande Anima di Popolo vale anche per l’intuito, i sentimenti viscerali e il sapere qualcosa che non si può capire come si faccia a sapere. Questa è la ricchezza della sapienza ancestrale e conoscenza dall’Anima di Popolo che attualmente vive in voi, nel vostro sangue e nella vostra memoria ancestrale, dove ogni vostro antenato, che abbia mai vissuto dai tempi di Ask e Embla, esiste ancora! E una volta che ci uniamo alla grande Anima di Popolo dei “Nostri” antenati, allora anche noi contribuiremo al flusso costante di quella saggezza accumulata e quella conoscenza per i nostri discendenti non ancora nati.

Inutile dirlo, potrei andare avanti in questo senza limitazioni, allo stesso modo in cui ho offerto molte ore e anni di dedizione a meditazioni su questo argomento e credo così profondamente che sia questa la realtà che si manifesterà alla mia morte. Ed è anche per questo che posso comprendere pienamente il mio giusto senso del dovere, mentre vivo su Midgard, per servire i miei Dèi e il mio Popolo.

Ogni Razza/Popolo/Gente ha la propria Anima di Popolo indigena, e ognuno conoscerà un giorno la realtà di questa verità, a mio parere. Non c’è nessun Universalismo all’interno del regno dell’Ordine Naturale, o Leggi di Natura. Né vi è, a mio avviso, fine alla vita, parlando spiritualmente, né qualsiasi spirito/divinità, o vita dopo la morte, a taglia unica.

Si arriva a familiarizzare con l’Anima di Popolo e gli Antenati tramite la comunione con Odino Padre di Tutto e gli Dèi degli Aesir e Vanir, mentre uno è vivo e vegeto in questa vita. Perché tale sacra e Santa Comunione conduce a una saggezza che si trova solo ai Pozzi di Mimir e di Urd, radicata nell’antichità, e in un tempo in cui Odino ha pensato per la prima volta! Essa attende ancora lì, per quelli abbastanza coraggiosi da intraprendere la Via del Nord.

Il corpus di miti, saghe, tradizioni, leggende, gesta eroiche, arte, musica, poesia, architettura e virtù è una manifestazione della “Nostra” Anima di Popolo. Esempi reali di come i nostri Dei e Antenati molto concreti continuino a entrare in contatto con noi e parlarci attraverso il mezzo di ciò che condividono con noi, che siamo la loro gente vivente… La nostra Anima di Popolo, che è nata con lo stesso primo pensiero del Padre di Tutto.

Il come ognuno di noi possa prendere in considerazione ciò che ho postulato qui e ancora capire come attualizzare la sopravvivenza dell’anima/Sál alla morte del corpo ospite, non deve consumare i pensieri di nessuno. Perché sarebbe uno spreco del proprio tempo. Ciò che è sensibile, in quello che ho presentato qui, e ancora di più, come esso possa servire ad arricchire la propria ricerca spirituale, deve essere l’unico punto di qualsiasi genuino interesse. E in ultima analisi, come ognuno di noi può essere utile ai nostri Dei e al nostro Popolo.

Fara meth Odin, ok megi Odin blessi thig alle!

METAGENETICA

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di Stephen MacNallen

Uno dei principi più controversi della Asatru è la nostra insistenza sul fatto che gli antenati sono importanti – che vi siano implicazioni spirituali e metafisiche per quanto concerne l’eredità, e che quindi non siamo una religione per tutta l’umanità, ma una che richiama solo al proprio popolo. Questa nostra convinzione ha portato a molti malintesi, e di conseguenza alcuni hanno tentato di etichettarci come “razzisti”, o ci hanno accusato di parteggiare per forme politiche totalitarie.

In questo articolo andremo a discutere, pienamente e ampiamente, di una scienza per il secolo venturo, che abbiamo chiamato “metagenetica”. Perché mentre questa scienza si occupa di genetica, trascende anche gli attuali confini di quella disciplina e va a toccare la religione, la metafisica, e (tra le altre cose) la natura ereditaria degli archetipi junghiani. Le fondamenta della metagenetica non si trovano in dogmi totalitari del 19° e 20° secolo, ma piuttosto in intuizioni antiche quanto la nostra gente. È solo negli ultimi decenni che evidenze sperimentali hanno iniziato a verificare queste credenze secolari.

Chiunque abbia familiarità con la Asatru, sa che la linea di clan o famiglia occupa un posto speciale nella nostra religione. La parentela è molto apprezzata per ragioni pratiche e spirituali, e la catena delle generazioni è vista come una unità che trascende il tempo, qualcosa di non limitato dalle nostre ristrette percezioni di passato, presente e futuro. Quali scoperte della scienza moderna fanno di ciò qualcosa di più che una pia convinzione? C’è qualcosa di speciale nel legame genetico da un punto di vista psichico o spirituale?

Consideriamo per un momento il curioso legame tra i gemelli. I gemelli identici, ovviamente, hanno un identico corredo genetico. Quindi non è una sorpresa scoprire che i modelli di attività cerebrale sono molto simili nei gemelli, né è inaspettato il fatto che lo scienziato danese Dr. N. Jule-Nielson, abbia scoperto che i gemelli cresciuti separatamente hanno attitudini e personalità simili. Un passo al di là di questi risultati possiamo vedere che in molte culture si pensa che i gemelli abbiano percezioni extra-sensoriali gli uni con gli altri. In effetti, è agli atti che il dottor J. B. Reno, famoso ricercatore ESP presso la Duke University, afferma, “Ci sono stati segnalati di tanto in tanto casi che sembrerebbero essere eccezionali rapporti telepatici tra gemelli identici”.

Uno studio di casi ESP dimostrerà che anche altri membri della famiglia possono avere questo rapporto. Quante madri in tempo di guerra hanno saputo con precisione inquietante l’esatto istante in cui i loro figli sono stati feriti o uccisi? Possono essere raccolti innumerevoli altri aneddoti che potrebbero essere interpretati come aventi una base genetica. Tale risonanza psichica potrebbe essere spiegata da altre ipotesi, certo – ma quando inserite nel contesto di altre informazioni che abbiamo, tendono a rafforzare la connessione con l’ereditarietà. E una motivazione biologica (o parzialmente biologica) per fenomeni psichici, dovrebbe rendere la materia più appetibile per “i razionalisti ostinati”.

Facendo un ulteriore passo avanti, diamo un’occhiata alle memorie da reincarnazione. Non occorre “credere” nella reincarnazione come viene comunemente presentata, per accettare la realtà del fenomeno; sembra che ci sia la prova che le persone a volte abbiano ricordi che non appartengono a loro – o almeno non a “loro” come si considerano normalmente. Si è liberi di accettare o rifiutare le spiegazioni letterali della reincarnazione come viene volgarmente espressa, ma ci sono altre spiegazioni per questi ricordi. C’è la possibilità che questi ricordi, o molti di essi, siano memorie genetiche. Timothy Leary – che, si sia d’accordo o meno con la sua filosofia della droga, non è un intelletto da poco – è solo uno dei tanti a sospettare che questo sia il caso. Leary ha scritto che anche se lo si chiamasse ricordo akashico, inconscio collettivo, o “inconscio filogenetico”, tutto potrebbe essere ascrivibile al “circuito neurogenetico”, o ciò che egli chiama segnali dal dialogo DNA-RNA. In altre parole, queste memorie sono trasportate nel DNA stesso.

È interessante notare che in molte culture – nella nostra tradizione norrena e nella tradizione indiana dei Tlingit, tra le tante – la rinascita è vista verificarsi in particolare nella linea familiare. Una persona non tornava indietro come una cimice o un coniglio, o come una persona di un altro popolo o tribù, ma come un membro del proprio clan. Olaf il Santo, il re norvegese in gran parte responsabile per la cristianizzazione di quel paese, prende il nome dal suo antenato Olaf l’Elfo di Geirstad, ed era ritenuto essere l’antico re rinato. Naturalmente il cristiano Olaf non poteva tollerare un tale suggerimento, e le saghe raccontano come scoraggiasse fortemente questa convinzione.

I Tlingit, tuttavia, hanno conservato le loro credenze religiose indigene fino ai giorni nostri, e sono quindi oggetto di studio accademico in misura molto maggiore rispetto ai nostri antenati. Il dottor Ian Stevenson è docente di psichiatria presso il Dipartimento Medico dell’Università della Virginia, e ha anche un interesse per i fenomeni di reincarnazione. In realtà, egli ha scritto un volume dal titolo Venti Casi Indicativi di Reincarnazione, il cui titolo in sé indica il suo approccio scientifico alla materia. Uno dei casi studiati, trattava di una recente occorrenza di apparente rinascita nella linea del clan di una moderna famiglia Tlingit. Anche se la storia è troppo lunga per essere inclusa qui, basterà dire che le prove, seppur circostanziali, sono comunque impressionanti. Potrebbe non essere possibile dimostrare, in maniera rigorosamente scientifica, che un Tlingit sia letteralmente rinato in suo nipote – ma in realtà non importa. Il punto è semplicemente che ci sono implicazioni metafisiche nel legame di parentela genetica.

Ci si potrebbe chiedere, per inciso, se la rinascita (che sia la rinascita letterale della personalità individuale, o la rinascita di qualche essenza spirituale al di là del “meramente” biologico) non sia una sorta di bonus evolutivo per il clan e la tribù, per cui le caratteristiche migliori, le più sagge, più spiritualmente “in armonia”, sono conservate nella linea familiare.

Finora ci siamo occupati dell’idea di un legame tra l’ereditarietà e il concetto di clan, da una parte, e lo psichismo e la rinascita dall’altra. Proviamo una strada diversa ora, e guardiamo agli archetipi del Dr. Carl Jung.

Jung ha parlato dell’inconscio collettivo – un livello della psiche non dipendente dall’esperienza personale. L’inconscio collettivo è un contenitore di immagini primordiali chiamate archetipi. Essi non sono esattamente i ricordi, ma sono piuttosto predisposizioni e potenzialità. Come ha detto Jung, “Ci sono tanti archetipi quante sono le situazioni tipiche della vita. La ripetizione infinita ha inciso queste esperienze nella nostra costituzione psichica, non in forma di immagini piene di contenuto, ma in un primo momento solo come forme senza contenuto (enfasi nell’originale), che rappresentano solo la possibilità di un certo tipo di percezione e azione”.

La maggior parte dei moderni studenti di Jung tralascia un fatto fondamentale. Jung affermava esplicitamente che gli archetipi non sono stati trasmessi culturalmente, ma sono in realtà ereditati – vale a dire, genetici. Egli li collegava agli stimoli fisiologici dell’istinto e si spinse fino a dire che, “Poiché il cervello è l’organo principale della mente, l’inconscio collettivo dipende direttamente dall’evoluzione del cervello”. Una dichiarazione più precisa sul collegamento mente/corpo/spirito, e delle implicazioni religiose della parentela biologica, sarebbe difficile da trovare.

Ma Jung non era soddisfatto nell’effettuare questo collegamento. Continuò col dire che a causa di questo fattore biologico vi fossero differenze nell’inconscio collettivo delle razze del genere umano. Coraggiosamente affermava che: “Quindi è un errore abbastanza imperdonabile accettare le conclusioni di una psicologia ebraica come generalmente valide. (Questa dichiarazione deve essere contestualizzata. Non è una qualche irrilevante osservazione antiebraica, ma nasce invece dalla crescente rottura tra Jung e il suo maestro ebreo, Freud.) Nessuno si sognerebbe di considerare la psicologia cinese o indiana come vincolante per noi stessi. L’accusa a buon mercato di antisemitismo che mi è stata rivolta in base a questa critica è intelligente circa come accusarmi di un pregiudizio anti-cinese. Non c’è dubbio che, a un livello primario e più profondo dello sviluppo psichico, in cui è ancora impossibile distinguere tra mentalità ariana, semita, camita, o mongola, tutte le razze umane abbiano una psiche collettiva comune. Ma con l’inizio della differenziazione razziale, differenze essenziali si sviluppano nella psiche collettiva. Per questo motivo non possiamo trapiantare lo spirito di una razza straniera in globo nella nostra mentalità, senza ledere la sensibilità di questa.”

Così il legame tra la religione, che si esprime in termini di archetipi nell’inconscio collettivo, e biologia – e quindi razza – è stata completata.

Jung è giustificato anche da ricerche più recenti. Forse il più importante di questi studi è stato condotto dal Dr. Daniel G. Freedman, professore di scienze comportamentali presso l’Università di Chicago. I suoi risultati sono stati pubblicati in un articolo sul numero di gennaio 1979 di Human Nature dal titolo, “Differenze etniche nei neonati”. Freedman e i suoi associati hanno sottoposto neonati caucasici, asiatici, neri, e nativi americani a stimoli identici, e coerentemente hanno ricevuto risposte diverse dai bambini di ogni razza. Inoltre, queste differenze corrispondono alle caratteristiche tradizionalmente attribuite ad ogni razza – i bambini asiatici erano in realtà meno eccitabili e più passivi, ecc. i bambini nativi americani e asiatici si comportavano in modo simile, a quanto pare a causa della loro parentela biologica relativamente stretta. Solo un piccolo passo separa il temperamento innato dagli atteggiamenti innati fino alle predisposizioni religiose innate, che è solo una riaffermazione con parole diverse della teoria del Dr. Jung.

Guardiamo di nuovo a come la mistica del clan, la cui espressione nel mondo fisico è di tipo genetico, si collega in generale alle antiche credenze Asatru, e in particolare ai Vanir.

La dea Freya è fortemente legata al concetto di clan poiché lei è il capo degli spiriti protettori femminili chiamati “Disir”. Delle Disir si legge, in The Viking Achievement (P.G. Foote e D.M. Wilson), che:

A volte è difficile mantenere le Disir distinte dalle Valchirie o dalle severe Norne, da una parte, e dagli spiriti chiamati ‘fylgjur’, ‘accompagnatori’, dall’altra; ed è probabile che i Norreni stessi avessero nozioni su questi esseri che variavano di volta in volta e da un luogo all’altro. I Fylgjur erano attaccati a famiglie o singoli individui, ma non avevano dimore locali o nomi individuali. Essi sembrano aver rappresentato la facoltà intrinseca di realizzazione che esisteva nella prole di una famiglia. L’osservazione quotidiana dei fatti accordanti o discrepanti sull’ereditarietà confermerebbe che fosse possibile per un Fylgja lasciare un individuo o essere respinto da lui.

L’antica saggezza incontra la scienza moderna.

Il concetto di metagenetica può essere minaccioso per molti a cui è stato insegnato che non ci sono differenze tra i rami dell’umanità. Ma, riflettendo, è chiaro che la metagenetica è in linea con i modi più moderni di vedere il mondo. Una visione olistica dell’entità umana richiede che mente, materia e spirito non siano cose separate, ma rappresentino un ampio spettro o continuum. Non dovrebbe sorprendere, quindi, che la genetica venga considerata un fattore anche in questioni spirituali o psichiche. E pure le idee portate avanti da coloro che vedono la coscienza come un semplice prodotto della chimica si adattano alla metagenetica – perché la biochimica è una funzione della struttura organica che a sua volta dipende dalla nostra eredità biologica.

Noi Asatru ci concentriamo sul nostro patrimonio ancestrale, e consideriamo la nostra religione come una espressione di tutto ciò che siamo, non qualcosa che noi assumiamo arbitrariamente dall’esterno. Ciò spiega anche perché coloro che non ci comprendono ci accusano di estremo etnocentrismo o addirittura di razzismo – perché tramite la metagenetica è chiaro che se noi, come popolo, cessiamo di esistere, allora anche l’Asatru muore per sempre. Siamo intimamente legati al destino di tutta la nostra gente, perché l’Asatru è espressione dell’anima della nostra stirpe.

Questo non significa che ci dobbiamo comportare negativamente nei confronti di altri popoli che non ci hanno fatto del male. Al contrario, solo comprendendo chi siamo, solo venendo dal nostro “centro” come popolo, possiamo interagire con giustizia e con saggezza con gli altri popoli di questo pianeta. Dobbiamo conoscere noi stessi prima di poter conoscere gli altri. Le nostre differenze sono grandi, ma noi che amiamo la diversità e la variazione umana dobbiamo imparare a vedere queste differenze come una benedizione di cui fare tesoro, non come barriere da dissolvere.

WOTAN COME ARCHETIPO: Il saggio di Carl Jung

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di Kerry Bolton

Nell’atmosfera di denazificazione che seguì la Seconda Guerra Mondiale, Carl Jung, fondatore della psicologia analitica, si ritrovò accusato di avere simpatie ‘naziste’. Essendo Jung un uomo di ‘Destra’[1], il suo saggio che spiegava l’hitlerismo come un’evocazione di Wotan quale archetipo represso dell’inconscio collettivo tedesco lo mise nella lunga lista di intellettuali sospetti accusati di essere apologeti del Nazionalsocialismo[2]. Egli ebbe la fortuna di trovarsi in una nazione neutrale in seguito alla Seconda Guerra Mondiale.

Di certo, la scuola di psicologia di Jung non è cara alla sinistra in generale e al gran numero di Ebrei nel campo della psicologia. Un recente biografo racconta di Jung che ha la peggio con il suo mentore Sigmund Freud:

Freud stesso era incline a credere che i suoi problemi con Jung esemplificassero un’incompatibilità generale tra Ebreo e Gentile, che Jung odiasse ‘l’ebraicità’ della psicoanalisi e volesse sostituirla con una versione cristianizzata. Qui vi era davvero dell’ironia. Freud aveva voluto Jung come apostolo dei Gentili, per evitare che la psicoanalisi diventasse una setta ebraica. Ma Jung svolse il ruolo di San Paolo in un senso del tutto diverso. Proprio come Paolo aveva sostituito una ‘cristologia’ neoplatonica agli insegnamenti originali di Gesù, così Jung propose una psicoanalisi purgata degli elementi che avevano mantenuto il freudismo ghettizzato come un costrutto di Ebrei viennesi[3].

Quindi, quando Jung diede la sua lezione su Wotan, che fu pubblicata nel 1936[4], e ripubblicata dopo la guerra come parte di una raccolta di osservazioni analitiche sul mondo moderno[5], lo fece come un medico che diagnostica un fenomeno, non come un crociato politico. Egli stava offrendo osservazioni e spiegazioni in maniera distaccata, scientifica, cosa sempre difficile da capire per molti nel mondo accademico.

Archetipi

La concezione di Jung della psiche come comprendente tre “livelli”, tra cui l’inconscio collettivo, è brevemente illustrata nel mio saggio ‘Odino e l’imperativo faustiano’, in cui viene citato anche il saggio di Jung, ‘Wotan’. Gli archetipi, nella psicologia junghiana, sono prototipi di simboli che vengono ereditati e si trovano all’interno dell’inconscio. Questi simboli trascendono la psiche individuale e sono ereditati dalla collettività dei nostri antenati. Sono entrambi, quindi, universali al livello più primordiale, nel senso che c’è una ‘umanità’, e sono anche razzialmente specifici, nel senso che la ‘razza umana’ si è differenziata (supponendo che non sia sempre stata così) e differenziata ulteriormente in termini di cultura.

Wotan è un archetipo germanico dell’inconscio collettivo. Nello spiegare l’influenza delle forme psichiche sull’umanità, Jung tornò all’archetipo di Wotan in una lettera al suo amico, il diplomatico e scrittore cileno Miguel Serrano. Jung, mentre scriveva questo, nel 1960, stava tentando di suggerire rimedi per la difficile situazione moderna dell’uomo civilizzato. Rifuggendo la società di massa accelerata dalla tecnologia, Jung affermava che l’uomo moderno, o almeno l’Occidentale, deve cercare di trovare la sua identità individuale senza ritirarsi in un iper-individualismo: ‘Può solo scoprire se stesso quando è profondamente e incondizionatamente legato ad alcuni, e in genere legato a un gran numero di individui, con i quali ha la possibilità di confrontarsi e dai quali è in grado di discriminare se stesso‘[6].

All’interno di questa ampia associazione dell’individuo ci sono strati di esperienza ancestrale ereditaria trasmessa attraverso i millenni; depositati nell’inconscio personale dell’individuo, come parte stessa dell’inconscio collettivo, vi sono i motivi ricorrenti che diventano protosimboli o archetipi. La psiche è come un magazzino di ricordi non solo relativi alle proprie esperienze, ma anche alle esperienze collettive dei propri antenati, abbracciando il più ampio senso di razza e cultura, e in ultima analisi, la storia di una memoria più universale al suo livello più elementare, universale. Gli strati della psiche potrebbero essere considerati analoghi agli strati del cervello umano, che è la registrazione fisiologica dell’evoluzione cerebrale che include il più primordiale, il sistema limbico e il nucleo centrale, e il più recente, la corteccia cerebrale.

Secondo Jung, ‘Dei, demoni e illusioni’ sono nomi per gli abitanti ereditari della psiche, individualmente e collettivamente:

Esistono e operano e nascono di nuovo ad ogni generazione. Essi hanno un’enorme influenza sulla vita individuale e collettiva e, nonostante la loro familiarità, sono curiosamente non umani. Quest’ultima caratteristica è il motivo per cui essi erano chiamati Dei e Demoni in passato e perché sono compresi nella nostra epoca ‘scientifica’ come manifestazioni psichiche degli istinti, in quanto essi rappresentano atteggiamenti abituali e forme di pensiero che si verificano universalmente. Sono le forme basilari, ma non le immagini manifeste, personificate o comunque concretizzate. Essi hanno un alto grado di autonomia, che non scompare quando le immagini manifeste cambiano[7].

I complessi psichici repressi continuano ad influenzare non solo l’individuo, ma anche la collettività. È comunemente abbastanza noto che la repressione provoca la malattia mentale in un individuo. Tuttavia, lo stesso principio vale per la repressione in intere nazioni e culture. Se questi complessi repressi non vengono identificati e integrati, si manifestano in altri modi, piuttosto malsani. Una spiegazione junghiana della repressione è che:

C’è consenso sul fatto che molte delle cose nell’inconscio siano divenute inconscio a seguito della repressione […]. Questo significa che ci sono alcune cose che sono inconscio che, in un momento o in un altro, sono state consapevoli, e ‘la repressione’ è una parola usata per indicare che questo è successo. La repressione è strettamente connessa con il dimenticare.

[…]anche se forse abbiamo dimenticato qualcosa, vi è un senso importante in cui esso è ancora ‘lì’, nella nostra psiche, e questo è ciò che intendiamo dicendo che è inconscio[8].

Le cose che vengono represse sono quelle che minano la nostra immagine di noi stessi se le abbiamo ricordate[9]. Quindi, i Germanici, essendo stati un popolo cristiano per secoli, sono stati tenuti a reprimere il loro paganesimo ancestrale, e Wotan è diventato così un archetipo relegato ‘all’ombra’ di quell’inconscio collettivo popolare, ma continua comunque ad esistere. La repressione può svolgere un ruolo nel sano sviluppo individuale, ma è di solito indesiderabile. Il junghiano David Cox, continua:

Il primo motivo per cui la repressione porta più danni che vantaggi è che significa perdere una parte di se stessi. Quando abbiamo totalmente dimenticato qualcosa che abbiamo pensato o fatto, o qualcosa che ci è accaduto, non è semplicemente una questione di dimenticare quella cosa, ma anche il nostro rifiuto di vedere che siamo il tipo di persona capace di comportarsi nel modo in cui abbiamo fatto […]. Può essere che ci siano cose che sarebbero così distruttive per il carattere di un uomo se non fossero represse che è molto meglio che lo rimangano, ed è certo che ci sono momenti giusti per tutto, al punto che può essere meglio non recuperare una memoria repressa in un momento particolare.[10]

La seconda ragione per cui la depressione rischia di avere conseguenze negative è che,

[…]anche se il risultato della repressione può essere che noi non conosciamo una particolare tendenza dentro di noi, quella tendenza è ancora lì ed è responsabile nell’interferire con i nostri obiettivi coscienti. […] Le tendenze represse sono in grado di causare tutti i tipi di distorsioni particolari nel nostro comportamento, proprio perché non sappiamo di loro. Quando ci rendiamo conto che abbiamo tendenze di un particolare tipo possiamo fare qualcosa per cercare di controllarle, ma fintanto che restano inconsce non possiamo esercitare alcun controllo su di esse[11].

Nella comprensione dei concetti di repressione, ombra e inconscio collettivo, si comincia a capire perché Jung si avvicinò all’hitlerismo con un atteggiamento di speranza, in quanto questa era una manifestazione su scala di massa che individuava potenzialmente un’intera nazione tramite la scoperta dell’archetipo, e lo canalizzava nel bene conscio, piuttosto che lasciarlo incancrenire in maniera sotterranea e, in ultima analisi, distruttiva. Tale innalzamento di coscienza era, a prescindere dal risultato finale, una necessità, perché i Germanici avevano ancora questi complessi irrisolti che stavano entrando nell’era tecnologica. E sembra essere stato svegliato qualcosa dalla ferocia combinata alla tecnologia della Prima Guerra Mondiale, e come la poesia (citata in basso) del soldato Hitler indica, lui era già co-conscio di questo nel 1914.

Quando un paziente cerca l’assistenza di un analista, quest’ultimo mira a portare alla coscienza i complessi repressi che influenzano inconsciamente l’individuo. Lo stesso modello di ricordi e di complessi repressi risiedono nell’inconscio collettivo di un popolo. Jung, nel testimoniare la rinascita di massa delle passioni primordiali germaniche, chiamava l’archetipo ‘ombra’, o aspetto represso dei Germanici, col nome di ‘Wotan’. Per Jung questo era di maggior rilevanza rispetto a uno studio dei fenomeni sociali, politici ed economici per comprendere la mobilitazione di massa improvvisa e spesso frenetica dei Tedeschi sotto Hitler. Di Wotan, Jung dichiarava a Serrano che:

Quando, per esempio, la fede nel Dio Wotan svanì e nessuno pensava più a lui, il fenomeno originariamente chiamato Wotan rimase; non è cambiato nulla tranne il suo nome, come il Nazionalsocialismo ha dimostrato su vasta scala. Un movimento collettivo è costituito da milioni di individui, ognuno dei quali mostra i sintomi del Wotanismo e dimostra in tal modo che Wotan in realtà non è mai morto, ma ha mantenuto la sua vitalità ed autonomia originale.

La nostra coscienza immagina solo che ha perso i suoi dèi; in realtà sono ancora lì e hanno solo bisogno di una certa condizione generale che li riporti in pieno vigore. Questa condizione è una situazione in cui sia necessario un nuovo orientamento e adattamento. Se questa domanda non è chiaramente compresa e non viene data nessuna risposta corretta, l’archetipo, che esprime questa situazione, entra in gioco e riporta la reazione, che da sempre caratterizza questi tempi, in questo caso Wotan[12].

Mentre molto di sensazionalistico è stato scritto su Hitler posseduto dai demoni, o controllato da forze occulte, ecc. [13], dal punto di vista junghiano è rilevante chiedersi se Hitler fosse l’individuo attraverso il quale l’archetipo Wotan veniva ‘portato di nuovo in tutta la sua forza’, che si manifesta in ‘un nuovo orientamento e adattamento’. Hitler sembra essere stato consapevole della forza Wotanistica che prendeva coscienza nelle trincee della Prima Guerra Mondiale, quando scrisse una ‘strana poesia’ [14] durante l’autunno del primo anno di questa guerra:

All’improvviso nella note d’amarezza
Vedo la quercia di Wotan,
Avvolta nel suo silenzioso splendore.
Forgiante un’alleanza coi poteri misteriosi
La luna nel suo magico incanto,
Traccia le Rune.
Tutto ciò che di giorno è stato
Pieno d’impurità
Diventa percettibile dinanzi
Alla formula magica.
In questo modo, i falsi,
Sono separati dai leali.
Ed io mi ritrovo
Davanti ad un Padiglione di spade.[15]

La poesia sembra una scelta e iniziazione di Einherjar di Wotan nelle trincee della guerra in preparazione per i battaglioni dalle camice nere e brune che dovevano essere formati in gran parte da veterani. Toland osserva che un paio di settimane più tardi Hitler ‘fece una profezia portentosa ai suoi compagni: “Udirete molto su di me. Aspettate solo fino a quando arriva il mio tempo”‘[16].

Degli attuali problemi del moderno uomo occidentale che era entrato nell’era tecnologica senza aver integrato gli strati psichici delle epoche precedenti, e che quindi restavano repressi, i Tedeschi erano i più problematici. L’impiallacciatura cristiana imposta era più sottile tra loro rispetto che tra altri, secondo Jung, e gli dei pagani più vicini alla superficie. L’archetipo represso di Wotan aveva reso i Tedeschi  una collettività incline all’isteria di massa, cosa che non impediva, tuttavia, una vita generalmente normale, proprio come l’individuo isterico potrebbe generalmente essere normalmente funzionale. È stata riconosciuta nella storia come furor Germanicus, e questo era quello che Hitler stava incanalando[17]. Quando Jung scrisse il suo saggio su Wotan lo fece allo scopo di mostrare come le sue teorie sull’inconscio collettivo si fossero verificate. Era un avvertimento per l’uomo moderno per riconoscere e integrare ciò che era stato represso prima che gli archetipi ‘ombra’ prorompessero in maniera schiacciante e distruttiva.

Il concetto di ‘ombra’ è importante nella psicologia analitica. Pur connotando ‘l’ombra’ tutto ciò che di oscuro e diabolico è stato represso dall’uomo civilizzato, essa svolge anche impulsi creativi e istinti sani. Secondo Jung, tutti gli archetipi sviluppano effetti favorevoli e sfavorevoli. Essi riflettono una polarità o quello che Jung chiama complexio oppositorum. [18] L’analista junghiano cerca di unire questi opposti contrastanti all’interno dei singoli per creare una persona integrata o totale, o ciò che in psicologia junghiana si chiama ‘individuazione’; ciò che Jung ha chiamato persona ‘intera’[19]. Questo potrebbe anche essere visto come la controparte psicologica della dialettica hegeliana della storia: quella di tesi, antitesi e sintesi. L’analogia viene ripresa da McLynn, che scrive che ‘individuazione’ è: ‘come nel sistema di Hegel, l’auto-realizzazione del principio finale del mondo, che in termini di Jung è la psiche oggettiva. Il sistema di Jung è quindi una versione psicologica dell’oggettivazione della storia di Hegel‘[20]. Questo è il motivo per cui Jung sosteneva un approccio ‘aspettare e vedere’ riguardo l’ascesa dell’Hitlerismo, invece che denunce immediate e isteriche, essendo un potenziale dispiegarsi di una dialettica psicologica ed esistendo la possibilità di una individuazione collettiva per un intero popolo. Si potrebbe anche fornire un esempio di come l’uomo possa entrare nell’era tecnologica, in cui, come affermano gli junghiani, la sua psiche è ancora influenzata da strati precedenti di esperienza psichica inconscia risalente a millenni.

Il saggio di Jung: ‘Wotan’

Il saggio ‘Wotan’ fu scritto nel 1936, tre anni dopo l’elezione di Hitler. Jung aveva contatti con il Movimento della Fede Tedesca, alleato dell’hitlerismo, e conosceva il suo leader Jacob Hauer, che aveva frequentato le Conferenze Eranos ad Ascona, in Svizzera, dove aveva impressionato Jung con i suoi discorsi sull’inconscio razziale utilizzando come predicato il concetto di Jung dell’inconscio collettivo[21]. Jung insistette anche dopo la guerra sul fatto che dal momento che ogni archetipo contiene sia il bene che il male, era impossibile sapere immediatamente quale corso avrebbe preso il Nazionalsocialismo[22]. Per quanto riguarda il saggio in sè, Jung aveva osservato che in Germania ‘è un antico dio della tempesta e dalla frenesia, quel Wotan da lungo tempo quiescente, [che] deve svegliarsi, come un vulcano spento‘[23], mentre nella Russia Sovietica un culto della scienza che si manifesta anche in una eruzione violenta contro la metafisica.

La manifestazione embrionale era stata osservata all’indomani della Prima Guerra Mondiale tra i giovani tedeschi, che vagavano nella campagna per raggiungere la comunione con la natura, tornando alla filosofia pagana in un mondo di tecnologia che era diventato nichilista. Jung osservò che anche i riti Wotanisti avevano partecipato alla manifestazione:

Lo abbiamo visto prendere vita nel Movimento Giovanile Tedesco, e proprio all’inizio il sangue di diverse pecore è stato versato in onore della sua risurrezione. Armati di zaino e liuto, giovani biondi, e, talvolta, anche ragazze, potevano essere visti come viandanti inquieti su ogni strada da Capo Nord alla Sicilia, fedeli seguaci del dio itinerante[24].

Jung si qui riferiva al genericamente chiamato Wandervogel e altri gruppi simili che si ribellarono contro il materialismo borghese, che inizia nel tardo 19° secolo. Fu l’inizio di un movimento di reazione contro il mondo moderno, che finì per contribuire alla nascita del movimento hippy nel corso del 1960 e 1970[25], fortemente influenzato da immigrati tedeschi[26]. Gordon Kennedy si riferisce direttamente a questo ritorno alla natura che si manifesta in Germania tra i giovani per la rinascita del paganesimo germanico e di Wotan e altri Dei antichi[27]. Kennedy e Ryan descrivono questo come ‘un enorme movimento giovanile che era sia antiborghese che Pagano teutonico nel carattere, composto in maggioranza dai figli della classe media tedesca, organizzati in bande autonome'[28].

La rinascita atavica avrebbe potuto prendere forme diverse da quella dell’hitlerismo, ma come osservarono Jung e altri, Hitler era un mago, uno ‘sciamano’, e un ‘avatar'[29], in grado di dare forma ed espressione alla ‘ombra’ germanica. Nel 1937 Jung descrisse Hitler come ‘un medium… il portavoce degli Dei dell’ antichità…[30]’

Dal Wandervogel e simili movimenti di giovani insoddisfatti, la rivolta atavica fu rilevata dalle masse di disoccupati, tra i quali vi erano molti veterani di guerra, il cui vagare non era tra le colline e le campagne, ma per le strade depresse della Germania di Weimar.

Più tardi, verso la fine della Repubblica di Weimar, il ruolo dell’errante fu preso dalle migliaia di disoccupati, che potevano essere incontrati in tutto il mondo nei loro viaggi senza meta. Nel 1933 non vagavano più, ma marciavano a centinaia di migliaia. Il movimento di Hitler portò letteralmente tutta la Germania ai suoi piedi, dai bambini di cinque anni ai veterani, e produsse uno spettacolo di una nazione che migrava da un luogo all’altro. Wotan il viandante era in movimento. Poteva essere visto, piuttosto imbarazzato, nella riunione casalinga di una setta di gente semplice nella Germania settentrionale, travestito da Cristo su un cavallo bianco. Non so se queste persone fossero a conoscenza della connessione antica di Wotan con le figure di Cristo e Dioniso, ma non è molto probabile[31].

Wotan, il viandante, aveva ispirato i Wandervogel e altri giovani, come Kenndey e Ryan hanno dichiarato nel loro studio del movimento di contro-cultura. Egli ora aveva assunto il suo ruolo di leader della Caccia Selvaggia, come il suo ‘Avatar’ cominciava a raccogliere le masse vagabonde, senza meta:

Wotan è un vagabondo senza riposo che crea inquietudine e provoca liti, ora qui ora là, e opera la magia. Fu presto trasformato dal Cristianesimo nel diavolo, e continuò a vivere solo in evanescenti tradizioni locali come un cacciatore spettrale che era visto con il suo seguito, tremolante come un fuoco fatuo nella notte tempestosa.[32] […].

Con l’imposizione del rivestimento cristiano in un popolo il cui Dio era stato cacciato nelle ‘ombre’, in attesa di essere evocato, Wotan aveva continuato a far sentire la sua presenza nelle periferie della coscienza dei Germanici come una figura sfuggente, il capo della Caccia Selvaggia, che era ora richiamato a espressione cosciente nel suo ruolo di Dio preminente. Jung afferma che Wotan era stato tenuto in sospinto da figure letterarie della Germania, e in particolare da Nietzsche, che era un’influenza fondamentale sul pensiero di Jung[33]. La forza Wotanica era stata troppo spesso identificata con la sua forma classica Dionisiaca dal mondo accademico, ma ci sembra poco puntuale riferirsi a un archetipo classico per descriverne uno germanico, se non come mezzo di analogia. Jung affermò in merito a questa tradizione letteraria come essa abbia mantenuto viva la forza Wotanica, anche se in modalità classica:

I giovani tedeschi che celebravano il solstizio con sacrifici di pecore non furono i primi a sentire il fruscio della foresta primordiale dell’inconscio. Essi sono stati anticipati da Nietzsche, Schuler, Stefan George, e Ludwig Klages. La tradizione letteraria della Renania e il paese a sud del Meno ha un timbro classico di cui non è facile sbarazzarsi; ogni interpretazione di ebbrezza ed esuberanza è suscettibile ad essere ricondotta a modelli classici, a Dioniso, al peur aeternus e all’Eros cosmogonico. Non c’è dubbio che interpretare queste cose come Dioniso suoni meglio alle orecchie accademiche, ma Wotan potrebbe essere una interpretazione più corretta. Egli è il dio della tempesta e della frenesia, il fomentatore delle passioni e del desiderio della battaglia; egli è inoltre mago superlativo e artista nell’illusione, e esperto in tutti i segreti di natura occulta[34].

Jung vede Wotan nello Zarathustra di Nietzsche[35], anche se Nietzsche sembra aver scritto inconsciamente sotto l’influenza del dio nascosto:

Il caso di Nietzsche è certamente particolare. Non aveva alcuna conoscenza della letteratura germanica; scoprì il ‘filisteo culturale’; e l’annuncio che ‘Dio è morto’ ha portato alla riunione di Zarathustra con un dio sconosciuto in forma inaspettata, che gli si avvicinò a volte come un nemico e, a volte, mascherato da Zarathustra stesso. Zarathustra, anche lui, era un indovino, un mago, e il vento di tempesta.

Jung cita lo Zarathustra di Nietzsche per mostrare la natura analoga dei due, disegnando in particolare queste figure come prestigiatori di tempeste:

E come il vento voglio un dì soffiare su loro e col mio spirito spegnere il loro: ciò richiede il mio avvenire.

In verità, un vento impetuoso è Zarathustra per tutto ciò che si trova nella bassura: e il suo consiglio ai nemici è questo: Guardati dallo sputar contro il vento!

E quando Zarathustra sognò di essere il guardiano delle tombe nella ‘nella solitaria rocca della morte, in mezzo ai  monti’, e stava facendo uno sforzo enorme per aprire le porte, all’improvviso:

un vento impetuoso la spalancò del tutto: fischiando, stridendo e urlando, esso mi gettò incontro a una nera bara.

E tra il fischiare e lo stridìo e l’urlo del vento la bara si aperse e una centuplice risata ne irruppe.

Il discepolo che interpretò il sogno disse a Zarathustra:

Non sei forse tu il vento dal fischio acuto, che spalanca le porte nelle rocche della morte?

Non sei forse tu il feretro popolato di maligne forme variopinte e di alate caricature della vita?

Lo Zarathustra di Nietzsche sembra essere una perfetta espressione poetica di Wotan, oltre ad essere una visione profetica nel ‘vento con fischio stridulo, che spalanca le porte della fortezza della morte’ in Germania, meno di quaranta anni dopo? Per sostenere il suo caso come quello che potrebbe essere considerato il vero e proprio possesso inconscio di Nietzsche da parte del Dio, Jung fornisce tre poesie di Nietzsche che erano state scritte nel corso di diversi decenni. Le poesie mostrano che, sebbene Nietzsche fosse inconsapevole della identità di questo ‘Dio ignoto’, continua Jung, era certamente a conoscenza dell’esistenza e dell’influenza del dio su di lui. Indica anche qualcosa della vita di Wotan ancora molto sotterranea nell’inconscio collettivo dei Tedeschi il fatto che Nietzsche non fosse in grado di dare un nome al Dio, nonostante il suo evidente carattere Wotanico:

Nel 1863 e il 1864, nel suo poema Al Dio Ignoto, Nietzsche aveva scritto:

Conoscerti voglio, o Ignoto,
Tu, che mi penetri nell’anima
E mi percorri come un nembo,
Inafferrabile congiunto!
Conoscerti voglio e servirti!

Venti anni dopo, nella sua Al Vento Maestrale, scriveva:

Vento maestrale, cacciatore di nubi
che uccidi la tristezza e spazzi i cieli,
Rabbioso vento di tempesta, come ti amo!
Non siamo noi due forse
di un unico grembo, sempiterni predestinati
A un’unica sorte?

Nel ditirambo noto come Il Lamento di Arianna, Nietzsche è completamente vittima del dio-cacciatore:

Chi mi riscalda, chi mi ama ancora?
Date mani ardenti,
date bracieri per il cuore!
Giù prostrata, inorridita,
quasi una moribonda cui si scaldano i piedi,
sconvolta da febbri ignote,
tremante per gelidi dardi pungenti, glaciali,
incalzata da te, pensiero!
Innominabile! Velato! Orrendo!
Tu cacciatore dietro le nubi!
Fulminata a terra da te,
occhio beffardo che dall’oscuro mi guardi!
Eccomi distesa,
mi piego, mi dibatto tormentata
da tutte le torture,
colpita da te crudelissimo cacciatore,
sconosciuto – dio…

Quando Nietzsche ha notoriamente dichiarato ‘Dio è morto’, chiaramente c’era la necessità di associare un chiarimento. Questo ‘Dio sconosciuto’ era tutt’altro che morto e aveva Nietzsche in pugno. Se Hitler era ‘l’avatar’ di Wotan, Nietzsche ne era lo scriba e profeta. Jung si riferisce a un’esperienza mistica che ebbe Nietzsche, che indica uno stato di possessione da parte di Wotan come archetipo:

Questa notevole immagine di Dio-cacciatore non è una semplice figura ditirambica di parole, ma si basa su un’esperienza che Nietzsche ebbe a quindici anni, a Pforta. È descritta in un libro dalla sorella di Nietzsche, Elizabeth Foerster-Nietzsche. Mentre stava vagando in un bosco cupo di notte, era terrorizzato da un ‘urlo agghiacciante da un vicino manicomio’, e subito dopo si trovò faccia a faccia con un cacciatore le cui ‘caratteristiche erano selvagge e inquietanti’. Mettendosi il fischietto alle labbra ‘in una valle circondata da macchia selvaggia’, il cacciatore ‘soffiò, un colpo così acuto’ che Nietzsche perse conoscenza – e si svegliò di nuovo in Pforta. Era un incubo. È significativo che nel suo sogno, Nietzsche, che in realtà intendeva andare a Eisleben, città di Lutero, discuteva con il cacciatore sulla questione di andare invece a ‘Teutschenthal’ (Valle dei tedeschi). Nessuno che sia dotato di orecchie può fraintendere il fischio stridulo del dio della tempesta nel bosco notturno.

Era davvero solo il filologo classico in Nietzsche che portò al dio chiamato Dioniso, invece che a Wotan – o era forse dovuto al suo incontro fatale con Wagner?

L’immaginario ha le caratteristiche di Wotan, come capo della Caccia Selvaggia. È in questo ruolo che Wotan era sopravvissuto alla sua relegazione nella ‘ombra dell’inconscio collettivo tedesco’, cosa che gli ha permesso nel corso dei secoli di riemergere nella coscienza. È in questo ruolo che Wotan si è manifestato dalla Scandinavia alla Svizzera. Il sogno di Nietzsche contiene tutti gli elementi primari del mito. È nelle foreste di notte che un viaggiatore sprovveduto poteva incontrare un volto spaventoso di Wotan, al grido di ‘Midden in dem Weg!’, mentre i suoi compagni gridano ‘Wod! Wod!'[36] e così Nietzsche ragazzo di 15 anni aveva incontrato il ‘Dio sconosciuto’ come Wotan in forma di Cacciatore Selvaggio, ma non lo aveva mai riconosciuto. Nonostante le sue successive descrizioni poetiche del ‘Dio ignoto, che è inconfondibilmente Wotan, la sua identità è rimasta oscurata dalle preoccupazioni classiche di Nietzsche. Jung continua con un’altra visione profetica del ritorno di Wotan tra i Tedeschi:

Nel suo Reich ohne Raum, che fu pubblicato nel 1919, Bruno Goetz vide il segreto degli eventi futuri in Germania, sotto forma di una visione molto strana. Non ho mai dimenticato questo piccolo libro, perché mi aveva colpito al tempo come una previsione del clima tedesco. Anticipa il conflitto tra il regno delle idee e la vita, tra la duplice natura di Wotan come dio della tempesta e delle riflessioni segrete. Wotan scomparve quando le sue querce caddero ed apparve di nuovo quando il Dio cristiano si dimostrò troppo debole per salvare la cristianità dalla strage fratricida. Quando il Santo Padre a Roma non poteva che lamentarsi impotente davanti a Dio sulle sorti del Grex segregatus, il vecchio cacciatore con un occhio solo, ai margini della foresta tedesca, rise e montò in sella a Sleipnir.

Quindi, quando Hitler trionfò sulla Germania, Jung considerò il ruolo degli archetipi come più utile, nello spiegare il fenomeno, rispetto a mere interpretazioni politiche o sociologiche:

Siamo sempre convinti che il mondo moderno sia un mondo razionale, basando il nostro parere su fattori economici, politici e psicologici. Ma se riusciamo a dimenticare per un momento che stiamo vivendo nell’anno del Signore 1936, e a mettere da parte il nostro ben-pensare, ragionevolezza fin troppo umana, e a gravare Dio o gli dei della responsabilità degli eventi contemporanei, anziché l’uomo, troveremmo Wotan molto adatto come ipotesi causale. In effetti, azzardo il suggerimento eretico che le insondabili profondità del personaggio di Wotan riescano a spiegare del Nazionalsocialismo più di tutti e tre i fattori ragionevoli messi insieme. Non vi è dubbio che ognuno di questi fattori spieghi un aspetto importante di ciò che sta accadendo in Germania, ma Wotan spiega ancora di più. Egli è particolarmente illuminante nei confronti di un fenomeno generale, che è così strano per chiunque non sia Tedesco da restare incomprensibile, persino dopo la riflessione più profonda.

Forse potremmo riassumere questo fenomeno generale come Ergriffenheit – uno stato di rapimento o possessione. Il termine postula non solo un Ergriffener (uno che è rapito), ma anche un Ergreifer (colui che rapisce). Wotan è un Ergreifer di uomini, e, a meno che non si voglia divinizzare Hitler – cosa effettivamente accaduta in realtà – è veramente l’unica spiegazione. È vero che Wotan condivide questa qualità con suo cugino Dioniso, ma Dioniso sembra aver esercitato la sua influenza soprattutto sulle donne. Le menadi erano una sorta di truppe d’assalto femminili, e, secondo i rapporti mitici, erano piuttosto pericolose. Wotan si limita ai berserker, che hanno trovato la loro vocazione come le camicie nere dei re mitici.

Una mente ancora infantile pensa agli dei come entità metafisiche esistenti nel loro mondo, oppure li considera come invenzioni giocose o superstiziose. Da entrambi i punti di vista il parallelo tra Wotan redivivo e la tempesta sociale, politica e psichica che sta scuotendo la Germania potrebbe avere almeno il valore della parabola. Ma dal momento che gli dei sono senza dubbio personificazioni di forze psichiche, affermare la loro esistenza metafisica è tanto una presunzione intellettuale quanto lo è l’opinione secondo cui potrebbero sempre essere inventati. Non che le “forze psichiche” abbiano qualcosa a che fare con la mente cosciente, affezionati come siamo al giocare con l’idea per cui la coscienza e la psiche sono identiche. Questo è solo un altro pezzo di presunzione intellettuale. Le ‘forze psichiche’ hanno molto più a che fare con il regno dell’inconscio. La nostra mania di spiegazioni razionali ha ovviamente le sue radici nella nostra paura della metafisica, poiché i due sono sempre stati fratelli nemici. Quindi, qualsiasi cosa di inaspettato che ci si avvicini dal regno oscuro è considerato o come proveniente dall’esterno e quindi come reale, oppure come un’allucinazione e, di conseguenza, non vero. L’idea che tutto può essere reale o vero anche non proveniendo dall’esterno ha appena cominciato a farsi strada nell’uomo contemporaneo.

Per il bene di una migliore comprensione e per evitare pregiudizi, potremmo naturalmente fare a meno del nome ‘Wotan’ e parlare invece di furor Teutonicus. Ma dovremmo dire comunque la stessa cosa e non altrettanto bene, poiché il furor in questo caso è una mera psicologizzazione di Wotan e non ci dice niente se non che i Tedeschi sono in uno stato di ‘furia’. Perdiamo così di vista la caratteristica più peculiare di tutto questo fenomeno, vale a dire, l’aspetto drammatico di Ergreifer e Ergriffener. La cosa impressionante del fenomeno tedesco è che un uomo, che è, ovviamente, ‘posseduto’, ha contagiato tutta una nazione a tal punto che tutto si mette in moto e inizia a rotolare sul suo corso verso la perdizione[37].

È evidente dai passaggi di cui sopra che Jung stesse osservando un fenomeno e spiegando le sue origini in maniera scientifica e distaccata. Tuttavia, per molti nel mondo accademico, l’obiettività scientifica e distaccata in materia di tali questioni equivale ad essere un ‘simpatizzante nazista’, e a quanto pare si può sfuggire a tale onta solo con dichiarazioni isteriche di opposizione che sembrano più simili a tratti politici piuttosto che cercare di esaminare un fenomeno in maniera clinica, e quindi magari rendere un qualche autentico servizio all’umanità. Jung stava osservando ciò che stava avvenendo in Germania su base collettiva, come avrebbe osservato e analizzato un paziente come individuo. Stava anche offrendo un primo avviso su dove il fenomeno avrebbe potuto portare, una volta che la ‘forza psichica’ di Wotan si era scatenata, potendo assumere il ruolo di capo della Caccia Selvaggia, che prende tutto davanti a sé senza pietà, piuttosto che il suo ruolo di musa che aveva poco prima ispirato i vagabondaggi felici di migliaia di giovani tedeschi, che camminavano nelle campagne, in lungo e in largo, cantando sulle note di mandolino e chitarra nel rifiuto gioioso dell’epoca materialistica e tecnologica[38], e che ora si manifestava nella Gioventù hitleriana e nella Lega delle Fanciulle Tedesche. Jung contiua:

Mi sembra che Wotan centri il bersaglio come ipotesi. A quanto pare era in realtà solo addormentato nel monte Kyffhauser fino a quando i corvi lo hanno chiamato e gli hanno annunciato l’alba del nuovo giorno. È caratteristica fondamentale della psiche tedesca, un fattore psichico irrazionale che agisce sulla pressione della civilizzazione come un ciclone e la spazza via. Nonostante il loro nervosismo, gli adoratori di Wotan sembrano aver giudicato le cose più correttamente rispetto agli adoratori della ragione. A quanto pare tutti avevano dimenticato che Wotan è un dato germanico di primaria importanza, l’espressione fedele e la personificazione insuperabile di una qualità fondamentale che è particolarmente caratteristica dei Tedeschi. Houston Stewart Chamberlain[39] è un sintomo che suscita il sospetto che altri dei velati possano dormire altrove. L’enfasi sulla razza tedesca – comunemente chiamata ‘Ariana’ – l’eredità germanica, il sangue e suolo, le canzoni Wagalaweia, la Cavalcata delle Valchirie, Gesù come un eroe biondo e dagli occhi azzurri, la madre greca di San Paolo, il diavolo come Alberich internazionale in veste ebraica o massonica, l’aurora boreale nordica come luce della civiltà, le razze inferiori del Mediterraneo – tutto questo è lo scenario indispensabile per il dramma che si sta svolgendo e in fondo vogliono dire la stessa cosa: un dio ha preso possesso dei Tedeschi e la loro casa è piena di un ‘vento impetuoso’. Fu subito dopo che Hitler prese il potere, se non sbaglio, che apparve un cartone animato della Punch di un berserker delirante che si libera dai suoi legami strappandoli. Un uragano si è scatenato in Germania, mentre noi ancora crediamo che sia bel tempo[40].

La rinascita atavica aveva conquistato la ‘ragione’, che a sua volta aveva spesso – e continua a farlo – assunto forme che sono irrazionali e assumono una manifestazione religiosa, dando testimonianza delle forze irrazionali che continuano a guidare l’uomo, qualunque sia l’impiallacciatura razionalista. Quindi, ‘l’Illuminismo’ dava origine ai culti antagonistici di ‘Ragione’ e di ‘Natura’ tra i rivoluzionari francesi, i cui ideologi sventolavano la bandiera della ‘scienza’, per divenire manifesta solo nello spettacolo di un’attrice adornata, in stile classico, come la ‘Dea della Ragione’ sull’altare della cattedrale di Notre Dame nel 1793, mentre il materialismo scientifico in URSS divinizzava il cadavere di Lenin mummificandolo e seppellendolo in una piramide a gradoni[41].

Mentre gli eserciti germanici ribadivano la furia dei Teutoni con Wotan liberato, è forse stata la reazione degli Alleati meno feroce? Non si possono porre queste domande in maniera scientifica oggi, non più di quanto non si potesse al tempo di Jung, senza aspettarsi di essere diffamati come ‘simpatizzanti del nazismo’. Siamo costretti da una dicotomia morale che deve le sue origini ad un Dio di una cultura diversa. Tuttavia, non si potrebbe dire, dati fenomeni insoliti come le impiccagioni a Norimberga[42] o il Piano Morgenthau per lo sterminio nel dopoguerra dei Tedeschi e la scomparsa delle loro statualità[43], che la reazione contro la tempesta Wotanica fuori dalla Germania, fosse una tempesta di altro tipo proveniente dal Levante? Qui ad affrontare Wotan era Yahweh, il Dio tribale della Vendetta, che si era trasformato nel corso dei secoli sotto l’impronta dell’Occidentale e aveva assunto la forma del ‘Cristo Ariano'[44], ma che ora si riaffermava in tutta la sua antica furia tribale come geloso Dio levantino della Guerra[45] alla testa degli eserciti alleati. D’altronde era un Dio le cui tempeste di fuoco incenerirono letteralmente centinaia di migliaia di persone in città come Dresda, Amburgo, e altre. Altrove nel saggio ‘Wotan’, Jung allude a questo fenomeno storico di confronto con un Dio straniero, riferendosi a Yahweh:

Da sempre è terribile cadere nelle mani di un dio vivente. Yahweh non era un’eccezione a questa regola, e i vari Filistei, Edomiti, Amorrei, e il resto, che erano al di fuori della esperienza di Yahweh, di certo devono averlo trovato estremamente sgradevole[46].

Ciò che rendeva Jung speranzoso sull’hitlerismo era che l’evocazione al riconoscimento cosciente del Dio Ignoto offriva la potenziale opportunità di riconoscere gli impulsi atavici e trattare con loro in modo positivo, come l’analista si pone con i complessi repressi del singolo, che possono poi essere integrati in modo positivo e creativo. Era un esperimento di massa in psicologia analitica che avrebbe potuto fornire lezioni agli altri popoli e culture per risolvere i loro conflitti interiori.

Sono soprattutto i Tedeschi ad avere un’occasione, forse unica nella storia, di esaminare il proprio cuore e imparare che cosa fossero quei pericoli dell’anima da cui il Cristianesimo aveva cercato di salvare il genere umano. La Germania è una terra di catastrofi spirituali, dove la natura non fa mai più che una finzione di pace con la ragione dominante in tutto il mondo. Il disturbatore della pace è un vento che soffia in Europa dalla vastità dell’Asia, spazzando su un ampio fronte dalla Tracia al Baltico, distruggendo le nazioni davanti a sè  come foglie secche, o ispirando pensieri che scuotono il mondo dalle fondamenta. Si tratta di un Dioniso elementale che irrompe nell’ordine apollineo. Il fomentatore di questa tempesta si chiama Wotan, e possiamo imparare molto su di lui dalla confusione politica e sconvolgimento spirituale che ha causato nel corso della storia. Per una ricerca più precisa del suo personaggio, però, dobbiamo tornare all’età dei miti, che non spiegava tutto in termini di uomo e le sue capacità limitate, ma ricercava la causa più profonda nella psiche e nei suoi poteri autonomi. Le prime intuizioni dell’uomo personificavano questi poteri come dei, e li descrivevano nei miti con grande attenzione e circostanzialità secondo i loro diversi caratteri. Ciò poteva essere fatto più rapidamente in considerazione delle tipologie primordiali o immagini fermamente stabilite che sono innate nell’inconscio di molte razze ed esercitano un’influenza diretta su di loro.

Jung ora arriva ad un’altra delle sue teorie controverse; che gli archetipi divennero razzialmente differenziati con la differenziazione del genere umano in razze. Jung aveva detto altrove di queste differenze razziali, presenti nell’inconscio collettivo e individuale:

Quindi è un errore abbastanza imperdonabile accettare le conclusioni di una psicologia ebraica come generalmente valide[47]. Nessuno si sognerebbe di considerare la psicologia cinese o indiana come vincolante per noi stessi. L’accusa a buon mercato di antisemitismo che mi è stata rivolta in base a questa critica è intelligente circa come accusarmi di un pregiudizio anti-cinese. Non c’è dubbio che, a un livello primario e più profondo dello sviluppo psichico, in cui è ancora impossibile distinguere tra mentalità ariana, semita, camita, o mongola, tutte le razze umane abbiano una psiche collettiva comune. Ma con l’inizio della differenziazione razziale, differenze essenziali si sviluppano nella psiche collettiva. Per questo motivo non possiamo trapiantare lo spirito di una razza straniera in globo nella nostra mentalità, senza ledere la sensibilità di questa, un fatto che, tuttavia, non scoraggia varie nature di istinto debole dall’influenzare la filosofia indiana e simili[48].

Dato il riconoscimento della differenziazione razziale nella psicologia analitica, Jung è stato quindi in grado di interpretare le azioni delle nazioni in base ai loro archetipi, come loro Dei, parlando di questo nel suo saggio ‘Wotan’:

Poiché il comportamento di una razza assume il suo carattere specifico dalle sue immagini interiori, si può parlare di un archetipo ‘Wotan’. Come fattore psichico autonomo, Wotan produce effetti nella vita collettiva di un popolo e rivela così la sua natura. Poiché Wotan ha una sua biologia peculiare, a prescindere dalla natura dell’uomo. È solo di tanto in tanto che gli individui cadono sotto l’influenza irresistibile di questo fattore inconscio. Quando è quiescente, non si è consapevoli dell’archetipo Wotan, non più di quanto lo si possa essere di una epilessia latente. Potevano i Tedeschi che erano adulti nel 1914 prevedere quello che sarebbe successo oggi? Tali trasformazioni sorprendenti sono l’effetto del dio del vento, che ‘soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai da dove viene né dove va’. Esso prende tutto sul suo cammino e rovescia tutto ciò che non è saldamente radicato. Quando il vento soffia scuote tutto ciò che è insicuro, sia fuori che dentro. […] [49]

Tuttavia, la differenziazione razziale non vale per il carattere degli archetipi. Dato che, secondo Jung, la mente è composta di strati ereditari, le caratteristiche della mente sono ereditate non solo su base razziale ma anche su base culturale. Mentre, come accennato in precedenza, il nostro cervello è composto di organi che riflettono diversi livelli di evoluzione, dal sistema limbico alla corteccia cerebrale, analogamente, l’inconscio riflette un patrimonio culturale ereditato. Questo significa che ‘l’uomo moderno’ è stato spinto nella civiltà tecnologica, e il cambiamento è stato sempre esponenziale. La psiche dell’uomo moderno non è del tutto – non ancora prevalentemente – ‘moderna’. Esistono strati della mente ereditati da precedenti epoche culturali, tra cui la più primordiale. Jung spiegava questo in modo convincente nella sua autobiografia:

Se l’inconscio è un qualcosa di qualche rilievo, esso deve essere costituito da fasi precedenti della nostra psiche cosciente… Proprio come il corpo ha una preistoria anatomica di milioni di anni, così anche il sistema psichico. E proprio come il corpo umano rappresenta oggi in ciascuna delle sue parti il risultato di questa evoluzione, e mostra ancora ovunque tracce delle sue fasi precedenti – così lo stesso si può dire della psiche[50].

Inoltre, Jung afferma questo:

Le nostre anime e i nostri corpi sono composti da singoli elementi che erano già tutti presenti nelle fila dei nostri antenati. La ‘novità’ della psiche individuale è una ricombinazione infinitamente variegata di componenti secolari. Corpo e anima di conseguenza hanno un carattere intensamente storico e non trovano posto in ciò che è nuovo. Vale a dire, i nostri componenti ancestrali sono solo in parte a casa nelle cose che sono appena state poste in essere. Siamo certamente lontani dall’aver finito con il Medioevo, l’antichità classica, e la primitività, come finge la nostra psiche moderna. Ciononostante ci siamo immersi in una cataratta di progresso che ci spazza verso il futuro con una violenza tanto più selvaggia quanto più lontano ci porta dalle nostre fila. Meno capiamo ciò che i nostri antenati cercavano, meno capiamo noi stessi, e quindi contribuiamo con tutte le nostre forze a derubare l’individuo delle sue radici e del suo istinto di guida […]. [51]

L’uomo moderno esiste in un mondo tecnologico, il cui progresso è esponenziale, ma la sua psiche non è in grado di tenere il passo con il cambiamento. La sua mente non ‘progredisce’ in maniera analogamente esponenziale. Si tratta di un problema considerato anche dal grande fisiologo Alexis Carrel, un altro uomo della ‘Destra’[52]:

L’ambiente che ha plasmato il corpo e l’anima dei nostri antenati per molti millenni è stato ora sostituito da un altro. Questa rivoluzione silenziosa ha avuto luogo quasi senza che ce ne accorgessimo. Non abbiamo capito la sua importanza. Tuttavia, è uno degli eventi più drammatici della storia dell’umanità. Poiché qualsiasi modifica nel loro ambiente disturba inevitabilmente e profondamente tutti gli esseri viventi. Dobbiamo, quindi, accertare l’entità delle trasformazioni imposte dalla scienza sui modi di vita ancestrali, e di conseguenza su di noi[53].

[….] Gli esseri umani non sono cresciuti così rapidamente come le istituzioni scaturite dal loro cervello […]. La civiltà moderna si trova in una posizione difficile, perché non è adatta a noi. È stata costruita senza alcuna conoscenza della nostra vera natura […]. [54]

Nonostante questa parvenza di civiltà tecnologica e il culto del razionalismo e della scienza, così come il rivestimento del Cristianesimo, gli antichi archetipi non scompaiono; essi sono repressi e si nascondono nelle ‘ombre’ dell’inconscio collettivo. Tornando al saggio ‘Wotan’ di Jung:

Non era nella natura di Wotan indugiare e mostrare segni di vecchiaia. Egli è semplicemente scomparso quando i tempi si sono rivoltati contro di lui, e rimase invisibile per più di mille anni, lavorando in forma anonima e indirettamente. Gli archetipi sono come letti dei fiumi che seccano quando l’acqua li abbandona, ma che può ritrovare in qualsiasi momento. Un archetipo è come un vecchio corso d’acqua lungo il quale l’acqua della vita è passata per secoli, scavando un profondo canale per il suo passaggio. Quanto più a lungo essa è fluita in questo canale più è probabile che prima o poi l’acqua tornerà al suo vecchio letto. La vita dell’individuo in quanto membro della società e in particolare come parte dello Stato può essere regolata come un canale, ma la vita delle nazioni è un grande fiume impetuoso, totalmente al di fuori del controllo umano, nelle mani di Chi è sempre stato più forte degli uomini. […]Gli eventi politici si muovono da una situazione di stallo a un’altra, come un torrente catturato in gole, insenature e paludi. Tutto il controllo umano finisce quando l’individuo è colto da un movimento di massa. Allora, gli archetipi cominciano a operare, come avviene, anche, nella vita delle persone quando esse si trovano di fronte a situazioni che non possono essere affrontate in un modo normalmente familiare. Ma ciò che un cosiddetto Führer fa con un movimento di massa, può chiaramente essere visto se volgiamo lo sguardo verso il nord o sud del nostro paese. […] [55]

Jung vide questo ritorno di Wotan, come la rinascita del vero carattere germanico che era stato represso per secoli, che non poteva essere trattenuto per sempre e sarebbe esploso in qualche modo, nel bene o nel male. Egli considerava ‘il Cristianesimo tedesco’ come un’aberrazione che non era fedele al carattere tedesco. Jung riteneva che questa forza doveva essere riconosciuta apertamente e integrata nel moderno popolo tedesco, piuttosto che essere sublimata in qualsiasi forma di ‘Cristianesimo’. Egli scrisse della forma desiderabile che la religiosità tedesca avrebbe dovuto prendere per il ritorno all’Etenismo:

[…]‘I cristiani tedeschi’ sono una contraddizione in molti termini e farebbero meglio a unirsi al ‘Movimento per la Fede Tedesca’ di Hauer. Queste sono persone oneste e ben intenzionate che ammettono onestamente la loro Ergriffenheit e cercano di venire a patti con questa realtà nuova e innegabile. Vanno di fronte a una quantità enorme di problemi nel farla sembrare meno allarmante vestendola di un abito storico conciliante e dandoci consolanti scorci di grandi figure come Meister Eckhart, che era, anch’egli, un tedesco e, inoltre, ergriffen. In questo modo la domanda scomoda su chi sia un Ergreifer è aggirata. Era sempre ‘Dio’. Ma più Hauer limita la sfera mondiale della cultura indo-europea alla ‘Nordica’ in generale ed all’Edda in particolare, e più ‘tedesca’ diventa questa fede come manifestazione di Ergriffenheit, e più è dolorosamente evidente che il dio ‘tedesco’ è il dio dei Tedeschi.

Non si può leggere il libro di Hauer senza emozione, se lo si considera come lo sforzo tragico e veramente eroico di uno studioso coscienzioso che, senza sapere come gli fosse accaduto, fu violentemente convocato dalla voce impercettibile del Ergreifer e stava ora cercando con tutte le sue forze, e con tutte le sue conoscenze e competenze, di costruire un ponte tra le forze oscure della vita e il mondo splendente delle idee storiche. Ma cosa significano per l’uomo di oggi tutte le bellezze del passato da livelli di cultura totalmente diversi, quando si confronta con un dio tribale vivente e insondabile che non ha mai sperimentato prima? Egli viene aspirato come una foglia secca nel vortice ruggente, e le allitterazioni ritmiche dell’Edda divennero inestricabilmente mescolate con testi mistici cristiani, poesia tedesca e saggezza delle Upanishad. Hauer stesso è ergriffen dalle profondità di significato delle parole primordiali che sono alla radice delle lingue germaniche, in una misura che certamente non ha mai conosciuto prima. Hauer l’Indologista non è da biasimare per questo, né per l’Edda; è piuttosto colpa del kairos – il momento presente nel tempo – il cui nome a un esame più approfondito si rivela essere Wotan. Vorrei, pertanto, consigliare al Movimento per la Fede Tedesca di mettere da parte i loro scrupoli. Le persone intelligenti non li confonderà con i rozzi adoratori di Wotan la cui fede è una mera pretesa. Ci sono persone nel Movimento per la Fede Tedesca che sono abbastanza intelligenti non solo per credere, ma per sapere, che il dio dei tedeschi è Wotan e non il Dio cristiano. Questa è una tragica esperienza e non un disonore. Da sempre è terribile cadere nelle mani di un dio vivente. Yahweh non era un’eccezione a questa regola, e i Filistei, Edomiti, Amorrei, e il resto, che erano al di fuori della esperienza di Yahweh, di certo devono averlo trovato estremamente sgradevole. L’esperienza semitica di Allah è stata per molto tempo un affare estremamente doloroso per tutta la Cristianità. Noi che ne stiamo fuori giudichiamo troppo i Tedeschi, come se fossero agenti responsabili, ma forse sarebbe più vicino alla verità considerare anche loro come vittime[56].

Qui Jung sta consigliando che il miglior corso da adottare per la religiosità tedesca è un riconoscimento palese del primato di Wotan, senza essere mescolato con un ‘Cristo Ariano’ o scritture indo-ariane d’Oriente, che erano tutte popolari tra gli etno-nazionalisti tedeschi, che cercavano una più ampia eredità ‘indo-europea’ per i Germanici, che si estendesse fino all’India e l’Iran. Quindi Jung consigliava di tornare ai fondamenti che avevano plasmato il popolo tedesco, senza tentare di sintetizzare Cristo, Edda e le Upanishad in una ‘fede tedesca’ che non avrebbe comunque dato a Wotan la sua piena realizzazione. La ‘Indologia’ era emersa soprattutto in Germania durante la seconda metà del 19° secolo, quando studiosi e filologi in particolare richiamavano alle connessioni tra la più ampia famiglia dei popoli indoeuropei, e trovarono la relazione tra il Sanscrito e il Tedesco, Inglese, Latino, ecc e analogie tra Induismo e Etenismo Germanico. Come per il Cristianesimo, questa era ora considerata una religione ‘ariana’, se non in origine, almeno nel modo con cui era stata rimodellata per adattarsi al carattere preesistente dei Germanici. Uno dei più influenti studiosi tedeschi del 19° secolo, Ernst Renan, scrisse che, ‘In origine ebraico fino al midollo, il Cristianesimo nel corso del tempo si è sbarazzato di quasi tutto quello che aveva preso dalla razza, così che quelli che considerano il Cristianesimo come la religione ariana hanno per molti aspetti ragione'[57]. Tali idee influenzarono l’ideologo nazista di spicco Alfred Rosenberg[58]. Tuttavia, Jung a quanto pare non ha mai abbracciato nessuna nozione pan-Ariana, e ha insistito su una divisione tra Oriente e Occidente a prescindere dalle componenti razziali nel primo. Qualunque sia la comunanza primordiale tra Indo-Ariani e Germanici, questa era stata da tempo subordinata alle distanze emerse nel corso dei millenni che si erano manifestate in una differenziazione degli archetipi. Dal punto di vista di Jung, era altrettanto insoddisfacente per un Germanico abbracciare la spiritualità Indica come lo era abbracciare l’ebraicità del Cristianesimo, poiché entrambi estranei alla psiche germanica. Come precedentemente accennato, Jung avrebbe in seguito scritto delle “varie nature di deboli istinti… che interessano la filosofia indiana e simili'[59], quando metteva in guardia sul carattere negativo dell’essere influenzati da archetipi stranieri. Questo è il motivo per cui Jung espresse la speranza nel lavoro del Movimento per la Fede Tedesca, ed evidentemente cercava un Wotanismo purificato.

Tuttavia il Movimento per la Fede Tedesca non arrivò mai vicino ai circoli di governo del Reich, e cercò senza successo di ottenere un certo tipo di riconoscimento come ‘vera espressione religiosa del Nazismo’[60]. Ciò che Hauer desiderava era la creazione di un ‘Gruppo di Lavoro Religioso della Nazione Tedesca’ che avrebbe compreso le chiese cristiane insieme al suo movimento, anziché essere in rivalità tra loro[61]. Nonostante la letteratura popolare che tentava di collegare il Nazismo al paganesimo, c’era ben poco sostegno da parte della leadership del Reich a favore dell’integrazione del Wotanismo nonostante i riti pagani e le allusioni al Wotanismo tra la Gioventù hitleriana, alcune influenze delle SS, e altrove. Anche se sprezzante della rinascita di una religione Wotanista, Hitler tuttavia vedeva il beneficio degli elementi wotanisti nel mostrare ai giovani ‘il potente opera della creazione divina’[62]. Ciò che Hitler desiderava da un punto di vista pragmatico era l’unione delle confessioni cristiane all’interno di una singola Chiesa del Reich con se stesso a capo di quella Chiesa[63], nello stesso modo in cui il monarca britannico è riconosciuto come capo della Chiesa anglicana[64]. Hauer del Movimento per la Fede Tedesca cercava il dialogo con il Cristianesimo Tedesco, come sopra indicato, e considerava un cristiano tedesco come più vicino al suo movimento di un pagano non tedesco[65]. Jung auspicava un approccio più netto da parte del Movimento per la Fede Tedesca, come corpo principale del Wotanismo in Germania. Non avrebbe visto niente di buono dalla suggestione di sfocare il contrasto tra Wotanismo e ‘Cristianesimo Ariano’, ma lo avrebbe visto come un ostacolo per l’evocazione della piena consapevolezza dell’archetipo Wotan.

Se applichiamo il nostro punto certamente di vista peculiare in modo coerente, siamo spinti a concludere che Wotan deve, nel tempo, rivelare non solo il lato irrequieto, violento, burrascoso del suo carattere, ma anche le sue qualità estatiche e mantiche – aspetto molto diverso della sua natura. Se questa conclusione è corretta, il Nazionalsocialismo non sarebbe l’ultima parola. Devono esserci, nascoste sullo sfondo, cose che non possiamo immaginare al momento, ma possiamo aspettarci che vengano visualizzate nel corso dei prossimi anni o decenni. Il risveglio di Wotan è un tuffo nel passato; il torrente è stato arginato ed è tornato nel suo vecchio canale. Ma l’ostacolo non durerà per sempre; è piuttosto un reculer pour mieux sauter, e l’acqua salterà l’ostacolo. Poi, finalmente, sapremo cosa dice Wotan quando ‘mormora con la testa di Mimir’[66].

Liberare una forza come quella rappresentata da Wotan rappresenta pericoli che Jung ha chiaramente riconosciuto. Come un fiume arginato, il suo scatenamento aveva il potenziale per seguire un corso di estatica energia creativa o la distruzione fino al punto di auto-distruzione. Ha il potenziale di nutrire o di annegare. Il pessimismo di Jung per quanto riguarda la situazione mondiale aumentò, e non vedeva nulla di buono nel mondo del dopoguerra, ossessionato dalla tecnologia, iper-razionalista. Egli era sconvolto dalla crescita del Comunismo, ma vedeva l’opposizione dell’Occidente ad esso come ‘totalmente fallita nella compensazione di idee’. Jung pensava che l’Occidente stava affrontando quattro problemi principali nella sua struttura profonda: la tecnologia, il materialismo, la mancanza di individualità e la mancanza di integrazione[67]. Wotan era stato invocato maldestramente da accoliti semi-coscienti e dunque respinto da Yahweh, e nulla si era risolto a favore dell’Occidente.

[1] Jung non ha mai ripudiato la sua lode per Franco e Mussolini. F McLynn, Jung: Una Biografia (Londra: Black Swan, 1997), pp 351-352..

[2] Martin Heidegger è un altro esempio primario. Vedere: Hugo Ott, Martin Heidegger: Una Vita Politica (Londra: Fontana Press, 1993).

[3] F McLynn, op. cit., pp. 228-229.

[4] C G Jung, ‘Wotan’, Neue Schweizer Rundschau, Zurigo, Marzo, 1936, No. 3.

[5] C G Jung, ‘Wotan’, Saggi su Eventi Contemporanei (Londra: Kegan Paul, 1947), Capitolo 1.

[6] C G Jung a Miguel Serrano, Zurigo, 14 Settembre 1960; in M Serrano, Jung & Hesse: Memoria di due amicizie (New York: Schocken Books, 1968), p. 84.

[7] C G Jung a M Serrano, ibid., pp. 84-85.

[8] D Cox, Psicologia Analitica: Introduzione al lavoro di C G Jung (Suffolk: Hodder and Stoughton, 1973), pp. 59-60.

[9] D Cox, ibid., p. 61.

[10] D Cox, ibid., p. 62.

[11] D Cox, ibid., pp. 63-64.

[12] C G Jung a M Serrano, op. cit., p. 85.

[13]T Ravenscroft, La Lancia del Destino (Maine: Samuel Weiser, 1973), J H Brennan, Il Reich Occulto (New York: Signet, 1974), F King, Satana e la Swastika (St Albans, Herts.: Granada, 1976), etc.

[14] J Toland, Adolf Hitler (New York: Doubleday & Co, 1976), p. 64.

[15] Ibid.

[16] Ibid.

[17] C G Jung, Opere (Princeton University Press, 1970), Volume 10, p. 185.

[18] C G Jung, Tipi Psicologici (Londra: Kegan Paul, 1933), p. 55.

[19] C G Jung, Opere, ‘Gli Archetipi e l’Inconscio Collettivo’, (1959) Vol. 9, Parte 1, p. 275.

[20] F McLynn, op. cit., p. 300.

[21] R Cavendish (ed.) Enciclopedia dell’Inspiegabile (Londra: Arkana, 1989), J Webb, ‘Carl Gustav Jung’, p. 129.

[22] C G Jung, Opere, Volume 10, op. cit., p. 237.

[23] C G Jung, ‘Wotan’, Saggi su Eventi Contemporanei, op. cit., Capitolo 1.

[24] Ibid.

[25] Prima della sua sovversione e deragliamento con droga e dottrine di sinistra, l’hippy-ismo era fiducia in se stessi, un movimento di ritorno alla terra, che fuggiva il modernismo e la tecnologia. In un recente documentario televisivo sugli hippy in Nuova Zelanda, dal titolo ‘Sporchi hippy sanguinosi’, uno dei pionieri di questo movimento in Nuova Zelanda parlava del fatto che il movimento fu distrutto dall’introduzione della droga, con ‘Americani che venivano a dare LSD gratis’. È interessante notare che l’uso di LSD da parte della CIA e il reclutamento del psichedelico guru Timothy Leary da parte dell’agente CIA Cord Meyer, è ormai ben noto.

[26] G Kennedy e K Ryan, Radici Hippy e sottocultura perenne (Ojai, California: Nivaria Press, 2004), p. 6.

[27] G Kennedy (editore) Figli del Sole: Antologia pittorica: dalla Germania alla California 1883-1949 (Ojai, California: Nivaria Press, 1998), p. 7.

[28] G Kennedy e K Ryan, Radici Hippy, op. cit., p. 15.

[29] C G Jung Speaking: Interviste e Incontri, (ed.) W McGuire & R F C Hull (Princeton, New Jersey: Princeton University Press, 1977), pp. 126-128.

[30] P Bishop (ed.) Jung In Contesto (Londra: Routledge, 1999). Vedasi: http://www.scribd.com/doc/6919618/JUNG-IN-CONTEXT1

[31] C G Jung, ‘Wotan’, op. cit.

[32] C G Jung, ‘Wotan’, Ibid.

[33] F McLynn, op. cit., pp. 46, 241.

[34] C G Jung, ‘Wotan’, op. cit.

[35] F Nietzsche (1885) Così parlò Zarathustra (Harmondsworth: Penguin Books, 1975).

[36] K H Gundarsson, ‘Il Folklore della Caccia Selvaggia e l’Ospite Furioso’, da una conferenza tenuta per la Cambridge Folklore Society presso la casa del dottor H R Ellis Davidson. Stampato in Mountain Thunder, numero 7, Inverno 1992.

[37] C J Jung, ‘Wotan’, op. cit.

[38] G Kennedy (ed.) Figli del Sole, op. cit., pp. 69-70.

[39] Houston Stewart Chamberlain, un Germanofilo inglese, il cui opus magnum, Fondamenti del XIX Secolo, fu un’influenza fondamentale sia sulla guglielmina Germania che per l’ideologia nazionalsocialista. Vedere: H S Chamberlain, Fondamenti del XIX secolo (Londra: John Lane, Co., 1911).

[40] C G Jung, ‘Wotan’, op. cit.

[41] Un’illustrazione della piramide di Lenin può essere vista: http://rst.gsfc.nasa.gov/Sect6/Sect6_12a.html.

[42] Si noti l’analogia con la celebrazione del Purim che commemora l’impiccagione di Haman come nemico di Israele, insieme ai suoi figli. Esther 7:9-10, 9:25.

[43] J Bacque, Crimini e Pietà: il destino dei civili tedeschi sotto l’Occupazione Alleata 1944-1950 (Londra: Little Brown & Co, 1997), passim.

[44] Vedi: K R Bolton, ‘Odino e l’imperativo faustiano’, qui. Wotan aveva anche assunto la forma del ‘Cristo Ariano’ e c’era una dicotomia irrisolta tra Wotan e questo cristianesimo gotico nella Germania di Hitler che non era risolto, ed è stato anche accennato nel saggio ‘Wotan’ nei confronti del Movimento per la Fede Tedesca. Si noti inoltre che Jung cita anche Wotan come ‘visto, piuttosto imbarazzato, nella riunione casalinga di una setta di gente semplice nella Germania settentrionale, travestito da Cristo seduto su un cavallo bianco’. Per quanto riguarda il conflitto tra Wotan e ‘Cristo Ariano’ nella Germania nazionalsocialista si veda: R Steigmann Gall, il Santo Reich: Concezioni naziste del Cristianesimo 1919-1945 (New York: Cambridge University Press, 2004), passim.

[45] Deuteronomio 2: 34, etc.

[46] C G Jung, ‘Wotan’, op. cit.

[47] Uno dei motivi principali per cui Jung aveva rotto con Freud era il fatto che riteneva che Freud stesse proiettando tratti ebraici in tutta l’umanità senza tenere conto di queste differenze. Questo, naturalmente, ha portato accuse di ‘antisemitismo’ contro Jung.

[48] C G Jung, Opere (New York: Pantheon Books, 1953), Vol. 7, p. 149, nota 8.

[49] C G Jung, ‘Wotan,’, op. cit.

[50] C G Jung, Memorie, Sogni, Riflessioni (New York: Pantheon books, 1961), p. 348.

[51] C G Jung, ibid., pp. 235-236.

[52] K R Bolton, ‘Alexis Carrel: Un Ricordo’, Counter-Currents, http://www.counter-currents.com/2010/11/alexis-carrel-a-commemoration-part-1/#more-6258

[53] A Carrel, L’uomo ignoto (Sydney: Angus e Robertson Ltd., 1937), Capitolo 1: 3.

[54] A Carrel, ibid., Chapter 1: 4.

[55] C G Jung, ‘Wotan’, op. cit.

[56] C G Jung, ibid.

[57] R Steigmann-Gall, op. cit., p. 108

[58] Alfred Rosenberg cercava di mostrare all’inizio del suo opus magnum (1930) che Gesù veniva da una regione che era stata insediata da ‘Nordici’ Amorrei, la Galilea (p. 6). Il problema con il Cristianesimo era l’influenza di Paolo che intraprendeva una missione consapevolmente ebraica, mentre Giovanni rappresentava lo ‘spirito aristocratico’. (Pp. 35-37). Il Mito del XX secolo (Torrance, California: La Noontide Press, 1982).

[59] C G Jung, Opere, 1953, op. cit.

[60] R Steigmann-Gall, op. cit., p. 110.

[61] R Steigmann-Gall, ibid.

[62] R Steigmann-Gall, ibid., p. 143.

[63] R Steigmann-Gall, ibid., pp. 188-189.

[64] R Steigmann-Gall, ibid., pp. 257-258.

[65] R Steigmann-Gall, ibid., p. 149.

[66] C G Jung, ‘Wotan’, op. cit.

[67] F McLynn, op. cit., p. 513.

Fonte: Woden: Riflessioni e prospettive, vol. 4, ed. Troy Southgate (Londra: Black Front Press, 2011).