COME

Fine di una Fede

di T.A. Odinson Walsh

È solo la mia particolare (e impenitente) visione del mondo, spesso colorita dal mio cinismo sulla moderna sconfessione dell’uomo della sua un tempo innata attenzione al destino e ai doveri cui dovrebbe attenersi, o viviamo in un’epoca in cui un’eccessiva quantità di persone di discendenza indoeuropea sembrano straordinariamente… come dire, vuote? Concesso, nonostante le attuali crisi economiche derivanti dalle inevitabili conseguenze del tentativo di contrastare le leggi della logica e della ragione con l’esercizio dell’altruismo universalistico, che questa resta un’epoca di progresso tecnologico e ricchezza materiale senza precedenti, cose ampiamente disponibili per gli uomini e le donne più comuni, l’accesso a tali ricchezze sembra non fare nulla per il quasi totale senso di insoddisfazione, disillusione e decisamente determinata apatia che permea le persone di oggi.

Capire come queste condizioni siano state trasmesse al mondo occidentale, in precedenza paradigma del progresso spirituale e secolare, e aiutare il mio popolo a comprendere come può superare il vuoto che è venuto a turbare il Vero progresso, è mio dovere… e destino.

Come mi è ferito il cuore per quelli
ingannati in sentieri di pace
che li lasciarono soli in spasmi
di un dolore che mai tace
Su altari di uva e grano
nel loro spirito confidavano
solo per trovare la loro fede vana
e la forza che volevano, in rovina

Nel corso della storia la forza collettiva di un popolo collettivo è sempre stata fondata sulla sua dedizione collettiva a un ideale collettivo. Pur essendo vero che molte culture dell’antichità (Egitto, Grecia, Roma) erano abbastanza liberali (e io uso il termine liberale nel suo vero senso, quello dell’onesta apertura mentale, non in quello moderno e imbastardito che è arrivato a denotare la pura idiozia) da tollerare una miriade di pratiche spirituali e idee intellettuali, il fatto è che quelle pratiche spirituali apparentemente diverse (ci sono sempre state anomalie) avevano radici comuni nel proprio rispettivo pantheon culturale e quelle idee ritenute dannose per la causa comune del benessere delle rispettive culture erano, opportunamente, soppresse. La fondamentale unanimità era all’ordine dei loro giorni, e allo stesso modo quello era il loro ordine ai loro giorni.

Anche se la cultura occidentale oggi, in apparenza, sembra possedere una dedizione collettiva a un comune ethos giudaico-cristiano, anche l’osservatore “casualmente onesto” dovrebbe ammettere che l’unanimità è tutt’altro che l’ordine di questo giorno. Dalla loro incapacità di stabilire l’unità etica su un tema che dovrebbe essere una questione di istinto spirituale, come la protezione degli innocenti, dei nascituri (il nostro vero futuro!), al loro fermo rifiuto di supporto reciproco in un approccio più sistematico alla supremazia occidentale (senza la quale sono destinati a morte certa), i giudeo-cristiani sono del tutto mal preparati per salvare alcuno o alcunché.

Quando consideriamo che la fede giudeo-cristiana si fonda sul requisito che un individuo aderente denunci se stesso e tutti gli istinti di cui il corpo è impregnato alla nascita, agendo indubbiamente per immergere l’individuo in un maelstrom di odio di sé, dubbio, senso di colpa e paura, non dovrebbe sorprendere (per una mentalità razionale) che i collettivi di persone così predisposte trovino la serenità, la razionalità o l’unanimità così al di là della loro portata.

Per la cronaca, credo che la maggior parte delle persone giudeo-cristiane siano fondamentalmente in buona fede e buoni individui, e credano anche che nel loro evangelismo la maggior parte di loro siano onestamente convinti di “fare del bene al prossimo” introducendolo a un’ideologia che pretende di concedergli “vita eterna” (e a chi non suonerebbe bene l’idea di vivere per sempre?!). Tuttavia, credo anche che il giudeo-cristiano medio sia una vittima, un individuo che è arrivato alla sua “fede” come risultato di indottrinamento incessante per tutta la sua infanzia (che persino il più ribelle degli spiriti supererebbe difficilmente) o dopo una traumatica esperienza di vita (come scampata morte, reclusione, ecc.) che lo ha lasciato vulnerabile al messaggio giudeo-cristiano di “amore incondizionato” (anche se in realtà ci sono molte condizioni nel giudeo-cristianesimo… ma di quelle parliamo un’altra volta). Naturalmente ci sono quei giudeo-cristiani che si aggrappano alla loro “fede” come una questione di “tradizione” (“è quello che credevano i miei genitori e i loro genitori, così…”) o semplicemente per lo scopo di affermazione sociale, anche se quando messi alle corde molti ammetteranno prontamente con candore che “in realtà non credono a tutto ciò che dice la Chiesa o il predicatore”. Che tutti questi gruppi siano, in un grado o in un altro, vittime, è però un dato di fatto, e non vi è prova più indicativa che la storia stessa, ampiamente verificabile, della loro “fede”.

Come arse la mia ira su coloro
che perpetrarono bugie
che colpirono la mia gente con tale danno
e mandarono la loro anima in lacrime
per visioni che mai apparvero
non importa quanto pregassero
e in “cambio”, anno dopo anno,
gli rimase solo quello

Mentre mi sono preso cura di sottolineare la condizione di vittima del giudeo-cristiano “medio”, si spera ponendo le fondamenta nel loro spirito per una Vera resurrezione (del loro istinto, della loro felicità e forza auto-orientata!), ci sono anche quelli – e a questo proposito non possiamo più sminuzzare le parole se il dovere e il destino sono la nostra Vera causa come revivalisti odinisti – che sono responsabili della costituzione e continuazione di un’ideologia che, contrariamente al suo presunto scopo di “amore e pace”, ha lasciato una traccia di prove che sicuramente la mostreranno come il più grande crimine mai conosciuto dall’uomo occidentale. Anche se lo spazio non consente una discussione esaustiva di queste prove (per le quali suggerisco vivamente l’intera opera di Revilo P. Oliver, William G. Simpson e la sezione “storia” della vostra biblioteca pubblica) evidenzierò qui alcuni dei più convincente dati di fatto.

Il Concilio di Nicea, un’assemblea dei primi padri ecclesiastici giudeo-cristiani, venne convocato nell’anno 325 d.C. Anche se già inoltrata nel quarto secolo della sua esistenza, la comunità giudeo-cristiana, per com’era, era ancora molto divisa su ciò che avrebbe dovuto essere la più basilare delle sue credenze fondanti, come l’esatta natura degli insegnamenti di Gesù o, più precisamente, quali racconti dei suoi insegnamenti fossero anche accurati. La verità della questione (anche i teologi tradizionali concederanno) è che oltre 300 anni dopo il processo, morte e resurrezione del loro presunto salvatore, esistevano oltre 400 “resoconti”, molti dei quali palesemente contraddittori tra loro e la cui maggior parte si è scoperta essere stata scritta dopo che i presunti “testimoni oculari” (cioè “gli Apostoli”) erano morti, e la triste (o crudele) realtà è che queste “autorità” della Chiesa del IV secolo non sapevano se i “resoconti” fossero esatti o erronei. Ciò che il Concilio di Nicea invece sapeva, era di avere un interesse acquisito (cioè il potere personale) nello stabilire un “canone scritturale”, un atto che garantisse loro un’aura di autorità che a sua volta gli avrebbe permesso di rivendicare (anche senza dimostrarlo) che i molti altri resoconti della vita e degli insegnamenti di Gesù (come quelli della scuola gnostica) erano “eretici”, giustificando così le brutali persecuzioni di soppressione e di terrore che furono il vero fondamento (al contrario dell'”amore intrinseco e la pace che le origini divine ispirarono nelle  Scritture) della “Fede”.

È indicativo che, mentre i primi fondatori della Chiesa reclamavano (o stavano creando?) i “Vangeli” e cacciavano e uccidevano chiunque contestasse l’autenticità di quei versetti che avevano incoronati come canonici, le parole stesse che dovevano essere la salvezza dell’uomo comune fossero, pena il dolore della morte, vietate all’uomo comune. Infatti, per quasi 1500 anni è stato un crimine per chiunque, tranne il clero, trovarsi in possesso di una Bibbia o una parte di essa. Di cosa, ci si chiede, avevano paura i padri della Chiesa? Che le contraddizioni così facilmente riconoscibili dall’uomo o dalla donna razionale di oggi potessero essere esposte, intaccando la capacità della Chiesa di ingannare così facilmente le masse? Turbare il loro monopolio della spiritualità stessa?

A una “fede” così, diciamo, fedele alla sua convinzione di non essere “un”, ma “il” dono divino di tutti i doni, dobbiamo porre la seguente domanda: erano i meriti dei messaggi di Gesù così convincenti, così evidenti a chiunque potesse studiare le sue parole (lasciando da parte per ora se fossero veramente le sue parole), da far in modo che le autorità ecclesiastiche ritenessero necessario invadere le terre dei miei/nostri antenati europei e passare sistematicamente a spada o fiamma chiunque scegliesse invece di aderire ai percorsi spirituali indigeni dei propri riveriti antenati? Molte volte, in tutta la mia vita, sono stato testimone delle lacrime di persone di eredità indoeuropea per i loro crimini (e sono d’accordo, anche quelli erano crimini) commessi contro i nativi americani da parte di invasori cristiani evangelizzanti che videro bene non solo di rubare le loro terre e risorse (che è in sé la natura dell’espansione e della conquista) ma anche le loro anime culturali imponendo loro un percorso spirituale in alcun modo in sintonia con il loro istinto. Raramente, però, ho assistito alle lacrime, o anche alla tacita comprensione, che anche noi, come Indoeuropei con una ricca tradizione spirituale autoctona più in sintonia con le nostre anime di popolo, siamo stati, letteralmente, derubati delle nostre terre, delle nostre risorse e dello spirito che ci garantiva una vita di sicurezza e di affidamento in noi stessi, piuttosto che una di dubbio e di dipendenza. Perché non possiamo piangere per noi stessi? Perché non possiamo gridare contro la tirannia a cui anche noi siamo stati esposti? Mentre ci raduniamo per esigere giustizia per coloro che hanno subito torti in generazioni passate, a quale porta bussiamo per chiedere giustizia per la nostra? Per quanto mi riguarda non ho alcun dubbio, e quanto a me non ci sarà timore, perché quella che la consapevolezza di questo crimine possa continuare indiscussa, senza essere vendicata, è per me una prospettiva molto più orribile di qualunque conseguenza possa mai avere l’azione.

Come prospera la passione del mio spirito
Per riportare ciò che è Vero
Per salvare le anime e la vita
Di tutti quelli che
non sanno di come furono
privati di ciò che è reale
Per un mondo in cui l’orgoglio non è peccato
Ma ciò che tutti noi dovremmo sentire

Anche se non ho alcun dubbio che il mio impegno per creare una nuova consapevolezza (o rinnovata, suppongo che questo è più appropriato), laddove è in gioco la forza spirituale e l’integrità del mio popolo, non mi farà mancare detrattori e diffamatori tra coloro che si crogiolano nell’ignoranza o nell’ostinazione giudeo-cristiana, sento molto fortemente, si potrebbe dire anche “con fede” (sorriso), che nel popolo indoeuropeo collettivo di questo pianeta ci sia un desiderio travolgente di quella direzione e determinazione spirituale che non sta ricevendo, anzi che non può ottenere, da una fede (giudeo-cristianesimo) che lo mette in tali contrasti con la propria anima e intelligenza istintiva. Io sono, naturalmente, dell’idea che l’Odinismo fondamentalista sia la risposta naturale a tutte le domande che il percorso innaturale del giudeo-cristianesimo ha instillato nel mio popolo, domande che non sarebbero mai stati costretti a fare se non fossero così maliziosamente separati dalle proprie tradizioni spirituali.

Anche se il “come” realizzare l’impresa, un esercizio che sono sicuro molti chiamerebbero una “perdita di tempo” (anche se vorrei ricordare a quegli stolti che molti imperi sono caduti in passato), è un compito a più livelli che non ho dubbi sia a molti anni dalla realizzazione, credo che le pietre fondanti (o dovremmo dire… i sigilli?) possano essere posate semplicemente informando tutti coloro che leggono queste parole che i consigli di questa causa non sono legati ad alcuna autorità salvo quella che assicura la salvezza della vostra vita. Con ciò non parliamo di “altre” vite, deliberatamente oscure o inconoscibili, ma piuttosto dell’assoluto e compreso di cui si gode ora che, se condotto onorevolmente, dovrebbe portare alla ricompensa dell’onesto orgoglio. L’essere stati privati di questa più elementare ricompensa umana è la cosa vergognosa, anche se è fermamente sulle spalle di coloro che hanno manipolato consapevolmente i vostri cuori e le vostre menti per rubare il vostro oro e le vostre anime.

Creare un ambiente/comunità in cui non siate più privi della fiducia che deve venire con la Vera forza spirituale è il nostro obiettivo fondamentale, e personalmente sarà la base per la mia massima gioia. Ecco come cominciare.

In conclusione (per ora) imploro tutti, Odinisti e aspiranti, di abbracciare la verità suprema per cui il Padre di Tutto Odino e tutti gli antichi hanno permeato ognuno di noi con punti di forza e istinti intrinseci progettati per responsabilizzare ogni individuo, per cui potremmo perseguire l’evoluzione, e quindi il progresso, che è il privilegio di tutti coloro che sono abbastanza coraggiosi da rifiutare la redenzione non nata da dentro. Il fatto che nel mondo occidentale siamo caduti così lontano da questa verità, deve essere riconosciuto come la causa principale della suddetta insoddisfazione e disillusione collettiva. Poter superare le manipolazioni di due millenni e reclamare il nostro spirito affine, è qualcosa che tutti dovremmo osare di sognare. È così che vinceremo.

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THOR

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di Elsie Christensen

Secondo la leggenda Thor, Dio del tuono, fu il primo figlio di Wotan; sua madre era la gigantessa Jord, che è la parola scandinava per terra; è quindi conosciuta anche come Eartha o Erda.

Da bambino Thor crebbe rapidamente in stazza e forza, e ben presto fu in grado di gestire cose di grande peso con facilità stupefacente. Era di solito di buon umore, ma poteva occasionalmente passare a una rabbia terribile. Sua madre lo mandò quindi a essere curato da Vingnir (Alato) e Hora (Calore), che insieme erano considerati la personificazione del fulmine; essi riuscirono a far crescere saggiamente il loro figlio adottivo e Thor voleva loro molto bene; in loro onore assunse i nomi Vingthor e Hlorridi, con il primo che è il più conosciuto.

Quando crebbe tornò ad Asgard e prese il suo posto tra gli Aesir al Consiglio, ma non gli fu mai permesso di usare il ponte Bifrost poiché si temeva che il calore della sua presenza lo desse alle fiamme; così doveva guadare i fiumi Kormt e Ormt per partecipare alle riunioni, quando gli dèi tenevano il Consiglio al pozzo di Urd.

Thor aveva tre possedimenti magici; il più noto è il martello, Mjollnir (‘il distruttore’), che egli scaglia contro i suoi nemici e che ha la meravigliosa proprietà di tornare sempre alla sua mano, indipendentemente da quanto lontano lo getti. Il martello di Thor era considerato sacro e gli antichi di solito facevano il segno del martello prima di un evento importante, nelle cerimonie e in altre occasioni del genere. Quando i missionari cristiani costrinsero i nostri antenati ad accettare il loro credo straniero, non furono in grado di persuadere il popolo a smettere di usare il segno del martello, così gli astuti emissari di Roma dovettero appropriarsene, e l’antico segno sacro da allora è stato usato dalla Chiesa come quello che chiamano il Segno della Croce.

Dal momento che il martello divenne anche l’emblema del fulmine e quindi rovente, il secondo possedimento magico di Thor era un guanto di ferro chiamato Iarn-greipir (presa di ferro) con cui afferrare il martello quando tornava a lui dopo aver abbattuto un nemico. Il suo terzo possedimento importante era la sua cintura magica, Megin-Giord; da quella poteva lanciare il martello a qualsiasi distanza contro le forze del male.

Il rombo associato a un fulmine deriva dal rumore fatto quando Thor guida attraverso il cielo il suo carro trainato da due capre Tann-gniostr (Schiaccia-denti) e Tann-gnister (Strizza-denti)

Thor si sposò due volte. La sua prima moglie fu la gigantessa Iarnsaxa (Ascia di Ferro) da cui ebbe due figli Magni (Forza) e Modi (Coraggio), che sono destinati a sopravvivere alla battaglia del Ragnarok. Conservando il martello del padre, faranno parte della nuova generazione di dèi nel prossimo mondo. La seconda moglie di Thor fu Sif dai capelli d’oro, dalla quale ebbe altri due figli.

Molte sono le storie narrate sulla grande forza di Thor, le sue lotte contro i giganti e i suoi molti viaggi. Sembra che esistessero due tipi di giganti, uno che rappresenta tutte le forze del male che gli Aesir, e soprattutto Thor, costantemente combattevano, e un altro che le leggende descrivono in modo molto più amichevole. La linea di demarcazione può essere in base ai sessi poiché sembra che di solito i giganti maschili fossero quelli cattivi mentre almeno alcune delle gigantesse sono descritte come belle; e sappiamo che non solo Wotan, ma anche molti degli altri dèi sposarono alcune di queste bellezze. Suggeriamo che questo possa essere un lascito dei periodi più precoci in cui i sentimenti religiosi erano incentrati su Deità femminili come Dèe di fertilità che anche nel periodo del Wotanismo erano viste come “buone” per poi essere trasformate in streghe, principalmente personificate da donne anziane braccate così inesorabilmente dalla Chiesa.

Che Thor avesse forti legami con la razza gigante è evidente, non solo attraverso sua madre Erda ma anche attraverso la sua nonna paterna, Bestla. In Scandinavia era conosciuto come ‘Vecchio Thor’, indicando che originariamente apparteneva al vecchio Pantheon di divinità della fertilità comunemente onorato prima che Wotan divenisse il Dio principale e la maggiore spinta della religione si spostasse sull’ambito guerriero. Sappiamo che Wotan non fu il primo padre-cielo; è generalmente pensato che quello fosse Tyr. Ma ci chiediamo se non sia troppo speculare sulla connessione tra Tyr, che è la parola scandinava per toro, e Thor, il cui nome nel nord è scritto senza la ‘h’ e ci ricorda la parola spagnola e italiana per lo stesso animale – il Toro; tutte queste lingue sono di origine indo-europea e potrebbero eventualmente avere la stessa base linguistica; più volte ci si imbatte in nomi confusi e attributi degli dèi. Tale connessione può anche arrivare alle nebbie dell’antichità, quando i nostri antenati avevano i totem. Sarebbe naturale scegliere il forte toro come animale totemico; naturalmente anche un Dio avrebbe poi portato quel nome, e ancora più tardi potrebbe essersi fuso al Pantheon più giovane degli Aesir, e Tyr e Thor appariranno entrambi come figli di Wotan, il nuovo Dio capo. Questo spiegherebbe anche mirabilmente la simbologia dei corni sugli elmi vichinghi, così spesso raffigurati, come i resti di un culto del Toro di molto tempo fa, quando si credeva che indossare una parte del totem avrebbe dato forza e portato fortuna.

La grande forza di Thor, il suo corpo possente e l’aspetto generale, portano alla mente anche la descrizione dei giganti, anche se lui, naturalmente, è raffigurato come dalla testa rossa, muscoloso e bello. Egli è facilmente belligerante in questa ossessiva protezione degli dèi e sembra avere più muscoli che cervello.

Essendo il Dio del tuono visto anche come sovrano del clima, soprattutto la pioggia necessaria per fruttificare la terra, divenne così il patrono dei thrall e degli altri membri delle classi inferiori che lavoravano i campi. La sua casa era Thrudvang (Campo di forza), dove aveva costruito il suo magnifico Palazzo Bilskirnir (Fulmine), che ha 540 sale per ospitare i thrall quando muoiono, e dove sono trattati come i loro padroni nel Valhalla. Tuttavia, ci sono forti indicazioni che questa storia si basi su una traduzione errata; noi crediamo che come il Dio principale Wotan era il patrono degli Jarl, così Thor, secondo solo a Wotan, era il patrono di quegli Jarl che erano agricoltori liberi e Yeoman, e che il riferimento al buon trattamento che ottenevano nelle sue numerose splendide sale debba essere visto come un’espressione del fatto che, sebbene gli eroi guerrieri fossero necessari per proteggere la terra e la tribù, gli agricoltori erano importanti per la comunità e l’intera comunità era strettamente legata al suolo; ricorda anche di un precedente collegamento con una società agricola.

Ancora un altro collegamento fra Thor e i più antichi dèi di fertilità può essere visto in quanto il mese di Yule era (è) sacro a lui ma anche a Frey, che conosciamo appartenere ai più vecchi dèi della fertilità, i Vanir; entrambi erano onorati alla rinascita del sole con la sua promessa ricorrente di nuova vita nel fienile e nel campo.

Nel Ragnarok, Thor combatte potentemente contro il serpente di Midgard, il mostro che circonda il mondo con le sue spire malvagie. Lo uccide, ma in tal modo egli stesso è abbattuto dal suo alito velenoso. In alcune aree come la Norvegia e la Svezia, Thor era venerato anche più di Wotan, ed è amato da tutti i Wotanisti per il suo coraggio e il suo valore, nonché per la sua fedeltà verso gli dèi e gli uomini.

PIETAS ETENA EUROPEA

Pietas etena

di Walter Baetke

Nella loro religione i nostri antenati onoravano poteri soprannaturali, la cui opera e influenza credevano di sentire – oltre che nel campo e nella foresta, nel cielo e nella terra – soprattutto nella loro vita. E questo è sempre stato l’elemento primario e più importante. L’uomo è infatti anche un figlio della Natura, ma è – in quanto essere dotato di parola e di intelletto – legato alla comunità in modo completamente diverso rispetto all’animale. I legami originali con la famiglia, il clan e il proprio popolo, in cui è nato, determinano la sua vita in un grado molto più alto rispetto ai suoi legami con la “Natura”, che è il campo della sua attività. Dalla comunità di popolo riceve la sua religione – come anche la sua lingua! Essa trasmette, nella cultura e nel mito – che egli apprende da essa – la sua relazione con la divinità. Ma più di questo: nel lavoro e nella lotta di questa comunità, nelle leggi che la regolano, nell’ordine che la lega, nei valori morali che detiene, è la volontà della divinità stessa a contemplare l’uomo. Qui, nella comunità, lo incontra per la prima volta; l’ordine e i giuramenti hanno la loro forza sacra e vincolante perché sono regolati secondo la vecchia fede degli dèi e si ergono sotto il loro controllo e la loro protezione.

Particolarmente suggestivi a questo proposito sono i messaggi delle saghe islandesi sulle feste sacrificali dei Norvegesi. Ai grandi festival annuali, apprendiamo, si sacrificava da un lato “per il raccolto” (o per un “buon anno”) e “la pace”, dall’altro lato per “la vittoria” e il governo del re. Questo dimostra che il sacrificio fatto dalla comunità di culto che rappresenta la comunità popolare era anche diretto alla vita e al destino di questa comunità. Il buon raccolto e la pace da un lato, la vittoria e il governo dall’altro: questo denota entrambi i pali attorno ai quali si muoveva la vita del popolo: il biologico-naturale e lo storico-politico. Qui la pace che abbraccia l’opera del contadino e culmina nella vendemmia, lì guerra, che, coronata dalla vittoria, genera onore e potere. Quando ci si avvicina agli dèi riguardo la festa sacrificale, si nota che si vedevano in loro datori e custodi di questi beni, di quei mezzi di tutto ciò che costituiva il fondamento, il contenuto e lo scopo della comunità di popolo. L’uomo europeo eteno credeva che la prosperità del suo lavoro pacifico – la coltivazione – così come il successo della vittoria in guerra, da cui dipendevano le circostanze di esistenza o di non-esistenza del popolo, erano nelle mani degli dèi.

Nella formula “til ars ok fridar” si trova, tuttavia, molto di più ci quanto ci dica la traduzione “per (buon) anno e pace”; perché la parola “pace” indica non solo lo stato di pace in contrapposizione alla guerra, ma anche l’ordine morale e giusto su cui riposa la normale vita pacifica della comunità umana. Difficilmente si può esprimere il significato religioso di quella vecchia formula meglio che con le parole di Schiller: “Sacro ordine, figlia benedetta del cielo, che lega il tutto libera e leggiadra e gioiosa”. Come gli dèi sono i donatori dei beni, i beni materiali, come sono i direttori della guerra, gli amministratori della vittoria e quindi i padroni del destino del popolo, così sono anche i guardiani della pace sacra che è ancorata nel diritto e nella legge.

È più difficile ottenere un’immagine dell’atteggiamento religioso interiore dell’uomo europeo eteno, di quella pietas unica al suo genere, di quanto si faccia rispetto alle forme di servizio religioso e all’effetto della religione sulla vita pubblica. La sacralità e la forza della divinità producono tra i credenti la sensazione di dipendenza. Ma questo sentimento di dipendenza dal suo dio era, per l’uomo europeo eteno, privo del servilismo dello schiavo. Piuttosto al contrario, era portato da una fiducia forte e coraggiosa. Nel norreno “Trua” (“fiducia”) si trova il termine per il credo religioso, e il dio che l’Islandese invocava maggiormente nelle tribolazioni e nelle difficoltà della vita, era chiamato il suo “fulltrui“. Significa colui che merita la piena fiducia. Come il norvegese Thorolf Mosterbart, molti uomini eteni di fronte a decisioni difficili cercavano il loro bene dal loro dio e ottenevano il suo consiglio. Se ci si riconosceva sotto la protezione del dio potente, era soltanto naturale che si vedesse in lui “l’amico” fidato. E abbiamo molte prove che soprattutto Thor godesse di questo apprezzamento. Astvinr (“caro amico”) è chiamato in una saga. Un rapporto così bello e degno non sminuisce la distanza tra l’uomo e dio, su cui riposa tutta la pietas; ma una pietas che veniva da colui che dava all’uomo la sicurezza e la forza; questa è la caratteristica più nobile nel quadro della religione europea etena.

ETENISMO

Etenismo

di Else Christensen

È stato detto che la religione in un uomo è la sua caratteristica fondamentale; essa determina i suoi pensieri e quindi le sue azioni. Per religione qui non si intende il credo della Chiesa che egli sostiene, ma ciò che egli realmente crede – la sua visione generale della vita, come vede il suo ruolo nel mondo, il suo dovere e destino, e la sua relazione con l’universo. In breve, il modo in cui si sente spiritualmente legato al mondo ‘invisibile’. Se conosciamo la filosofia religiosa di un uomo, sappiamo molto su che tipo di persona è, su ciò che vuole o non vuole.

Esattamente lo stesso vale per una nazione di uomini, pertanto diventa importante osservare i concetti religiosi che essa ha, per ottenere una visione della vera anima della nazione, poiché dalla sua spiritualità collettiva derivano gli atteggiamenti e la condotta della gente. La visione religiosa di una persona, una tribù o una nazione, determina così le azioni, o non azioni, che queste possono prendere.

Tenendo ciò a mente, guardiamo al Wotanismo, le credenze religiose dei nostri antenati, per vedere quali erano le loro nozioni sulla vita e la parte che ha giocato nello schema generale delle cose. Il fatto che fossero credenze etene ha giocato, almeno durante i secoli cristiani, a loro discapito fin dall’inizio. Tutto l’Etenismo, non solo le credenze dei nostri padri, è stato bollato dai Cristiani zelanti come ciarlatano, stregoneria maligna, o opera del diavolo. Alcuni culti religiosi indubbiamente sono per lo più ciarlatani, ma questo non giustifica il mettere tutti i rami dell’Etenismo sotto l’idiozia e la ciarlataneria. Questa appare nelle fasi decadenti di una civiltà piuttosto che nelle fasi creative e, purtroppo, dobbiamo ammettere che nel nostro tempo tali culti stnano spuntando ovunque. Il ciarlatano non ha qualità positive, è una malattia culturale. Ma le idee eteniste non possono banalizzate come ciarlataneria, o opera del diavolo (qualora accettassimo la nozione cristiana secondo cui esiste un simile personaggio!)

E neanche possiamo relegare l’Etenismo interamente al regno dei miti e delle allegorie. Anche se questo può essere più vicino alla verità rispetto alla teoria del culto, è difficile credere che i nostri antenati, che in tutte le altre questioni erano molto realistici e pragmatici, abbiano lasciato che allegorie o misticismo poetico rappresentassero i loro concetti spirituali per quanto riguarda la vita e morte, o il loro codice di condotta generale.

Questo in effetti non suona per niente fedele a quel carattere. L’uomo europeo di un tempo non viveva o moriva credendo alle allegorie; la vita era una faccenda seria in quei giorni, e un serio, realistico orientamento spirituale era ciò di cui avrebbe avuto bisogno. Così, per quanto strano possa sembrare ai nostri contemporanei che si aggrappano alla fede giudaico-cristiana, cerchiamo qui di affermare che i nostri antenati, essendo sani di mente e con gli occhi aperti, credevano nel Wotanismo, e partiamo da lì.

Naturalmente il Wotanismo, come l’Etenismo in generale, simboleggia ciò che pensavano di conoscere dell’universo. Tutte le religioni lo fanno, è un dato di fatto, compreso il Cristianesimo. Ma i simboli, o allegorie se si desidera, non possono essere considerati l’origine o la causa in movimento di quei pensieri, sono piuttosto il risultato di tali agitazione della mente. I nostri antenati volevano chiarire ed esprimere le loro idee sul loro ambiente naturale; avevano bisogno di sapere cosa fare, che corso prendere. I miti simbolici, dunque, esprimono piuttosto le cose di cui si sono sentiti certi in base al loro livello di conoscenza e di intuizione, e queste sono le nozioni di particolare interesse per noi.

Il primo pensatore pagano era di mentalità aperta; il mondo intorno a lui, di cui si sentiva parte integrante, era tutto ciò che conosceva, ma l’enorme varietà di luoghi, suoni e forme che chiamiamo collettivamente Natura, non era ancora classificato ed etichettato; tutte queste impressioni meravigliose o terrificanti lo affollavano – bellissime, impressionanti, indicibili. Anche se oggi spieghiamo l’universo da eruditi, come se sapessimo tutto su di esso, dobbiamo ammettere che, nonostante tutti i nostri studi scientifici (e abbiamo percorso una lunga strada dal primo pensatore pagano), ancora non sappiamo esattamente di cosa stiamo parlando. Siamo in grado di descrivere molti fenomeni universali, siamo in grado di manipolare un pari numero di essi, ma non possiamo ancora dire esattamente da dove vengono o dove vanno le energie cosmiche – l’universo rimane un miracolo – meraviglioso, imperscrutabile, magico.

Il primo pensatore pagano non sapeva molto rispetto a noi, e nonostante ciò dobbiamo ancora chiederci quanto siamo lontani e quanto ancora possiamo imparare? Che ci sia una forza, una complessità millenaria di forze, un’energia eterna, cosmica, una forza vitale che governa l’organismo più minuto e le galassie del blu laggiù. Anche gli atei accettano questo, mentre i cristiani postulano che è opera del loro Dio Geova. Ma il senso naturale dell’uomo, se questi sarà onesto, lo sperimenta come una cosa vivente, una forza santificata verso la quale l’atteggiamento naturale è di timore e culto, se non con riti e rituali, quindi con rispetto e riverenza. Il mondo era, ed è tuttora, per il pensatore pagano, misterioso e sacro, perché è la forza sacra che dà vita a tutta la Natura. Questo è il tema centrale di tutto il paganesimo, riverenza e amore per la forza divina – questo magico, meraviglioso potere, perché, come dice Carlyle, il culto è meraviglia trascendente, meraviglia per la quale non vi è alcun limite o misura.

Il nostro attuale approccio materialistico e scientifico alla Natura ha offuscato, se non completamente cancellato, questo sentimento di stupore e di ammirazione; un albero per il business moderno significa determinati piedi di tavolo o libbre di carta, un acro di terra un determinato bene immobile. Ma l’uomo primitivo, vedendo se stesso come parte del tutto, era più prontamente in grado di sentire la divinità nella Natura. E il primo pensatore pagano naturalmente trasmetteva le sue idee ai suoi simili; egli fu il veggente il cui pensiero risvegliò negli altri uomini la capacità di pensare e comprendere. Era l’eroe spirituale che disse ad alta voce ciò che gli altri avevano solo debolmente sentito nei loro cuori, ma mai articolato. E, come commenta Carlyle, pensieri una volta risvegliati, non cadono di nuovo in sonno, ma crescono e generano nozione su nozione, sviluppandosi infine in sistemi di pensiero, nella filosofia.

Wotan è la figura centrale del paganesimo scandinavo, il dio eroe come divinità, la più antica forma di culto degli eroi. Tuttavia, Jacob Grimm, l’esperto tedesco della mitologia teutonica, sostiene che Wotan, il nome tedesco di Odino, non indica un uomo o un eroe; il nome, dice, è etimologicamente collegato con il Latino vadere (inglese wade) e significa movimento, o fonte di movimento, il potere, una manifestazione del più alto Dio come ‘motore delle cose’. Se accettiamo questa spiegazione, e sembra ragionevole accettare la parola di un simile esperto altamente competente, Wotan diviene così il nome Ariano per la forza vitale cosmica, l’energia eterna che è l’unica e originale fonte di movimento.

L’originale ‘Wotan’, è quindi da considerare la forza di vita impersonale, e non un dio-eroe. Ma questo non significa che nessun eroe con il nome di Wotan sia mai vissuto; al contrario, sembrerebbe abbastanza naturale che in qualsiasi periodo di tempo un particolare individuo, un eroe spirituale eccezionale, sia stato ‘motore delle cose’, e quindi, come espressione di onore e di rispetto, potesse essere chiamato Wotan. È ben noto che se una persona è stata straordinariamente dotata o abile in vita, non vi è quasi alcun limite alle sue abilità e imprese dopo la sua morte; la gente accorderà a lui tutti i tipi di poteri e saggezza e, infine, costruirà i propri miti intorno a un eroe-motore di tutte le cose; si evolverebbe naturalmente in Wotan Padre di Tutto.

Questo sarebbe ben in linea con un esempio dalla Heimskringla, una saga scritta da Snorri Sturluson in cui Wotan è raffigurato come un eroe-re dalla regione del Mar Nero che con i suoi dodici guerrieri viaggiò verso l’Europa del Nord; questo Wotan si dice abbia fondato la città danese Odense dove visse per molti anni; in seguito si trasferì in Svezia e alla fine morì vicino a Uppsala verso l’inizio della nostra era comune. Storie simili sono raccontate da altri storici come Saxo.

Il concetto di Wotan come espressione della forza vitale e anche come eroe e padre degli dèi e dell’uomo ha causato una certa confusione e ha reso le Edda difficili da capire, cosa che è stata in parte la ragione per cui il Wotanismo sia stato declassato a sciocchezze altrettanto incomprensibili. Ma, come nota Carlyle, le Edda non sono un sistema coerente di pensieri, devono essere considerate come la sommatoria di diversi sistemi che si susseguirono, costruiti uno sull’altro, nel corso di molti secoli, con ogni generazione che aggiungeva all’ordine organico esistente. Anche le relative aree di terre coinvolte devono essere prese in considerazione. Il Wotanismo era il principale credo religioso di tutto il Nord Europa e parte delle regioni centrali, nonché delle Isole Britanniche.

Inoltre non dobbiamo dimenticare che non era solo l’eroe-dio un ‘motore’, ma l’atteggiamento di tutto il popolo era di muovere le cose, così come se stessi; e si diffusero in tutto il mondo conosciuto, cosa abbondantemente provata attraverso reperti archeologici in molti luoghi lontani.

Questi primi Europei, che per lo più sono stati stereotipati come guerrieri rozzi e feroci, sono stati infatti, oltre che ottimi spadaccini, anche organizzatori, costruttori domestici e coloni. Carlyle cita che possiamo trovare titoli come ‘Il Taglialegna’ o ‘L’Abbatti-Foreste’, a indicare che questi eroi erano interessati ad altre cose più che allo stuprare le donne e uccidere i bambini. E dovunque andarono, portarono con sé i loro precetti religiosi; senza contatto con la patria, ed esposti a nuove influenze, ci si dovrebbe aspettare che alcuni cambiamenti abbiano avuto luogo nel corso degli anni. Questo sarebbe un motivo molto naturale per qualsiasi mancanza di coesione o storie e nozioni trovate contraddittorie quando, per esempio, si confrontano i miti del Baltico con quelli della Scandinavia o della Germania. L’Irlanda è stata cristiana molto presto, se non nel primo secolo d.C. allora almeno nel secondo; molti monaci irlandesi percorsero in lungo e in largo le isole, così come il continente, e i miti britannici, quindi, in una fase precoce divennero fortemente influenzati dal Cristianesimo, una cosa che ha ulteriormente aggiunto difficoltà alla comprensione di alcuni di essi.

L’essenza del Wotanismo, come di tutto l’Etenismo, è l’accettazione della Natura come divina e dell’uomo come appartenente alla Natura e quindi partecipe in questa divinità. Esisteva una comunione naturale tra l’uomo e le misteriose, invisibili potenze della Natura; ora, questi sentimenti sono stati espressi in base al livello di intelligenza e di comprensione della gente interessata, i nostri antichi antenati guardavano la natura con gli occhi aperti ma non sono stati intimoriti da queste forze potenti; essi non temevano gli dei, ma li guardavano come poteri da amare e rispettare – dèi che potevano essere aspri ma imparziali – e se seguissimo le regole, per così dire, trarremmo beneficio da queste forze; tuttavia, se avessimo oltrepassato la linea, le conseguenze seguirebbero rapidamente, e talvolta sarebbero state letali.

Ma esattamente questo concetto è una delle caratteristiche più notevoli dei nostri antenati, una che è dolorosamente scomparsa oggi: questa indiscussa volontà di assumersi la piena responsabilità delle proprie azioni, una responsabilità volontaria, totalmente assente nei nostri odierni leader religiosi e politici. In realtà nulla potrebbe essere più lontano dalle loro menti che accettare la responsabilità per le loro azioni. Dopo che i politici hanno gestito l’economia della città fino ad affossarla, chi osano suggerire debba pagare per la loro incompetenza e cattiva gestione? – I cittadini – o perdendo il loro lavoro come dipendenti pubblici, o con tasse più elevate, o entrambe le cose – i cittadini il cui unico ‘crimine’ è stato fidarsi dei loro rappresentanti eletti perché si prendessero cura della città; questo, naturalmente, può essere giudicato piuttosto ingenuo, ma anche allora ci si potrà chiedere che tipo di ‘uomini’ siano questi politici.

Tale atteggiamento non può essere più in contrasto con il modo di pensare etenista; ogni persona adulta, uomo o donna, deve accettare la responsabilità per le sue azioni, e anche i bambini devono imparare a farlo, secondo il loro livello di comprensione.

Siamo ben consapevoli del fatto che ‘responsabilità’ sia una parolaccia nel mondo di oggi. Tuttavia, suggeriamo che prima ritorniamo ai precetti eteni e accettiamo la responsabilità delle nostre azioni e chiediamo lo stesso dagli altri, specialmente i leader delle nostre comunità, meglio staremmo. Non spetta a terze parti, divine o umane, essere responsabili di ciò che si fa o non si riesce a fare, ma strettamente a noi e nessun altro essere responsabili per le nostre azioni; questa era la via dei nostri padri, e dovrebbe diventare di nuovo il nostro codice di condotta.

OSTARA

Ostara_by_Johannes_Gehrts

Ostara la Fruttifera, ti diamo il benvenuto, confortaci con il tuo spirito eterno e appari in beltà all’alba di ogni giorno. Ostara vivente, principio di vita, sorgendo all’orizzonte del levante riempie Midgard con luce foriera di vita, bellissima e radiosa, alta e scintillante su ogni landa, i suoi raggi circondano Midgard, ai confini di tutto ciò che gli Déi ci hanno dato.

WOTAN COME ARCHETIPO: Il saggio di Carl Jung

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di Kerry Bolton

Nell’atmosfera di denazificazione che seguì la Seconda Guerra Mondiale, Carl Jung, fondatore della psicologia analitica, si ritrovò accusato di avere simpatie ‘naziste’. Essendo Jung un uomo di ‘Destra’[1], il suo saggio che spiegava l’hitlerismo come un’evocazione di Wotan quale archetipo represso dell’inconscio collettivo tedesco lo mise nella lunga lista di intellettuali sospetti accusati di essere apologeti del Nazionalsocialismo[2]. Egli ebbe la fortuna di trovarsi in una nazione neutrale in seguito alla Seconda Guerra Mondiale.

Di certo, la scuola di psicologia di Jung non è cara alla sinistra in generale e al gran numero di Ebrei nel campo della psicologia. Un recente biografo racconta di Jung che ha la peggio con il suo mentore Sigmund Freud:

Freud stesso era incline a credere che i suoi problemi con Jung esemplificassero un’incompatibilità generale tra Ebreo e Gentile, che Jung odiasse ‘l’ebraicità’ della psicoanalisi e volesse sostituirla con una versione cristianizzata. Qui vi era davvero dell’ironia. Freud aveva voluto Jung come apostolo dei Gentili, per evitare che la psicoanalisi diventasse una setta ebraica. Ma Jung svolse il ruolo di San Paolo in un senso del tutto diverso. Proprio come Paolo aveva sostituito una ‘cristologia’ neoplatonica agli insegnamenti originali di Gesù, così Jung propose una psicoanalisi purgata degli elementi che avevano mantenuto il freudismo ghettizzato come un costrutto di Ebrei viennesi[3].

Quindi, quando Jung diede la sua lezione su Wotan, che fu pubblicata nel 1936[4], e ripubblicata dopo la guerra come parte di una raccolta di osservazioni analitiche sul mondo moderno[5], lo fece come un medico che diagnostica un fenomeno, non come un crociato politico. Egli stava offrendo osservazioni e spiegazioni in maniera distaccata, scientifica, cosa sempre difficile da capire per molti nel mondo accademico.

Archetipi

La concezione di Jung della psiche come comprendente tre “livelli”, tra cui l’inconscio collettivo, è brevemente illustrata nel mio saggio ‘Odino e l’imperativo faustiano’, in cui viene citato anche il saggio di Jung, ‘Wotan’. Gli archetipi, nella psicologia junghiana, sono prototipi di simboli che vengono ereditati e si trovano all’interno dell’inconscio. Questi simboli trascendono la psiche individuale e sono ereditati dalla collettività dei nostri antenati. Sono entrambi, quindi, universali al livello più primordiale, nel senso che c’è una ‘umanità’, e sono anche razzialmente specifici, nel senso che la ‘razza umana’ si è differenziata (supponendo che non sia sempre stata così) e differenziata ulteriormente in termini di cultura.

Wotan è un archetipo germanico dell’inconscio collettivo. Nello spiegare l’influenza delle forme psichiche sull’umanità, Jung tornò all’archetipo di Wotan in una lettera al suo amico, il diplomatico e scrittore cileno Miguel Serrano. Jung, mentre scriveva questo, nel 1960, stava tentando di suggerire rimedi per la difficile situazione moderna dell’uomo civilizzato. Rifuggendo la società di massa accelerata dalla tecnologia, Jung affermava che l’uomo moderno, o almeno l’Occidentale, deve cercare di trovare la sua identità individuale senza ritirarsi in un iper-individualismo: ‘Può solo scoprire se stesso quando è profondamente e incondizionatamente legato ad alcuni, e in genere legato a un gran numero di individui, con i quali ha la possibilità di confrontarsi e dai quali è in grado di discriminare se stesso‘[6].

All’interno di questa ampia associazione dell’individuo ci sono strati di esperienza ancestrale ereditaria trasmessa attraverso i millenni; depositati nell’inconscio personale dell’individuo, come parte stessa dell’inconscio collettivo, vi sono i motivi ricorrenti che diventano protosimboli o archetipi. La psiche è come un magazzino di ricordi non solo relativi alle proprie esperienze, ma anche alle esperienze collettive dei propri antenati, abbracciando il più ampio senso di razza e cultura, e in ultima analisi, la storia di una memoria più universale al suo livello più elementare, universale. Gli strati della psiche potrebbero essere considerati analoghi agli strati del cervello umano, che è la registrazione fisiologica dell’evoluzione cerebrale che include il più primordiale, il sistema limbico e il nucleo centrale, e il più recente, la corteccia cerebrale.

Secondo Jung, ‘Dei, demoni e illusioni’ sono nomi per gli abitanti ereditari della psiche, individualmente e collettivamente:

Esistono e operano e nascono di nuovo ad ogni generazione. Essi hanno un’enorme influenza sulla vita individuale e collettiva e, nonostante la loro familiarità, sono curiosamente non umani. Quest’ultima caratteristica è il motivo per cui essi erano chiamati Dei e Demoni in passato e perché sono compresi nella nostra epoca ‘scientifica’ come manifestazioni psichiche degli istinti, in quanto essi rappresentano atteggiamenti abituali e forme di pensiero che si verificano universalmente. Sono le forme basilari, ma non le immagini manifeste, personificate o comunque concretizzate. Essi hanno un alto grado di autonomia, che non scompare quando le immagini manifeste cambiano[7].

I complessi psichici repressi continuano ad influenzare non solo l’individuo, ma anche la collettività. È comunemente abbastanza noto che la repressione provoca la malattia mentale in un individuo. Tuttavia, lo stesso principio vale per la repressione in intere nazioni e culture. Se questi complessi repressi non vengono identificati e integrati, si manifestano in altri modi, piuttosto malsani. Una spiegazione junghiana della repressione è che:

C’è consenso sul fatto che molte delle cose nell’inconscio siano divenute inconscio a seguito della repressione […]. Questo significa che ci sono alcune cose che sono inconscio che, in un momento o in un altro, sono state consapevoli, e ‘la repressione’ è una parola usata per indicare che questo è successo. La repressione è strettamente connessa con il dimenticare.

[…]anche se forse abbiamo dimenticato qualcosa, vi è un senso importante in cui esso è ancora ‘lì’, nella nostra psiche, e questo è ciò che intendiamo dicendo che è inconscio[8].

Le cose che vengono represse sono quelle che minano la nostra immagine di noi stessi se le abbiamo ricordate[9]. Quindi, i Germanici, essendo stati un popolo cristiano per secoli, sono stati tenuti a reprimere il loro paganesimo ancestrale, e Wotan è diventato così un archetipo relegato ‘all’ombra’ di quell’inconscio collettivo popolare, ma continua comunque ad esistere. La repressione può svolgere un ruolo nel sano sviluppo individuale, ma è di solito indesiderabile. Il junghiano David Cox, continua:

Il primo motivo per cui la repressione porta più danni che vantaggi è che significa perdere una parte di se stessi. Quando abbiamo totalmente dimenticato qualcosa che abbiamo pensato o fatto, o qualcosa che ci è accaduto, non è semplicemente una questione di dimenticare quella cosa, ma anche il nostro rifiuto di vedere che siamo il tipo di persona capace di comportarsi nel modo in cui abbiamo fatto […]. Può essere che ci siano cose che sarebbero così distruttive per il carattere di un uomo se non fossero represse che è molto meglio che lo rimangano, ed è certo che ci sono momenti giusti per tutto, al punto che può essere meglio non recuperare una memoria repressa in un momento particolare.[10]

La seconda ragione per cui la depressione rischia di avere conseguenze negative è che,

[…]anche se il risultato della repressione può essere che noi non conosciamo una particolare tendenza dentro di noi, quella tendenza è ancora lì ed è responsabile nell’interferire con i nostri obiettivi coscienti. […] Le tendenze represse sono in grado di causare tutti i tipi di distorsioni particolari nel nostro comportamento, proprio perché non sappiamo di loro. Quando ci rendiamo conto che abbiamo tendenze di un particolare tipo possiamo fare qualcosa per cercare di controllarle, ma fintanto che restano inconsce non possiamo esercitare alcun controllo su di esse[11].

Nella comprensione dei concetti di repressione, ombra e inconscio collettivo, si comincia a capire perché Jung si avvicinò all’hitlerismo con un atteggiamento di speranza, in quanto questa era una manifestazione su scala di massa che individuava potenzialmente un’intera nazione tramite la scoperta dell’archetipo, e lo canalizzava nel bene conscio, piuttosto che lasciarlo incancrenire in maniera sotterranea e, in ultima analisi, distruttiva. Tale innalzamento di coscienza era, a prescindere dal risultato finale, una necessità, perché i Germanici avevano ancora questi complessi irrisolti che stavano entrando nell’era tecnologica. E sembra essere stato svegliato qualcosa dalla ferocia combinata alla tecnologia della Prima Guerra Mondiale, e come la poesia (citata in basso) del soldato Hitler indica, lui era già co-conscio di questo nel 1914.

Quando un paziente cerca l’assistenza di un analista, quest’ultimo mira a portare alla coscienza i complessi repressi che influenzano inconsciamente l’individuo. Lo stesso modello di ricordi e di complessi repressi risiedono nell’inconscio collettivo di un popolo. Jung, nel testimoniare la rinascita di massa delle passioni primordiali germaniche, chiamava l’archetipo ‘ombra’, o aspetto represso dei Germanici, col nome di ‘Wotan’. Per Jung questo era di maggior rilevanza rispetto a uno studio dei fenomeni sociali, politici ed economici per comprendere la mobilitazione di massa improvvisa e spesso frenetica dei Tedeschi sotto Hitler. Di Wotan, Jung dichiarava a Serrano che:

Quando, per esempio, la fede nel Dio Wotan svanì e nessuno pensava più a lui, il fenomeno originariamente chiamato Wotan rimase; non è cambiato nulla tranne il suo nome, come il Nazionalsocialismo ha dimostrato su vasta scala. Un movimento collettivo è costituito da milioni di individui, ognuno dei quali mostra i sintomi del Wotanismo e dimostra in tal modo che Wotan in realtà non è mai morto, ma ha mantenuto la sua vitalità ed autonomia originale.

La nostra coscienza immagina solo che ha perso i suoi dèi; in realtà sono ancora lì e hanno solo bisogno di una certa condizione generale che li riporti in pieno vigore. Questa condizione è una situazione in cui sia necessario un nuovo orientamento e adattamento. Se questa domanda non è chiaramente compresa e non viene data nessuna risposta corretta, l’archetipo, che esprime questa situazione, entra in gioco e riporta la reazione, che da sempre caratterizza questi tempi, in questo caso Wotan[12].

Mentre molto di sensazionalistico è stato scritto su Hitler posseduto dai demoni, o controllato da forze occulte, ecc. [13], dal punto di vista junghiano è rilevante chiedersi se Hitler fosse l’individuo attraverso il quale l’archetipo Wotan veniva ‘portato di nuovo in tutta la sua forza’, che si manifesta in ‘un nuovo orientamento e adattamento’. Hitler sembra essere stato consapevole della forza Wotanistica che prendeva coscienza nelle trincee della Prima Guerra Mondiale, quando scrisse una ‘strana poesia’ [14] durante l’autunno del primo anno di questa guerra:

All’improvviso nella note d’amarezza
Vedo la quercia di Wotan,
Avvolta nel suo silenzioso splendore.
Forgiante un’alleanza coi poteri misteriosi
La luna nel suo magico incanto,
Traccia le Rune.
Tutto ciò che di giorno è stato
Pieno d’impurità
Diventa percettibile dinanzi
Alla formula magica.
In questo modo, i falsi,
Sono separati dai leali.
Ed io mi ritrovo
Davanti ad un Padiglione di spade.[15]

La poesia sembra una scelta e iniziazione di Einherjar di Wotan nelle trincee della guerra in preparazione per i battaglioni dalle camice nere e brune che dovevano essere formati in gran parte da veterani. Toland osserva che un paio di settimane più tardi Hitler ‘fece una profezia portentosa ai suoi compagni: “Udirete molto su di me. Aspettate solo fino a quando arriva il mio tempo”‘[16].

Degli attuali problemi del moderno uomo occidentale che era entrato nell’era tecnologica senza aver integrato gli strati psichici delle epoche precedenti, e che quindi restavano repressi, i Tedeschi erano i più problematici. L’impiallacciatura cristiana imposta era più sottile tra loro rispetto che tra altri, secondo Jung, e gli dei pagani più vicini alla superficie. L’archetipo represso di Wotan aveva reso i Tedeschi  una collettività incline all’isteria di massa, cosa che non impediva, tuttavia, una vita generalmente normale, proprio come l’individuo isterico potrebbe generalmente essere normalmente funzionale. È stata riconosciuta nella storia come furor Germanicus, e questo era quello che Hitler stava incanalando[17]. Quando Jung scrisse il suo saggio su Wotan lo fece allo scopo di mostrare come le sue teorie sull’inconscio collettivo si fossero verificate. Era un avvertimento per l’uomo moderno per riconoscere e integrare ciò che era stato represso prima che gli archetipi ‘ombra’ prorompessero in maniera schiacciante e distruttiva.

Il concetto di ‘ombra’ è importante nella psicologia analitica. Pur connotando ‘l’ombra’ tutto ciò che di oscuro e diabolico è stato represso dall’uomo civilizzato, essa svolge anche impulsi creativi e istinti sani. Secondo Jung, tutti gli archetipi sviluppano effetti favorevoli e sfavorevoli. Essi riflettono una polarità o quello che Jung chiama complexio oppositorum. [18] L’analista junghiano cerca di unire questi opposti contrastanti all’interno dei singoli per creare una persona integrata o totale, o ciò che in psicologia junghiana si chiama ‘individuazione’; ciò che Jung ha chiamato persona ‘intera’[19]. Questo potrebbe anche essere visto come la controparte psicologica della dialettica hegeliana della storia: quella di tesi, antitesi e sintesi. L’analogia viene ripresa da McLynn, che scrive che ‘individuazione’ è: ‘come nel sistema di Hegel, l’auto-realizzazione del principio finale del mondo, che in termini di Jung è la psiche oggettiva. Il sistema di Jung è quindi una versione psicologica dell’oggettivazione della storia di Hegel‘[20]. Questo è il motivo per cui Jung sosteneva un approccio ‘aspettare e vedere’ riguardo l’ascesa dell’Hitlerismo, invece che denunce immediate e isteriche, essendo un potenziale dispiegarsi di una dialettica psicologica ed esistendo la possibilità di una individuazione collettiva per un intero popolo. Si potrebbe anche fornire un esempio di come l’uomo possa entrare nell’era tecnologica, in cui, come affermano gli junghiani, la sua psiche è ancora influenzata da strati precedenti di esperienza psichica inconscia risalente a millenni.

Il saggio di Jung: ‘Wotan’

Il saggio ‘Wotan’ fu scritto nel 1936, tre anni dopo l’elezione di Hitler. Jung aveva contatti con il Movimento della Fede Tedesca, alleato dell’hitlerismo, e conosceva il suo leader Jacob Hauer, che aveva frequentato le Conferenze Eranos ad Ascona, in Svizzera, dove aveva impressionato Jung con i suoi discorsi sull’inconscio razziale utilizzando come predicato il concetto di Jung dell’inconscio collettivo[21]. Jung insistette anche dopo la guerra sul fatto che dal momento che ogni archetipo contiene sia il bene che il male, era impossibile sapere immediatamente quale corso avrebbe preso il Nazionalsocialismo[22]. Per quanto riguarda il saggio in sè, Jung aveva osservato che in Germania ‘è un antico dio della tempesta e dalla frenesia, quel Wotan da lungo tempo quiescente, [che] deve svegliarsi, come un vulcano spento‘[23], mentre nella Russia Sovietica un culto della scienza che si manifesta anche in una eruzione violenta contro la metafisica.

La manifestazione embrionale era stata osservata all’indomani della Prima Guerra Mondiale tra i giovani tedeschi, che vagavano nella campagna per raggiungere la comunione con la natura, tornando alla filosofia pagana in un mondo di tecnologia che era diventato nichilista. Jung osservò che anche i riti Wotanisti avevano partecipato alla manifestazione:

Lo abbiamo visto prendere vita nel Movimento Giovanile Tedesco, e proprio all’inizio il sangue di diverse pecore è stato versato in onore della sua risurrezione. Armati di zaino e liuto, giovani biondi, e, talvolta, anche ragazze, potevano essere visti come viandanti inquieti su ogni strada da Capo Nord alla Sicilia, fedeli seguaci del dio itinerante[24].

Jung si qui riferiva al genericamente chiamato Wandervogel e altri gruppi simili che si ribellarono contro il materialismo borghese, che inizia nel tardo 19° secolo. Fu l’inizio di un movimento di reazione contro il mondo moderno, che finì per contribuire alla nascita del movimento hippy nel corso del 1960 e 1970[25], fortemente influenzato da immigrati tedeschi[26]. Gordon Kennedy si riferisce direttamente a questo ritorno alla natura che si manifesta in Germania tra i giovani per la rinascita del paganesimo germanico e di Wotan e altri Dei antichi[27]. Kennedy e Ryan descrivono questo come ‘un enorme movimento giovanile che era sia antiborghese che Pagano teutonico nel carattere, composto in maggioranza dai figli della classe media tedesca, organizzati in bande autonome'[28].

La rinascita atavica avrebbe potuto prendere forme diverse da quella dell’hitlerismo, ma come osservarono Jung e altri, Hitler era un mago, uno ‘sciamano’, e un ‘avatar'[29], in grado di dare forma ed espressione alla ‘ombra’ germanica. Nel 1937 Jung descrisse Hitler come ‘un medium… il portavoce degli Dei dell’ antichità…[30]’

Dal Wandervogel e simili movimenti di giovani insoddisfatti, la rivolta atavica fu rilevata dalle masse di disoccupati, tra i quali vi erano molti veterani di guerra, il cui vagare non era tra le colline e le campagne, ma per le strade depresse della Germania di Weimar.

Più tardi, verso la fine della Repubblica di Weimar, il ruolo dell’errante fu preso dalle migliaia di disoccupati, che potevano essere incontrati in tutto il mondo nei loro viaggi senza meta. Nel 1933 non vagavano più, ma marciavano a centinaia di migliaia. Il movimento di Hitler portò letteralmente tutta la Germania ai suoi piedi, dai bambini di cinque anni ai veterani, e produsse uno spettacolo di una nazione che migrava da un luogo all’altro. Wotan il viandante era in movimento. Poteva essere visto, piuttosto imbarazzato, nella riunione casalinga di una setta di gente semplice nella Germania settentrionale, travestito da Cristo su un cavallo bianco. Non so se queste persone fossero a conoscenza della connessione antica di Wotan con le figure di Cristo e Dioniso, ma non è molto probabile[31].

Wotan, il viandante, aveva ispirato i Wandervogel e altri giovani, come Kenndey e Ryan hanno dichiarato nel loro studio del movimento di contro-cultura. Egli ora aveva assunto il suo ruolo di leader della Caccia Selvaggia, come il suo ‘Avatar’ cominciava a raccogliere le masse vagabonde, senza meta:

Wotan è un vagabondo senza riposo che crea inquietudine e provoca liti, ora qui ora là, e opera la magia. Fu presto trasformato dal Cristianesimo nel diavolo, e continuò a vivere solo in evanescenti tradizioni locali come un cacciatore spettrale che era visto con il suo seguito, tremolante come un fuoco fatuo nella notte tempestosa.[32] […].

Con l’imposizione del rivestimento cristiano in un popolo il cui Dio era stato cacciato nelle ‘ombre’, in attesa di essere evocato, Wotan aveva continuato a far sentire la sua presenza nelle periferie della coscienza dei Germanici come una figura sfuggente, il capo della Caccia Selvaggia, che era ora richiamato a espressione cosciente nel suo ruolo di Dio preminente. Jung afferma che Wotan era stato tenuto in sospinto da figure letterarie della Germania, e in particolare da Nietzsche, che era un’influenza fondamentale sul pensiero di Jung[33]. La forza Wotanica era stata troppo spesso identificata con la sua forma classica Dionisiaca dal mondo accademico, ma ci sembra poco puntuale riferirsi a un archetipo classico per descriverne uno germanico, se non come mezzo di analogia. Jung affermò in merito a questa tradizione letteraria come essa abbia mantenuto viva la forza Wotanica, anche se in modalità classica:

I giovani tedeschi che celebravano il solstizio con sacrifici di pecore non furono i primi a sentire il fruscio della foresta primordiale dell’inconscio. Essi sono stati anticipati da Nietzsche, Schuler, Stefan George, e Ludwig Klages. La tradizione letteraria della Renania e il paese a sud del Meno ha un timbro classico di cui non è facile sbarazzarsi; ogni interpretazione di ebbrezza ed esuberanza è suscettibile ad essere ricondotta a modelli classici, a Dioniso, al peur aeternus e all’Eros cosmogonico. Non c’è dubbio che interpretare queste cose come Dioniso suoni meglio alle orecchie accademiche, ma Wotan potrebbe essere una interpretazione più corretta. Egli è il dio della tempesta e della frenesia, il fomentatore delle passioni e del desiderio della battaglia; egli è inoltre mago superlativo e artista nell’illusione, e esperto in tutti i segreti di natura occulta[34].

Jung vede Wotan nello Zarathustra di Nietzsche[35], anche se Nietzsche sembra aver scritto inconsciamente sotto l’influenza del dio nascosto:

Il caso di Nietzsche è certamente particolare. Non aveva alcuna conoscenza della letteratura germanica; scoprì il ‘filisteo culturale’; e l’annuncio che ‘Dio è morto’ ha portato alla riunione di Zarathustra con un dio sconosciuto in forma inaspettata, che gli si avvicinò a volte come un nemico e, a volte, mascherato da Zarathustra stesso. Zarathustra, anche lui, era un indovino, un mago, e il vento di tempesta.

Jung cita lo Zarathustra di Nietzsche per mostrare la natura analoga dei due, disegnando in particolare queste figure come prestigiatori di tempeste:

E come il vento voglio un dì soffiare su loro e col mio spirito spegnere il loro: ciò richiede il mio avvenire.

In verità, un vento impetuoso è Zarathustra per tutto ciò che si trova nella bassura: e il suo consiglio ai nemici è questo: Guardati dallo sputar contro il vento!

E quando Zarathustra sognò di essere il guardiano delle tombe nella ‘nella solitaria rocca della morte, in mezzo ai  monti’, e stava facendo uno sforzo enorme per aprire le porte, all’improvviso:

un vento impetuoso la spalancò del tutto: fischiando, stridendo e urlando, esso mi gettò incontro a una nera bara.

E tra il fischiare e lo stridìo e l’urlo del vento la bara si aperse e una centuplice risata ne irruppe.

Il discepolo che interpretò il sogno disse a Zarathustra:

Non sei forse tu il vento dal fischio acuto, che spalanca le porte nelle rocche della morte?

Non sei forse tu il feretro popolato di maligne forme variopinte e di alate caricature della vita?

Lo Zarathustra di Nietzsche sembra essere una perfetta espressione poetica di Wotan, oltre ad essere una visione profetica nel ‘vento con fischio stridulo, che spalanca le porte della fortezza della morte’ in Germania, meno di quaranta anni dopo? Per sostenere il suo caso come quello che potrebbe essere considerato il vero e proprio possesso inconscio di Nietzsche da parte del Dio, Jung fornisce tre poesie di Nietzsche che erano state scritte nel corso di diversi decenni. Le poesie mostrano che, sebbene Nietzsche fosse inconsapevole della identità di questo ‘Dio ignoto’, continua Jung, era certamente a conoscenza dell’esistenza e dell’influenza del dio su di lui. Indica anche qualcosa della vita di Wotan ancora molto sotterranea nell’inconscio collettivo dei Tedeschi il fatto che Nietzsche non fosse in grado di dare un nome al Dio, nonostante il suo evidente carattere Wotanico:

Nel 1863 e il 1864, nel suo poema Al Dio Ignoto, Nietzsche aveva scritto:

Conoscerti voglio, o Ignoto,
Tu, che mi penetri nell’anima
E mi percorri come un nembo,
Inafferrabile congiunto!
Conoscerti voglio e servirti!

Venti anni dopo, nella sua Al Vento Maestrale, scriveva:

Vento maestrale, cacciatore di nubi
che uccidi la tristezza e spazzi i cieli,
Rabbioso vento di tempesta, come ti amo!
Non siamo noi due forse
di un unico grembo, sempiterni predestinati
A un’unica sorte?

Nel ditirambo noto come Il Lamento di Arianna, Nietzsche è completamente vittima del dio-cacciatore:

Chi mi riscalda, chi mi ama ancora?
Date mani ardenti,
date bracieri per il cuore!
Giù prostrata, inorridita,
quasi una moribonda cui si scaldano i piedi,
sconvolta da febbri ignote,
tremante per gelidi dardi pungenti, glaciali,
incalzata da te, pensiero!
Innominabile! Velato! Orrendo!
Tu cacciatore dietro le nubi!
Fulminata a terra da te,
occhio beffardo che dall’oscuro mi guardi!
Eccomi distesa,
mi piego, mi dibatto tormentata
da tutte le torture,
colpita da te crudelissimo cacciatore,
sconosciuto – dio…

Quando Nietzsche ha notoriamente dichiarato ‘Dio è morto’, chiaramente c’era la necessità di associare un chiarimento. Questo ‘Dio sconosciuto’ era tutt’altro che morto e aveva Nietzsche in pugno. Se Hitler era ‘l’avatar’ di Wotan, Nietzsche ne era lo scriba e profeta. Jung si riferisce a un’esperienza mistica che ebbe Nietzsche, che indica uno stato di possessione da parte di Wotan come archetipo:

Questa notevole immagine di Dio-cacciatore non è una semplice figura ditirambica di parole, ma si basa su un’esperienza che Nietzsche ebbe a quindici anni, a Pforta. È descritta in un libro dalla sorella di Nietzsche, Elizabeth Foerster-Nietzsche. Mentre stava vagando in un bosco cupo di notte, era terrorizzato da un ‘urlo agghiacciante da un vicino manicomio’, e subito dopo si trovò faccia a faccia con un cacciatore le cui ‘caratteristiche erano selvagge e inquietanti’. Mettendosi il fischietto alle labbra ‘in una valle circondata da macchia selvaggia’, il cacciatore ‘soffiò, un colpo così acuto’ che Nietzsche perse conoscenza – e si svegliò di nuovo in Pforta. Era un incubo. È significativo che nel suo sogno, Nietzsche, che in realtà intendeva andare a Eisleben, città di Lutero, discuteva con il cacciatore sulla questione di andare invece a ‘Teutschenthal’ (Valle dei tedeschi). Nessuno che sia dotato di orecchie può fraintendere il fischio stridulo del dio della tempesta nel bosco notturno.

Era davvero solo il filologo classico in Nietzsche che portò al dio chiamato Dioniso, invece che a Wotan – o era forse dovuto al suo incontro fatale con Wagner?

L’immaginario ha le caratteristiche di Wotan, come capo della Caccia Selvaggia. È in questo ruolo che Wotan era sopravvissuto alla sua relegazione nella ‘ombra dell’inconscio collettivo tedesco’, cosa che gli ha permesso nel corso dei secoli di riemergere nella coscienza. È in questo ruolo che Wotan si è manifestato dalla Scandinavia alla Svizzera. Il sogno di Nietzsche contiene tutti gli elementi primari del mito. È nelle foreste di notte che un viaggiatore sprovveduto poteva incontrare un volto spaventoso di Wotan, al grido di ‘Midden in dem Weg!’, mentre i suoi compagni gridano ‘Wod! Wod!'[36] e così Nietzsche ragazzo di 15 anni aveva incontrato il ‘Dio sconosciuto’ come Wotan in forma di Cacciatore Selvaggio, ma non lo aveva mai riconosciuto. Nonostante le sue successive descrizioni poetiche del ‘Dio ignoto, che è inconfondibilmente Wotan, la sua identità è rimasta oscurata dalle preoccupazioni classiche di Nietzsche. Jung continua con un’altra visione profetica del ritorno di Wotan tra i Tedeschi:

Nel suo Reich ohne Raum, che fu pubblicato nel 1919, Bruno Goetz vide il segreto degli eventi futuri in Germania, sotto forma di una visione molto strana. Non ho mai dimenticato questo piccolo libro, perché mi aveva colpito al tempo come una previsione del clima tedesco. Anticipa il conflitto tra il regno delle idee e la vita, tra la duplice natura di Wotan come dio della tempesta e delle riflessioni segrete. Wotan scomparve quando le sue querce caddero ed apparve di nuovo quando il Dio cristiano si dimostrò troppo debole per salvare la cristianità dalla strage fratricida. Quando il Santo Padre a Roma non poteva che lamentarsi impotente davanti a Dio sulle sorti del Grex segregatus, il vecchio cacciatore con un occhio solo, ai margini della foresta tedesca, rise e montò in sella a Sleipnir.

Quindi, quando Hitler trionfò sulla Germania, Jung considerò il ruolo degli archetipi come più utile, nello spiegare il fenomeno, rispetto a mere interpretazioni politiche o sociologiche:

Siamo sempre convinti che il mondo moderno sia un mondo razionale, basando il nostro parere su fattori economici, politici e psicologici. Ma se riusciamo a dimenticare per un momento che stiamo vivendo nell’anno del Signore 1936, e a mettere da parte il nostro ben-pensare, ragionevolezza fin troppo umana, e a gravare Dio o gli dei della responsabilità degli eventi contemporanei, anziché l’uomo, troveremmo Wotan molto adatto come ipotesi causale. In effetti, azzardo il suggerimento eretico che le insondabili profondità del personaggio di Wotan riescano a spiegare del Nazionalsocialismo più di tutti e tre i fattori ragionevoli messi insieme. Non vi è dubbio che ognuno di questi fattori spieghi un aspetto importante di ciò che sta accadendo in Germania, ma Wotan spiega ancora di più. Egli è particolarmente illuminante nei confronti di un fenomeno generale, che è così strano per chiunque non sia Tedesco da restare incomprensibile, persino dopo la riflessione più profonda.

Forse potremmo riassumere questo fenomeno generale come Ergriffenheit – uno stato di rapimento o possessione. Il termine postula non solo un Ergriffener (uno che è rapito), ma anche un Ergreifer (colui che rapisce). Wotan è un Ergreifer di uomini, e, a meno che non si voglia divinizzare Hitler – cosa effettivamente accaduta in realtà – è veramente l’unica spiegazione. È vero che Wotan condivide questa qualità con suo cugino Dioniso, ma Dioniso sembra aver esercitato la sua influenza soprattutto sulle donne. Le menadi erano una sorta di truppe d’assalto femminili, e, secondo i rapporti mitici, erano piuttosto pericolose. Wotan si limita ai berserker, che hanno trovato la loro vocazione come le camicie nere dei re mitici.

Una mente ancora infantile pensa agli dei come entità metafisiche esistenti nel loro mondo, oppure li considera come invenzioni giocose o superstiziose. Da entrambi i punti di vista il parallelo tra Wotan redivivo e la tempesta sociale, politica e psichica che sta scuotendo la Germania potrebbe avere almeno il valore della parabola. Ma dal momento che gli dei sono senza dubbio personificazioni di forze psichiche, affermare la loro esistenza metafisica è tanto una presunzione intellettuale quanto lo è l’opinione secondo cui potrebbero sempre essere inventati. Non che le “forze psichiche” abbiano qualcosa a che fare con la mente cosciente, affezionati come siamo al giocare con l’idea per cui la coscienza e la psiche sono identiche. Questo è solo un altro pezzo di presunzione intellettuale. Le ‘forze psichiche’ hanno molto più a che fare con il regno dell’inconscio. La nostra mania di spiegazioni razionali ha ovviamente le sue radici nella nostra paura della metafisica, poiché i due sono sempre stati fratelli nemici. Quindi, qualsiasi cosa di inaspettato che ci si avvicini dal regno oscuro è considerato o come proveniente dall’esterno e quindi come reale, oppure come un’allucinazione e, di conseguenza, non vero. L’idea che tutto può essere reale o vero anche non proveniendo dall’esterno ha appena cominciato a farsi strada nell’uomo contemporaneo.

Per il bene di una migliore comprensione e per evitare pregiudizi, potremmo naturalmente fare a meno del nome ‘Wotan’ e parlare invece di furor Teutonicus. Ma dovremmo dire comunque la stessa cosa e non altrettanto bene, poiché il furor in questo caso è una mera psicologizzazione di Wotan e non ci dice niente se non che i Tedeschi sono in uno stato di ‘furia’. Perdiamo così di vista la caratteristica più peculiare di tutto questo fenomeno, vale a dire, l’aspetto drammatico di Ergreifer e Ergriffener. La cosa impressionante del fenomeno tedesco è che un uomo, che è, ovviamente, ‘posseduto’, ha contagiato tutta una nazione a tal punto che tutto si mette in moto e inizia a rotolare sul suo corso verso la perdizione[37].

È evidente dai passaggi di cui sopra che Jung stesse osservando un fenomeno e spiegando le sue origini in maniera scientifica e distaccata. Tuttavia, per molti nel mondo accademico, l’obiettività scientifica e distaccata in materia di tali questioni equivale ad essere un ‘simpatizzante nazista’, e a quanto pare si può sfuggire a tale onta solo con dichiarazioni isteriche di opposizione che sembrano più simili a tratti politici piuttosto che cercare di esaminare un fenomeno in maniera clinica, e quindi magari rendere un qualche autentico servizio all’umanità. Jung stava osservando ciò che stava avvenendo in Germania su base collettiva, come avrebbe osservato e analizzato un paziente come individuo. Stava anche offrendo un primo avviso su dove il fenomeno avrebbe potuto portare, una volta che la ‘forza psichica’ di Wotan si era scatenata, potendo assumere il ruolo di capo della Caccia Selvaggia, che prende tutto davanti a sé senza pietà, piuttosto che il suo ruolo di musa che aveva poco prima ispirato i vagabondaggi felici di migliaia di giovani tedeschi, che camminavano nelle campagne, in lungo e in largo, cantando sulle note di mandolino e chitarra nel rifiuto gioioso dell’epoca materialistica e tecnologica[38], e che ora si manifestava nella Gioventù hitleriana e nella Lega delle Fanciulle Tedesche. Jung contiua:

Mi sembra che Wotan centri il bersaglio come ipotesi. A quanto pare era in realtà solo addormentato nel monte Kyffhauser fino a quando i corvi lo hanno chiamato e gli hanno annunciato l’alba del nuovo giorno. È caratteristica fondamentale della psiche tedesca, un fattore psichico irrazionale che agisce sulla pressione della civilizzazione come un ciclone e la spazza via. Nonostante il loro nervosismo, gli adoratori di Wotan sembrano aver giudicato le cose più correttamente rispetto agli adoratori della ragione. A quanto pare tutti avevano dimenticato che Wotan è un dato germanico di primaria importanza, l’espressione fedele e la personificazione insuperabile di una qualità fondamentale che è particolarmente caratteristica dei Tedeschi. Houston Stewart Chamberlain[39] è un sintomo che suscita il sospetto che altri dei velati possano dormire altrove. L’enfasi sulla razza tedesca – comunemente chiamata ‘Ariana’ – l’eredità germanica, il sangue e suolo, le canzoni Wagalaweia, la Cavalcata delle Valchirie, Gesù come un eroe biondo e dagli occhi azzurri, la madre greca di San Paolo, il diavolo come Alberich internazionale in veste ebraica o massonica, l’aurora boreale nordica come luce della civiltà, le razze inferiori del Mediterraneo – tutto questo è lo scenario indispensabile per il dramma che si sta svolgendo e in fondo vogliono dire la stessa cosa: un dio ha preso possesso dei Tedeschi e la loro casa è piena di un ‘vento impetuoso’. Fu subito dopo che Hitler prese il potere, se non sbaglio, che apparve un cartone animato della Punch di un berserker delirante che si libera dai suoi legami strappandoli. Un uragano si è scatenato in Germania, mentre noi ancora crediamo che sia bel tempo[40].

La rinascita atavica aveva conquistato la ‘ragione’, che a sua volta aveva spesso – e continua a farlo – assunto forme che sono irrazionali e assumono una manifestazione religiosa, dando testimonianza delle forze irrazionali che continuano a guidare l’uomo, qualunque sia l’impiallacciatura razionalista. Quindi, ‘l’Illuminismo’ dava origine ai culti antagonistici di ‘Ragione’ e di ‘Natura’ tra i rivoluzionari francesi, i cui ideologi sventolavano la bandiera della ‘scienza’, per divenire manifesta solo nello spettacolo di un’attrice adornata, in stile classico, come la ‘Dea della Ragione’ sull’altare della cattedrale di Notre Dame nel 1793, mentre il materialismo scientifico in URSS divinizzava il cadavere di Lenin mummificandolo e seppellendolo in una piramide a gradoni[41].

Mentre gli eserciti germanici ribadivano la furia dei Teutoni con Wotan liberato, è forse stata la reazione degli Alleati meno feroce? Non si possono porre queste domande in maniera scientifica oggi, non più di quanto non si potesse al tempo di Jung, senza aspettarsi di essere diffamati come ‘simpatizzanti del nazismo’. Siamo costretti da una dicotomia morale che deve le sue origini ad un Dio di una cultura diversa. Tuttavia, non si potrebbe dire, dati fenomeni insoliti come le impiccagioni a Norimberga[42] o il Piano Morgenthau per lo sterminio nel dopoguerra dei Tedeschi e la scomparsa delle loro statualità[43], che la reazione contro la tempesta Wotanica fuori dalla Germania, fosse una tempesta di altro tipo proveniente dal Levante? Qui ad affrontare Wotan era Yahweh, il Dio tribale della Vendetta, che si era trasformato nel corso dei secoli sotto l’impronta dell’Occidentale e aveva assunto la forma del ‘Cristo Ariano'[44], ma che ora si riaffermava in tutta la sua antica furia tribale come geloso Dio levantino della Guerra[45] alla testa degli eserciti alleati. D’altronde era un Dio le cui tempeste di fuoco incenerirono letteralmente centinaia di migliaia di persone in città come Dresda, Amburgo, e altre. Altrove nel saggio ‘Wotan’, Jung allude a questo fenomeno storico di confronto con un Dio straniero, riferendosi a Yahweh:

Da sempre è terribile cadere nelle mani di un dio vivente. Yahweh non era un’eccezione a questa regola, e i vari Filistei, Edomiti, Amorrei, e il resto, che erano al di fuori della esperienza di Yahweh, di certo devono averlo trovato estremamente sgradevole[46].

Ciò che rendeva Jung speranzoso sull’hitlerismo era che l’evocazione al riconoscimento cosciente del Dio Ignoto offriva la potenziale opportunità di riconoscere gli impulsi atavici e trattare con loro in modo positivo, come l’analista si pone con i complessi repressi del singolo, che possono poi essere integrati in modo positivo e creativo. Era un esperimento di massa in psicologia analitica che avrebbe potuto fornire lezioni agli altri popoli e culture per risolvere i loro conflitti interiori.

Sono soprattutto i Tedeschi ad avere un’occasione, forse unica nella storia, di esaminare il proprio cuore e imparare che cosa fossero quei pericoli dell’anima da cui il Cristianesimo aveva cercato di salvare il genere umano. La Germania è una terra di catastrofi spirituali, dove la natura non fa mai più che una finzione di pace con la ragione dominante in tutto il mondo. Il disturbatore della pace è un vento che soffia in Europa dalla vastità dell’Asia, spazzando su un ampio fronte dalla Tracia al Baltico, distruggendo le nazioni davanti a sè  come foglie secche, o ispirando pensieri che scuotono il mondo dalle fondamenta. Si tratta di un Dioniso elementale che irrompe nell’ordine apollineo. Il fomentatore di questa tempesta si chiama Wotan, e possiamo imparare molto su di lui dalla confusione politica e sconvolgimento spirituale che ha causato nel corso della storia. Per una ricerca più precisa del suo personaggio, però, dobbiamo tornare all’età dei miti, che non spiegava tutto in termini di uomo e le sue capacità limitate, ma ricercava la causa più profonda nella psiche e nei suoi poteri autonomi. Le prime intuizioni dell’uomo personificavano questi poteri come dei, e li descrivevano nei miti con grande attenzione e circostanzialità secondo i loro diversi caratteri. Ciò poteva essere fatto più rapidamente in considerazione delle tipologie primordiali o immagini fermamente stabilite che sono innate nell’inconscio di molte razze ed esercitano un’influenza diretta su di loro.

Jung ora arriva ad un’altra delle sue teorie controverse; che gli archetipi divennero razzialmente differenziati con la differenziazione del genere umano in razze. Jung aveva detto altrove di queste differenze razziali, presenti nell’inconscio collettivo e individuale:

Quindi è un errore abbastanza imperdonabile accettare le conclusioni di una psicologia ebraica come generalmente valide[47]. Nessuno si sognerebbe di considerare la psicologia cinese o indiana come vincolante per noi stessi. L’accusa a buon mercato di antisemitismo che mi è stata rivolta in base a questa critica è intelligente circa come accusarmi di un pregiudizio anti-cinese. Non c’è dubbio che, a un livello primario e più profondo dello sviluppo psichico, in cui è ancora impossibile distinguere tra mentalità ariana, semita, camita, o mongola, tutte le razze umane abbiano una psiche collettiva comune. Ma con l’inizio della differenziazione razziale, differenze essenziali si sviluppano nella psiche collettiva. Per questo motivo non possiamo trapiantare lo spirito di una razza straniera in globo nella nostra mentalità, senza ledere la sensibilità di questa, un fatto che, tuttavia, non scoraggia varie nature di istinto debole dall’influenzare la filosofia indiana e simili[48].

Dato il riconoscimento della differenziazione razziale nella psicologia analitica, Jung è stato quindi in grado di interpretare le azioni delle nazioni in base ai loro archetipi, come loro Dei, parlando di questo nel suo saggio ‘Wotan’:

Poiché il comportamento di una razza assume il suo carattere specifico dalle sue immagini interiori, si può parlare di un archetipo ‘Wotan’. Come fattore psichico autonomo, Wotan produce effetti nella vita collettiva di un popolo e rivela così la sua natura. Poiché Wotan ha una sua biologia peculiare, a prescindere dalla natura dell’uomo. È solo di tanto in tanto che gli individui cadono sotto l’influenza irresistibile di questo fattore inconscio. Quando è quiescente, non si è consapevoli dell’archetipo Wotan, non più di quanto lo si possa essere di una epilessia latente. Potevano i Tedeschi che erano adulti nel 1914 prevedere quello che sarebbe successo oggi? Tali trasformazioni sorprendenti sono l’effetto del dio del vento, che ‘soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai da dove viene né dove va’. Esso prende tutto sul suo cammino e rovescia tutto ciò che non è saldamente radicato. Quando il vento soffia scuote tutto ciò che è insicuro, sia fuori che dentro. […] [49]

Tuttavia, la differenziazione razziale non vale per il carattere degli archetipi. Dato che, secondo Jung, la mente è composta di strati ereditari, le caratteristiche della mente sono ereditate non solo su base razziale ma anche su base culturale. Mentre, come accennato in precedenza, il nostro cervello è composto di organi che riflettono diversi livelli di evoluzione, dal sistema limbico alla corteccia cerebrale, analogamente, l’inconscio riflette un patrimonio culturale ereditato. Questo significa che ‘l’uomo moderno’ è stato spinto nella civiltà tecnologica, e il cambiamento è stato sempre esponenziale. La psiche dell’uomo moderno non è del tutto – non ancora prevalentemente – ‘moderna’. Esistono strati della mente ereditati da precedenti epoche culturali, tra cui la più primordiale. Jung spiegava questo in modo convincente nella sua autobiografia:

Se l’inconscio è un qualcosa di qualche rilievo, esso deve essere costituito da fasi precedenti della nostra psiche cosciente… Proprio come il corpo ha una preistoria anatomica di milioni di anni, così anche il sistema psichico. E proprio come il corpo umano rappresenta oggi in ciascuna delle sue parti il risultato di questa evoluzione, e mostra ancora ovunque tracce delle sue fasi precedenti – così lo stesso si può dire della psiche[50].

Inoltre, Jung afferma questo:

Le nostre anime e i nostri corpi sono composti da singoli elementi che erano già tutti presenti nelle fila dei nostri antenati. La ‘novità’ della psiche individuale è una ricombinazione infinitamente variegata di componenti secolari. Corpo e anima di conseguenza hanno un carattere intensamente storico e non trovano posto in ciò che è nuovo. Vale a dire, i nostri componenti ancestrali sono solo in parte a casa nelle cose che sono appena state poste in essere. Siamo certamente lontani dall’aver finito con il Medioevo, l’antichità classica, e la primitività, come finge la nostra psiche moderna. Ciononostante ci siamo immersi in una cataratta di progresso che ci spazza verso il futuro con una violenza tanto più selvaggia quanto più lontano ci porta dalle nostre fila. Meno capiamo ciò che i nostri antenati cercavano, meno capiamo noi stessi, e quindi contribuiamo con tutte le nostre forze a derubare l’individuo delle sue radici e del suo istinto di guida […]. [51]

L’uomo moderno esiste in un mondo tecnologico, il cui progresso è esponenziale, ma la sua psiche non è in grado di tenere il passo con il cambiamento. La sua mente non ‘progredisce’ in maniera analogamente esponenziale. Si tratta di un problema considerato anche dal grande fisiologo Alexis Carrel, un altro uomo della ‘Destra’[52]:

L’ambiente che ha plasmato il corpo e l’anima dei nostri antenati per molti millenni è stato ora sostituito da un altro. Questa rivoluzione silenziosa ha avuto luogo quasi senza che ce ne accorgessimo. Non abbiamo capito la sua importanza. Tuttavia, è uno degli eventi più drammatici della storia dell’umanità. Poiché qualsiasi modifica nel loro ambiente disturba inevitabilmente e profondamente tutti gli esseri viventi. Dobbiamo, quindi, accertare l’entità delle trasformazioni imposte dalla scienza sui modi di vita ancestrali, e di conseguenza su di noi[53].

[….] Gli esseri umani non sono cresciuti così rapidamente come le istituzioni scaturite dal loro cervello […]. La civiltà moderna si trova in una posizione difficile, perché non è adatta a noi. È stata costruita senza alcuna conoscenza della nostra vera natura […]. [54]

Nonostante questa parvenza di civiltà tecnologica e il culto del razionalismo e della scienza, così come il rivestimento del Cristianesimo, gli antichi archetipi non scompaiono; essi sono repressi e si nascondono nelle ‘ombre’ dell’inconscio collettivo. Tornando al saggio ‘Wotan’ di Jung:

Non era nella natura di Wotan indugiare e mostrare segni di vecchiaia. Egli è semplicemente scomparso quando i tempi si sono rivoltati contro di lui, e rimase invisibile per più di mille anni, lavorando in forma anonima e indirettamente. Gli archetipi sono come letti dei fiumi che seccano quando l’acqua li abbandona, ma che può ritrovare in qualsiasi momento. Un archetipo è come un vecchio corso d’acqua lungo il quale l’acqua della vita è passata per secoli, scavando un profondo canale per il suo passaggio. Quanto più a lungo essa è fluita in questo canale più è probabile che prima o poi l’acqua tornerà al suo vecchio letto. La vita dell’individuo in quanto membro della società e in particolare come parte dello Stato può essere regolata come un canale, ma la vita delle nazioni è un grande fiume impetuoso, totalmente al di fuori del controllo umano, nelle mani di Chi è sempre stato più forte degli uomini. […]Gli eventi politici si muovono da una situazione di stallo a un’altra, come un torrente catturato in gole, insenature e paludi. Tutto il controllo umano finisce quando l’individuo è colto da un movimento di massa. Allora, gli archetipi cominciano a operare, come avviene, anche, nella vita delle persone quando esse si trovano di fronte a situazioni che non possono essere affrontate in un modo normalmente familiare. Ma ciò che un cosiddetto Führer fa con un movimento di massa, può chiaramente essere visto se volgiamo lo sguardo verso il nord o sud del nostro paese. […] [55]

Jung vide questo ritorno di Wotan, come la rinascita del vero carattere germanico che era stato represso per secoli, che non poteva essere trattenuto per sempre e sarebbe esploso in qualche modo, nel bene o nel male. Egli considerava ‘il Cristianesimo tedesco’ come un’aberrazione che non era fedele al carattere tedesco. Jung riteneva che questa forza doveva essere riconosciuta apertamente e integrata nel moderno popolo tedesco, piuttosto che essere sublimata in qualsiasi forma di ‘Cristianesimo’. Egli scrisse della forma desiderabile che la religiosità tedesca avrebbe dovuto prendere per il ritorno all’Etenismo:

[…]‘I cristiani tedeschi’ sono una contraddizione in molti termini e farebbero meglio a unirsi al ‘Movimento per la Fede Tedesca’ di Hauer. Queste sono persone oneste e ben intenzionate che ammettono onestamente la loro Ergriffenheit e cercano di venire a patti con questa realtà nuova e innegabile. Vanno di fronte a una quantità enorme di problemi nel farla sembrare meno allarmante vestendola di un abito storico conciliante e dandoci consolanti scorci di grandi figure come Meister Eckhart, che era, anch’egli, un tedesco e, inoltre, ergriffen. In questo modo la domanda scomoda su chi sia un Ergreifer è aggirata. Era sempre ‘Dio’. Ma più Hauer limita la sfera mondiale della cultura indo-europea alla ‘Nordica’ in generale ed all’Edda in particolare, e più ‘tedesca’ diventa questa fede come manifestazione di Ergriffenheit, e più è dolorosamente evidente che il dio ‘tedesco’ è il dio dei Tedeschi.

Non si può leggere il libro di Hauer senza emozione, se lo si considera come lo sforzo tragico e veramente eroico di uno studioso coscienzioso che, senza sapere come gli fosse accaduto, fu violentemente convocato dalla voce impercettibile del Ergreifer e stava ora cercando con tutte le sue forze, e con tutte le sue conoscenze e competenze, di costruire un ponte tra le forze oscure della vita e il mondo splendente delle idee storiche. Ma cosa significano per l’uomo di oggi tutte le bellezze del passato da livelli di cultura totalmente diversi, quando si confronta con un dio tribale vivente e insondabile che non ha mai sperimentato prima? Egli viene aspirato come una foglia secca nel vortice ruggente, e le allitterazioni ritmiche dell’Edda divennero inestricabilmente mescolate con testi mistici cristiani, poesia tedesca e saggezza delle Upanishad. Hauer stesso è ergriffen dalle profondità di significato delle parole primordiali che sono alla radice delle lingue germaniche, in una misura che certamente non ha mai conosciuto prima. Hauer l’Indologista non è da biasimare per questo, né per l’Edda; è piuttosto colpa del kairos – il momento presente nel tempo – il cui nome a un esame più approfondito si rivela essere Wotan. Vorrei, pertanto, consigliare al Movimento per la Fede Tedesca di mettere da parte i loro scrupoli. Le persone intelligenti non li confonderà con i rozzi adoratori di Wotan la cui fede è una mera pretesa. Ci sono persone nel Movimento per la Fede Tedesca che sono abbastanza intelligenti non solo per credere, ma per sapere, che il dio dei tedeschi è Wotan e non il Dio cristiano. Questa è una tragica esperienza e non un disonore. Da sempre è terribile cadere nelle mani di un dio vivente. Yahweh non era un’eccezione a questa regola, e i Filistei, Edomiti, Amorrei, e il resto, che erano al di fuori della esperienza di Yahweh, di certo devono averlo trovato estremamente sgradevole. L’esperienza semitica di Allah è stata per molto tempo un affare estremamente doloroso per tutta la Cristianità. Noi che ne stiamo fuori giudichiamo troppo i Tedeschi, come se fossero agenti responsabili, ma forse sarebbe più vicino alla verità considerare anche loro come vittime[56].

Qui Jung sta consigliando che il miglior corso da adottare per la religiosità tedesca è un riconoscimento palese del primato di Wotan, senza essere mescolato con un ‘Cristo Ariano’ o scritture indo-ariane d’Oriente, che erano tutte popolari tra gli etno-nazionalisti tedeschi, che cercavano una più ampia eredità ‘indo-europea’ per i Germanici, che si estendesse fino all’India e l’Iran. Quindi Jung consigliava di tornare ai fondamenti che avevano plasmato il popolo tedesco, senza tentare di sintetizzare Cristo, Edda e le Upanishad in una ‘fede tedesca’ che non avrebbe comunque dato a Wotan la sua piena realizzazione. La ‘Indologia’ era emersa soprattutto in Germania durante la seconda metà del 19° secolo, quando studiosi e filologi in particolare richiamavano alle connessioni tra la più ampia famiglia dei popoli indoeuropei, e trovarono la relazione tra il Sanscrito e il Tedesco, Inglese, Latino, ecc e analogie tra Induismo e Etenismo Germanico. Come per il Cristianesimo, questa era ora considerata una religione ‘ariana’, se non in origine, almeno nel modo con cui era stata rimodellata per adattarsi al carattere preesistente dei Germanici. Uno dei più influenti studiosi tedeschi del 19° secolo, Ernst Renan, scrisse che, ‘In origine ebraico fino al midollo, il Cristianesimo nel corso del tempo si è sbarazzato di quasi tutto quello che aveva preso dalla razza, così che quelli che considerano il Cristianesimo come la religione ariana hanno per molti aspetti ragione'[57]. Tali idee influenzarono l’ideologo nazista di spicco Alfred Rosenberg[58]. Tuttavia, Jung a quanto pare non ha mai abbracciato nessuna nozione pan-Ariana, e ha insistito su una divisione tra Oriente e Occidente a prescindere dalle componenti razziali nel primo. Qualunque sia la comunanza primordiale tra Indo-Ariani e Germanici, questa era stata da tempo subordinata alle distanze emerse nel corso dei millenni che si erano manifestate in una differenziazione degli archetipi. Dal punto di vista di Jung, era altrettanto insoddisfacente per un Germanico abbracciare la spiritualità Indica come lo era abbracciare l’ebraicità del Cristianesimo, poiché entrambi estranei alla psiche germanica. Come precedentemente accennato, Jung avrebbe in seguito scritto delle “varie nature di deboli istinti… che interessano la filosofia indiana e simili'[59], quando metteva in guardia sul carattere negativo dell’essere influenzati da archetipi stranieri. Questo è il motivo per cui Jung espresse la speranza nel lavoro del Movimento per la Fede Tedesca, ed evidentemente cercava un Wotanismo purificato.

Tuttavia il Movimento per la Fede Tedesca non arrivò mai vicino ai circoli di governo del Reich, e cercò senza successo di ottenere un certo tipo di riconoscimento come ‘vera espressione religiosa del Nazismo’[60]. Ciò che Hauer desiderava era la creazione di un ‘Gruppo di Lavoro Religioso della Nazione Tedesca’ che avrebbe compreso le chiese cristiane insieme al suo movimento, anziché essere in rivalità tra loro[61]. Nonostante la letteratura popolare che tentava di collegare il Nazismo al paganesimo, c’era ben poco sostegno da parte della leadership del Reich a favore dell’integrazione del Wotanismo nonostante i riti pagani e le allusioni al Wotanismo tra la Gioventù hitleriana, alcune influenze delle SS, e altrove. Anche se sprezzante della rinascita di una religione Wotanista, Hitler tuttavia vedeva il beneficio degli elementi wotanisti nel mostrare ai giovani ‘il potente opera della creazione divina’[62]. Ciò che Hitler desiderava da un punto di vista pragmatico era l’unione delle confessioni cristiane all’interno di una singola Chiesa del Reich con se stesso a capo di quella Chiesa[63], nello stesso modo in cui il monarca britannico è riconosciuto come capo della Chiesa anglicana[64]. Hauer del Movimento per la Fede Tedesca cercava il dialogo con il Cristianesimo Tedesco, come sopra indicato, e considerava un cristiano tedesco come più vicino al suo movimento di un pagano non tedesco[65]. Jung auspicava un approccio più netto da parte del Movimento per la Fede Tedesca, come corpo principale del Wotanismo in Germania. Non avrebbe visto niente di buono dalla suggestione di sfocare il contrasto tra Wotanismo e ‘Cristianesimo Ariano’, ma lo avrebbe visto come un ostacolo per l’evocazione della piena consapevolezza dell’archetipo Wotan.

Se applichiamo il nostro punto certamente di vista peculiare in modo coerente, siamo spinti a concludere che Wotan deve, nel tempo, rivelare non solo il lato irrequieto, violento, burrascoso del suo carattere, ma anche le sue qualità estatiche e mantiche – aspetto molto diverso della sua natura. Se questa conclusione è corretta, il Nazionalsocialismo non sarebbe l’ultima parola. Devono esserci, nascoste sullo sfondo, cose che non possiamo immaginare al momento, ma possiamo aspettarci che vengano visualizzate nel corso dei prossimi anni o decenni. Il risveglio di Wotan è un tuffo nel passato; il torrente è stato arginato ed è tornato nel suo vecchio canale. Ma l’ostacolo non durerà per sempre; è piuttosto un reculer pour mieux sauter, e l’acqua salterà l’ostacolo. Poi, finalmente, sapremo cosa dice Wotan quando ‘mormora con la testa di Mimir’[66].

Liberare una forza come quella rappresentata da Wotan rappresenta pericoli che Jung ha chiaramente riconosciuto. Come un fiume arginato, il suo scatenamento aveva il potenziale per seguire un corso di estatica energia creativa o la distruzione fino al punto di auto-distruzione. Ha il potenziale di nutrire o di annegare. Il pessimismo di Jung per quanto riguarda la situazione mondiale aumentò, e non vedeva nulla di buono nel mondo del dopoguerra, ossessionato dalla tecnologia, iper-razionalista. Egli era sconvolto dalla crescita del Comunismo, ma vedeva l’opposizione dell’Occidente ad esso come ‘totalmente fallita nella compensazione di idee’. Jung pensava che l’Occidente stava affrontando quattro problemi principali nella sua struttura profonda: la tecnologia, il materialismo, la mancanza di individualità e la mancanza di integrazione[67]. Wotan era stato invocato maldestramente da accoliti semi-coscienti e dunque respinto da Yahweh, e nulla si era risolto a favore dell’Occidente.

[1] Jung non ha mai ripudiato la sua lode per Franco e Mussolini. F McLynn, Jung: Una Biografia (Londra: Black Swan, 1997), pp 351-352..

[2] Martin Heidegger è un altro esempio primario. Vedere: Hugo Ott, Martin Heidegger: Una Vita Politica (Londra: Fontana Press, 1993).

[3] F McLynn, op. cit., pp. 228-229.

[4] C G Jung, ‘Wotan’, Neue Schweizer Rundschau, Zurigo, Marzo, 1936, No. 3.

[5] C G Jung, ‘Wotan’, Saggi su Eventi Contemporanei (Londra: Kegan Paul, 1947), Capitolo 1.

[6] C G Jung a Miguel Serrano, Zurigo, 14 Settembre 1960; in M Serrano, Jung & Hesse: Memoria di due amicizie (New York: Schocken Books, 1968), p. 84.

[7] C G Jung a M Serrano, ibid., pp. 84-85.

[8] D Cox, Psicologia Analitica: Introduzione al lavoro di C G Jung (Suffolk: Hodder and Stoughton, 1973), pp. 59-60.

[9] D Cox, ibid., p. 61.

[10] D Cox, ibid., p. 62.

[11] D Cox, ibid., pp. 63-64.

[12] C G Jung a M Serrano, op. cit., p. 85.

[13]T Ravenscroft, La Lancia del Destino (Maine: Samuel Weiser, 1973), J H Brennan, Il Reich Occulto (New York: Signet, 1974), F King, Satana e la Swastika (St Albans, Herts.: Granada, 1976), etc.

[14] J Toland, Adolf Hitler (New York: Doubleday & Co, 1976), p. 64.

[15] Ibid.

[16] Ibid.

[17] C G Jung, Opere (Princeton University Press, 1970), Volume 10, p. 185.

[18] C G Jung, Tipi Psicologici (Londra: Kegan Paul, 1933), p. 55.

[19] C G Jung, Opere, ‘Gli Archetipi e l’Inconscio Collettivo’, (1959) Vol. 9, Parte 1, p. 275.

[20] F McLynn, op. cit., p. 300.

[21] R Cavendish (ed.) Enciclopedia dell’Inspiegabile (Londra: Arkana, 1989), J Webb, ‘Carl Gustav Jung’, p. 129.

[22] C G Jung, Opere, Volume 10, op. cit., p. 237.

[23] C G Jung, ‘Wotan’, Saggi su Eventi Contemporanei, op. cit., Capitolo 1.

[24] Ibid.

[25] Prima della sua sovversione e deragliamento con droga e dottrine di sinistra, l’hippy-ismo era fiducia in se stessi, un movimento di ritorno alla terra, che fuggiva il modernismo e la tecnologia. In un recente documentario televisivo sugli hippy in Nuova Zelanda, dal titolo ‘Sporchi hippy sanguinosi’, uno dei pionieri di questo movimento in Nuova Zelanda parlava del fatto che il movimento fu distrutto dall’introduzione della droga, con ‘Americani che venivano a dare LSD gratis’. È interessante notare che l’uso di LSD da parte della CIA e il reclutamento del psichedelico guru Timothy Leary da parte dell’agente CIA Cord Meyer, è ormai ben noto.

[26] G Kennedy e K Ryan, Radici Hippy e sottocultura perenne (Ojai, California: Nivaria Press, 2004), p. 6.

[27] G Kennedy (editore) Figli del Sole: Antologia pittorica: dalla Germania alla California 1883-1949 (Ojai, California: Nivaria Press, 1998), p. 7.

[28] G Kennedy e K Ryan, Radici Hippy, op. cit., p. 15.

[29] C G Jung Speaking: Interviste e Incontri, (ed.) W McGuire & R F C Hull (Princeton, New Jersey: Princeton University Press, 1977), pp. 126-128.

[30] P Bishop (ed.) Jung In Contesto (Londra: Routledge, 1999). Vedasi: http://www.scribd.com/doc/6919618/JUNG-IN-CONTEXT1

[31] C G Jung, ‘Wotan’, op. cit.

[32] C G Jung, ‘Wotan’, Ibid.

[33] F McLynn, op. cit., pp. 46, 241.

[34] C G Jung, ‘Wotan’, op. cit.

[35] F Nietzsche (1885) Così parlò Zarathustra (Harmondsworth: Penguin Books, 1975).

[36] K H Gundarsson, ‘Il Folklore della Caccia Selvaggia e l’Ospite Furioso’, da una conferenza tenuta per la Cambridge Folklore Society presso la casa del dottor H R Ellis Davidson. Stampato in Mountain Thunder, numero 7, Inverno 1992.

[37] C J Jung, ‘Wotan’, op. cit.

[38] G Kennedy (ed.) Figli del Sole, op. cit., pp. 69-70.

[39] Houston Stewart Chamberlain, un Germanofilo inglese, il cui opus magnum, Fondamenti del XIX Secolo, fu un’influenza fondamentale sia sulla guglielmina Germania che per l’ideologia nazionalsocialista. Vedere: H S Chamberlain, Fondamenti del XIX secolo (Londra: John Lane, Co., 1911).

[40] C G Jung, ‘Wotan’, op. cit.

[41] Un’illustrazione della piramide di Lenin può essere vista: http://rst.gsfc.nasa.gov/Sect6/Sect6_12a.html.

[42] Si noti l’analogia con la celebrazione del Purim che commemora l’impiccagione di Haman come nemico di Israele, insieme ai suoi figli. Esther 7:9-10, 9:25.

[43] J Bacque, Crimini e Pietà: il destino dei civili tedeschi sotto l’Occupazione Alleata 1944-1950 (Londra: Little Brown & Co, 1997), passim.

[44] Vedi: K R Bolton, ‘Odino e l’imperativo faustiano’, qui. Wotan aveva anche assunto la forma del ‘Cristo Ariano’ e c’era una dicotomia irrisolta tra Wotan e questo cristianesimo gotico nella Germania di Hitler che non era risolto, ed è stato anche accennato nel saggio ‘Wotan’ nei confronti del Movimento per la Fede Tedesca. Si noti inoltre che Jung cita anche Wotan come ‘visto, piuttosto imbarazzato, nella riunione casalinga di una setta di gente semplice nella Germania settentrionale, travestito da Cristo seduto su un cavallo bianco’. Per quanto riguarda il conflitto tra Wotan e ‘Cristo Ariano’ nella Germania nazionalsocialista si veda: R Steigmann Gall, il Santo Reich: Concezioni naziste del Cristianesimo 1919-1945 (New York: Cambridge University Press, 2004), passim.

[45] Deuteronomio 2: 34, etc.

[46] C G Jung, ‘Wotan’, op. cit.

[47] Uno dei motivi principali per cui Jung aveva rotto con Freud era il fatto che riteneva che Freud stesse proiettando tratti ebraici in tutta l’umanità senza tenere conto di queste differenze. Questo, naturalmente, ha portato accuse di ‘antisemitismo’ contro Jung.

[48] C G Jung, Opere (New York: Pantheon Books, 1953), Vol. 7, p. 149, nota 8.

[49] C G Jung, ‘Wotan,’, op. cit.

[50] C G Jung, Memorie, Sogni, Riflessioni (New York: Pantheon books, 1961), p. 348.

[51] C G Jung, ibid., pp. 235-236.

[52] K R Bolton, ‘Alexis Carrel: Un Ricordo’, Counter-Currents, http://www.counter-currents.com/2010/11/alexis-carrel-a-commemoration-part-1/#more-6258

[53] A Carrel, L’uomo ignoto (Sydney: Angus e Robertson Ltd., 1937), Capitolo 1: 3.

[54] A Carrel, ibid., Chapter 1: 4.

[55] C G Jung, ‘Wotan’, op. cit.

[56] C G Jung, ibid.

[57] R Steigmann-Gall, op. cit., p. 108

[58] Alfred Rosenberg cercava di mostrare all’inizio del suo opus magnum (1930) che Gesù veniva da una regione che era stata insediata da ‘Nordici’ Amorrei, la Galilea (p. 6). Il problema con il Cristianesimo era l’influenza di Paolo che intraprendeva una missione consapevolmente ebraica, mentre Giovanni rappresentava lo ‘spirito aristocratico’. (Pp. 35-37). Il Mito del XX secolo (Torrance, California: La Noontide Press, 1982).

[59] C G Jung, Opere, 1953, op. cit.

[60] R Steigmann-Gall, op. cit., p. 110.

[61] R Steigmann-Gall, ibid.

[62] R Steigmann-Gall, ibid., p. 143.

[63] R Steigmann-Gall, ibid., pp. 188-189.

[64] R Steigmann-Gall, ibid., pp. 257-258.

[65] R Steigmann-Gall, ibid., p. 149.

[66] C G Jung, ‘Wotan’, op. cit.

[67] F McLynn, op. cit., p. 513.

Fonte: Woden: Riflessioni e prospettive, vol. 4, ed. Troy Southgate (Londra: Black Front Press, 2011).