PREGARE COME UN INDOEUROPEO

odinism

di Tom Rowsell

DOVE svolgere preghiere e rituali? Che cosa si può sacrificare in un blót e quali libagioni possono essere versate? Che cosa dire in una preghiera e quale Dio invocare?

Rispondo a queste domande e spiego il formato tripartito della preghiera indoeuropea con riferimento al Sigrdrífumál e al ciclo della donazione reciproca. Mostrerò anche che aspetto hanno il mio santuario e gli idoli e come porgo loro un’offerta.

Appendice

La religione è definita come “un insieme di credenze… di solito implicanti devozione e osservanze rituali…” (Random House Dictionary). I rituali delle religioni indoeuropee sono spesso trascurati, ma sono molto ampiamente descritti in molti contesti nelle singole lingue. Circa un miliardo di indù mantengono anche i loro antichi rituali quotidiani: ricordano ancora. Lo studio della linguistica indoeuropea (IE) consente una ricostruzione teorica di alcuni dei rituali proto-indoeuropei originali mostrando i significati religiosi comuni di alcune parole proto-indoeuropee (PIE). In alcuni casi si ritiene possibile ricostruire l’attuale formulazione di antichi testi rituali, o almeno quelli più formali a causa delle qualità mnemoniche del versetto. Questo approccio più tecnico è il metodo più prezioso per ricostruire la religione proto-indoeuropea.

In passato, molti rituali indoeuropei sono stati ricostruiti sulla base di studi di religione comparata, comprese le descrizioni del folklore e della letteratura antica, ma gran parte di questo lavoro ha avuto un’agenda politica o religiosa. Tuttavia le descrizioni multiple forniscono un’immagine e una conferma della pratica che può essere adeguatamente ricostruita tramite l’analisi linguistica. Più recentemente, gli archeologi moderni hanno descritto molti siti che hanno elementi religiosi che possono essere analizzati (oltre a trovare molte nuove iscrizioni) e questi hanno fornito una gradita correzione alla libera speculazione che è stata pubblicata in passato. Più standard professionali di analisi della religione (con meno bigottismo) sono stati sviluppati anche negli studi antropologici. Si veda per esempio, pp. 229-232, Schultz e Lavenda, (antropologia culturale, una prospettiva sulla condizione umana, da Emily A. Schultz e Robert H. Lavenda, Mayfield Publishing Co., Mountain View, CA, 1995; abbrev. &L); S e p. 344-382, Haviland (antropologia culturale di William A. Haviland, Harcourt Brace Jovanovich College Publishers, NY, 1993).

Arta

Un esempio del peggio del precedente tipo di analisi è fornito da Émile Benveniste che afferma che “non esiste un termine comune per designare la religione stessa, o il culto, o il sacerdote, e neanche uno per i singoli dèi” pp. 445-6. Egli poi fornisce il primo esempio di ciò di cui nega l’esistenza: la radice *ŗta-, di solito tradotta come ‘ordine’, e ricostruita dal vedico sanscrito Ŗta, e ‘l’ordine’ dell’Arta iranico che forniscono sia una parola astratta che il nome di una dea. Questa radice fornisce anche le forme sanscrite ŗta-Van (masc.), e ŗta-vari (FEM.); e le forme iraniche Artavan (masc.), e Artavari (FEM.), tutte significanti ‘colui che è fedele ad Arta, che è moralmente compiuto’ che sono tipi comuni di formazioni per coloro che assistono ai rituali (per esempio, sacerdoti e sacerdotesse). Dopo aver respinto la possibilità che gli Indoeuropei potessero avere un concetto religioso di base, Benveniste afferma: “Abbiamo qui una delle nozioni cardinali del mondo legale degli Indoeuropei che non dice nulla delle loro idee religiose e morali” (Benveniste , pagg. 379-381). Aggiunge anche che un suffisso astratto -tu formò la radice vedica Ŗtu-, avestica Ratu-, che designava l’ordine, in particolare nelle stagioni e periodi di tempo e che appare nel latino Ritus ‘rito’ preso in prestito in Inglese come ‘rite (s), ritual (s)’. La stessa radice, a volte data come *hrta, appare come -Ratri, l’elemento in molti nomi di festival in India come Shivaratri, il Festival della celebrazione del matrimonio di Shiva. In moderno Hindi, gli ārties (aarties) sono inni speciali che vengono cantati alla fine di un’offerta per assicurarsi che i riti vengano eseguiti correttamente; molti di questi sono dati nella preghiera quotidiana di Snatan. Un altro suffisso -ti dà il latino ars, artis ‘la tecnica per fare qualcosa’, e viene preso in prestito in Inglese come ‘art’. Questa è una delle parole più ampiamente testimoniate e le dee più ampiamente deificate tra gli Indoeuropei. Per molti altri esempi, vedere p. 710, G &I che dà *ar-(tho-) ‘adattare, corrispondere, unire’, con le forme ittite ara, ULara, e DAra ‘Buono, Giusto’, una Dea ittita; anche pp. 56, 57, Pokorny e *Haér (TIS) su p. 362, EIEC.

Un elenco di termini religiosi proto-indoeuropei ricostruiti è fornito da Lyle Campbell (pp. 391-392, Historical Linguistics, An Introduction, MIT Press, Cambridge, 2004), per il quale accredita Michael Weiss. Campbell dà solo la radice nuda e una traduzione; ove possibile, ho aggiunto i numeri di pagina di Encyclopedia of Indo-European Culture (abbreviato EIEC), che amplifica le informazioni e dà alcune delle parole in varie lingue, e anche da Gamkrelidze e Ivanov (abbreviato G&I) che utilizzano diversi tipi di ricostruzione fonetica, ma forniscono anche molti esempi. I miei commenti sono tra parentesi.

  • *isH1ro ‘sacro’ [*eisH1ro, p. 702, G&I]
  • *sakro- ‘sacro’ (derivante da *sak- ‘santificare’) [p. 493, EIEC; p. 702, G&I]
  • *kywen(to)- ‘sacro’ [p. 493, EIEC; p. 702, G&I]
  • *noibho- ‘sacro’ [p. 493, EIEC]
  • *preky ‘pregare’ [si veda perky ‘chiedere, chiedere in matrimonio’ p. 33 EIEC, ma eccetto che in Latino, l’uso sembra essere limitato a un senso non religioso]
  • *meldh ‘pregare’ [p. 449, EIEC; p. 703, G&I; si veda preghiera, pregare, sotto.]
  • *gwhedh ‘pregare’ [p. 449, EIEC]
  • *H1wegwh ‘parlare solennemente’; [*uegwh, p. 449, EIEC; p. 704, G&I]
  • *ĝheuHx ‘chiamare, invocare’ (probabile Inglese ‘God’ da *ĝhū-to- da ‘ciò che è invocato’, ma deriva da *ĝhu-to-‘versare’ da *ĝheu- ‘libare, versare’ è anche possibile), [p. 89, EIEC; si veda invocare, invocazione, sotto.]
  • *kowHxei- ‘sacerdote, veggente/poeta’ [p. 451, EIEC]
  • *Hxiaĝ- ‘adorare’ [*yak’ p. 704fn, G&I]
  • *weik- ‘consacrare’ (significato precedente forse “separare”), [*ueik-, p. 493, EIEC; p. 29, Grimm]. Questa è l’origine della parola Wicca, tra l’altro.
  • *sep- ‘gestire con riverenza’ [p. 450, EIEC]
  • *spend- ‘libare’ [*sphent’- pp. 608, 708, G&I]
  • *ĝheu- ‘libare’ e *ĝheu-mņ ‘libagione’ (ma vedasi *ĝheuHx sopra.)
  • *dapnom ‘pasto sacrificale’ da *dap-. [Vedasi daps sotto.]
  • *tolko/eH2 ‘pasto’ (almeno tardo PIE) [p. 496, EIEC]
  • *nemos ‘bosco sacro’ (utilizzato in Occidente e centro del mondo IE) [némes- p. 248, EIEC]
  • *werbh ‘recinto sacro’

Di seguito sono riportati alcuni elementi del rituale proto-indoeuropeo che possono essere ricostruiti in base all’analisi linguistica. Questo non è affatto tutto, sono solo quelli di cui ho avuto modo di scrivere finora.

Culto degli Antenati

Gli antropologi elencano gli spiriti ancestrali come uno dei tipi di esseri soprannaturali e sono “visti come un interesse attivo nella società umana” p. 348-350, Haviland. Chiamati *patri-> Patris o patrikas (ad esempio ‘padri, piccoli padri’, p. 194-5, EIEC) e *mater > matris o matrikas (ad esempio ‘madri, piccole madri’, p. 385-6, EIEC) entrambi con terminazioni diminutive in varie forme affini, erano adorati tra tutti gli Indoeuropei. In generale, le persone fanno questo andando a siti tombali e offrendo cibo, fiori e lampade illuminate o candele. Gli Indoeuropei adoravano i propri genitori come comunità in periodi regolari dell’anno, specialmente in maggio e novembre.

I “morti onorati” si presumevano persistere in qualsiasi luogo ed erano anche adorati allo stesso modo sotto il nome *Mannus, ad esempio il Latino Di Manes e molte forme affini in altre lingue. Una variante più personale di questo rituale era la commemorazione di compagni perduti da parte di soldati molto diffusa tra i Romani, e celebrato come la Rosalia, circa il 1 ° maggio.

Offerte di Cibo

Un’offerta sacrificale o un’oblazione di orzo tostato viene ricostruita sulla base di *bhrekyh-, da cui deriva il latino arcaico ferctum ‘la torta sacrificale fatta di orzo, miele e burro’, osco fertalis ‘cerimonia rituale che coinvolge torte sacrificali’. Un’offerta è anche ricostruita con parole per ‘fuoco’ come *nk’ni- da cui deriva il sanscrito agní ‘sacro fuoco’, greco Agōn- ‘concorso, giochi (un tipo molto comune di offerta)’ e latino agneus ‘offerta di arrosto, agnello’. Gamkrelidze e Ivanov sostengono che questi insiemi di forme mostrano un rituale proto-indoeuropeo comune con alcune sostituzioni, p. 604-605. Certamente un’offerta rituale che usa il fuoco può essere ricostruita su motivi di religione comparativa perché è descritta esplicitamente in Latino, Sanscrito, Ittita e Greco.

Nel caso di un animale ucciso per un’offerta, il punto non era quello di causare sofferenza all’animale, ma di avere qualcosa da mangiare. Questo processo era tuttavia inquietante per gli Indoeuropei, e hanno espresso questo attraverso il rituale di personificazione dell’animale. Questo appare nel mito di Yama, il primo animale a morire e in rituali e festival legati a questo mito, come il greco Bouphonia Festival, la Poplifugia romana e il Festival di Romolo e il lettone Apjumibas.

vittime sacrificali

Daps è un banchetto, o cibo rituale offerto a una divinità come atto sacro per incoraggiare gli Dei e Dee a fare qualcosa. Gli adoratori spesso celebrano con una festa comunitaria, p. 231-232, S&L, ma un Daps ha la caratteristica distintiva di uno speciale “seggio” previsto per gli Dèi e Dee alla festa. Descrizioni dettagliate di come erigerne uno sono date in Sanscrito, Avestico, Greco e Latino. Questo è un tipo molto arcaico di festival; nelle prime descrizioni, la paglia veniva sparsa sul terreno perché gli antenati o divinità e dee vi si sedessero, dal momento che apparentemente non c’erano mobili disponibili, o non erano ancora stati inventati. In Latino, la forma più vecchia è descritta da Catone nel De Agri Cultura, un libro su come coltivare, e dal momento che dice specificamente che è necessario propiziare gli Dèi e le Dee per produrre buoni raccolti, egli racconta di come fare un Daps.

Nel tardo periodo classico, un Daps nella tradizione greca e romana era diventato una scusa per una festa elaborata e costosa simile a un “gala di beneficenza di New York” e un intero libro è conservato sul tema chiamato Deipnosofisti, che racconta quali alimenti erano serviti e fornisce anche ricette. Conosciamo anche la canzone rituale in latino poiché c’è un Daps per Sant’Agnese cantato a Pasqua, secondo l’Innario Gregoriano. La festa è ricostruita come *dapnom ‘pasto sacrificale’ da *dap-. Forme includono: greco dapáne, con il perideipnon, un banchetto tradizionale presso la tomba di una persona cara; latino daps ‘tavolo cerimoniale (cultico); cibo, pasto, festa’, armeno tawn ‘banchetto’ e antico islandese tafn ‘animale sacrificale, cibo sacrificale’. Le parole correlate sono tocario A. tāpal ‘cibo’ e ittita LUtappala- ‘persona responsabile della cucina di corte’ (p. 606, G &I; p. 323ff e p. 484, Benveniste; p. 496, EIEC). C’è un’ottima discussione sulla “festa degli dèi” di Theoxenia nell’antica pratica di culto greca dalle prove epigrafiche, ed. di Robin Hagg, Svenska Institutet i Athen, Stoccolma, 1994.

Offerte vocali

Le offerte agli dèi e alle dee sotto forma di discorsi (preghiera, lode, canto e storia) sono comuni a tutte le genti secondo gli antropologi. Gli Indoeuropei avevano diverse parole per “Offerte vocali” che possono essere ricostruite in proto-Indoeuropeo, compresi i verbi che significano invocare, pregare, cantare e parole formate da queste mediante un processo regolare.

Invocare, invocazione

Gli Indoeuropei invocavano Dèi e Dee usando la parola *ĝheuHx – ‘chiamare, invocare’ con forme in nove gruppi linguistici (p. 89-90, EIEC; p. 413-4, Pokorny). Invocare qualcuno è “chiamarli” e questo veniva compiuto all’inizio di qualsiasi rituale religioso dove si sperava che le divinità partecipassero o almeno ascoltassero. C’è una costruzione regolare di un sostantivo di agente da questo verbo utilizzando un suffisso *-tar (“colui che fa X”), che produce parole per ‘invocatore’ in quattro gruppi linguistici, e costituisce una delle parole standard per sacerdoti e sacerdotesse tra gli Indoeuropei. Esempi sarebbero gođi in Antico Norreno, sanscrito hotra e avestico zaothra. Ci sono molte altre parole di struttura simile.

Vocativo è il termine grammaticale per il caso di un sostantivo usato per appellarsi a persone o esseri non presenti, ed è ricostruito nel sistema di casi sostantivali proto-indoeuropei. Ad esempio, la forma vocativa greca Deo è di solito tradotta in Italiano con la particella “O” come in “O Dea…” Ogni volta che il vocativo viene utilizzato, indica che l’oratore ha personificato l’oggetto dell’indirizzo, al contrario di limitarsi a riferirsi a un concetto astratto. Per chiarire con un esempio, molti americani si riferiscono a “Madre Natura” come se fosse un essere potente, soprattutto dopo un uragano, ma di solito non vi si appellano direttamente come “O Madre Natura…” che indicherebbe che stiano adorando lei. Questa distinzione è importante perché mostra se una certa divinità è stata effettivamente adorata, o se è solo una metafora poetica o un frutto dell’immaginazione dei molti autori che hanno cercato di ricostruire la religione proto-indoeuropea in modo tale da sostenere le proprie ideologie.

Gli Indoeuropei spesso usano patri ‘padre’ e matri ‘madre’ (o forme simili) dopo il nome di una divinità. C’è una lista di queste in fonti romane: Iane Pater (Janus), Liber Pater, Mars Pater o Marspiter, Neptunus Pater, Saturnus Pater, Dispater, Deus patri, Jupiter e Vediovis Pater, tutti elencati nei libri del CIL. Questo appositivo ha la forza di un vocativo, e sembra essere particolarmente utilizzato quando viene fatta una richiesta, come se l’oratore si aspettasse di essere in grado di fare un appello speciale ai propri genitori, che avrebbero potuto sentirsi obbligati a rispondere come a un figlio o una figlia.

Pregare, Preghiera

Una parola diffusa usata dagli Indoeuropei è ricostruita come *meldh – “Pregate mentre offrite sacrificio, offri parole orante agli dèi”. Questo si basa sulla preghiera degli Ittiti maldai, ‘promettiamo solennemente agli dei di offrire un sacrificio’, la preghiera maldessar, ‘invocazione’; alto tedesco antico meldon ‘comunicare, riferire’; tedesco melden; e antico morreno -mal ‘poesia, racconto’, suffisso in titoli di poesie mitologiche nell’Edda Antica. Altre forme includono l’antico ecclesiastico slavo moliti ‘pregare’; russo antico molit ‘pregare mentre si compie un sacrificio’, Ceco modla ‘idolo, tempio’; lituano meldziu ‘(Io) prego’, malda ‘preghiera’; e armeno malt’em ‘(Io) prego’ (p. 703-4, G &I; p. 722, Pokorny; p. 449, EIEC).

Modello Generale per le Preghiere

Mallory e Adams osservano che esiste un modello formulaico ricostruibile dalle prime preghiere attestate (p. 450 EIEC, basando il loro lavoro su Benveniste, pp. 499-507 e infine su Dumézil). Il modello mostra: 1) invocazione, 2) base, che è la giustificazione di una richiesta (tipicamente: ci hai aiutato prima) e quindi 3) la richiesta spesso con un verbo imperativo alla fine. Essi danno diversi esempi; questo è di Catone (De Agri Cultura, 1:132; l’originale latino è citato in M. P. Catone Sull’Agricoltura):

Iuppiter dapalis, quod tibi fieri oportet in domo familia mea culignam vini dapi, eius rei ergo macte had illace dape pollucenda esto.

Jupiter Dapalis (invocazione), poiché è giusto che una tazza di vino ti sia offerta, nella mia casa e in mezzo al mio popolo, per la tua sacra festa; e a tal fine (base), che tu sia onorato con l’offerta di questo cibo (richiesta).

L’esempio precedente è descritto come una richiesta, ma molti rituali indoeuropei consistono nel ringraziare, e cantare canzoni di lode, soprattutto in regolari festival annuali. Infatti la richiesta qui, come nella maggior parte degli esempi, è che la Deità accetti l’offerta! Le celebrazioni comunitarie sono una parte importante di tutte le religioni indoeuropee, e certamente costituiscono la parte più facilmente ricostruibile della religione proto-indoeuropea. [fuggle26]

La pratica rituale indoeuropea è stata molto variabile su una zona molto ampia (dall’Irlanda all’India) e per un periodo di tempo molto lungo (6000 anni), ed era abbastanza flessibile in accordo con le esigenze delle persone. Tuttavia è possibile ricostruire molti rituali nella loro originale forma proto-indoeuropea, utilizzando metodologie linguistiche e comparative, in concomitanza con i dati archeologici e la pratica religiosa moderna.

Fonti

• Ancient Greek Cult Practice from the Epigraphical Evidence, ed. diRobin Hagg, Svenska Institutet i Athen, Stoccolma, 1994.
• Cultural Anthropology by William A. Haviland, Harcourt Brace Jovanovich College Publishers, NY, 1993.
• Cultural Anthropology, A Perspective on the Human Condition, by Emily A. Schultz e Robert H. Lavenda, Mayfield Publishing Co., Mountain View, CA, 1995. (abbrev. S&L)
• Deutsche Mythologie di Jacob Grimm, (English title Teutonic Mythology, translated by J.S. Stallybrass), George Bell and Sons, Londra, 1883.
• Encyclopedia of Indo-European Culture, di J. P. Mallory, and Douglas Q. Adams, Fitzroy Dearborn, Londra, 1997. (abbreviato EIEC)
• Historical Linguistics, An Introduction, di Lyle Campbell, MIT Press, Cambridge, Mass., 2004.
• Indo-European and the Indo-Europeans: A Reconstruction and Historical Analysis of a Proto-Language and a Proto-Culture, di Thomas V. Gamkrelidze, e Vjaceslav V. Ivanov, (Tendenze in linguistica: studi e monografie 80, 2 Vol. Set), con Werner Winter, ed., e Johanna Nichols, traduttrice (titolo originale Indoevropeiskii iazyk i indoevropeistsy), M. De Gruyter, Berlino & NY, 1995. (abbrev. G&I)
• Indo-European Language and Society di Émile Benveniste (trad. di Elizabeth Palmer, tit. or. Le vocabulaire des institutions Indo-Européennes, 1969), University of Miami Press, Coral Gables, Florida, 1973.
• Indogermanisches Etymologisches Wörterbuch di Julius Pokorny, Francke Verlag, Berna e Monaco, 1959.
• M. P. Cato on Agriculture, Latino con traduzione in Inglese di W.D. Hooper, Harvard University Press, Cambridge, Mass., 1936 (un’edizione bilingue Loeb Classical Library).
• Oxford Introduction to Proto-Indo-European and the Proto-Indo-European World, di J. P. Mallory, e Douglas Q. Adams, Oxford University Press, Oxford, 2006.
• Snatan Daily Prayer Diamond Books, Nuova Delhi, 2004.

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NIETZSCHE, PRECURSORE ODINISTA

Nietzsche-Wotanismo

dalla Comunidad Odinista de España

Il filosofo Friedrich Nietzsche (1844-1900) fu un precursore del moderno risveglio odinista, che nel XIX secolo ruppe i legami che avevano portato la nostra Europa e la sua gente imbavagliata e dormiente; nonostante si sia focalizzato sul mito greco di Dioniso, l’essenza che scorre dentro la sua filosofia è inequivocabilmente odinista. Il filosofo che aveva come strumento il martello, si avvicinò quasi senza saperlo all’archetipo di Wotan, anch’esso basato sul mito iperboreo. Egli apre il primo libro de L’Anticristo con:

Guardiamoci in faccia: siamo Iperborei. Siamo ben consapevoli della diversità della nostra esistenza. ‘Né per terra né per mare troverai la strada che conduce agli Iperborei’,”

“Già Pindaro riconosceva questo di noi. Oltre il Nord, oltre il ghiaccio e la morte: la nostra vita, la nostra felicità… Abbiamo scoperto la felicità, conosciamo la via, abbiamo trovato l’uscita per interi millenni di labirinto. Chi altri l’ha trovata? Forse l’uomo moderno? ‘Non so che fare; sono tutto ciò che non sa che fare’, sospira l’uomo moderno… E’ di questa modernità che c’eravamo ammalati, della putrida quiete, del vile compromesso, di tutta la virtuosa sporcizia del moderno sì e no. Una simile tolleranza e langeur di cuore, che ‘perdona’ tutto perché ‘comprende’ tutto, è scirocco per noi.”

“Meglio vivere in mezzo ai ghiacci che tra le virtù moderne e gli altri venti del Sud!… Eravamo abbastanza coraggiosi, non risparmiavamo né noi stessi né gli altri: eppure per lungo tempo non abbiamo saputo in che cosa impegnare il nostro coraggio. Eravamo diventati tristi e ci chiamavano fatalisti. La nostra fatalità era la pienezza, la tensione, il ristagno delle nostre forze. Eravamo assetati di lampi e di azioni. Soprattutto ci tenevamo il più possibile lontani dalla felicità dei deboli, dalla “rassegnazione”… Ci fu una tempesta nella nostra atmosfera, la natura che noi siamo s’oscurò, perché non avevamo una via. La formula della nostra felicità: un sì, un no, una linea retta, una meta…”

Nietzsche ha avuto un profondo effetto sul pensiero occidentale moderno. La sua esaltazione del lato dionisiaco della vita (l’oscuro, l’estatico, l’orgiastico, e l’irrazionale) a scapito del Regno Apollineo della ragione e della luce, ha rivelato l’influenza di Odino nonostante la preferenza cosciente di Nietzsche per il linguaggio mitologico dell’antica Grecia.

Il cristianesimo ha consumato la separazione tra Dio e il mondo, ha svalutato le unità naturali dell’uomo e lo ha messo qui nelle mani del nulla. La distruzione Nietzschiana dei valori cristiani è anche la distruzione di una religione che aveva annientato i valori europei tradizionali. Nietzsche sostiene un ritorno alla religione etnica, che aveva posto l’autodeterminazione al centro della sua filosofia e riconosceva la tragicità dell’esistenza umana.

Scrive nel 1870:

“Tutti gli dèi devono morire, è il concetto originale tedesco che permea la scienza con tutta la sua forza fino ad ora. La morte di Sígurd, discendente di Odino, non poteva scongiurare la morte di Balder, figlio di Odino: alla morte di Balder segue la morte di Odino e di tutti gli altri dèi” (Kritische Studienausgabe 7; settembre 1870– gennaio 1971, 5[57], 107).

“Dobbiamo dimostrare che c’è una manifestazione del mondo molto più profonda che nelle nostre lacerate circostanze, con una religione inoculata. Una delle due: o moriremo a causa di questa religione, o questa religione muore a causa nostra. Credo nel concetto germanico originale: tutti gli dèi devono morire” (Kritische Studienausgabe 7, 5[115], 124/125).

Al fine di recuperare la santità del cosmo e del mondo per l’uomo, parlando in termini metaforici, Nietzsche dovette attaccare e distruggere i concetti morali giudeo-cristiani, dato che svalutavano il mondo ed erano contrari agli istinti naturali dell’uomo.

Come vedeva il mondo Nietzsche?

“Questo mondo è sacro, eterno, incommensurabile: l’insieme e l’unità stessa: illimitato e tuttavia simile al limitato; affidabile in tutte le cose e ancora simile all’incerto; racchiude tutto in sé, ciò che spunta verso l’esterno e ciò che è nascosto verso l’interno; È, allo stesso tempo, un’opera della natura delle cose e la natura delle cose stesse” (Plinio, Naturalis historia, II, 1).

Una caratteristica fondamentale della filosofia di Nietzsche è la sua idea profetica di un nuovo e più evoluto tipo di essere umano chiamato Superuomo. Questo è il tema del suo libro più famoso “Così parlò Zarathustra“. In quest’opera, Nietzsche scelse l’antico profeta Ariano Zarathustra (Zoroastro) come suo alter ego e portavoce di una filosofia radicale anziché basarsi sul suo patrimonio del Nord. Secondo Jung, Nietzsche non era molto esperto di letteratura germanica, ma l’influenza di Odino è inequivocabilmente lì, dietro le maschere dell’influenza greca e persiana.

Nella prima parte di Così parlò Zarathustra fa un collegamento esplicito tra l’uomo e la frenesia, che, come sappiamo, è il significato (Wod-furor) del nome Odino/Wotan:

“Dov’è il fulmine che vi lambisca con la lingua?
Dov’è la frenesia con la quale potete esaltarvi?
Ecco, io v’insegno il superuomo:
egli è questo fulmine, egli è questa frenesia!”

La natura stridente di Nietzsche, che disse di filosofare con un martello, è più vicina a quella di Odino, il guerriero e saggio, che a quella del dio greco Dioniso. Nietzsche sembra aver eluso il nome del suo dio personale, come rivela la sua poesia “Al Dio Ignoto”:

Ancora, prima di partire
E volgere lo sguardo innanzi
Solingo le mie mani levo
Verso di Te, o mio rifugio,
A cui nell’intimo del cuore
Altari fiero consacrai
Chè in ogni tempo
La voce tua mi chiami ancora.
Segnato sopra questi altari
Risplende il motto “Al Dio ignoto”.
Suo sono, anche se finora
Nella schiera degli empi son restato:
Suo sono e i lacci sento,
Che nella lotta ancor mi atterrano
E, se fuggire
Volessi, a servirlo mi piegano.
Conoscerti voglio, o Ignoto,
Tu, che mi penetri nell’anima
E mi percorri come un nembo,
Inafferrabile congiunto!
Conoscerti voglio e servirti!

(1864, a 20 anni)

Jung riporta anche un incubo potente e scioccante che Nietzsche ebbe quando aveva quindici anni. Vagava da solo di notte in una foresta cupa quando un grido straziante da una locanda nelle vicinanze lo terrorizzò. Dopo questo, incontrò un cacciatore dall’aspetto selvaggio e strano che fischiò così forte che Nietzsche cadde incosciente. Jung interpreta questo sogno come un incontro con Wotan. Era Wotan che nel folklore germanico conduceva gli spiriti dei morti nella “Caccia Selvaggia” attraverso i boschi di notte. Nietzsche, giovane di 15 anni, aveva trovato il “Dio ignoto” sotto forma di cacciatore selvaggio, ma non lo aveva mai riconosciuto. Nonostante le sue successive descrizioni poetiche del “Dio ignoto”, la sua identità rimase oscurata dalle preoccupazioni classiciste di Nietzsche.

Al Maestrale:

Come ti amo,
vento Maestrale,
spezza nubi, scaccia mali,
vento ruggente,
noi siamo nati
da un unico grembo,
noi siamo le primizie
di un’unica sorte,
forse siamo stati
eternamente predestinati
ad essere eredi
di pesanti fardelli e di grandi battaglie.

Nella filosofia potente e poetica di Nietzsche, e anche nella sua discesa dal genio alla follia finale, possiamo riconoscere l’impronta divina di Odino. Nel ditirambo conosciuto come il lamento di Arianna [incluso in Così parlò Zarathustra, IV], Nietzsche è completamente vittima del dio cacciatore, tanto che anche l’auto-liberazione forzata di Zarathustra alla fine non cambia nulla:

Chi mi riscalda, chi mi ama ancora?
Date mani ardenti,
date bracieri per il cuore!
dà a me – te,
nemico crudelissimo,
Ecco anche lui fuggì,
il mio unico compagno,
il mio grande nemico,
il mio sconosciuto,
il mio dio carnefice!..
Tutte le lacrime mie
corrono a te
e l’ultima fiamma del mio cuore
s’accende per te.
Oh, torna indietro,
mio dio sconosciuto! dolore mio!
felicità mia ultima…

UNA FIAMMA ETERNA

fuoco-sacro

di Vjohrrnt V. Odinson

Permettetemi di condividere con voi qualcosa di personale. Per tutto il tempo che posso ricordare, essendo consapevole della mia Fedeltà agli Dèi dei miei antenati e risvegliato alla mia eredità del Nord, ho sempre posto la spiritualità sopra ogni altra cosa. Perché per me le questioni spirituali sono parte di ciò che è eterno in essenza, ciò che non è legato dalle catene del tempo e dello spazio.

Ciò che accade su Midgard ai nostri corpi fisici è limitato dalla presa che il tempo esercita su di noi. Non c’è nulla che noi come esseri umani possiamo fare per questo fatto. Le Norne hanno intrecciato i nostri destini e dobbiamo vivere con onore e con coraggio le nostre vite. Non possiamo scegliere quando o come moriamo, ma possiamo scegliere come viviamo.

Le discussioni che ho avuto in passato con altri pagani, Odinisti e non, hanno spesso riguardato questa predominanza spirituale sulle questioni più terrene da parte mia. L’esoterico sopra l’essoterico. Non sminuivo e continuo a non sminuire in alcun modo l’importanza vitale dell’essere in sintonia con la terra e i suoi cicli, ma quello che cercavo di spiegare loro era che, nella mia comprensione della Völuspa, anche se madre terra ci ha dato la nascita dal suo grembo (Ask e Embla) è stato padre cielo (Odino) a dare al loro corpo il soffio della vita. Per me, questo significa la predominanza dello spirituale sul fisico come vero completamento di ciò che ci rende interi: fylgia, hamr, hugr.

Un corpo (hugr) senza lo spirito (fylgia) non sarà benedetto con la coscienza (hamr). Ma lo spirito esisterà anche senza la sua gabbia terrestre. Quando saliamo alle sale d’oro del Valhalla, non è hugr a cavalcare attraverso il Ponte Arcobaleno, ma una manifestazione di esso a un livello superiore di esistenza, uno che non è vincolato da tempo e spazio come prima menzionato. Valhalla rappresenta il più alto livello di consapevolezza spirituale.

È naturalmente romantico, con grandi sale dove gli eroi caduti festeggiano e bevono e lottano fino al Ragnarök, ma è molto più che un semplice banchetto di Einherjar.

Asgard, dove risiedono i corridoi del Valhalla, è il Regno degli Dèi del cielo, Æsir: Dèi della guerra. Il cielo e il sole sono sempre stati associati alla saggezza e alla conoscenza rivelata (aspetto maschile). Proprio come la terra e la luna rappresentano i misteri occulti ancora da scoprire (aspetto femminile). Nessuna insinuazione sessista qui. Questo è vero in molte altre culture non europee. Questa associazione di cielo-Spirito e terra-corpo è antica quanto le credenze religiose su Midgard. Da ovunque venga la nostra energia vitale, lì potrebbe tornare dopo la morte corporea e perseguire la sua esistenza eterna. Ma il nostro corpo semplicemente ritorna alla terra e si dissolve, come tutti gli organismi “viventi”. Questo approccio piuttosto metafisico all’Odinismo è stato accolto con una certa disapprovazione e persino con rabbia contro la mia mancata glorificazione di madre terra e dei suoi doni. Ma questo non è vero, come è spesso il caso di tali discussioni, e sono stato frainteso. Non avrei mai insultato e sminuito l’importanza della terra e delle sue benedizioni per la nostra gente, ma c’è una linea da segnare tra la glorificazione dei vasi terrestri e quella del simbolismo spirituale.

Un semplice esempio: cosa è più importante in sostanza, la saggezza delle Edda, o il libro stesso? Lo stesso si può dire di un uomo e le sue parole. Che cosa è più importante, colui che parla o il suo messaggio?

È lo stesso con le questioni spirituali/terrene. Senza togliere il valore del veicolo che trasmette il messaggio, ciò che è veramente importante è il messaggio in sé. Un albero, una pietra, un ruscello, dei fiori, tutti possono essere rispettati, amati e protetti, ma mai “venerati”. Neanche gli Dèi devono essere venerati in realtà. L’adorazione implica abbassare se stessi dinanzi agli Dèi. Noi Odinisti non pieghiamo il collo sul ginocchio davanti agli Dèi dei nostri padri. Siamo orgogliosi e li guardiamo negli occhi. Li onoriamo e mostriamo rispetto con i Blotar.

Attraverso la storia, l’uomo ha malriposto la sua fede nelle questioni terrene, idolatrando gli uomini a statura divina quando era la saggezza che portarono al mondo ad aver bisogno di attenzione. Il contenitore è diventato più importante del simbolo che ha rappresentato. Questo è stato il caso con Hitler. Gli individui venerano l’uomo quando in realtà l’uomo sta solo trasmettendo qualcosa che non gli appartiene. Gli è stato semplicemente dato il compito di trasmettere un messaggio alla gente.

Questo è ciò che intendo quando indico che le cose materiali, legate alla terra, a mio parere non hanno lo stesso valore di quelle spirituali eterne.

Abbiamo bisogno della terra, abbiamo bisogno di acqua e cibo per i nostri corpi, per sopravvivere e portare avanti nuova vita in modo che la nostra gente possa crescere e prosperare, ma tutto questo è inutile; bambini, gente, Popolo, la vita stessa, se non c’è uno scopo superiore cui la nostra immortale fylgia ascenda anche dopo la morte fisica. Un Popolo senza spiritualità, semplicemente “esistente”, non vivente, non ha fiamma divina nella sua Anima di Popolo. Senza quella fiamma, l’occhio di Odino che brucia, cosa siamo? Meri bipedi umanoidi che camminano sulla terra? Mangiare, riprodursi e morire? La nostra gente ha uno scopo più elevato che semplicemente respirare come zombie senz’anima, come ci vorrebbero gli agenti moderni della dissoluzione (ZOG).

È tempo di capire. Tempo di riscoprire una spiritualità perduta che è stata smarrita e mal interpretata. La fiamma non è mai morta, è semplicemente offuscata dietro la nebbia dell’ignoranza. Quelli della nostra gente che hanno camminato e sono ancora in piedi sul sentiero del Nord possono vedere attraverso quella nebbia con la luce del Padre di Tutto. È necessario solo chiudere gli occhi e ascoltare… la chiamata del corno di bronzo farà eco nel silenzio. Seguite quell’eco alla sorgente, nel profondo. Per questo l’eco viene da dentro di voi come ha sempre fatto. Eravate solo sordi al suo suono. Lasciate che i vostri antenati da tempo scomparsi vi guidino, perché anche se non possono essere con voi in carne e ossa, il loro spirito non è mai scomparso.

L’ERRORE UMANISTA

Gylfi e Wotan

di T.A. Odinson Walsh

Il Dizionario Universitario Merriam-Webster definisce in questo modo il termine UMANESIMO:

“Devozione alle discipline umanistiche; cultura letteraria; la rinascita delle lettere classiche, spirito individualista e critico e accento sulle preoccupazioni secolari caratteristiche del Rinascimento.”

Lo stesso testo definisce UMANESIMO SECOLARE come:

“Filosofia umanistica vista come religione non teistica antagonista alle religioni tradizionali.”

Al comune idealista, l’Umanesimo, come perseguimento personale e di comunità, sembrerebbe una causa nobile. Costretto per sua stessa definizione alla conservazione del successo (cultura letteraria) e del potenziale umano (spirito individualista e critico), l’Umanesimo sembrerebbe, in superficie, essere il nostro bisogno più imperativo; del resto quale specie può sopravvivere che non abbia fatto un imperativo della conservazione delle sue qualità più convincenti?

Purtroppo, l’umanesimo come ideale ha tradito se stesso, in primo luogo dimenticando le caratteristiche specifiche (non “universali”) da cui sono nate le culture classiche, e in secondo luogo rifiutandosi di impegnarsi in una linea adamantina che permettesse di rifiutare qualsiasi argomento che potesse suggerire che la purezza non sia importante quanto lo scopo. In breve, quando gli umanisti hanno scelto di allinearsi con gli universalisti, hanno tradito lo spirito più profondo del potenziale umano.

Quando esaminiamo la questione dell’antagonismo nei confronti della religione tradizionale, troviamo anche l’uomo moderno a equipaggiarsi male sul campo dell’idealismo, poiché l’uomo comune non ha il concetto delle sue vere religioni tradizionali in questi giorni, né la consapevolezza che quella concezione fornirà lui (al suo spirito critico!) un antagonismo più onesto agli elementi che più impediscono il suo potenziale.

Come Tradizionalisti Pagani Indo-europei (Odinisti, Ásatrúar, Druidisti, Mithraisti, ecc.) possediamo spiriti individualistici istintivi in sintonia con il mondo naturale in modi che nessun “idealista” dell’Età Egualitaria può comprendere. Dopo essere usciti dalle tradizioni più vere, gli “umanisti secolari” si perdono in banalità senza speranza in contrasto con la divinità naturale.

Non si può ascoltare la voce che non si sente, e non si sente la voce che non si chiama. Gli Antichi Dèi e Dee invocati dai loro veri figli, tuttavia, comunicano chiaramente la comprensione necessaria al riconoscimento (e all’apprezzamento) delle loro creazioni uniche (e così sacre). L’universalismo non rispetta la sacralità di quelle creazioni distinte (cioè razze diverse) che rendono l’umanesimo, come praticato dagli idealisti moderni, irrilevante (anzi irrispettoso) nei confronti dello spirito individuale di cui pretendono di promuovere la rinascita.

Come è stato il caso con gran parte della caduta della filosofia occidentale, il vero umanesimo (che sarebbe: il vero perseguimento della preservazione delle migliori qualità dell’umanità, le quali sono tutte note all’uomo onesto come appartenenti al popolo Ariano), è stato qualche tempo fa preso in ostaggio da indottrinatori universalisti mascherati da educatori. Questi individui in malafede, abusando del privilegio della speculazione, e sotto la pretesa della continuità morale, hanno deliberatamente ignorato le verità intrinseche e indelebili della forza, della bellezza e dell’esperienza indo-europea. Migliaia di anni di sensibilità comune, per non parlare della pletora di pratiche oggetivamente evidenti, sono stati messi da parte per “teorizzare” una ‘probabilità’ che le nostre esperienze hanno da tempo definito come impossibilità.

Mentre gli uomini di filosofia possono effettivamente avere un qualche obbligo intellettuale di considerare tutti gli ideali, gli uomini ERRANTI hanno l’obbligo istintivo di capire che la filosofia è un “mezzo” con cui trarre conclusioni significative, non un “fine” (o dovrei dire “senza fine”?), un esercizio sulla futilità di mettere pioli quadrati in fori rotondi. “Se solo potessimo discuterne un po’ di più, forse accetteremo tutti che questa vita è solo un’illusione”; “se solo lo denunciamo abbastanza a lungo, la prova della sincronicità celeste sarà del tutto ‘provata’ falsa”; “se solo discutiamo abbastanza rumorosamente, gli ‘ideali’ che di norma, ovviamente, degradano la nostra integrità e la continuità culturale, alla fine saranno abbracciati dalla gente, accettati senza riguardo alla loro assurdità, dal momento che tutti sappiamo che comunque non ‘esistiamo’ davvero!” Se questi individui in malafede sono contenti di accettare che sono solo invenzioni della loro immaginazione allora così sia, ma non può più essere accettabile, se vogliamo che la sensibilità – anzi l’umanità stessa – debba sopravvivere, l’idea che possiamo in qualche modo salvare il nostro futuro distruggendo il nostro passato; deve essere relegata alla fornace orwelliana a cui tale assurdità appartiene.

L’errore umanista, quindi, è un errore di definizione e di equivoco. Vedete, coloro che professano di essere umanisti, in virtù delle loro filosofie universali e assurde, pensano e agiscono in modi che minano l’obbiettivo stesso del loro preteso ideale, ripeto, preservare il meglio che l’umanità ha da offrire.

‘L’umanista’ che suggerisce che la definizione di umanità stessa sia discutibile, nel senso che le distinzioni siano in qualche modo “irrilevanti”, o non hanno un vero interesse per la conservazione di tale qualità collettiva della “umanità”, o mancano di vera comprensione delle qualità storicamente registrate che hanno reso “l’umanità” degna di essere salvata, per cominciare.

Appartengo a una foresta primordiale

Dove la flora conosce il proprio nome

Dove il suolo non deve implorarci

Perché  le nostre radici sono tutte uguali

Appartengo a un oceano profondo ed ampio

Acque brulicanti, sì, è vero

Ma non ho mai assunto l’idea

Di essere null’altro che blu

Appartengo a un Popolo, unico,

Contento, questo anche, di restare vivo

Che possa essere questo ciò che io abbia mai cercato

Nel nome di Odino, per questo prego.