UNA FIAMMA ETERNA

fuoco-sacro

di Vjohrrnt V. Odinson

Permettetemi di condividere con voi qualcosa di personale. Per tutto il tempo che posso ricordare, essendo consapevole della mia Fedeltà agli Dèi dei miei antenati e risvegliato alla mia eredità del Nord, ho sempre posto la spiritualità sopra ogni altra cosa. Perché per me le questioni spirituali sono parte di ciò che è eterno in essenza, ciò che non è legato dalle catene del tempo e dello spazio.

Ciò che accade su Midgard ai nostri corpi fisici è limitato dalla presa che il tempo esercita su di noi. Non c’è nulla che noi come esseri umani possiamo fare per questo fatto. Le Norne hanno intrecciato i nostri destini e dobbiamo vivere con onore e con coraggio le nostre vite. Non possiamo scegliere quando o come moriamo, ma possiamo scegliere come viviamo.

Le discussioni che ho avuto in passato con altri pagani, Odinisti e non, hanno spesso riguardato questa predominanza spirituale sulle questioni più terrene da parte mia. L’esoterico sopra l’essoterico. Non sminuivo e continuo a non sminuire in alcun modo l’importanza vitale dell’essere in sintonia con la terra e i suoi cicli, ma quello che cercavo di spiegare loro era che, nella mia comprensione della Völuspa, anche se madre terra ci ha dato la nascita dal suo grembo (Ask e Embla) è stato padre cielo (Odino) a dare al loro corpo il soffio della vita. Per me, questo significa la predominanza dello spirituale sul fisico come vero completamento di ciò che ci rende interi: fylgia, hamr, hugr.

Un corpo (hugr) senza lo spirito (fylgia) non sarà benedetto con la coscienza (hamr). Ma lo spirito esisterà anche senza la sua gabbia terrestre. Quando saliamo alle sale d’oro del Valhalla, non è hugr a cavalcare attraverso il Ponte Arcobaleno, ma una manifestazione di esso a un livello superiore di esistenza, uno che non è vincolato da tempo e spazio come prima menzionato. Valhalla rappresenta il più alto livello di consapevolezza spirituale.

È naturalmente romantico, con grandi sale dove gli eroi caduti festeggiano e bevono e lottano fino al Ragnarök, ma è molto più che un semplice banchetto di Einherjar.

Asgard, dove risiedono i corridoi del Valhalla, è il Regno degli Dèi del cielo, Æsir: Dèi della guerra. Il cielo e il sole sono sempre stati associati alla saggezza e alla conoscenza rivelata (aspetto maschile). Proprio come la terra e la luna rappresentano i misteri occulti ancora da scoprire (aspetto femminile). Nessuna insinuazione sessista qui. Questo è vero in molte altre culture non europee. Questa associazione di cielo-Spirito e terra-corpo è antica quanto le credenze religiose su Midgard. Da ovunque venga la nostra energia vitale, lì potrebbe tornare dopo la morte corporea e perseguire la sua esistenza eterna. Ma il nostro corpo semplicemente ritorna alla terra e si dissolve, come tutti gli organismi “viventi”. Questo approccio piuttosto metafisico all’Odinismo è stato accolto con una certa disapprovazione e persino con rabbia contro la mia mancata glorificazione di madre terra e dei suoi doni. Ma questo non è vero, come è spesso il caso di tali discussioni, e sono stato frainteso. Non avrei mai insultato e sminuito l’importanza della terra e delle sue benedizioni per la nostra gente, ma c’è una linea da segnare tra la glorificazione dei vasi terrestri e quella del simbolismo spirituale.

Un semplice esempio: cosa è più importante in sostanza, la saggezza delle Edda, o il libro stesso? Lo stesso si può dire di un uomo e le sue parole. Che cosa è più importante, colui che parla o il suo messaggio?

È lo stesso con le questioni spirituali/terrene. Senza togliere il valore del veicolo che trasmette il messaggio, ciò che è veramente importante è il messaggio in sé. Un albero, una pietra, un ruscello, dei fiori, tutti possono essere rispettati, amati e protetti, ma mai “venerati”. Neanche gli Dèi devono essere venerati in realtà. L’adorazione implica abbassare se stessi dinanzi agli Dèi. Noi Odinisti non pieghiamo il collo sul ginocchio davanti agli Dèi dei nostri padri. Siamo orgogliosi e li guardiamo negli occhi. Li onoriamo e mostriamo rispetto con i Blotar.

Attraverso la storia, l’uomo ha malriposto la sua fede nelle questioni terrene, idolatrando gli uomini a statura divina quando era la saggezza che portarono al mondo ad aver bisogno di attenzione. Il contenitore è diventato più importante del simbolo che ha rappresentato. Questo è stato il caso con Hitler. Gli individui venerano l’uomo quando in realtà l’uomo sta solo trasmettendo qualcosa che non gli appartiene. Gli è stato semplicemente dato il compito di trasmettere un messaggio alla gente.

Questo è ciò che intendo quando indico che le cose materiali, legate alla terra, a mio parere non hanno lo stesso valore di quelle spirituali eterne.

Abbiamo bisogno della terra, abbiamo bisogno di acqua e cibo per i nostri corpi, per sopravvivere e portare avanti nuova vita in modo che la nostra gente possa crescere e prosperare, ma tutto questo è inutile; bambini, gente, Popolo, la vita stessa, se non c’è uno scopo superiore cui la nostra immortale fylgia ascenda anche dopo la morte fisica. Un Popolo senza spiritualità, semplicemente “esistente”, non vivente, non ha fiamma divina nella sua Anima di Popolo. Senza quella fiamma, l’occhio di Odino che brucia, cosa siamo? Meri bipedi umanoidi che camminano sulla terra? Mangiare, riprodursi e morire? La nostra gente ha uno scopo più elevato che semplicemente respirare come zombie senz’anima, come ci vorrebbero gli agenti moderni della dissoluzione (ZOG).

È tempo di capire. Tempo di riscoprire una spiritualità perduta che è stata smarrita e mal interpretata. La fiamma non è mai morta, è semplicemente offuscata dietro la nebbia dell’ignoranza. Quelli della nostra gente che hanno camminato e sono ancora in piedi sul sentiero del Nord possono vedere attraverso quella nebbia con la luce del Padre di Tutto. È necessario solo chiudere gli occhi e ascoltare… la chiamata del corno di bronzo farà eco nel silenzio. Seguite quell’eco alla sorgente, nel profondo. Per questo l’eco viene da dentro di voi come ha sempre fatto. Eravate solo sordi al suo suono. Lasciate che i vostri antenati da tempo scomparsi vi guidino, perché anche se non possono essere con voi in carne e ossa, il loro spirito non è mai scomparso.

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CULTO DI FREYJA

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di Ron McVan

Tra tutte le divinità femminili, la più rinomata, la più attiva, la più mistica del Pantheon del Nord è la dea Freyja. Il solo nome ‘Freyja’ esce dalle labbra con tale antica familiarità che si può quasi vederla fluttuare con grazia seducente attraverso la nebbia del tempo tra le felci e i rovi della nostra memoria genetica. Infatti è questa antica, voluttuosa seduttrice, Freyja dei Vanir, ad aver insegnato al patriarcale Wotan Padre di Tutto l’arte sciamanica del sejdr. È lei che conduce le Valchirie da e per i campi di battaglia e divide quelle anime di valorosi guerrieri con Wotan. È lei la sorella gemella dell’alto dio Frey, figlia di Njord e Nerthus e alter ego della matriarca materna Frigga. La dea Freyja è più comunemente immaginata a cavalcare attraverso il cielo sopra le battaglie di Midgard (terra) con le sue Valchirie. Altre volte può semplicemente cavalcare la notte attraverso le foreste boreali nel suo cocchio trainato da due enormi felini. All’alba, si potrebbe probabilmente intravedere il suo cinghiale d’oro attraverso gli alberi ombrosi, e spesso in quei momenti potrebbe spiegare le sue ali e scomparire, come un uccello predatore, nella canopea.

Freyja, dea dell’amore, della fertilità, della magia e della conoscenza mistica. C’è poco da meravigliarsi allora del fatto che lei sia rimasta la più importante icona della donna praticante di sejdr. Il “sejdr” (pronuncia sei-ther) è una forma di sciamanesimo ariano, che implica gli stati alterati e la divinazione che ha avuto origine con Freyja. Il suo particolare tipo di sejdr, dal suo concepimento, era un’arte femminile e mistica. Questo a volte si poteva manifestare nel mutare forma, nel corpo astrale in viaggio attraverso i Nove Mondi, nella profezia psichica, nella magia sessuale e nell’erbalismo, nonché nella conoscenza delle rune. L’arte stessa del sejdr, conosciuta come ‘la tecnica dell’estasi’ precede tutte le religioni conosciute.

Freyja era nota come la grande Dís. Le Dísir (Dee) sono state a lungo conosciute come nove donne vestite di nero e portanti spade. Il nove (un numero lunare) era considerato il più sacro e misterioso dei numeri. All’inizio dell’inverno, in particolare in Svezia, questi spiriti e Freyja erano venerati in una cerimonia chiamata Disablot. Le Dísir portavano buona fortuna, ma erano anche spietate nell’esigere giustizia. Le Dísir erano misteriosi esseri femminili, molto probabilmente legati al Fylgja e alle Valchirie, e connesse a Freyja nella sua qualità di dea dei morti. Era saggio tenersi in buoni rapporti con le Dísir e ricordarle con doni sacrificali, perché potevano predire la morte e avevano alcuni poteri protettivi su case e colture. In epoca vichinga le Dísir erano celebrate a Uppsala durante una grande festa invernale che si teneva alla luna piena di febbraio.

L’antica arte del sejdr è compiuta solitamente da una donna nota come völva o veggente che, una volta convocata dalla gente per i suoi servizi, si sedeva su un alto seggio e cadeva in trance, indotta dal canto degli incantesimi, per poi rispondere alle domande su certi aspetti del futuro. In questa condizione le veggenti avrebbero cercato informazioni dal mondo degli spiriti che gli avrebbero consentito di rispondere alle domande poste dagli altri adoratori.

Vi erano occasioni in cui il sejdr poteva essere un’attività pericolosa, usata per portare danni e persino morte agli altri. Spesso l’estasi ottenuta nei sejdr femminili rivaleggiava con quello delle onorevoli pratiche sejdr maschili attribuite a Wotan, Thor e Frey. Tradizionalmente, una veggente del culto di Freyja nota anche come ‘sejdkuna’, durante un rituale, si vestiva con stivali di vitello e guanti cuciti dalla pelle di un gatto. Alcune potevano preferire di vestirsi con un mantello nero o piumato.

Vi è un resoconto registrato in Groenlandia durante una cattiva stagione in cui una sejdkuna fu invitata per i suoi servizi ed è descritto così:

“… indossava un manto blu con un nastro tutto orlato di pietre preziose: aveva al collo perle di vetro, sul capo una cappa nera di pelle di capretto, guarnita con una pelle bianca di gatto. In mano teneva un bastone fornito di manico: il bastone era rivestito di bronzo e il manico era adornato di pietre preziose. Una cintura la cingeva, cui stava appeso un grande sacco di pelle, dove ella custodiva i talismani che le erano necessari per acquistare le sue conoscenze. Calzava delle rozze scarpe di pelle di vitello con lunghe fibbie con grossi bottoni di ottone all’estremità. Nelle mani aveva dei guanti di pelle di gatto, che al suo interno erano bianchi e villosi.”

Le tribù teutoniche e celtiche fin dai primi tempi hanno sempre tenuto le loro veggenti in grande considerazione. Per loro la sejdkuna possedeva una conoscenza dei misteri arcani del mondo e della vita che andava ben oltre la comprensione dei guerrieri. Essi arrivano a credere, scrisse lo storico romano Tacito, che “vi è qualcosa di divino in questo sesso. Ascoltano il consiglio delle donne docilmente, e le considerano oracoli”. Tacito, inoltre, menzionò la sua personale osservazione di una sejdkuna, che egli descrisse come la nebulosa e poetica Vedda, una profetessa solitaria che viveva in una torre da dove esercitava il suo potere su un vasto territorio.

Il praticante del sejdr, che fosse maschio o femmina, era considerato l’unica persona all’interno della tribù pagana ariana ad avere l’abilità e il potere di intraprendere missioni nel mondo degli spiriti in cerca di una speciale conoscenza del futuro o della guarigione dei malati. Il sejdmadr e la sejdkuna erano a volte visti ascendere al mondo degli spiriti arrampicandosi fisicamente su un albero o su una scaletta, che rappresentava simbolicamente l’albero del mondo Yggdrasil o l’asse cosmico. È interessante notare che la parola “sciamanesimo” deriva dalla parola vedica “sram” che significa “riscaldarsi o praticare digiuno”. Anche la parola norrena “sejdr” significa “riscaldamento o ebollizione”. La storia ci dice che lo sciamanesimo come pratica tradizionale è nato nella Russia Bianca. I nomi Freyja e Frey significano “Signora” e “Signore”. Tra i molti titoli di Freyja vi è quello di Regina delle Valchirie. “Valchirie” si traduce in “coloro che scelgono i caduti”.

La credenza in una donna magica a cavallo, inviata dai regni astrali, era molto diffusa nel Nord Europa. Sembra anche essere stata praticata in Normandia, poiché fu condannata da un’Assemblea di Vescovi a Rouen, da cui si può dedurre, stando a uno dei primi storici della mitologia del Nord, che questi viaggi avvenissero frequentemente in Normandia e che quando i Norvegesi si stabilirono in questa provincia non potettero rinunciare a questa credenza, anche dopo essere stati costretti ad accettare le estranee credenze cristiane.

Gli Scandinavi si riferivano al sé-ombra  o al sé non-fisico dell’uomo col termine “fylgia“, che tradotto approssimativamente significa “il secondo” o “quello che segue”. Il momento in cui questo doppio era più probabile scomparire dal corpo dell’uomo o della donna in cui abitava era durante il sonno. Nella leggenda il fylgia ha acquisito un’esistenza sempre più indipendente. Se vi fosse stata la necessità, si credeva che gli spiriti degli antenati si sarebbero manifestati in varie forme fisiche. Un fylgia era considerato l’alleato di un guerriero e un aiuto in battaglia contro gli spiriti ostili. Come le Dísir, avevano il dono profetico di prevedere il futuro e mettere in guardia dal pericolo.

Ci sono stati grandi rivelatori nei circoli mistici in tutte le società e in tutte le epoche, persone che hanno scoperto che il bene più grande che può essere conferito ai loro simili è quello di insegnare, soprattutto per trasmettere ciò che le loro vite incarnano. Queste sono persone che agiscono della loro saggezza. È sempre stato un percorso di vita difficile e arduo, a volte minaccioso, per coloro che insegnano e praticano la scienza arcana contenuta nei misteri pagani. Le nostre mitologie indigene, le leggende, le divinità e i racconti eroici, sono serviti come un territorio etnico sicuro per garantire la sopravvivenza stessa di questa antica conoscenza, che lega il nostro Popolo e rivela il nostro sé più profondo. Il Culto di Freyja non è altro che un percorso di impegno attraverso il vasto tesoro della saggezza, l’eredità e l’evoluzione spirituale che compongono il corpo del Wotanismo. Finché vivrà l’uomo ariano, Freyja, non diversamente dalle sue contemporanee, Frigga, Afrodite e Iside, rimarrà quella sublime eterna dea matriarcale che ci guida attraverso la matrice fisica e astrale del cosmo e del caos, per garantire sempre il nostro sviluppo personale al pari di quello del nostro Popolo.

PIETAS ETENA EUROPEA

Pietas etena

di Walter Baetke

Nella loro religione i nostri antenati onoravano poteri soprannaturali, la cui opera e influenza credevano di sentire – oltre che nel campo e nella foresta, nel cielo e nella terra – soprattutto nella loro vita. E questo è sempre stato l’elemento primario e più importante. L’uomo è infatti anche un figlio della Natura, ma è – in quanto essere dotato di parola e di intelletto – legato alla comunità in modo completamente diverso rispetto all’animale. I legami originali con la famiglia, il clan e il proprio popolo, in cui è nato, determinano la sua vita in un grado molto più alto rispetto ai suoi legami con la “Natura”, che è il campo della sua attività. Dalla comunità di popolo riceve la sua religione – come anche la sua lingua! Essa trasmette, nella cultura e nel mito – che egli apprende da essa – la sua relazione con la divinità. Ma più di questo: nel lavoro e nella lotta di questa comunità, nelle leggi che la regolano, nell’ordine che la lega, nei valori morali che detiene, è la volontà della divinità stessa a contemplare l’uomo. Qui, nella comunità, lo incontra per la prima volta; l’ordine e i giuramenti hanno la loro forza sacra e vincolante perché sono regolati secondo la vecchia fede degli dèi e si ergono sotto il loro controllo e la loro protezione.

Particolarmente suggestivi a questo proposito sono i messaggi delle saghe islandesi sulle feste sacrificali dei Norvegesi. Ai grandi festival annuali, apprendiamo, si sacrificava da un lato “per il raccolto” (o per un “buon anno”) e “la pace”, dall’altro lato per “la vittoria” e il governo del re. Questo dimostra che il sacrificio fatto dalla comunità di culto che rappresenta la comunità popolare era anche diretto alla vita e al destino di questa comunità. Il buon raccolto e la pace da un lato, la vittoria e il governo dall’altro: questo denota entrambi i pali attorno ai quali si muoveva la vita del popolo: il biologico-naturale e lo storico-politico. Qui la pace che abbraccia l’opera del contadino e culmina nella vendemmia, lì guerra, che, coronata dalla vittoria, genera onore e potere. Quando ci si avvicina agli dèi riguardo la festa sacrificale, si nota che si vedevano in loro datori e custodi di questi beni, di quei mezzi di tutto ciò che costituiva il fondamento, il contenuto e lo scopo della comunità di popolo. L’uomo europeo eteno credeva che la prosperità del suo lavoro pacifico – la coltivazione – così come il successo della vittoria in guerra, da cui dipendevano le circostanze di esistenza o di non-esistenza del popolo, erano nelle mani degli dèi.

Nella formula “til ars ok fridar” si trova, tuttavia, molto di più ci quanto ci dica la traduzione “per (buon) anno e pace”; perché la parola “pace” indica non solo lo stato di pace in contrapposizione alla guerra, ma anche l’ordine morale e giusto su cui riposa la normale vita pacifica della comunità umana. Difficilmente si può esprimere il significato religioso di quella vecchia formula meglio che con le parole di Schiller: “Sacro ordine, figlia benedetta del cielo, che lega il tutto libera e leggiadra e gioiosa”. Come gli dèi sono i donatori dei beni, i beni materiali, come sono i direttori della guerra, gli amministratori della vittoria e quindi i padroni del destino del popolo, così sono anche i guardiani della pace sacra che è ancorata nel diritto e nella legge.

È più difficile ottenere un’immagine dell’atteggiamento religioso interiore dell’uomo europeo eteno, di quella pietas unica al suo genere, di quanto si faccia rispetto alle forme di servizio religioso e all’effetto della religione sulla vita pubblica. La sacralità e la forza della divinità producono tra i credenti la sensazione di dipendenza. Ma questo sentimento di dipendenza dal suo dio era, per l’uomo europeo eteno, privo del servilismo dello schiavo. Piuttosto al contrario, era portato da una fiducia forte e coraggiosa. Nel norreno “Trua” (“fiducia”) si trova il termine per il credo religioso, e il dio che l’Islandese invocava maggiormente nelle tribolazioni e nelle difficoltà della vita, era chiamato il suo “fulltrui“. Significa colui che merita la piena fiducia. Come il norvegese Thorolf Mosterbart, molti uomini eteni di fronte a decisioni difficili cercavano il loro bene dal loro dio e ottenevano il suo consiglio. Se ci si riconosceva sotto la protezione del dio potente, era soltanto naturale che si vedesse in lui “l’amico” fidato. E abbiamo molte prove che soprattutto Thor godesse di questo apprezzamento. Astvinr (“caro amico”) è chiamato in una saga. Un rapporto così bello e degno non sminuisce la distanza tra l’uomo e dio, su cui riposa tutta la pietas; ma una pietas che veniva da colui che dava all’uomo la sicurezza e la forza; questa è la caratteristica più nobile nel quadro della religione europea etena.

OSSERVAZIONI NELL’ASTRONOMIA EDDICA

Come i passaggi nelle Edda fanno da riferimento alle costellazioni

del Dr. Christopher E. Johnsen © 2014

 

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Immagine da un petroglifo dell’Età del Bronzo
Böhuslan, Svezia

I miti norreni hanno un sapore distintivo, ma anche molte similitudini con le mitologie greche, romane, persiane e indiane. Questi miti di altre culture hanno molte corrispondenze ben note con le stelle, mentre la tradizione mitica norrena è scarsa in questo, o forse sarebbe meglio dire che sono state intenzionalmente nascoste e le chiavi per decifrare queste corrispondenze perdute.

 L’astronomia, stjörnuíþrótt in antico norreno, è la scienza dell’osservazione delle stelle – e pare che gli antichi fossero molto bravi a farlo.  È probabile che le persone che vivono nel lontano nord, vicino al circolo polare artico, avessero una naturale tendenza a concentrarsi sull’osservazione delle stelle in quanto tante notti invernali erano riempite da nient’altro che tenebre e stelle sopra da osservare, con poco sole presente intorno al solstizio d’inverno.

Le radici dell’astronomia moderna possono essere ricondotte alla Mesopotamia, e discendono direttamente dagli astronomi babilonesi che a loro volta dovevano la loro conoscenza agli astronomi Sumeri.  I primi cataloghi stellari babilonesi risalgono a circa il 1200 a.C. e molti nomi di stelle sono in sumero, suggerendo che i Sumeri furono uno dei primi popoli, se non il primo, a studiare le stelle che sono state osservate nel registro archeologico o a ereditare una tradizione astronomica da una cultura sconosciuta precedente.

I Sumeri svilupparono il più antico sistema di scrittura noto – cuneiforme – la cui origine è attualmente datata al 3500 a.c. circa. Sono state trovate tavolette di argilla cotta con scrittura cuneiforme che registravano osservazioni dettagliate delle stelle che riconducevano all’astronomia specializzata dei successori dei Sumeri, i Babilonesi. Solo frammenti di queste tavolette di scrittura che esponevano l’astronomia babilonese sono sopravvissuti attraverso i secoli. Molti credono che “tutte le successive varietà di astronomia scientifica, nel mondo ellenistico, in India, nell’Islam, e in Occidente — se non addirittura tutti gli sforzi successivi nelle scienze esatte — dipendono dall’Astronomia babilonese in modi decisivi e fondamentali”1.  Si potrebbe dire che questa affermazione valga anche per gli astronomi norreni dell’antichità e che stavano continuando l’antica tradizione sumero/babilonese.

1cuneiform

I Sumeri crearono il concetto di divinità planetarie e usarono anche un sistema di numeri sessagesimale (in base 60).  Questo metodo di calcolo ha facilitato la manipolazione di numeri molto grandi e molto piccoli ed è la base per la pratica moderna di dividere un cerchio in 360 gradi. Il numero 60 ha dodici fattori, vale a dire 1, 2, 3, 4, 5, 6, 10, 12, 15, 20, 30 e 60. Con così tanti fattori, la manipolazione delle frazioni che coinvolgono i numeri sessagesimali è semplificata.

 

 

 

 

Per esempio, un’ora può essere divisa uniformemente in 30 minuti, 20 minuti, 15 minuti, 12 minuti, 10 minuti, 6 minuti, 5 minuti, 4 minuti, 3 minuti, 2 minuti e 1 minuto. 60 è anche il più piccolo numero che è divisibile per ogni numero da 1 a 6; cioè, è il più basso comune multiplo di 1, 2, 3, 4, 5 e 6. I numeri sessagesimali sono i più facili da usare in astronomia poiché i movimenti dei corpi celesti, visibili dalla terra, si verificano in tondo e il cielo può così essere equamente diviso.

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Proiezione stereografica dell’emisfero celeste settentrionale sul piano equinoziale.

L’astronomia può essere utilizzata per determinare sia il tempo che la posizione da un’osservazione accurata, rendendosi così utile per scopi agricoli poiché in grado di osservare e registrare i movimenti ciclici di luna, stelle e pianeti, nonché per la navigazione su terra e via mare.  Poiché i Norreni avevano una società agricola, il benessere delle persone dipendeva dalla tempistica del piantare correttamente e lo studio delle stelle poteva essere utilizzato per creare un calendario al fine di massimizzare la resa delle colture. Erano anche marinai e viaggiavano su vaste distanze tra diverse terre sul mare e avevano bisogno di un preciso metodo di navigazione, al fine di arrivare dove stavano andando.

Molti dei poemi norreni erano capolavori linguistici che sembrano essere progettati per aiutare la loro memorizzazione. Questo sarebbe anche naturale per una cultura che era più abituata alla recitazione in luoghi pubblici come metodo di comunicazione per le masse. Gran parte di questa cultura è probabile che fosse pre-letteraria o illetterata e la memoria era notevolmente più importante in assenza di una scrittura formalizzata. I poemi più facili da memorizzare avrebbero goduto di una maggiore distribuzione e vita di quelli più difficili e questa tradizione mitologica orale era un modo di trasmettere la conoscenza dell’astronomia alle generazioni future.

L’origine delle stelle e dei pianeti e anche la loro distruzione finale nel Ragnarök è discussa nel poema norreno Völuspa. Nell’Edda di Snorri Sturluson, il testo descrive come il gigante Ymir fosse stato ucciso e il suo corpo usato da tre dèi, Odino, Vili e Ve, per creare la terra.  Il suo cranio è stato trasformato nel “Firmamento” pensato per sostenere le stelle che erano prodotte dalle scintille del Muspellheim. Quattro nani reggono il cranio dell’antico gigante e sono chiamati come i punti cardinali della bussola.

 

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Sembrerebbe che le persone che hanno creato le storie (forse per trasmettere questa saggezza ai loro figli e discendenti) sugli dèi e le dèe potrebbero aver certamente codificato informazioni sui fenomeni astronomici. Sembrano esservi riferimenti astronomici nascosti nei miti norreni e vi è anche la prova che i Norreni siano stati eredi di questa antica tradizione sumero/babilonese e questo diviene più chiaro quando guardiamo alcuni numeri particolari trovati nella mitologia.

Vi è una certa quantità di numeri astronomicamente significativi presenti nell’Edda e ci sono indizi nei miti norreni che indicano che i poeti hanno ereditato e trasmesso una tradizione astronomica di numeri sessagesimali. Molti, importanti numeri unici, si trovano all’interno del Grímnismál o Discorso del Mascherato, dove si dice:

Fimm hundruð dura
ok umb fjórum tögum,
svá hygg ek á Valhöllu vera;
átta hundruð Einherja
ganga senn ór einum durum,
þá er þeir fara við vitni at vega.
23. Cinquecento e
quaranta porte vi sono,
Io credo, nelle mura di Valhalla;
Ottocento combattenti
attraverso una porta passano
Quando in guerra vanno con il lupo.

(Traduzione di Henry A. Bellows, 1923)

540 ha 20 fattori, una unità numerica standard conosciuta come una partitura, e 27, che pare anche essere un numero chiamato ciclo lunare siderale o il numero di giorni che servono alla luna per tornare allo stesso posto nel cielo.  Quando si moltiplica 540 per 800 il risultato è 432.000 che è un numero astronomicamente significativo.

Un sacerdote caldeo di nome Berossos, che scrisse in greco intorno al 289 a.C., riferì la convinzione mesopotamica che fossero trascorsi 432.000 anni tra l’incoronazione del primo re terreno e la venuta del diluvio (2). Nella storia babilonese o sumera, vi furono in totale dieci re che vissero vite molto lunghe dalla creazione al periodo dell’inondazione, che è un totale di 432.000 anni.  Questo numero rappresenta il numero di anni nel grande anno babilonese e il tempo necessario dei pianeti per tornare alla loro identica posizione nel cielo (3).  Scoprire che questo antico numero babilonese/sumerico, non arbitrario, utilizzato nella loro mitologia e astronomia, è presente anche nei miti norreni, è notevole.

Nel relativo racconto biblico, vi furono dieci Patriarchi tra Adamo e Noè, che vissero anch’essi a lungo. Noè aveva 600 anni al momento dello sbarco dell’Arca sul Monte Ararat. Gli anni totali raggiungono 1.656. In 1.656 anni ci sono 86.400 settimane, e la metà di questo numero è 43.200. Raddoppiare e dimezzare queste cifre sembra essere un tema comune. Il numero di anni da Adamo a Noè sembra nascondere il numero del ciclo del tempo e indica che il compositore di questo testo e anche il compositore del poema norreno avevano una conoscenza di funzionamento del ciclo terrestre di precessione, che tale numero indica.

La precessione è l’oscillazione periodica della terra, che gira come una trottola.  Quando la terra oscilla, lo fa su un periodo molto lungo di tempo e la oscillazione fa una rivoluzione completa solo ogni 25.920 anni.  Questa cifra divisa per il numero di base sessagesimale 60 risulta nel numero 432. Ci sono ulteriori prove che gli antichi norreni suddividevano il cielo in fette uguali di una torta circolare di 360, riecheggiando l’approccio di Babilonesi e Sumeri con il loro uso di calcoli sessagesimale, proprio come noi usiamo attualmente strumenti sessagesimali come l’orologio, accanto alla comune matematica decimale.

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È chiaro che gli astronomi babilonesi pensavano in termini di sei e dodici più di quanto faccia la nostra cultura attuale, in cui pensiamo in termini di decine, centinaia e migliaia. Il calcolo sessagesimale, 60 x 60 x 120, è uguale a 432.000. Per una società  basata su sestine e dozzine, parlare di 432.000 di qualcosa è come parlare di un centinaio di migliaia di qualcosa la gente di oggi. Per un astronomo babilonese, 432.000 sembrerebbe come un bel numero regolare perché ha molteplici fattori che sono facili calcoli sessagesimali.

Grímnismál contiene anche una descrizione della cosmologia norrena e delle case degli dèi. Come notato sopra, questo carme contiene il numero astronomicamente significativo 432.000, tuttavia, una parte precedente del poema che descrive le case e le terre degli dèi ha l’influenza sessagesimale dato che sono descritte dodici case degli Dèi e Dèe:

1. Thrudheim per Thor così come Ydalir (la Valle dei Tassi apparentemente in Thrudheim) per Vulder che è il suo figliastro.
2. Alfheim per Frey
3. Valaskialf per Vali
4. Sokkvabekk per Saga (Frigga)
5. Gladsheim per Odino che lì ha la sua sala – il Valhalla
6. Thrymheim per la gigantessa Skadi che la governa dopo la morte di suo padre Thiazi.
7. Breidablik per Balder
8. Himinbiörg per Heimdal
9. Folkvang per Freya
10. Glitnir per Forseti
11. Noatun per Njord
12. Landvidi per Vidar

Le dodici case degli dèi accennate, possono essere suggerite come situate nel cielo, poiché il cielo per molte migliaia degli anni è stato diviso in dodici “case” uguali a quelle conosciute nell’astrologia moderna. Case e sale sono la stessa cosa sia nel presente che nel passato.

Qui ci sono antichi numeri mesopotamici che appaiono in un poema norreno – cosa che è molto interessante, non è vero? Oltre a questi numeri, tuttavia, ci sono alcuni altri indizi che le poesie stanno descrivendo luoghi stellari e corpi celesti.

Nella Skáldskaparmál, Edda in prosa, Aurvandill, il primo marito di Sif e padre di Vulder, è menzionato nel contesto di un viaggio che ha intrapreso con il Dio Thor:

[Þórr]  hafði vaðit norðan yfir Élivága ok hafði borit í meis á baki sér Aurvandil norðan ór Jötunheimum, ok þat til jartegna, at ein tá hans hafði staðit ór meisinum, ok var sú frerin, svá at Þórr braut af ok kastaði upp á himin ok gerði af stjörnu þá, er heitir Aurvandilstá.   Thor aveva guadato dal nord sopra il fiume Elivagar e aveva sopportato Aurvandill in un cestino sulla sua schiena dal nord di Jötunheim. E aggiunse per ricompensa, che una delle dita di Aurvandill fu bloccata dal cesto, e divenne congelata; pertanto Thor lo spezzò e lo gettò nei cieli, e ne fece la stella chiamata Dito di Aurvandill.

Il Norreno Aurvandill è equivalente dell’Antico Inglese Ēarendel ed è stato ritenuto significare  “il vagabondo luminoso”, una descrizione ragionevole del pianeta Venere, dal momento che “pianeta” significa “vagabondo”.  Sembrerebbe ragionevole che i Norreni si riferissero a Venere nel mito in cui Thor lancia il dito di Aurvandill verso il cielo.

L’Antico Inglese Earendel appare nei glossari tradurre Iubar come “Radiosità” o “Stella del Mattino”. Nel poema antico inglese Crist I si leggono le linee:

 éala éarendel engla beorhtast
ofer middangeard monnum sended
and sodfasta sunnan leoma,
tohrt ofer tunglas þu tida gehvane
of sylfum þe symle inlihtes.
Ave o Earendel, più luminoso tra gli angeli,
dalla Terra di Mezzo mandato agli uomini,
e vera radiosità del Sole
splendi tra le stelle, ogni stagione
sempre più luminoso di te stesso.(4)

Il nome Earendel è qui preso per riferirsi a Giovanni il Battista ed è indirizzato come la stella del mattino che annuncia la venuta di Cristo, il Sole. Naturalmente, ci sono altre teorie, tra cui Richard Allen che collega Orione con Aurvandill, identifica la stella Rigel come una delle sue dita dei piedi e la punta congelata e spezzata come la stella Alcora (5).

Ci sono anche riferimenti diretti a corpi celesti nella mitologia norrena. Il poema Alvismal contiene una serie di domande e risposte su come i corpi celesti sono chiamati da varie razze. Thor chiede ad Alvis queste domande per testare la conoscenza del nano che vuole essere il pretendente di sua figlia Thrud.

Illustrazioni di William Gershom Collingwood (1854-1932)

 Þórr kvað:

“Segðu mér þat, Alvíss,
– öll of rök fira
vörumk, dvergr, at vitir -:
hvé sú jörð heitir,
er liggr fyr alda sonum
heimi hverjum í?”

Thor parlò

9. “Rispondimi, Alvis!
tu che conosci tutto,
Nano, del destino degli uomini:
Come chiamano la terra,
che giace dinanzi a tutti,
in ognuno dei mondi?”

Alvíss kvað:

“Jörð heitir með mönnum,
en með ásum fold,
kalla vega vanir,
ígræn jötnar,
alfar gróandi,
kalla aur uppregin.”

Alvis parlò:

10. ” ‘Terra’ per gli uomini, ‘Campo’
è per gli Dèi,
‘Le Vie’ è chiamata dai Vanir;
‘Sempre Verde’ dai Giganti,
‘Crescente’ dagli Elfi,
‘La Poltiglia’ dagli Altissimi.”

Þórr kvað:

“Segðu mér þat, Alvíss, –
öll of rök fira vörumk,
dvergr, at vitir -:
hvé sá himinn heitir,
erakendi,
heimi hverjum í?”
 Thor parlò:

11. “Rispondimi, Alvis!
tu che sai tutto,
Nano, del destino degli uomini:
Come chiamano i cieli,
vista che sta in alto,
In ognuno dei mondi?”

Alvíss kvað:

“Himinn heitir með mönnum,
en hlýrnir með goðum,
kalla vindófni vanir,
uppheim jötnar,
alfar fagraræfr,
dvergar drjúpansal.”

 Alvis parlò:

12. ” ‘Cielo’ lo chiamano gli uomini,
‘L’Altezza’ gli dèi,
I Vanir ‘Il Tessitore di Venti’;
I Giganti ‘Il Mondo di Sopra’,
gli Elfi ‘Il bel Tetto’,
I Nani ‘La Sala Grondante.'”

 Þórr kvað:

“Segðu mér þat, Alvíss,
– öll of rök fira vörumk,
dvergr, at vitir -:
hversu máni heitir,
sá er menn séa,
heimi hverjum í?”

 Thor parlò:

13. “Rispondimi, Alvis!
tu che sai tutto,
Nano, del destino degli uomini:
Come chiamano la luna,
che gli uomini ammirano,
In ognuno dei mondi?”

Alvíss kvað:

“Máni heitir með mönnum,
en mylinn með goðum,
kalla hverfanda hvél helju í,
skyndi jötnar,
en skin dvergar,
kalla alfar ártala.”

Alvis parlò:

14. “‘Luna’ tra gli uomini,
‘Fiamma’ gli dèi di sopra,
‘La Ruota’ nella casa degli inferi;
‘L’Andante’ i Giganti,
‘La Splendente’ i Nani,
Gli Elfi ‘Colui che dice i tempi.”

Þórr kvað:

“Segðu mér þat, Alvíss,
– öll of rök fira vörumk,
dvergr, at vitir -:
hvé sú sól heitir,
er séa alda synir,
heimi hverjum í?”

Thor parlò:

15. “Rispondimi, Alvis!
tu che sai tutto,
Nano, del destino degli uomini:
Come chiamano il Sole,
che tutti vedono,
In ognuno dei mondi?”

 Alvíss kvað:

“Sól heitir með mönnum,
en sunna með goðum,
kalla dvergar Dvalins leika,
eygló jötnar,
alfar fagrahvél,
alskír ása synir.”

Alvis parlò:

16. “Gli uomini lo chiamano ‘Sole,’
gli Dèi ‘Sunna’,
‘Ingannatore di Dvalin’ i Nani;
I Giganti ‘Il sempre Splendente’,
gli Elfi ‘Bella Ruota’,
‘Tutto-splendente’ i figli degli Dèi.”

(Traduzione di Henry A. Bellows, 1923)

I nani avrebbero avuto un’ampia opportunità di osservare il cielo notturno poiché si tramutavano in pietra se esposti alla luce del sole.  Queste kenning non sono ovvie per i fenomeni descritti e il “codice” rivelato da Alvis è uno dei pochi casi nei poemi norreni in cui è reso chiaro che la conoscenza del cielo e delle stelle era presente tra coloro che hanno scritto i miti.

Ci sono altri indizi nella poesia eddica e scaldica a indicare che gli Antichi Norreni fossero informati in astronomia, tuttavia le prove citate sopra sono quelle più facilmente riconoscibili tra le varie poesie che compongono il corpus di ciò che noi chiamiamo Mitologia Norrena. Molte più corrispondenze possono essere dedotte o intuite dal confronto con la mitologia romana, greca e indiana, che hanno meglio conservato i legami astrali con i miti, e questo è un campo di studio affascinante che merita una ricerca ulteriore.

1. A. Aaboe (May 2, 1974). “Astronomia Scientifica nell’Antichità”. Transazioni Filosofiche della Royal Society 276 (1257): 21–42. doi:10.1098/rsta.1974.0007. JSTOR 74272.
2. Thorkild Jacobsen, Lista dei Re Sumeri, 1939, pp. 71, 77.
3. Ogier, J. Costellazioni Eddiche.
4. Crist I (ll. 104–108) di Cynewulf.
5. Richard Hinckley Allen, Star Names; Their Lore and Meaning.

ETENISMO

Etenismo

di Else Christensen

È stato detto che la religione in un uomo è la sua caratteristica fondamentale; essa determina i suoi pensieri e quindi le sue azioni. Per religione qui non si intende il credo della Chiesa che egli sostiene, ma ciò che egli realmente crede – la sua visione generale della vita, come vede il suo ruolo nel mondo, il suo dovere e destino, e la sua relazione con l’universo. In breve, il modo in cui si sente spiritualmente legato al mondo ‘invisibile’. Se conosciamo la filosofia religiosa di un uomo, sappiamo molto su che tipo di persona è, su ciò che vuole o non vuole.

Esattamente lo stesso vale per una nazione di uomini, pertanto diventa importante osservare i concetti religiosi che essa ha, per ottenere una visione della vera anima della nazione, poiché dalla sua spiritualità collettiva derivano gli atteggiamenti e la condotta della gente. La visione religiosa di una persona, una tribù o una nazione, determina così le azioni, o non azioni, che queste possono prendere.

Tenendo ciò a mente, guardiamo al Wotanismo, le credenze religiose dei nostri antenati, per vedere quali erano le loro nozioni sulla vita e la parte che ha giocato nello schema generale delle cose. Il fatto che fossero credenze etene ha giocato, almeno durante i secoli cristiani, a loro discapito fin dall’inizio. Tutto l’Etenismo, non solo le credenze dei nostri padri, è stato bollato dai Cristiani zelanti come ciarlatano, stregoneria maligna, o opera del diavolo. Alcuni culti religiosi indubbiamente sono per lo più ciarlatani, ma questo non giustifica il mettere tutti i rami dell’Etenismo sotto l’idiozia e la ciarlataneria. Questa appare nelle fasi decadenti di una civiltà piuttosto che nelle fasi creative e, purtroppo, dobbiamo ammettere che nel nostro tempo tali culti stnano spuntando ovunque. Il ciarlatano non ha qualità positive, è una malattia culturale. Ma le idee eteniste non possono banalizzate come ciarlataneria, o opera del diavolo (qualora accettassimo la nozione cristiana secondo cui esiste un simile personaggio!)

E neanche possiamo relegare l’Etenismo interamente al regno dei miti e delle allegorie. Anche se questo può essere più vicino alla verità rispetto alla teoria del culto, è difficile credere che i nostri antenati, che in tutte le altre questioni erano molto realistici e pragmatici, abbiano lasciato che allegorie o misticismo poetico rappresentassero i loro concetti spirituali per quanto riguarda la vita e morte, o il loro codice di condotta generale.

Questo in effetti non suona per niente fedele a quel carattere. L’uomo europeo di un tempo non viveva o moriva credendo alle allegorie; la vita era una faccenda seria in quei giorni, e un serio, realistico orientamento spirituale era ciò di cui avrebbe avuto bisogno. Così, per quanto strano possa sembrare ai nostri contemporanei che si aggrappano alla fede giudaico-cristiana, cerchiamo qui di affermare che i nostri antenati, essendo sani di mente e con gli occhi aperti, credevano nel Wotanismo, e partiamo da lì.

Naturalmente il Wotanismo, come l’Etenismo in generale, simboleggia ciò che pensavano di conoscere dell’universo. Tutte le religioni lo fanno, è un dato di fatto, compreso il Cristianesimo. Ma i simboli, o allegorie se si desidera, non possono essere considerati l’origine o la causa in movimento di quei pensieri, sono piuttosto il risultato di tali agitazione della mente. I nostri antenati volevano chiarire ed esprimere le loro idee sul loro ambiente naturale; avevano bisogno di sapere cosa fare, che corso prendere. I miti simbolici, dunque, esprimono piuttosto le cose di cui si sono sentiti certi in base al loro livello di conoscenza e di intuizione, e queste sono le nozioni di particolare interesse per noi.

Il primo pensatore pagano era di mentalità aperta; il mondo intorno a lui, di cui si sentiva parte integrante, era tutto ciò che conosceva, ma l’enorme varietà di luoghi, suoni e forme che chiamiamo collettivamente Natura, non era ancora classificato ed etichettato; tutte queste impressioni meravigliose o terrificanti lo affollavano – bellissime, impressionanti, indicibili. Anche se oggi spieghiamo l’universo da eruditi, come se sapessimo tutto su di esso, dobbiamo ammettere che, nonostante tutti i nostri studi scientifici (e abbiamo percorso una lunga strada dal primo pensatore pagano), ancora non sappiamo esattamente di cosa stiamo parlando. Siamo in grado di descrivere molti fenomeni universali, siamo in grado di manipolare un pari numero di essi, ma non possiamo ancora dire esattamente da dove vengono o dove vanno le energie cosmiche – l’universo rimane un miracolo – meraviglioso, imperscrutabile, magico.

Il primo pensatore pagano non sapeva molto rispetto a noi, e nonostante ciò dobbiamo ancora chiederci quanto siamo lontani e quanto ancora possiamo imparare? Che ci sia una forza, una complessità millenaria di forze, un’energia eterna, cosmica, una forza vitale che governa l’organismo più minuto e le galassie del blu laggiù. Anche gli atei accettano questo, mentre i cristiani postulano che è opera del loro Dio Geova. Ma il senso naturale dell’uomo, se questi sarà onesto, lo sperimenta come una cosa vivente, una forza santificata verso la quale l’atteggiamento naturale è di timore e culto, se non con riti e rituali, quindi con rispetto e riverenza. Il mondo era, ed è tuttora, per il pensatore pagano, misterioso e sacro, perché è la forza sacra che dà vita a tutta la Natura. Questo è il tema centrale di tutto il paganesimo, riverenza e amore per la forza divina – questo magico, meraviglioso potere, perché, come dice Carlyle, il culto è meraviglia trascendente, meraviglia per la quale non vi è alcun limite o misura.

Il nostro attuale approccio materialistico e scientifico alla Natura ha offuscato, se non completamente cancellato, questo sentimento di stupore e di ammirazione; un albero per il business moderno significa determinati piedi di tavolo o libbre di carta, un acro di terra un determinato bene immobile. Ma l’uomo primitivo, vedendo se stesso come parte del tutto, era più prontamente in grado di sentire la divinità nella Natura. E il primo pensatore pagano naturalmente trasmetteva le sue idee ai suoi simili; egli fu il veggente il cui pensiero risvegliò negli altri uomini la capacità di pensare e comprendere. Era l’eroe spirituale che disse ad alta voce ciò che gli altri avevano solo debolmente sentito nei loro cuori, ma mai articolato. E, come commenta Carlyle, pensieri una volta risvegliati, non cadono di nuovo in sonno, ma crescono e generano nozione su nozione, sviluppandosi infine in sistemi di pensiero, nella filosofia.

Wotan è la figura centrale del paganesimo scandinavo, il dio eroe come divinità, la più antica forma di culto degli eroi. Tuttavia, Jacob Grimm, l’esperto tedesco della mitologia teutonica, sostiene che Wotan, il nome tedesco di Odino, non indica un uomo o un eroe; il nome, dice, è etimologicamente collegato con il Latino vadere (inglese wade) e significa movimento, o fonte di movimento, il potere, una manifestazione del più alto Dio come ‘motore delle cose’. Se accettiamo questa spiegazione, e sembra ragionevole accettare la parola di un simile esperto altamente competente, Wotan diviene così il nome Ariano per la forza vitale cosmica, l’energia eterna che è l’unica e originale fonte di movimento.

L’originale ‘Wotan’, è quindi da considerare la forza di vita impersonale, e non un dio-eroe. Ma questo non significa che nessun eroe con il nome di Wotan sia mai vissuto; al contrario, sembrerebbe abbastanza naturale che in qualsiasi periodo di tempo un particolare individuo, un eroe spirituale eccezionale, sia stato ‘motore delle cose’, e quindi, come espressione di onore e di rispetto, potesse essere chiamato Wotan. È ben noto che se una persona è stata straordinariamente dotata o abile in vita, non vi è quasi alcun limite alle sue abilità e imprese dopo la sua morte; la gente accorderà a lui tutti i tipi di poteri e saggezza e, infine, costruirà i propri miti intorno a un eroe-motore di tutte le cose; si evolverebbe naturalmente in Wotan Padre di Tutto.

Questo sarebbe ben in linea con un esempio dalla Heimskringla, una saga scritta da Snorri Sturluson in cui Wotan è raffigurato come un eroe-re dalla regione del Mar Nero che con i suoi dodici guerrieri viaggiò verso l’Europa del Nord; questo Wotan si dice abbia fondato la città danese Odense dove visse per molti anni; in seguito si trasferì in Svezia e alla fine morì vicino a Uppsala verso l’inizio della nostra era comune. Storie simili sono raccontate da altri storici come Saxo.

Il concetto di Wotan come espressione della forza vitale e anche come eroe e padre degli dèi e dell’uomo ha causato una certa confusione e ha reso le Edda difficili da capire, cosa che è stata in parte la ragione per cui il Wotanismo sia stato declassato a sciocchezze altrettanto incomprensibili. Ma, come nota Carlyle, le Edda non sono un sistema coerente di pensieri, devono essere considerate come la sommatoria di diversi sistemi che si susseguirono, costruiti uno sull’altro, nel corso di molti secoli, con ogni generazione che aggiungeva all’ordine organico esistente. Anche le relative aree di terre coinvolte devono essere prese in considerazione. Il Wotanismo era il principale credo religioso di tutto il Nord Europa e parte delle regioni centrali, nonché delle Isole Britanniche.

Inoltre non dobbiamo dimenticare che non era solo l’eroe-dio un ‘motore’, ma l’atteggiamento di tutto il popolo era di muovere le cose, così come se stessi; e si diffusero in tutto il mondo conosciuto, cosa abbondantemente provata attraverso reperti archeologici in molti luoghi lontani.

Questi primi Europei, che per lo più sono stati stereotipati come guerrieri rozzi e feroci, sono stati infatti, oltre che ottimi spadaccini, anche organizzatori, costruttori domestici e coloni. Carlyle cita che possiamo trovare titoli come ‘Il Taglialegna’ o ‘L’Abbatti-Foreste’, a indicare che questi eroi erano interessati ad altre cose più che allo stuprare le donne e uccidere i bambini. E dovunque andarono, portarono con sé i loro precetti religiosi; senza contatto con la patria, ed esposti a nuove influenze, ci si dovrebbe aspettare che alcuni cambiamenti abbiano avuto luogo nel corso degli anni. Questo sarebbe un motivo molto naturale per qualsiasi mancanza di coesione o storie e nozioni trovate contraddittorie quando, per esempio, si confrontano i miti del Baltico con quelli della Scandinavia o della Germania. L’Irlanda è stata cristiana molto presto, se non nel primo secolo d.C. allora almeno nel secondo; molti monaci irlandesi percorsero in lungo e in largo le isole, così come il continente, e i miti britannici, quindi, in una fase precoce divennero fortemente influenzati dal Cristianesimo, una cosa che ha ulteriormente aggiunto difficoltà alla comprensione di alcuni di essi.

L’essenza del Wotanismo, come di tutto l’Etenismo, è l’accettazione della Natura come divina e dell’uomo come appartenente alla Natura e quindi partecipe in questa divinità. Esisteva una comunione naturale tra l’uomo e le misteriose, invisibili potenze della Natura; ora, questi sentimenti sono stati espressi in base al livello di intelligenza e di comprensione della gente interessata, i nostri antichi antenati guardavano la natura con gli occhi aperti ma non sono stati intimoriti da queste forze potenti; essi non temevano gli dei, ma li guardavano come poteri da amare e rispettare – dèi che potevano essere aspri ma imparziali – e se seguissimo le regole, per così dire, trarremmo beneficio da queste forze; tuttavia, se avessimo oltrepassato la linea, le conseguenze seguirebbero rapidamente, e talvolta sarebbero state letali.

Ma esattamente questo concetto è una delle caratteristiche più notevoli dei nostri antenati, una che è dolorosamente scomparsa oggi: questa indiscussa volontà di assumersi la piena responsabilità delle proprie azioni, una responsabilità volontaria, totalmente assente nei nostri odierni leader religiosi e politici. In realtà nulla potrebbe essere più lontano dalle loro menti che accettare la responsabilità per le loro azioni. Dopo che i politici hanno gestito l’economia della città fino ad affossarla, chi osano suggerire debba pagare per la loro incompetenza e cattiva gestione? – I cittadini – o perdendo il loro lavoro come dipendenti pubblici, o con tasse più elevate, o entrambe le cose – i cittadini il cui unico ‘crimine’ è stato fidarsi dei loro rappresentanti eletti perché si prendessero cura della città; questo, naturalmente, può essere giudicato piuttosto ingenuo, ma anche allora ci si potrà chiedere che tipo di ‘uomini’ siano questi politici.

Tale atteggiamento non può essere più in contrasto con il modo di pensare etenista; ogni persona adulta, uomo o donna, deve accettare la responsabilità per le sue azioni, e anche i bambini devono imparare a farlo, secondo il loro livello di comprensione.

Siamo ben consapevoli del fatto che ‘responsabilità’ sia una parolaccia nel mondo di oggi. Tuttavia, suggeriamo che prima ritorniamo ai precetti eteni e accettiamo la responsabilità delle nostre azioni e chiediamo lo stesso dagli altri, specialmente i leader delle nostre comunità, meglio staremmo. Non spetta a terze parti, divine o umane, essere responsabili di ciò che si fa o non si riesce a fare, ma strettamente a noi e nessun altro essere responsabili per le nostre azioni; questa era la via dei nostri padri, e dovrebbe diventare di nuovo il nostro codice di condotta.

IL MITO INDOEUROPEO DELL’UCCISORE DEL DRAGO

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di Joakim “Oskorei” Andersen

Secondo lo studioso indo-europeista E. Benveniste, i primi indoeuropei, o, usando una terminologia politicamente scorretta, “Ariani”, erano riconoscibili per famiglie patriarcali estese, culto degli antenati, agricoltura e allevamento del bestiame, una società aristocratica di preti, guerrieri e agricoltori, adorazione delle “forze della natura” e sacrifici regali (di cui il più importante era Ashamedha, il sacrificio del cavallo).
Mircea Eliade avrebbe molto probabilmente sottolineato che i “popoli primitivi” non adorano le forze della natura in sé e per sé (piuttosto, le forze della natura sono viste come rappresentanti di forze e divinità cosmiche) e che a questo proposito, i primi Indo-Europei non facevano probabilmente eccezione. A prescindere da questa osservazione, tuttavia, Benveniste ci fornisce certamente un comodo sommario dei tratti unici dei nostri antenati. Molti di questi tratti hanno seguito anche gli Indoeuropei di tutto il mondo e nel corso della storia. Per esempio, il professor Georges Dumezil ha studiato come la tripartizione di preti, guerrieri e contadini si sia ripresentata nelle società indoeuropee dall’Irlanda all’India. Ma c’è ancora un’altra caratteristica unica che li ha seguiti e che Benveniste non menziona in questa analisi, vale a dire quella del mito dell’uccisore del drago.

Calvert Watkins – Come uccidere un drago

Il professor Calvert Watkins discute il mito dell’uccisore del drago nel suo enorme lavoro “How to Kill a Dragon“. Il professor Watkins è specializzato in quella che è conosciuta come “poesia comparativa indoeuropea”, il che significa che studia poesie, miti, preghiere, storie indoeuropee, ecc. Non studia il contenuto innanzitutto, ma piuttosto quali parole vengono usate, la struttura delle frasi, i tipi di versificazione e così via. Questo rende How to Kill a Dragon un libro estremamente complesso e teorico, che quindi dovrebbe essere raccomandato solo a fanatici di studi linguistici indoeuropei.
Il professor Watkins scrive che, secondo Benveniste, ci sono tre temi distinguibili all’interno del mito dell’uccisore del drago vedico (indo-ariano, proto-indiano): un tema religioso, che descrive le conquiste di un dio vittorioso, un tema epico della lotta di un eroe contro ciò che è di solito un mostro rettiliano e un tema mistico che descrive la liberazione dell’acqua.
Il primo tema coinvolge un dio della guerra indo-iraniano, che è spesso anche un dio delle tempeste. Il secondo tema esiste anche al di fuori della sfera culturale indoeuropea; l’eroe che uccide il serpente può essere trovato tra i semiti, i popoli americani, gli asiatici e altri. Il terzo tema è specificamente indoeuropeo; il drago ha reclamato l’acqua per sé e gli impedisce di fluire liberamente. Il mondo e l’umanità sono conseguentemente colpiti dalla sete. Watkins sospetta che questo tema provenga da un periodo in cui i primi indoeuropei vivevano in paesaggi piuttosto aridi più a nord rispetto all’India.
Il metodo di lavoro di Watkins, studiando parole e frasi, è molto utile. Con esso, può dimostrare che i miti dell’uccisore del drago in, ad esempio, Irlanda, Iran o nella Scandinavia dei Vichinghi sono direttamente “discesi” dal mito dell’uccisore di draghi originale, e quindi non “presi in prestito” da altri popoli. Ciò è dovuto al fatto che le stesse parole si ripresentano nelle stesse sezioni, con lo stesso ordine delle parole, la stessa “formula” linguistica, ecc.

Indra e Vritra

Indra, il dio della guerra, era il “protettore divino” degli Ariani, che li guidava nei racconti in cui combattevano contro la popolazione indigena dell’India, i “Dasa”. Indra è stato anche uno dei primi uccisori di draghi. Vritra, il drago a tre teste, aveva rivendicato tutta l’acqua del mondo per sé, e Indra ucideva il drago per restituire l’acqua al mondo e all’umanità. Questo è una sorta di “prototipo” del mito dell’uccisore del drago. Un drago ha usurpato qualcosa di essenziale per l’umanità, ed è quindi ucciso da un eroe.
Miti più tardi dell’uccisore di draghi di fondamentale importanza includono la lotta ittita tra il dio Teshub e il drago Illuyanka, la lotta di Zeus contro il mostro a cento teste Tifone, la lotta di Apollo contro il serpente Pitone e la battaglia di Thor contro il Serpente di Midgard. È interessante notare che Teshub, Thor e Zeus, come Indra, non sono solo dèi della guerra ma anche di tuono e tempesta.
Per coloro che hanno un interesse per la scuola tradizionalista, è abbastanza ovvio che il tema del mito dell’uccisore del drago è quello di una lotta tra un dio del cielo olimpico che combatte un drago ctonio o addirittura demoniaco. Questo può anche essere visto in termini più generali come una lotta tra il cosmo e il caos. I popoli antichi spesso vedevano il drago come un insegnante, ma solo vaghi echi di ciò sono conservati nelle mitologie indoeuropee (Sigurd imparò a comprendere il discorso degli uccelli dopo aver divorato il cuore di Fafnir, e Odino si trasformò in un serpente per ottenere l’idromele della poesia, ma ancora una volta, questi sono solo vaghi echi dei tempi passati).

Dal mito all’epica

Nel corso del tempo, si può osservare un cambiamento nel mito dell’uccisore di draghi tra i popoli indo-europei. Mentre la versione originale della storia era una lotta cosmica tra un dio e un drago, il mito in seguito si trasformò in un racconto epico con un eroe più o meno umano come protagonista. Qui vediamo l’epopea iraniana di Zahhak, che ha due serpenti sulle spalle e mangia il cervello degli umani. Zahhak usurpa il trono dell’imperatore Jamshid, ma in seguito viene ucciso dall’eroe Feridun. Quindi, la lotta è stata umanizzata e non è più tra gli dei. Ma rimangono gli stessi temi, come possiamo dire della storia di Eracle e del drago d’acqua a più teste Hydra, così come della favola irlandese di Fergus mac Leti e il mostro marino Muirdris. Anche nell’Europa orientale ci sono molti miti dell’uccisore del drago e fino al XVII secolo un “eroe” era da principio equiparato a un uccisore di draghi. Tra gli albanesi, si trova la peculiare creatura draconica Bolla/Kulshedra (gli albanesi sono l’unico popolo indo-europeo che il professor Watkins non discute nel suo libro, e la loro mitologia è probabilmente una miniera d’oro inesplorata per gli indoeuropei). Nella mitologia germanica norrena, Sigurd L’Uccisore del Drago uccide il drago Fafnir. In questa versione il drago non accumula acqua, ma oro. Il professor Watkins scrive che questo era visto molto negativamente dalle popolazioni germaniche, dal momento che credevano che l’oro dovesse fluire liberamente tra i membri della società e non essere accumulato a vantaggio di qualcuno.
Il mito dell’uccisore del drago sopravvisse nell’era cristiana attraverso, per esempio, la leggenda di San Giorgio e il Drago. In questa leggenda, la trama è ancora di un drago che accumula una fonte d’acqua, nonostante l’aggiunta di sacrifici umani e una bella fanciulla.
Il professor Watkins dimostra anche come il linguaggio, certe frasi ecc. del mito dell’uccisore di draghi si ripresentino nei racconti più recenti, anche quando non si occupano dell’uccisione di draghi. Per esempio, nella credenza popolare, certi incantesimi usavano la stessa terminologia per uccidere un “verme” sotto forma di malattia. Nell’era moderna, il mito dell’uccisore di draghi è un tema centrale ricorrente del genere fantasy. È sopravvissuto anche nella propaganda politica, che ha incoraggiato l’uccisione di tutto, dal “drago del debito” al serpente del comunismo. Oggi, l’acqua delle nostre società non è prima di tutto usurpata da grandi rettiliani. Pertanto, gli uccisori di draghi del nostro tempo dovrebbero piuttosto sforzarsi di uccidere il drago dell’etnomasochismo o il drago della distruzione ambientale. Ma il tema principale rimane lo stesso: i rappresentanti delle forze ctonie e demoniache (capitalismo senz’anima e comunismo, etnomasochismo, distruzione della ecosfera) devono essere sconfitti da rappresentanti di un’immortale saggezza olimpica.

OCCHIO DI WOTAN

Wotan's Eye

di Ron McVan

“Una psicologia umana completa ed equilibrata è di natura quadruplice, come è rappresentato dall’occhio universale di Wotan. Quando la mente esplora questo simbolo, è portata verso idee che vanno oltre la comprensione della ragione”……………C.G.Jung

Attraverso la funzione dell’occhio, diveniamo consapevoli della fantasmagoria del mondo fenomenico, che Shakespeare chiamava, “lo spettacolo incorporeo”. L’occhio è il primo cerchio, l’orizzonte che forma è il secondo cerchio e in tutta la natura questa figura primaria è ripetuta senza fine, è l’emblema più profondo di tutti i cifrari noti all’uomo: oltre la barriera della conoscenza umana pende l’Occhio di Wotan, la croce all’interno di un cerchio. Nella misura in cui la comprensione dei misteri arcani e della scienza avanza, questa barriera si allontana.

La nostra vita è un apprendistato alla verità secondo cui intorno a ogni cerchio se ne può disegnare un altro, e non c’è fine nella natura, ma ogni fine è un nuovo inizio. La vita dell’uomo è un circolo in evoluzione che, da un anello impercettibilmente piccolo, corre da tutte le parti verso cerchi nuovi e più grandi. Il cerchio o anello è anche un simbolo che significa unità, universo e divinità unica. Un cerchio esprime allo stesso tempo sia la completezza che la separatezza. Un gruppo di persone legate da un obiettivo o da un interesse comune, che per il momento le distingue dagli altri, può riferirsi a se stesso come una cerchia. Spesso i nostri amici e conoscenti costituiscono ciò che chiameremmo un circolo sociale. A volte simboleggia il sole o il corso del sole durante l’anno, o il tempo e l’eternità in generale. Dai riti antichi all’astrologia, all’alchimia e ai poteri gnostici, il cerchio è uno dei simboli più dinamici e ampiamente utilizzati.

“In ogni uomo… c’è una parte che riguarda solo se stesso e la sua esistenza contingente, che è propriamente sconosciuta a chiunque altro, e muore con lui. E c’è un’altra parte attraverso la quale egli si attiene a un’idea che viene espressa attraverso di lui con chiarezza eminente, e di cui è il simbolo”. ………. William Von Humboldt

Per i nostri lontani antenati pagani, un cerchio spesso segnava il confine di un’area sacra e lo proteggeva dalle influenze maligne. Il cerchio è un simbolo di “tutte le cose”, perché può essere immaginato come una linea tracciata attorno a qualsiasi cosa, ma allo stesso tempo può servire come simbolo di “una cosa” perché è una singola figura. In simbologia Dio è talvolta rappresentato da un punto all’interno di un cerchio.

Wotan era noto per aver sacrificato il suo occhio sinistro nel Pozzo di Mimir, per raggiungere la suprema conoscenza e saggezza. Per raggiungere questo compito, egli deve dividere il velo di luce in una conoscenza ugualmente equilibrata del buio infinito. Tutto diventa altamente arcano e simbolico. L’occhio sinistro rappresenta la luna circolare, l’occhio destro, il sole circolare. Troviamo la stessa simbologia dell’occhio solare negli dei egizi Ra e Horus.

“Per tutta la nostra vita ci sforziamo verso il sole; quella fronte ardente è l’occhio di Wotan. Il suo secondo occhio, la luna, non emana la stessa luce; deve essere messo in pegno nella Fontana di Mimir, così che possa andare a prendere le acque curative da lì, ogni mattina, per il rafforzamento del suo occhio”. ………… Oehlenschlager

Il cerchio è un intero, ma anche, in senso figurato, un buco o, in questo caso, un pozzo. È un simbolo del nullo “0”, e quindi serve come rappresentazione del vuoto, della non esistenza, del nulla. Ma è il nulla che contiene l’esistenza potenziale di ogni cosa, il caos primitivo da cui il Dio Assoluto dell’Universo aveva creato il mondo, l’abisso o grembo di tutto l’essere. Il pozzo, non dissimile dalla grotta, è stato conosciuto come simbolo del grembo di madre terra.

Dio è la fonte di tutta la luce, l’ordine e l’intelligenza nell’universo esteso; senza luce e coscienza c’è solo oscurità, caos e nulla. La cruda realtà del nulla è molto peggiore di qualsiasi Inferno che l’uomo possa mai immaginare. Il più convinto degli atei ha la libertà di scegliere di negare l’esistenza dell’intelligenza divina nell’universo perché quell’intelligenza gli dà quel diritto. Nella realtà virtuale del nulla l’uomo sarebbe totalmente insignificante e sarebbe morto nel dimenticatoio molti eoni fa. L’umanità semplicemente non poteva sopportare la realtà del nulla ed è l’ordine e l’intelligenza di Dio nel vasto vuoto dello spazio che rende il nulla abbastanza sopportabile da permettere all’umanità di sopravvivere. Attraverso la natura il miracoloso si rivela per coloro che hanno occhi per vedere.

“Dio non pensa, crea; non esiste, è eterno”
………………….Kierkegaard

Poiché l’immersione nel mondo della materia fornisce l’esperienza che porta alla saggezza, Wotan (la coscienza) sacrifica parte della sua visione per ottenere un sorso quotidiano dal pozzo di Mimir, mentre Mimir (materia), ottiene una parte dell’intuizione divina. La coscienza e la materia sono quindi relative l’una all’altra a tutti i livelli, così che ciò che è coscienza su uno strato della vita cosmica è materia per lo stadio sopra di esso. Le due parti dell’esistenza sono inseparabili. Questa formula è stata a lungo esposta nel simbolo alchemico noto come “Ourobouros”, che consiste in un cerchio formato da un serpente o da un drago che inghiotte la propria coda. Spesso questo porterà la frase greca “ἒν τὸ Πᾶν” (tutto è uno). Questa frase è composta da tre parole, con sette lettere e numeri, 3 + 7 = 10. Di nuovo, dieci significa “tutte le cose”, perché completa la serie dei numeri primari dalle cui combinazioni sono formati tutti gli altri numeri. Inoltre, 10 significa “l’uno”, perché è composto da 1 e zero e 1 + 0 = 1.

Il simbolo del cerchio con una croce al centro, conosciuta come la Ruota Solare o l’Occhio di Wotan, è forse il più antico simbolo del Nord Europa. Questo segno dimostra la potenza del sole che agisce sulla terra, un simbolo di unità ed equilibrio in tutte le cose: saggezza, intelletto, potere spirituale, legge, ordine, contenuta forza religiosa, santità, ed è il simbolo principale che rappresenta l’Ariano Padre di Tutto, Wotan. La croce all’interno di un cerchio simboleggia il puro panteismo e l’origine dell’uomo. La linea verticale esprime anche l’ascensione spirituale della divinità, mentre l’orizzontale indica il piano inferiore della terra cosciente della materia.

Le immagini mentali sono la porta verso una conoscenza superiore. È a questi fini che il simbolismo espresso nell’essenza di DIO e gli archetipi di divinità minori sono vividamente esemplificati nel nostro mito, molto, molto significativo, nell’esperienza di vita personale e nello sviluppo del nostro popolo e della nostra cultura. Fino a quando l’uomo non percepirà e applicherà queste verità eterne dentro di sé, egli rimarrà schiavo del mondo fisico e delle forze di base che riflettono e fluiscono dai mondi inferiori della materia.

I nostri simboli sacri e miti popolari ci rivelano il precario e pericoloso viaggio dell’anima con i molti ostacoli da superare. L’uomo si erge tra il microcosmo e il macrocosmo. La chiave del significato della vita è racchiusa nell’uomo, poiché egli è nell’occhio del ciclone. In nessun modo si dovrebbe assumere l’idea che l’universo sia stato creato solo per l’uomo. Dalle antiche dottrine impariamo che l’uomo è nato per il completamento della grande opera in cui sono impegnate le nostre vite e la nostra gente. Ignorare o iniziare un’azione contro la logica ferrea della Natura può solo portare alla nostra autodistruzione. Il filosofo tedesco, Friedrich Nietzsche, avrebbe affermato nei suoi scritti: “Perché i pochi uomini e donne di proposito, sono benedetti dalla certezza che, a differenza dei miliardi che vivono e muoiono con non più senso di identità o di scopo di quanto ne abbiano pecore o bovini, le loro vite hanno un senso, che non vivono e sognano, lottano e soffrono invano, che la loro esistenza conta qualcosa, perché è la loro coscienza e il loro scopo che determinerà la forma e lo spirito del nuovo ordine che un giorno ascenderà su questa terra, e saranno i loro discendenti che faranno il prossimo passo all’interno del nuovo ordine verso il superuomo”.

La forma antropomorfa di ogni dio è un simbolo. Questo è il modo più semplice per i ricercatori della coscienza di Dio per comprendere entità che hanno determinati ruoli e complesse interrelazioni. La ruota solare dell’occhio di Wotan rimane ancora il simbolo divino per antonomasia della forma non antropomorfica. L’immagine attuale del “Occhio di Wotan” oggi è come è sempre stata nel passato, rappresentando quella stessa profonda essenza metafisica che continua ininterrotta per tutta la storia del mondo occidentale. Le tribù d’Europa e il loro dio archetipico etnico-ancestrale Wotan e in effetti, tutti gli Dei di Asgard, si connettono come cercatore e trovato e sono così intesi come l’esterno e l’interno di un unico mistero auto-riflesso, che è identico al mistero del nostro mondo manifesto. La configurazione del cerchio e della croce è l’eterno paradigma di Wotan, che riflette le molte vite, leggende e lasciti della nostra nobile razza e del nostro patrimonio. Serve come una verità essenziale all’interno di una ricerca di vita in corso, di cui tutti siamo una parte significativa.

“La coscienza è l’Occhio di Wotan nel Cuore dell’Uomo”

(Mimir, che si è evoluto dall’antica razza dei giganti, possedeva la conoscenza suprema ed è un guardiano dei sacri tesori mistici, un essere dai poteri fantastici. Può essere classificato con le Norne, come in origine anche qualcuno su cui non dominava neanche Wotan Padre di Tutto, che doveva apparire come un richiedente. La sorella gemella di Mimir è la madre di Wotan: da Mimir arriva la prima cultura e l’origine delle razze, perché nel suo pozzo, l’ispirazione, il potere spirituale, l’intelligenza e la saggezza dell’uomo hanno la loro fonte e intorno a lui, come capo, stanno riuniti gli artisti dell’antichità, dalle cui mani tutte le cose possono essere fabbricate in creazioni viventi e meravigliose.)