PREGARE COME UN INDOEUROPEO

odinism

di Tom Rowsell

DOVE svolgere preghiere e rituali? Che cosa si può sacrificare in un blót e quali libagioni possono essere versate? Che cosa dire in una preghiera e quale Dio invocare?

Rispondo a queste domande e spiego il formato tripartito della preghiera indoeuropea con riferimento al Sigrdrífumál e al ciclo della donazione reciproca. Mostrerò anche che aspetto hanno il mio santuario e gli idoli e come porgo loro un’offerta.

Appendice

La religione è definita come “un insieme di credenze… di solito implicanti devozione e osservanze rituali…” (Random House Dictionary). I rituali delle religioni indoeuropee sono spesso trascurati, ma sono molto ampiamente descritti in molti contesti nelle singole lingue. Circa un miliardo di indù mantengono anche i loro antichi rituali quotidiani: ricordano ancora. Lo studio della linguistica indoeuropea (IE) consente una ricostruzione teorica di alcuni dei rituali proto-indoeuropei originali mostrando i significati religiosi comuni di alcune parole proto-indoeuropee (PIE). In alcuni casi si ritiene possibile ricostruire l’attuale formulazione di antichi testi rituali, o almeno quelli più formali a causa delle qualità mnemoniche del versetto. Questo approccio più tecnico è il metodo più prezioso per ricostruire la religione proto-indoeuropea.

In passato, molti rituali indoeuropei sono stati ricostruiti sulla base di studi di religione comparata, comprese le descrizioni del folklore e della letteratura antica, ma gran parte di questo lavoro ha avuto un’agenda politica o religiosa. Tuttavia le descrizioni multiple forniscono un’immagine e una conferma della pratica che può essere adeguatamente ricostruita tramite l’analisi linguistica. Più recentemente, gli archeologi moderni hanno descritto molti siti che hanno elementi religiosi che possono essere analizzati (oltre a trovare molte nuove iscrizioni) e questi hanno fornito una gradita correzione alla libera speculazione che è stata pubblicata in passato. Più standard professionali di analisi della religione (con meno bigottismo) sono stati sviluppati anche negli studi antropologici. Si veda per esempio, pp. 229-232, Schultz e Lavenda, (antropologia culturale, una prospettiva sulla condizione umana, da Emily A. Schultz e Robert H. Lavenda, Mayfield Publishing Co., Mountain View, CA, 1995; abbrev. &L); S e p. 344-382, Haviland (antropologia culturale di William A. Haviland, Harcourt Brace Jovanovich College Publishers, NY, 1993).

Arta

Un esempio del peggio del precedente tipo di analisi è fornito da Émile Benveniste che afferma che “non esiste un termine comune per designare la religione stessa, o il culto, o il sacerdote, e neanche uno per i singoli dèi” pp. 445-6. Egli poi fornisce il primo esempio di ciò di cui nega l’esistenza: la radice *ŗta-, di solito tradotta come ‘ordine’, e ricostruita dal vedico sanscrito Ŗta, e ‘l’ordine’ dell’Arta iranico che forniscono sia una parola astratta che il nome di una dea. Questa radice fornisce anche le forme sanscrite ŗta-Van (masc.), e ŗta-vari (FEM.); e le forme iraniche Artavan (masc.), e Artavari (FEM.), tutte significanti ‘colui che è fedele ad Arta, che è moralmente compiuto’ che sono tipi comuni di formazioni per coloro che assistono ai rituali (per esempio, sacerdoti e sacerdotesse). Dopo aver respinto la possibilità che gli Indoeuropei potessero avere un concetto religioso di base, Benveniste afferma: “Abbiamo qui una delle nozioni cardinali del mondo legale degli Indoeuropei che non dice nulla delle loro idee religiose e morali” (Benveniste , pagg. 379-381). Aggiunge anche che un suffisso astratto -tu formò la radice vedica Ŗtu-, avestica Ratu-, che designava l’ordine, in particolare nelle stagioni e periodi di tempo e che appare nel latino Ritus ‘rito’ preso in prestito in Inglese come ‘rite (s), ritual (s)’. La stessa radice, a volte data come *hrta, appare come -Ratri, l’elemento in molti nomi di festival in India come Shivaratri, il Festival della celebrazione del matrimonio di Shiva. In moderno Hindi, gli ārties (aarties) sono inni speciali che vengono cantati alla fine di un’offerta per assicurarsi che i riti vengano eseguiti correttamente; molti di questi sono dati nella preghiera quotidiana di Snatan. Un altro suffisso -ti dà il latino ars, artis ‘la tecnica per fare qualcosa’, e viene preso in prestito in Inglese come ‘art’. Questa è una delle parole più ampiamente testimoniate e le dee più ampiamente deificate tra gli Indoeuropei. Per molti altri esempi, vedere p. 710, G &I che dà *ar-(tho-) ‘adattare, corrispondere, unire’, con le forme ittite ara, ULara, e DAra ‘Buono, Giusto’, una Dea ittita; anche pp. 56, 57, Pokorny e *Haér (TIS) su p. 362, EIEC.

Un elenco di termini religiosi proto-indoeuropei ricostruiti è fornito da Lyle Campbell (pp. 391-392, Historical Linguistics, An Introduction, MIT Press, Cambridge, 2004), per il quale accredita Michael Weiss. Campbell dà solo la radice nuda e una traduzione; ove possibile, ho aggiunto i numeri di pagina di Encyclopedia of Indo-European Culture (abbreviato EIEC), che amplifica le informazioni e dà alcune delle parole in varie lingue, e anche da Gamkrelidze e Ivanov (abbreviato G&I) che utilizzano diversi tipi di ricostruzione fonetica, ma forniscono anche molti esempi. I miei commenti sono tra parentesi.

  • *isH1ro ‘sacro’ [*eisH1ro, p. 702, G&I]
  • *sakro- ‘sacro’ (derivante da *sak- ‘santificare’) [p. 493, EIEC; p. 702, G&I]
  • *kywen(to)- ‘sacro’ [p. 493, EIEC; p. 702, G&I]
  • *noibho- ‘sacro’ [p. 493, EIEC]
  • *preky ‘pregare’ [si veda perky ‘chiedere, chiedere in matrimonio’ p. 33 EIEC, ma eccetto che in Latino, l’uso sembra essere limitato a un senso non religioso]
  • *meldh ‘pregare’ [p. 449, EIEC; p. 703, G&I; si veda preghiera, pregare, sotto.]
  • *gwhedh ‘pregare’ [p. 449, EIEC]
  • *H1wegwh ‘parlare solennemente’; [*uegwh, p. 449, EIEC; p. 704, G&I]
  • *ĝheuHx ‘chiamare, invocare’ (probabile Inglese ‘God’ da *ĝhū-to- da ‘ciò che è invocato’, ma deriva da *ĝhu-to-‘versare’ da *ĝheu- ‘libare, versare’ è anche possibile), [p. 89, EIEC; si veda invocare, invocazione, sotto.]
  • *kowHxei- ‘sacerdote, veggente/poeta’ [p. 451, EIEC]
  • *Hxiaĝ- ‘adorare’ [*yak’ p. 704fn, G&I]
  • *weik- ‘consacrare’ (significato precedente forse “separare”), [*ueik-, p. 493, EIEC; p. 29, Grimm]. Questa è l’origine della parola Wicca, tra l’altro.
  • *sep- ‘gestire con riverenza’ [p. 450, EIEC]
  • *spend- ‘libare’ [*sphent’- pp. 608, 708, G&I]
  • *ĝheu- ‘libare’ e *ĝheu-mņ ‘libagione’ (ma vedasi *ĝheuHx sopra.)
  • *dapnom ‘pasto sacrificale’ da *dap-. [Vedasi daps sotto.]
  • *tolko/eH2 ‘pasto’ (almeno tardo PIE) [p. 496, EIEC]
  • *nemos ‘bosco sacro’ (utilizzato in Occidente e centro del mondo IE) [némes- p. 248, EIEC]
  • *werbh ‘recinto sacro’

Di seguito sono riportati alcuni elementi del rituale proto-indoeuropeo che possono essere ricostruiti in base all’analisi linguistica. Questo non è affatto tutto, sono solo quelli di cui ho avuto modo di scrivere finora.

Culto degli Antenati

Gli antropologi elencano gli spiriti ancestrali come uno dei tipi di esseri soprannaturali e sono “visti come un interesse attivo nella società umana” p. 348-350, Haviland. Chiamati *patri-> Patris o patrikas (ad esempio ‘padri, piccoli padri’, p. 194-5, EIEC) e *mater > matris o matrikas (ad esempio ‘madri, piccole madri’, p. 385-6, EIEC) entrambi con terminazioni diminutive in varie forme affini, erano adorati tra tutti gli Indoeuropei. In generale, le persone fanno questo andando a siti tombali e offrendo cibo, fiori e lampade illuminate o candele. Gli Indoeuropei adoravano i propri genitori come comunità in periodi regolari dell’anno, specialmente in maggio e novembre.

I “morti onorati” si presumevano persistere in qualsiasi luogo ed erano anche adorati allo stesso modo sotto il nome *Mannus, ad esempio il Latino Di Manes e molte forme affini in altre lingue. Una variante più personale di questo rituale era la commemorazione di compagni perduti da parte di soldati molto diffusa tra i Romani, e celebrato come la Rosalia, circa il 1 ° maggio.

Offerte di Cibo

Un’offerta sacrificale o un’oblazione di orzo tostato viene ricostruita sulla base di *bhrekyh-, da cui deriva il latino arcaico ferctum ‘la torta sacrificale fatta di orzo, miele e burro’, osco fertalis ‘cerimonia rituale che coinvolge torte sacrificali’. Un’offerta è anche ricostruita con parole per ‘fuoco’ come *nk’ni- da cui deriva il sanscrito agní ‘sacro fuoco’, greco Agōn- ‘concorso, giochi (un tipo molto comune di offerta)’ e latino agneus ‘offerta di arrosto, agnello’. Gamkrelidze e Ivanov sostengono che questi insiemi di forme mostrano un rituale proto-indoeuropeo comune con alcune sostituzioni, p. 604-605. Certamente un’offerta rituale che usa il fuoco può essere ricostruita su motivi di religione comparativa perché è descritta esplicitamente in Latino, Sanscrito, Ittita e Greco.

Nel caso di un animale ucciso per un’offerta, il punto non era quello di causare sofferenza all’animale, ma di avere qualcosa da mangiare. Questo processo era tuttavia inquietante per gli Indoeuropei, e hanno espresso questo attraverso il rituale di personificazione dell’animale. Questo appare nel mito di Yama, il primo animale a morire e in rituali e festival legati a questo mito, come il greco Bouphonia Festival, la Poplifugia romana e il Festival di Romolo e il lettone Apjumibas.

vittime sacrificali

Daps è un banchetto, o cibo rituale offerto a una divinità come atto sacro per incoraggiare gli Dei e Dee a fare qualcosa. Gli adoratori spesso celebrano con una festa comunitaria, p. 231-232, S&L, ma un Daps ha la caratteristica distintiva di uno speciale “seggio” previsto per gli Dèi e Dee alla festa. Descrizioni dettagliate di come erigerne uno sono date in Sanscrito, Avestico, Greco e Latino. Questo è un tipo molto arcaico di festival; nelle prime descrizioni, la paglia veniva sparsa sul terreno perché gli antenati o divinità e dee vi si sedessero, dal momento che apparentemente non c’erano mobili disponibili, o non erano ancora stati inventati. In Latino, la forma più vecchia è descritta da Catone nel De Agri Cultura, un libro su come coltivare, e dal momento che dice specificamente che è necessario propiziare gli Dèi e le Dee per produrre buoni raccolti, egli racconta di come fare un Daps.

Nel tardo periodo classico, un Daps nella tradizione greca e romana era diventato una scusa per una festa elaborata e costosa simile a un “gala di beneficenza di New York” e un intero libro è conservato sul tema chiamato Deipnosofisti, che racconta quali alimenti erano serviti e fornisce anche ricette. Conosciamo anche la canzone rituale in latino poiché c’è un Daps per Sant’Agnese cantato a Pasqua, secondo l’Innario Gregoriano. La festa è ricostruita come *dapnom ‘pasto sacrificale’ da *dap-. Forme includono: greco dapáne, con il perideipnon, un banchetto tradizionale presso la tomba di una persona cara; latino daps ‘tavolo cerimoniale (cultico); cibo, pasto, festa’, armeno tawn ‘banchetto’ e antico islandese tafn ‘animale sacrificale, cibo sacrificale’. Le parole correlate sono tocario A. tāpal ‘cibo’ e ittita LUtappala- ‘persona responsabile della cucina di corte’ (p. 606, G &I; p. 323ff e p. 484, Benveniste; p. 496, EIEC). C’è un’ottima discussione sulla “festa degli dèi” di Theoxenia nell’antica pratica di culto greca dalle prove epigrafiche, ed. di Robin Hagg, Svenska Institutet i Athen, Stoccolma, 1994.

Offerte vocali

Le offerte agli dèi e alle dee sotto forma di discorsi (preghiera, lode, canto e storia) sono comuni a tutte le genti secondo gli antropologi. Gli Indoeuropei avevano diverse parole per “Offerte vocali” che possono essere ricostruite in proto-Indoeuropeo, compresi i verbi che significano invocare, pregare, cantare e parole formate da queste mediante un processo regolare.

Invocare, invocazione

Gli Indoeuropei invocavano Dèi e Dee usando la parola *ĝheuHx – ‘chiamare, invocare’ con forme in nove gruppi linguistici (p. 89-90, EIEC; p. 413-4, Pokorny). Invocare qualcuno è “chiamarli” e questo veniva compiuto all’inizio di qualsiasi rituale religioso dove si sperava che le divinità partecipassero o almeno ascoltassero. C’è una costruzione regolare di un sostantivo di agente da questo verbo utilizzando un suffisso *-tar (“colui che fa X”), che produce parole per ‘invocatore’ in quattro gruppi linguistici, e costituisce una delle parole standard per sacerdoti e sacerdotesse tra gli Indoeuropei. Esempi sarebbero gođi in Antico Norreno, sanscrito hotra e avestico zaothra. Ci sono molte altre parole di struttura simile.

Vocativo è il termine grammaticale per il caso di un sostantivo usato per appellarsi a persone o esseri non presenti, ed è ricostruito nel sistema di casi sostantivali proto-indoeuropei. Ad esempio, la forma vocativa greca Deo è di solito tradotta in Italiano con la particella “O” come in “O Dea…” Ogni volta che il vocativo viene utilizzato, indica che l’oratore ha personificato l’oggetto dell’indirizzo, al contrario di limitarsi a riferirsi a un concetto astratto. Per chiarire con un esempio, molti americani si riferiscono a “Madre Natura” come se fosse un essere potente, soprattutto dopo un uragano, ma di solito non vi si appellano direttamente come “O Madre Natura…” che indicherebbe che stiano adorando lei. Questa distinzione è importante perché mostra se una certa divinità è stata effettivamente adorata, o se è solo una metafora poetica o un frutto dell’immaginazione dei molti autori che hanno cercato di ricostruire la religione proto-indoeuropea in modo tale da sostenere le proprie ideologie.

Gli Indoeuropei spesso usano patri ‘padre’ e matri ‘madre’ (o forme simili) dopo il nome di una divinità. C’è una lista di queste in fonti romane: Iane Pater (Janus), Liber Pater, Mars Pater o Marspiter, Neptunus Pater, Saturnus Pater, Dispater, Deus patri, Jupiter e Vediovis Pater, tutti elencati nei libri del CIL. Questo appositivo ha la forza di un vocativo, e sembra essere particolarmente utilizzato quando viene fatta una richiesta, come se l’oratore si aspettasse di essere in grado di fare un appello speciale ai propri genitori, che avrebbero potuto sentirsi obbligati a rispondere come a un figlio o una figlia.

Pregare, Preghiera

Una parola diffusa usata dagli Indoeuropei è ricostruita come *meldh – “Pregate mentre offrite sacrificio, offri parole orante agli dèi”. Questo si basa sulla preghiera degli Ittiti maldai, ‘promettiamo solennemente agli dei di offrire un sacrificio’, la preghiera maldessar, ‘invocazione’; alto tedesco antico meldon ‘comunicare, riferire’; tedesco melden; e antico morreno -mal ‘poesia, racconto’, suffisso in titoli di poesie mitologiche nell’Edda Antica. Altre forme includono l’antico ecclesiastico slavo moliti ‘pregare’; russo antico molit ‘pregare mentre si compie un sacrificio’, Ceco modla ‘idolo, tempio’; lituano meldziu ‘(Io) prego’, malda ‘preghiera’; e armeno malt’em ‘(Io) prego’ (p. 703-4, G &I; p. 722, Pokorny; p. 449, EIEC).

Modello Generale per le Preghiere

Mallory e Adams osservano che esiste un modello formulaico ricostruibile dalle prime preghiere attestate (p. 450 EIEC, basando il loro lavoro su Benveniste, pp. 499-507 e infine su Dumézil). Il modello mostra: 1) invocazione, 2) base, che è la giustificazione di una richiesta (tipicamente: ci hai aiutato prima) e quindi 3) la richiesta spesso con un verbo imperativo alla fine. Essi danno diversi esempi; questo è di Catone (De Agri Cultura, 1:132; l’originale latino è citato in M. P. Catone Sull’Agricoltura):

Iuppiter dapalis, quod tibi fieri oportet in domo familia mea culignam vini dapi, eius rei ergo macte had illace dape pollucenda esto.

Jupiter Dapalis (invocazione), poiché è giusto che una tazza di vino ti sia offerta, nella mia casa e in mezzo al mio popolo, per la tua sacra festa; e a tal fine (base), che tu sia onorato con l’offerta di questo cibo (richiesta).

L’esempio precedente è descritto come una richiesta, ma molti rituali indoeuropei consistono nel ringraziare, e cantare canzoni di lode, soprattutto in regolari festival annuali. Infatti la richiesta qui, come nella maggior parte degli esempi, è che la Deità accetti l’offerta! Le celebrazioni comunitarie sono una parte importante di tutte le religioni indoeuropee, e certamente costituiscono la parte più facilmente ricostruibile della religione proto-indoeuropea. [fuggle26]

La pratica rituale indoeuropea è stata molto variabile su una zona molto ampia (dall’Irlanda all’India) e per un periodo di tempo molto lungo (6000 anni), ed era abbastanza flessibile in accordo con le esigenze delle persone. Tuttavia è possibile ricostruire molti rituali nella loro originale forma proto-indoeuropea, utilizzando metodologie linguistiche e comparative, in concomitanza con i dati archeologici e la pratica religiosa moderna.

Fonti

• Ancient Greek Cult Practice from the Epigraphical Evidence, ed. diRobin Hagg, Svenska Institutet i Athen, Stoccolma, 1994.
• Cultural Anthropology by William A. Haviland, Harcourt Brace Jovanovich College Publishers, NY, 1993.
• Cultural Anthropology, A Perspective on the Human Condition, by Emily A. Schultz e Robert H. Lavenda, Mayfield Publishing Co., Mountain View, CA, 1995. (abbrev. S&L)
• Deutsche Mythologie di Jacob Grimm, (English title Teutonic Mythology, translated by J.S. Stallybrass), George Bell and Sons, Londra, 1883.
• Encyclopedia of Indo-European Culture, di J. P. Mallory, and Douglas Q. Adams, Fitzroy Dearborn, Londra, 1997. (abbreviato EIEC)
• Historical Linguistics, An Introduction, di Lyle Campbell, MIT Press, Cambridge, Mass., 2004.
• Indo-European and the Indo-Europeans: A Reconstruction and Historical Analysis of a Proto-Language and a Proto-Culture, di Thomas V. Gamkrelidze, e Vjaceslav V. Ivanov, (Tendenze in linguistica: studi e monografie 80, 2 Vol. Set), con Werner Winter, ed., e Johanna Nichols, traduttrice (titolo originale Indoevropeiskii iazyk i indoevropeistsy), M. De Gruyter, Berlino & NY, 1995. (abbrev. G&I)
• Indo-European Language and Society di Émile Benveniste (trad. di Elizabeth Palmer, tit. or. Le vocabulaire des institutions Indo-Européennes, 1969), University of Miami Press, Coral Gables, Florida, 1973.
• Indogermanisches Etymologisches Wörterbuch di Julius Pokorny, Francke Verlag, Berna e Monaco, 1959.
• M. P. Cato on Agriculture, Latino con traduzione in Inglese di W.D. Hooper, Harvard University Press, Cambridge, Mass., 1936 (un’edizione bilingue Loeb Classical Library).
• Oxford Introduction to Proto-Indo-European and the Proto-Indo-European World, di J. P. Mallory, e Douglas Q. Adams, Oxford University Press, Oxford, 2006.
• Snatan Daily Prayer Diamond Books, Nuova Delhi, 2004.

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CULTO DI FREYJA

The_Dises_by_Hardy

di Ron McVan

Tra tutte le divinità femminili, la più rinomata, la più attiva, la più mistica del Pantheon del Nord è la dea Freyja. Il solo nome ‘Freyja’ esce dalle labbra con tale antica familiarità che si può quasi vederla fluttuare con grazia seducente attraverso la nebbia del tempo tra le felci e i rovi della nostra memoria genetica. Infatti è questa antica, voluttuosa seduttrice, Freyja dei Vanir, ad aver insegnato al patriarcale Wotan Padre di Tutto l’arte sciamanica del sejdr. È lei che conduce le Valchirie da e per i campi di battaglia e divide quelle anime di valorosi guerrieri con Wotan. È lei la sorella gemella dell’alto dio Frey, figlia di Njord e Nerthus e alter ego della matriarca materna Frigga. La dea Freyja è più comunemente immaginata a cavalcare attraverso il cielo sopra le battaglie di Midgard (terra) con le sue Valchirie. Altre volte può semplicemente cavalcare la notte attraverso le foreste boreali nel suo cocchio trainato da due enormi felini. All’alba, si potrebbe probabilmente intravedere il suo cinghiale d’oro attraverso gli alberi ombrosi, e spesso in quei momenti potrebbe spiegare le sue ali e scomparire, come un uccello predatore, nella canopea.

Freyja, dea dell’amore, della fertilità, della magia e della conoscenza mistica. C’è poco da meravigliarsi allora del fatto che lei sia rimasta la più importante icona della donna praticante di sejdr. Il “sejdr” (pronuncia sei-ther) è una forma di sciamanesimo ariano, che implica gli stati alterati e la divinazione che ha avuto origine con Freyja. Il suo particolare tipo di sejdr, dal suo concepimento, era un’arte femminile e mistica. Questo a volte si poteva manifestare nel mutare forma, nel corpo astrale in viaggio attraverso i Nove Mondi, nella profezia psichica, nella magia sessuale e nell’erbalismo, nonché nella conoscenza delle rune. L’arte stessa del sejdr, conosciuta come ‘la tecnica dell’estasi’ precede tutte le religioni conosciute.

Freyja era nota come la grande Dís. Le Dísir (Dee) sono state a lungo conosciute come nove donne vestite di nero e portanti spade. Il nove (un numero lunare) era considerato il più sacro e misterioso dei numeri. All’inizio dell’inverno, in particolare in Svezia, questi spiriti e Freyja erano venerati in una cerimonia chiamata Disablot. Le Dísir portavano buona fortuna, ma erano anche spietate nell’esigere giustizia. Le Dísir erano misteriosi esseri femminili, molto probabilmente legati al Fylgja e alle Valchirie, e connesse a Freyja nella sua qualità di dea dei morti. Era saggio tenersi in buoni rapporti con le Dísir e ricordarle con doni sacrificali, perché potevano predire la morte e avevano alcuni poteri protettivi su case e colture. In epoca vichinga le Dísir erano celebrate a Uppsala durante una grande festa invernale che si teneva alla luna piena di febbraio.

L’antica arte del sejdr è compiuta solitamente da una donna nota come völva o veggente che, una volta convocata dalla gente per i suoi servizi, si sedeva su un alto seggio e cadeva in trance, indotta dal canto degli incantesimi, per poi rispondere alle domande su certi aspetti del futuro. In questa condizione le veggenti avrebbero cercato informazioni dal mondo degli spiriti che gli avrebbero consentito di rispondere alle domande poste dagli altri adoratori.

Vi erano occasioni in cui il sejdr poteva essere un’attività pericolosa, usata per portare danni e persino morte agli altri. Spesso l’estasi ottenuta nei sejdr femminili rivaleggiava con quello delle onorevoli pratiche sejdr maschili attribuite a Wotan, Thor e Frey. Tradizionalmente, una veggente del culto di Freyja nota anche come ‘sejdkuna’, durante un rituale, si vestiva con stivali di vitello e guanti cuciti dalla pelle di un gatto. Alcune potevano preferire di vestirsi con un mantello nero o piumato.

Vi è un resoconto registrato in Groenlandia durante una cattiva stagione in cui una sejdkuna fu invitata per i suoi servizi ed è descritto così:

“… indossava un manto blu con un nastro tutto orlato di pietre preziose: aveva al collo perle di vetro, sul capo una cappa nera di pelle di capretto, guarnita con una pelle bianca di gatto. In mano teneva un bastone fornito di manico: il bastone era rivestito di bronzo e il manico era adornato di pietre preziose. Una cintura la cingeva, cui stava appeso un grande sacco di pelle, dove ella custodiva i talismani che le erano necessari per acquistare le sue conoscenze. Calzava delle rozze scarpe di pelle di vitello con lunghe fibbie con grossi bottoni di ottone all’estremità. Nelle mani aveva dei guanti di pelle di gatto, che al suo interno erano bianchi e villosi.”

Le tribù teutoniche e celtiche fin dai primi tempi hanno sempre tenuto le loro veggenti in grande considerazione. Per loro la sejdkuna possedeva una conoscenza dei misteri arcani del mondo e della vita che andava ben oltre la comprensione dei guerrieri. Essi arrivano a credere, scrisse lo storico romano Tacito, che “vi è qualcosa di divino in questo sesso. Ascoltano il consiglio delle donne docilmente, e le considerano oracoli”. Tacito, inoltre, menzionò la sua personale osservazione di una sejdkuna, che egli descrisse come la nebulosa e poetica Vedda, una profetessa solitaria che viveva in una torre da dove esercitava il suo potere su un vasto territorio.

Il praticante del sejdr, che fosse maschio o femmina, era considerato l’unica persona all’interno della tribù pagana ariana ad avere l’abilità e il potere di intraprendere missioni nel mondo degli spiriti in cerca di una speciale conoscenza del futuro o della guarigione dei malati. Il sejdmadr e la sejdkuna erano a volte visti ascendere al mondo degli spiriti arrampicandosi fisicamente su un albero o su una scaletta, che rappresentava simbolicamente l’albero del mondo Yggdrasil o l’asse cosmico. È interessante notare che la parola “sciamanesimo” deriva dalla parola vedica “sram” che significa “riscaldarsi o praticare digiuno”. Anche la parola norrena “sejdr” significa “riscaldamento o ebollizione”. La storia ci dice che lo sciamanesimo come pratica tradizionale è nato nella Russia Bianca. I nomi Freyja e Frey significano “Signora” e “Signore”. Tra i molti titoli di Freyja vi è quello di Regina delle Valchirie. “Valchirie” si traduce in “coloro che scelgono i caduti”.

La credenza in una donna magica a cavallo, inviata dai regni astrali, era molto diffusa nel Nord Europa. Sembra anche essere stata praticata in Normandia, poiché fu condannata da un’Assemblea di Vescovi a Rouen, da cui si può dedurre, stando a uno dei primi storici della mitologia del Nord, che questi viaggi avvenissero frequentemente in Normandia e che quando i Norvegesi si stabilirono in questa provincia non potettero rinunciare a questa credenza, anche dopo essere stati costretti ad accettare le estranee credenze cristiane.

Gli Scandinavi si riferivano al sé-ombra  o al sé non-fisico dell’uomo col termine “fylgia“, che tradotto approssimativamente significa “il secondo” o “quello che segue”. Il momento in cui questo doppio era più probabile scomparire dal corpo dell’uomo o della donna in cui abitava era durante il sonno. Nella leggenda il fylgia ha acquisito un’esistenza sempre più indipendente. Se vi fosse stata la necessità, si credeva che gli spiriti degli antenati si sarebbero manifestati in varie forme fisiche. Un fylgia era considerato l’alleato di un guerriero e un aiuto in battaglia contro gli spiriti ostili. Come le Dísir, avevano il dono profetico di prevedere il futuro e mettere in guardia dal pericolo.

Ci sono stati grandi rivelatori nei circoli mistici in tutte le società e in tutte le epoche, persone che hanno scoperto che il bene più grande che può essere conferito ai loro simili è quello di insegnare, soprattutto per trasmettere ciò che le loro vite incarnano. Queste sono persone che agiscono della loro saggezza. È sempre stato un percorso di vita difficile e arduo, a volte minaccioso, per coloro che insegnano e praticano la scienza arcana contenuta nei misteri pagani. Le nostre mitologie indigene, le leggende, le divinità e i racconti eroici, sono serviti come un territorio etnico sicuro per garantire la sopravvivenza stessa di questa antica conoscenza, che lega il nostro Popolo e rivela il nostro sé più profondo. Il Culto di Freyja non è altro che un percorso di impegno attraverso il vasto tesoro della saggezza, l’eredità e l’evoluzione spirituale che compongono il corpo del Wotanismo. Finché vivrà l’uomo ariano, Freyja, non diversamente dalle sue contemporanee, Frigga, Afrodite e Iside, rimarrà quella sublime eterna dea matriarcale che ci guida attraverso la matrice fisica e astrale del cosmo e del caos, per garantire sempre il nostro sviluppo personale al pari di quello del nostro Popolo.

RECLAMARE IL NOSTRO ODHRÓERIR

Triskelion

del Dr. Casper Odinson Crowell

Questa cosa, quest’organismo vivente, respirante e in continua evoluzione, che oggi chiamiamo Odinismo: Fede, religione, spiritualità, è tutto questo e ciò nonostante, ciascuno e tutti i concetti di prima non riescono a incapsulare l’essenza della cosa in sé. Perché l’Odinismo è di più! Si tratta di un modo di vita e di come si sceglie di avvicinarsi alla miriade di gioie della vita e dolori del cuore. In più, è “il nostro” modo di vita. Un Martello e una Spada ci sono stati passati da mani divine e ancestrali che hanno viaggiato a lungo e lontano, avendo attraversato la profondità di circa quaranta millenni. E abbiamo accettato volontariamente e con entusiasmo il dono che ci hanno consegnato… Questo nobile modo di vivere, se utilizzato correttamente e senza vergogna, o senso di colpa, potrà sempre superare e trascendere i parametri mondani e i confini autoimposti delle leggi inferiori dell’uomo.

Le prigioni sono un dispositivo della costruzione dell’uomo e di un disegno socialmente malato. Eppure, esse tengono dentro solo quelli che capitolano a uno stato d’animo così dannoso. Quelli incatenati dalla natura perversa di una bestia chiamata “correzioni” e la sua parente socialmente malata “istituzionalizzazione”. E non tutti coloro che soffrono di questa afflizione sono incarcerati. Si metabolizzi questo per un momento o due.

Una breve descrizione dei componenti principali che circondano “Odhróerir” e le sue corrispondenti qualità metafisiche diventa essenziale per illustrare ulteriormente un tale reclamo, e sarà quindi esposta di seguito. Si dovrebbe affermare in principio che le seguenti descrizioni in nessun modo esauriscono la conoscenza globale cui esse sono associate. Anzi, il caso è l’opposto. Perché tali descrizioni servono solo come un mezzo per comprendere ulteriormente l’esercizio qui esposto, e le effettive qualità metafisiche allegate ai concetti mitologici sono seriamente complesse e abbastanza esaustive nelle loro rispettive nature, mentre qui tutt’al più appaiono vaghe!

KVASIR: un Dio di antico lignaggio sia celeste (Æsir) che ctonio (Vanir).

ODHRÖRIR: (la bevanda di ispirazione divina), il sangue di Kvasir. La proprietà innata di coloro che possiedono la coscienza (dèi e uomini). L’idromele divino. Iniziazione e conoscenza sintetizzate che equivalgono alla saggezza numinosa. La progressione di questa scoperta su un percorso costante di trascendenza verso i fini del raggiungimento della legittima illuminazione spirituale in ultimo porterà il neofita al gradino dell’ascensione. Questa consapevolezza suprema del divino interiore si realizza all’interno delle acque primordiali del pozzo di Mimir. Vale a dire la propria memoria ancestrale che risiede all’interno di sangue/anima/DNA!

SUTTUNG: Un ettin/jötun (caos privo della proprietà della coscienza). Le circostanze esterne e sfocate e le forze della vita per come esistono e si manifestano in un continuum.

TRISKELION: (tre corni intrecciati). I tre coni/corni che detengono/contengono l’idromele divino; 1) Odhröerir -l’agitatore del wód, o eccitatore di ispirazione. 2) Són – retribuzione, o re-investimento. E 3) Bodn – il contenitore.

GUNLOD: un ettin/jötun (figlia di Suttung). Lei custodisce l’idromele divino che suo padre accumula in un tentativo di sottrarlo agli dèi e agli uomini. Lei è il simbolo della vita vissuta a caso, priva di qualsiasi volontà mirata.

ODINO PADRE DI TUTTO TRIPARTITO: 1) Odino – coscienza. 2) Vili – volontà. 3) Ve – recinto/contenitore sacro. Costituisce così il dono Odinico originale che riceviamo alla nascita, anche se alla fine si perde attraverso una vita di esposizione costante alle componenti artificiali della tecnologia da cui siamo tutti sommersi nel progredire dell’età. La vincita concettuale dell’Odhróerir può essere vista come un ri-collegamento con questi doni divini originali e un re-investimento in quella direzione da allora in poi (cioè ignorare ogni dipendenza dall’innaturale e coltivare e nutrire ciò che è naturale come l’intuizione, ecc.)

Siamo tutti nati con esso e iniziamo il viaggio della nostra vita con questo dono Odinico intatto, questo tipo di innocenza e di connessione completa al nostro ambiente naturale, e la consapevolezza del multiverso divino e il suo corpus ospite nella sua totalità. Proprio come qualsiasi altro animale! E proprio come qualsiasi altro animale, non perdiamo mai la capacità di esercitare tali qualità naturali. Ahimè, nell’avanzare dell’età ed essendo esposti al continuum di entità/circostanze esterne, mondane e innaturali della vita, diveniamo più sensibili alle leggi artificiali dell’uomo e della tecnologia, ma allo stesso tempo ci allontaniamo dalla legge/ordine naturale e divino. Quindi, i nostri sensi naturali più innati subiscono un ritardo su base costante fino a che non soffriamo un arresto completo nei nostri sensi naturali e allo stesso tempo nella prospettiva del loro sviluppo! Oppure, ci risvegliamo alla realtà innaturale in cui esistiamo e decidiamo di prendere in carico e fare qualcosa al riguardo cercando di stimolare il nostro desiderio di ascendere ancora una volta alla nostra maestà naturale, di essere una parte di ciò che è divino anziché esserne a parte. Lo realizziamo recuperando l’Odhróerir con cui siamo nati. Perché proprio come Kvasir è nato sia Æsir che Vanir, così siamo noi del Popolo del Nord.

Gli agenti del caos ammassati contro di noi non sono solo esterni. I nostri stati emotivi collettivi, l’orgoglio, e quelli temporali, per quanto desideri mondani, sono tanto più colpevoli quanto più spesso vanno avanti incontrollati. Per questo deve necessariamente seguire che le interazioni delle nostre debolezze interiori e il caos degli eventi/circostanze non diretti e non orientati della vita all’interno della portata della nostra vita, si traducano inevitabilmente in una mancanza di comando di sé che in tal modo obnubila la consapevolezza in una presenza naturale e divina e proibisce l’ascensione verso la propria divinità!

Se vogliamo cercare di consumare l’Odhróerir, allora prima dobbiamo imparare ad utilizzare i doni originali di Odino Padre di Tutto con cui siamo nati; la nostra coscienza, il nostro pensiero cosciente (Odino), la nostra volontà di agire su tali pensieri (Vili) e la capacità di sostanziare quella volontà mirata e diretta (Ve). Con queste facoltà adeguatamente e volutamente impiegate ai fini della padronanza di sé, si possono sradicare tutte le debolezze accettate e, infine, tutto il bagaglio esterno oggettivo che così spesso inonda la realtà soggettiva con il suo diluvio e quindi ci confina alla vera prigione della limitazione di sé. Questa ricerca, questo desiderio di autentica illuminazione spirituale, non sarà ottenuta a buon mercato, né esistono scorciatoie in vista.

Il rúna (il segreto) è questo; il primo cono/corno dell’idromele prezioso e ambito che è “Odhróerir” è il nostro Odino applicato – il nostro pensiero cosciente concentrato. Il secondo, “Són”, è il nostro Vili – la nostra volontà diretta e focalizzata, un re-investimento in quello che Odino ci ha dato in origine. E infine, il terzo cono/corno, “Bodn” – è il nostro Vé, il nostro contenitore, la nostra capacità di interagire con ciò che è allo stesso tempo numinoso e naturale dentro di noi.

Ecco il rúna Odhróerir; non lo si cerchi fuori, ma dentro, se si vuole sollevare il corno più sacro e gustare la birra contenuta al suo interno!

A metà dell’anno è il tempo di Mezza Estate, il solstizio e la stagione il cui patrono è Balder il Bellissimo. La sua chioma splendente sono i raggi che sostengono la stessa vita di Sunna. Balder è il Dio della promessa di speranza sia per gli dèi che per l’uomo. Al di là del fatto ovvio che questo è il giorno più lungo e la notte più breve dell’anno, è anche un tempo per l’illuminazione divina e la speranza così riflessa nella essenza archetipica di Balder, oltre al precedentemente presentato paradigma contemporaneo del rúna di Odhróerir. I doni e le benedizioni scritte qui sono divini, ne siamo certi! Tuttavia, la capacità di operare in tal modo si trova solo all’interno della nostra volontà personale di connetterci con e utilizzare la scintilla stessa della divinità dentro di noi. In ciò si trova l’anima stessa del galdr/Mantra;  “Reyn til rúna!” (Cerca i misteri).