IL PROFETA GIULIANO E LA PRIMA RINASCITA PAGANA

di Wyatt Kaldenberg

N.B.: il linguaggio crudo dell’autore non riflette le nostre convinzioni, ma viene riportato integralmente per valorizzare la peculiarità dello scritto e per rispetto verso l’autore stesso.

Giuliano era il figlio più giovane di Giulio Costanzo, fratellastro di Costantino I (primo leader cristiano della razza bianca) … Quando Giuliano aveva cinque anni, il nipote di suo padre, anch’egli di nome Costanzo, assumendo il titolo di ‘Costantius II’, divenne Imperatore dell’Impero Romano d’Oriente, mentre Costantino II era l’Imperatore d’Occidente. Costantius II, nel 340 d.C., con la morte del fratello Costantino II, divenne il solo Imperatore di un Impero Romano unito. Il comandante cristiano dell’esercito, nominato dalla Chiesa appena fondata, questionò la devozione al Cristianesimo della restante famiglia reale ed era determinato a non avere altra linea di sangue che quella di Costantino tra i governanti di Roma. Il comandante uccise i fratellastri di quest’ultimo e altri possibili candidati pro-pagani al trono romano. Il terzo figlio di Costantino I, Costantino II, aveva fatto uccidere il padre di Giuliano, un vero pro-pagano, nel 337, e un fratello maggiore di Giuliano fu ucciso nel 341. La madre di Giuliano era morta, o, forse, era stata assassinata dai Cristiani subito dopo la sua nascita. Il ragazzo rimase un orfano e sotto la custodia degli omosessuali molestatori di bambini che gestiscono la Chiesa Cristiana. Con il suo fratellastro superstite, Gallus, sette anni più anziano, fu allevato nel malvagio culto semitico del falso Cristo, prima da Eusebio, lo strano vescovo cristiano di Nicomedia, che cercò di fare il lavaggio del cervello ai giovani eredi reali con le malattie mentali di giudeofilia, xenofilia, omofilia e pedofilia. I Reietti volevano tenere i giovani reali lontani dal pensiero ariano e concentrarli sugli studi biblici ebraici.

I Reietti credevano che controllare le menti dei leader era il modo migliore per controllare una nazione.

Con il matrocinio di Eusebia, la moglie pro-pagana del Reietto in Cristo Costantius II, al diciannovenne Giuliano fu permesso di imbarcarsi per la Grecia e studiare il pensiero classico ariano. La libertà di Giuliano come studente gli aprì la mente sulla vera natura del culto di Cristo. Egli, segretamente, divenne un neoplatonico e si unì alla religione ariana di Mitra, il Sole Invitto. Quando Giuliano aveva 23 anni, l’Imperatore Costantius II, diede in moglie sua sorella Elena a Giuliano. L’Imperatore credeva che così avrebbe mantenuto Giuliano all’interno della chiesa dei Reietti. Ma Elena divenne in segreto una sacerdotessa di Mitra…

L’Imperatore Costantius II temeva il giovane Giuliano e cominciò a mettere in discussione la sua devozione a Cristo. Il malvagio Imperatore nominò Giuliano generale e lo mandò in Gallia nella speranza di farlo uccidere. Il suo piano gli si rivoltò contro. Egli sconfisse le due tribù pagane, gli Alemanni e i Franchi, che stavano causando molti problemi per gli obiettivi imperialistici cristiani di conquistare la Gallia. Giuliano, il Pagano segreto, stava diventando un eroe per i cittadini cristiani di Roma. L’Imperatore Costantius II non si fidava più di Giuliano e lo spiava, e manteneva il suo esercito a corto di denaro e di provviste.

Nell’inverno del 360, l’Imperatore, nella speranza di indebolire Giuliano, inviò parola in Gallia che Giuliano avrebbe dovuto dividere il suo esercito in due e dare all’Imperatore le sue truppe migliori in modo da poterle schierare in Oriente.  L’esercito di Giuliano si ribellò al trono e dichiarò Giuliano il nuovo Augusto. Scoppiò la guerra. L’Imperatore Costantius II fu ucciso. Giuliano divenne Imperatore. È la violenza fare la storia.

Il grande amore di Giuliano per la cultura ariana si può riscontrare nei suoi libri, quelli che sfuggirono alle fiamme cristiane. Giuliano era stato battezzato e cresciuto come Reietto. Stette al gioco della loro malvagità fino a quando non prese il potere. Giuliano vedeva il Cristianesimo come il culto alieno che aveva ucciso suo padre, suo fratello e molti dei suoi familiari e amici.

È un’errata interpretazione cristiana del mondo antico sostenere che Giuliano fosse il solo a preferire il Paganesimo ariano al Cristianesimo ebraico. La maggior parte del popolo romano era Pagana ariana, in particolare la classe istruita. In epoca romana, il Cristianesimo era la religione degli schiavi, delle checche e degli immigrati non bianchi, come è oggi il caso.

Una delle prime cose che Giuliano fece come nuovo Imperatore di Roma fu ridurre la spesa al palazzo. Questo gli permise di abbassare le tasse, il che lo rese popolare tra le masse. Annunciò che avrebbe governato Roma non come un politico, ma come un filosofo della più nobile tradizione greca. Giuliano scrisse un attacco al Cristianesimo, “Contro i Galilei”, che sopravvive solo in frammenti.

Egli cercò di ricostruire il Tempio ebraico a Gerusalemme nella speranza che un tempio ricostruito incoraggiasse gli Ebrei a lasciare Roma e tornare a casa in Israele. Il piano fu abbandonato quando gli venne riferito che i terroristi cristiani avevano bombardato le vecchie fondamenta del Tempio ebraico e spaventato gli operai.

Egli perdonò tutti i vescovi cristiani che furono imprigionati o esiliati da Costantino II. Concesse la libertà di culto a tutte le religioni: cristiana, pagana ed ebrea. Giuliano inviò parola che nessun Pagano avrebbe dovuto vendicarsi contro i Cristiani e gli Ebrei per il loro diniego degli Dei viventi, la loro distruzione dei luoghi sacri pagani, i loro roghi di libri pagani, né per il loro assassinio di uomini, donne e bambini pagani. Giuliano credeva erroneamente che il modo migliore per fermare il declino dell’Impero Romano fosse fare pace con gli Ebrei e i Cristiani e creare una Roma unita. Questo idealismo delle “braccia aperte all’Impero Romano” sarebbe stato la rovina di Giuliano.

Ma questa tolleranza maligna dell’Ebraismo e del Cristianesimo era accompagnata da una giusta determinazione a far rivivere il Paganesimo ariano ed elevarlo al livello di una religione ufficiale, con una gerarchia istituita. Ispirandosi a suo zio Costantino I che aveva istituito il Cristianesimo dichiarandosi allo stesso tempo l’Imperatore di Roma e il capo della Chiesa Cristiana, l’Imperatore Giuliano era il capo di una nuova Chiesa Pagana ariana. Compiva sacrifici animali ed era un convinto difensore dell’ortodossia pagana, impartendo istruzioni dottrinali al suo clero. Non sorprende che gli Ebrei e i Cristiani, intolleranti a qualsiasi Dio diverso dal loro falso dio d’Israele, fossero pieni di odio, rabbia e cospirazione omicida.

Giuliano era abbastanza intelligente da non fidarsi degli Ebrei e dei Cristiani in posizioni di comando. I Pagani erano apertamente preferiti per alti incarichi ufficiali, anche se, come offerta di pace ai malvagi monoteisti, alcuni Reietti e Giudei come gettoni di presenza furono nominati in carica. Giuliano era un uomo che aveva i suoi momenti brillanti e i suoi punti di cecità.

Molti Ebrei e Cristiani furono espulsi dall’esercito, ma ad altri fu permesso di restarvi. A un certo punto sembrò quasi che Giuliano intendesse portare questi stronzi monoteisti alla giustizia, ma poi lasciò il male intatto per predicare una filosofia pagana della tolleranza. Era quasi come se Giuliano avesse un desiderio di morte. Cosa c’è che non va nei bianchi?

Ancor più strano è il fatto che il grande filosofo pagano contemporaneo Ammiano, che ammirava le virtù di Giuliano ed era lui stesso un aderente alla religione ariana tradizionale, censurò l’Imperatore Giuliano perché aveva licenziato Cristiani ed Ebrei dando il loro lavoro a nobili pagani ariani. Ammiano fece questa bizzarra e odiosa dichiarazione: “Era disumano, e da meglio destinarsi all’oblio, il fatto che proibisse agli insegnanti di retorica e letteratura di praticare la loro professione se fossero stati seguaci della religione cristiana”. Che stupido era Ammiano! Giuliano permetteva a questi succhiacazzi di lavorare; l’unica cosa che aveva fatto fu rimuovere questi vermi dal libro paga pubblico. Avrebbe dovuto ucciderli! Come loro avevano fatto ai Pagani in passato e avrebbero fatto in futuro. Ammiano sosteneva che Giuliano fosse più interessato alla magia che al lato religioso del Paganesimo.

Anche se predicava la malvagia tolleranza per il monoteismo, alcuni eventi ammirevoli si verificarono. Le città cristiane furono penalizzate da tasse leggermente più alte, e la rabbia dei Pagani virtuosi, incazzati per gli anni delle persecuzioni per mano di Cristiani ed Ebrei, bruciò alcune chiese cristiane, e i Vescovi dei Reietti, che avevano diretto i roghi dei libri pagani, la distruzione dei luoghi sacri pagani, e l’assassinio di uomini, donne e bambini pagani, tra i quali il vile e assetato di sangue Atanasio, furono banditi; ma purtroppo, Giuliano, non ebbe la lungimiranza di ucciderli. Disobbedendo agli ordini di Giuliano di non danneggiare questi malvagi criminali odiosi, un gruppo di sorelle e fratelli pagani mise le mani su un depravato vescovo reietto e torturarono meravigliosamente il pezzo di merda fino alla morte. Bellissimo! C’è speranza per l’umanità, dopo tutto!

Giuliano reinsediò il Dio ariano Bacco nelle basiliche un tempo pagane di Emesa ed Epifanea. Sfortunatamente, permise ai Cristiani di mantenere il falso dio ebraico nei sacri templi pagani. Quando Giuliano si stava preparando per una campagna contro i Persiani, il suo reinserimento degli Dei e Dee pagani ariani nella grande basilica e la rimozione del corpo schifosamente mummificato del falso ‘martire’ omosessuale Babila, “una santa reliquia cristiana” usurpato dall’antico sacro bosco pagano di Dafne, infastidì i Cristiani colmi di odio. Lo strano senso della virtù di Giuliano non impressionò neanche i Pagani. Molti tra i Pagani più appassionati furono adirati dall’immeritata tolleranza di Giuliano per i monoteisti. L’ingenua idea di tolleranza religiosa di Giuliano non unificò l’Impero Romano, ma rese solo l’Imperatore nemico degli Ebrei, dei Cristiani e dei Pagani che capivano quanto fosse pericoloso tollerare il monoteismo.

L’invasione del territorio romano da parte delle forze persiane era intollerabile. Giuliano non avrebbe permesso a degli uomini scuri di prendere la terra romana in Medio Oriente. Radunò un esercito di 65.000 uomini … I Persiani furono aiutati dal tradimento cristiano in patria, e da una quinta colonna cristiana tra le fila dell’esercito romano. Durante un attacco persiano contro la città di Tisifone, Giuliano fu ferito dalla lancia di un assassino cristiano all’interno dell’esercito romano. La lancia trafisse il fegato di Giuliano, e morì.

La politica religiosa ariana di Giuliano non ebbe alcun effetto duraturo, se non per mostrare quanto sia stupida questa nozione secondo cui i Pagani possano vivere in pace con i monoteisti. I cospiratori Ebrei e Cristiani non persero tempo a portare a termine il loro maligno colpo di stato. La feccia monoteista prese il POTERE TOTALE e non mostrò assolutamente ALCUNA tolleranza nei confronti della gente pagana, dei libri pagani, delle tradizioni pagane, degli oggetti religiosi pagani, dei templi pagani e così via. Iniziarono ad arrestare i Pagani e a giustiziare tutti coloro che non si fossero inchinati al male per convertirsi al Cristianesimo. Da questo momento in poi, il Paganesimo ariano prese il declino. L’imperialismo mediorientale prese il controllo della Roma ariana e governò con il pugno di ferro. Usarono Roma come sede per diffondere l’universalismo e l’odio per la razza bianca. Ogni usanza popolare era vista con grande sospetto dai Papi omosessuali di Roma. Le donne bianche erano estremamente odiate dalla chiesa ebraica. Gli Ariani che mantenevano in vita le tradizioni popolari furono processati per stregoneria e molti furono arsi vivi o uccisi con numerose altre torture disumane. Se solo Giuliano avesse avuto la lungimiranza di capire quanto siano malvagi i monoteisti, non avrebbe praticato la tolleranza religiosa e avrebbe rastrellato questi cultisti estranei e li avrebbe affrontati radicalmente come loro, in seguito, si sarebbero occupati di noi. Giuliano ha avuto l’opportunità di salvare la civiltà ariana dalla malattia aliena, ma la sua nozione reazionaria di equità e giustizia per tutti ha dato ai nemici della nostra razza il punto d’appoggio di cui avevano bisogno per rubarci la nostra patria. La storia di Giuliano ci insegna che le nostre azioni contano. Essere reazionari e tollerare i nostri nemici non risulterà che nel dolore e nella sofferenza del nostro popolo.

UN’ANTICA NUOVA RELIGIONE

Wotan

di Lawrence

Oggi si considera politicamente corretto o almeno politicamente accettabile lamentare la distruzione delle culture aborigene da parte degli evangelizzatori cristiani. Le culture tribali di vari etnie amerindie e africane sono state, come complemento alla loro colonizzazione, “cristianizzate”, più frequentemente con l’uso della forza. In questo processo è stato convenientemente trascurato che i “revisionisti” che hanno portato alla luce questi fatti in genere avevano un proprio obiettivo preciso. Nascosto dietro la facciata delle varie ideologie New Age, Un-Mondo, vi è un sistema di credenze politiche che per natura è universalmente anti-occidentale.

Un aspetto che non fa parte della loro agenda revisionista unilaterale è che, così come il Cristianesimo è stato usato come mezzo per pacificare molte popolazioni del Terzo Mondo con la scusa di portare la civiltà ai selvaggi, allo stesso modo è stato usato come avanguardia per l’occupazione ideologica dell’Europa. Il Cristianesimo dopo tutto è una religione mediorientale le cui radici in Europa si estendono in un tempo relativamente breve in termini storici. Proprio come le culture tribali dei “nativi” americani e africani furono distrutte e soppiantate da un sistema di credenze aliene, così anche le ricche culture indigene del Nord Europa sono state demonizzate, soppresse e quasi perdute.

Questa cultura nordico-europea, questo sistema di fede con una continuità che risale ai recessi fiochi della preistoria, si chiama Asatru. Si tratta di una corruzione linguistica di Aesir, uno dei due gruppi primari da cui prende il suo pantheon di Dei e Dee. L’altro gruppo è quello dei Vanir.

Alcuni studiosi hanno ipotizzato che questi due gruppi fossero la cultura matriarcale originale, agricoltura/raccolta di Scandinavia meridionale ed Europa occidentale (i Vanir) e la cultura di cacciatori/guerrieri del tecnologicamente più avanzato e patriarcale popolo “dell’ascia da battaglia” (gli Aesir). I due gruppi che entrarono in conflitto all’inizio dell’Età del Bronzo si fecero guerra a vicenda, prima di fare la pace. Questi eventi e processi storici sono diventati parte della mitologia del nostro popolo. Nel corso del tempo i suoi vari protagonisti hanno raggiunto la divinizzazione. Altri elementi della religione, tuttavia, vanno ancora più indietro e sembrano essersi evoluti da quelle che potrebbero essere state le credenze animiste originali dei nostri più antichi antenati.

Nonostante i molti secoli di persecuzioni, rituali sconosciuti ed eventi che oggi riteniamo comuni hanno avuto origine nella vecchia religione. Un esempio: sputare in mano prima di stringere la mano, un modo per sigillare un patto che rimanda alla pace tra Aesir e Vanir. I giorni della settimana – martedì, mercoledì, giovedì e venerdì – derivano tutti dai nomi dei vecchi Dei. La maggior parte delle festività cristiane sono in realtà di origine pagana. Pasqua (Easter) è una festa pagana per Ostara, la Dea anglosassone della primavera. Il coniglio (in realtà una lepre) e l’uovo di Pasqua sono simboli tradizionali pre-cristiani della rinascita, da sempre associati alla primavera. I divieti contro la cremazione, il mangiare carne di cavallo e l’uso di farmaci a base di erbe sono tutte reazioni cristiane a pratiche pagane millenarie.

Oggi la moderna Asatru e i suoi seguaci cercano senza vergogna di ristabilire una continuità con il nostro antico passato, il cui ricordo consideriamo prezioso sia per noi stessi che per la nostra progenie. Non siamo anti-occidentali, ma crediamo che i veri sistemi e le libertà occidentali siano le antitesi della rigidità dogmatica, antiscientifica e del cieco autoritarismo dell’ideologia cristiana egualitaria imposta. Una delle voci principali della moderna Asatru, Stephen McNallen, ha dichiarato:

L’Asatru nasce dalla nostra natura di popolo di origine europea. Non è solo ciò in cui crediamo, è ciò che siamo. Migliaia di generazioni di evoluzione condivisa in un ambiente simile hanno prodotto un unico modello fisico, mentale e spirituale, e Asatru è la sua manifestazione religiosa. Così, Asatru è intimamente connesso con gli interessi e il destino del nostro popolo. Come logica conseguenza del punto di vista folkish di cui sopra, riconosciamo la validità di altre religioni indigene e rispettiamo il diritto di altri popoli di promuovere i propri interessi. Vogliamo un mondo di vera diversità, con un mosaico di popoli e culture, ognuno dei quali elabora il proprio destino. Non siamo “anti” nessuno, ma guai a coloro che ci aggrediscono.

Inseparabilmente legate alla vecchia religione sono le rune. L’esame dei simboli e del simbolismo runici è necessariamente complesso e irto di supposizione non provata e frode. Uno “studioso” della fine del XIX secolo, Guido von List, compose le sue rune OWJl e il simbolismo runico. Un sistema runico è oggi utilizzato da vari praticanti ingenui di rituali new-age e magia sciamanica. In realtà questo sistema, presumibilmente basato sul sistema runico norreno a 16 caratteri, è in realtà derivato in gran parte dall’immaginazione attiva dello stesso autore occultista.

Sappiamo con ragionevole certezza che gli scritti runici risalgono almeno al periodo degli Etruschi. Alcuni ricercatori li tracciano più lontano, ai simboli molto più antichi degli hällristningar, i simboli dei culti preistorici dei popoli del Nord trovati sulle incisioni rupestri.

Le rune sono lettere e sono state utilizzate nella registrazione delle informazioni. Ancora oggi il runico “XXX” su un fusto di legno denota che contiene birra o bevande. Tuttavia le rune non sono solo lettere in senso contemporaneo. Ogni runa aveva un nome particolare e rappresentava il concetto indicato da quel nome. Un esempio è la runa Elhazz, spesso incorporata nell’architettura degli edifici. Elhaz è la quindicesima lettera del Futhark Antico, uno dei più antichi sistemi runici che consiste di 24 caratteri. Di solito soppianta il suono rappresentato dalla moderna lettera “Z”, ma ha un significato ben più profondo del suo uso come semplice lettera alfabetica.

Le braccia ramificate verso l’alto della runa Elhaz rappresentano e simboleggiano lo stupendo potere resistente dell’alce. Nella magia runica questo è il segno difensivo più potente di “guardia”. È interessante notare che, con l’evoluzione del sistema runico ridotto nel Futhark dell’Età Vichinga (16 caratteri), si è sviluppata una dicotomia formale. La runa con le braccia verso l’alto venne conosciuta come la runa dell’uomo e aveva un suono “M”. La runa a braccio in basso aveva il suono di una runa fortemente palatalizzata, “R” ed è stata chiamata la runa di Tasso, un simbolo di morte.

La chiesa cristiana medievale ha utilizzato la forma runica dell’uomo come variazione della croce. Essi piegarono semplicemente le braccia della croce latina verso l’alto in un angolo di 45 gradi per formare un crocifisso stilizzato noto come croce a forchetta. Papa Gregorio il Grande (590-604 d.C.) indossava una croce a forchetta sui suoi paramenti. Lo stesso tipo di crocifisso è ancora in uso comune in Westfalia e in alcune parti dell’Austria e dell’Italia.

Al contrario, i nemici della civiltà occidentale – Saraceni, satanisti e altri – piegavano le braccia della croce latina verso il basso a significare il crocifisso rotto. Questa dicotomia si è evoluta fino a tempi abbastanza moderni, quando in gran parte dell’Europa centrale le rune verso l’alto, della Vita, erano utilizzate negli avvisi di nascita dei giornali, mentre le rune verso il basso, della morte, apparivano nei necrologi e sulle lapidi. Non a caso il “simbolo della pace” degli anni ’60 si basa sulla runa della morte. Un uso appropriato di questo simbolo mostra la filosofia anti-occidentale intrinseca a questi movimenti di massa di ispirazione marxista.

La runa Elhaz ha ulteriori correlazioni con la medicina a base di erbe. L’elemento di questa runa è l’aria, il suo legno il tasso, il suo colore l’oro, la sua divinità associata Heimdall, uno degli Aesir, il cui compito è quello di guardiano degli Dei. Tutto questo e molto altro da una sola lettera di un alfabeto quasi dimenticato!

Stiamo parlando di un argomento molto complesso. Che si sia cristiani, pagani o atei, comunque bisogna riconoscere che l’uomo occidentale possiede una storia mai narrata, la cui ricchezza culturale e ideologica è di maggiore importanza in questi giorni in cui i governi cercano di distruggerne l’unicità culturale. Per capire dove è diretto, un popolo deve prima capire pienamente da dove è venuto.

da Instauration Marzo 1998 vol. 23 n. 6 – Editore Wilmot Robertson

PREGARE COME UN INDOEUROPEO

odinism

di Tom Rowsell

DOVE svolgere preghiere e rituali? Che cosa si può sacrificare in un blót e quali libagioni possono essere versate? Che cosa dire in una preghiera e quale Dio invocare?

Rispondo a queste domande e spiego il formato tripartito della preghiera indoeuropea con riferimento al Sigrdrífumál e al ciclo della donazione reciproca. Mostrerò anche che aspetto hanno il mio santuario e gli idoli e come porgo loro un’offerta.

Appendice

La religione è definita come “un insieme di credenze… di solito implicanti devozione e osservanze rituali…” (Random House Dictionary). I rituali delle religioni indoeuropee sono spesso trascurati, ma sono molto ampiamente descritti in molti contesti nelle singole lingue. Circa un miliardo di indù mantengono anche i loro antichi rituali quotidiani: ricordano ancora. Lo studio della linguistica indoeuropea (IE) consente una ricostruzione teorica di alcuni dei rituali proto-indoeuropei originali mostrando i significati religiosi comuni di alcune parole proto-indoeuropee (PIE). In alcuni casi si ritiene possibile ricostruire l’attuale formulazione di antichi testi rituali, o almeno quelli più formali a causa delle qualità mnemoniche del versetto. Questo approccio più tecnico è il metodo più prezioso per ricostruire la religione proto-indoeuropea.

In passato, molti rituali indoeuropei sono stati ricostruiti sulla base di studi di religione comparata, comprese le descrizioni del folklore e della letteratura antica, ma gran parte di questo lavoro ha avuto un’agenda politica o religiosa. Tuttavia le descrizioni multiple forniscono un’immagine e una conferma della pratica che può essere adeguatamente ricostruita tramite l’analisi linguistica. Più recentemente, gli archeologi moderni hanno descritto molti siti che hanno elementi religiosi che possono essere analizzati (oltre a trovare molte nuove iscrizioni) e questi hanno fornito una gradita correzione alla libera speculazione che è stata pubblicata in passato. Più standard professionali di analisi della religione (con meno bigottismo) sono stati sviluppati anche negli studi antropologici. Si veda per esempio, pp. 229-232, Schultz e Lavenda, (antropologia culturale, una prospettiva sulla condizione umana, da Emily A. Schultz e Robert H. Lavenda, Mayfield Publishing Co., Mountain View, CA, 1995; abbrev. &L); S e p. 344-382, Haviland (antropologia culturale di William A. Haviland, Harcourt Brace Jovanovich College Publishers, NY, 1993).

Arta

Un esempio del peggio del precedente tipo di analisi è fornito da Émile Benveniste che afferma che “non esiste un termine comune per designare la religione stessa, o il culto, o il sacerdote, e neanche uno per i singoli dèi” pp. 445-6. Egli poi fornisce il primo esempio di ciò di cui nega l’esistenza: la radice *ŗta-, di solito tradotta come ‘ordine’, e ricostruita dal vedico sanscrito Ŗta, e ‘l’ordine’ dell’Arta iranico che forniscono sia una parola astratta che il nome di una dea. Questa radice fornisce anche le forme sanscrite ŗta-Van (masc.), e ŗta-vari (FEM.); e le forme iraniche Artavan (masc.), e Artavari (FEM.), tutte significanti ‘colui che è fedele ad Arta, che è moralmente compiuto’ che sono tipi comuni di formazioni per coloro che assistono ai rituali (per esempio, sacerdoti e sacerdotesse). Dopo aver respinto la possibilità che gli Indoeuropei potessero avere un concetto religioso di base, Benveniste afferma: “Abbiamo qui una delle nozioni cardinali del mondo legale degli Indoeuropei che non dice nulla delle loro idee religiose e morali” (Benveniste , pagg. 379-381). Aggiunge anche che un suffisso astratto -tu formò la radice vedica Ŗtu-, avestica Ratu-, che designava l’ordine, in particolare nelle stagioni e periodi di tempo e che appare nel latino Ritus ‘rito’ preso in prestito in Inglese come ‘rite (s), ritual (s)’. La stessa radice, a volte data come *hrta, appare come -Ratri, l’elemento in molti nomi di festival in India come Shivaratri, il Festival della celebrazione del matrimonio di Shiva. In moderno Hindi, gli ārties (aarties) sono inni speciali che vengono cantati alla fine di un’offerta per assicurarsi che i riti vengano eseguiti correttamente; molti di questi sono dati nella preghiera quotidiana di Snatan. Un altro suffisso -ti dà il latino ars, artis ‘la tecnica per fare qualcosa’, e viene preso in prestito in Inglese come ‘art’. Questa è una delle parole più ampiamente testimoniate e le dee più ampiamente deificate tra gli Indoeuropei. Per molti altri esempi, vedere p. 710, G &I che dà *ar-(tho-) ‘adattare, corrispondere, unire’, con le forme ittite ara, ULara, e DAra ‘Buono, Giusto’, una Dea ittita; anche pp. 56, 57, Pokorny e *Haér (TIS) su p. 362, EIEC.

Un elenco di termini religiosi proto-indoeuropei ricostruiti è fornito da Lyle Campbell (pp. 391-392, Historical Linguistics, An Introduction, MIT Press, Cambridge, 2004), per il quale accredita Michael Weiss. Campbell dà solo la radice nuda e una traduzione; ove possibile, ho aggiunto i numeri di pagina di Encyclopedia of Indo-European Culture (abbreviato EIEC), che amplifica le informazioni e dà alcune delle parole in varie lingue, e anche da Gamkrelidze e Ivanov (abbreviato G&I) che utilizzano diversi tipi di ricostruzione fonetica, ma forniscono anche molti esempi. I miei commenti sono tra parentesi.

  • *isH1ro ‘sacro’ [*eisH1ro, p. 702, G&I]
  • *sakro- ‘sacro’ (derivante da *sak- ‘santificare’) [p. 493, EIEC; p. 702, G&I]
  • *kywen(to)- ‘sacro’ [p. 493, EIEC; p. 702, G&I]
  • *noibho- ‘sacro’ [p. 493, EIEC]
  • *preky ‘pregare’ [si veda perky ‘chiedere, chiedere in matrimonio’ p. 33 EIEC, ma eccetto che in Latino, l’uso sembra essere limitato a un senso non religioso]
  • *meldh ‘pregare’ [p. 449, EIEC; p. 703, G&I; si veda preghiera, pregare, sotto.]
  • *gwhedh ‘pregare’ [p. 449, EIEC]
  • *H1wegwh ‘parlare solennemente’; [*uegwh, p. 449, EIEC; p. 704, G&I]
  • *ĝheuHx ‘chiamare, invocare’ (probabile Inglese ‘God’ da *ĝhū-to- da ‘ciò che è invocato’, ma deriva da *ĝhu-to-‘versare’ da *ĝheu- ‘libare, versare’ è anche possibile), [p. 89, EIEC; si veda invocare, invocazione, sotto.]
  • *kowHxei- ‘sacerdote, veggente/poeta’ [p. 451, EIEC]
  • *Hxiaĝ- ‘adorare’ [*yak’ p. 704fn, G&I]
  • *weik- ‘consacrare’ (significato precedente forse “separare”), [*ueik-, p. 493, EIEC; p. 29, Grimm]. Questa è l’origine della parola Wicca, tra l’altro.
  • *sep- ‘gestire con riverenza’ [p. 450, EIEC]
  • *spend- ‘libare’ [*sphent’- pp. 608, 708, G&I]
  • *ĝheu- ‘libare’ e *ĝheu-mņ ‘libagione’ (ma vedasi *ĝheuHx sopra.)
  • *dapnom ‘pasto sacrificale’ da *dap-. [Vedasi daps sotto.]
  • *tolko/eH2 ‘pasto’ (almeno tardo PIE) [p. 496, EIEC]
  • *nemos ‘bosco sacro’ (utilizzato in Occidente e centro del mondo IE) [némes- p. 248, EIEC]
  • *werbh ‘recinto sacro’

Di seguito sono riportati alcuni elementi del rituale proto-indoeuropeo che possono essere ricostruiti in base all’analisi linguistica. Questo non è affatto tutto, sono solo quelli di cui ho avuto modo di scrivere finora.

Culto degli Antenati

Gli antropologi elencano gli spiriti ancestrali come uno dei tipi di esseri soprannaturali e sono “visti come un interesse attivo nella società umana” p. 348-350, Haviland. Chiamati *patri-> Patris o patrikas (ad esempio ‘padri, piccoli padri’, p. 194-5, EIEC) e *mater > matris o matrikas (ad esempio ‘madri, piccole madri’, p. 385-6, EIEC) entrambi con terminazioni diminutive in varie forme affini, erano adorati tra tutti gli Indoeuropei. In generale, le persone fanno questo andando a siti tombali e offrendo cibo, fiori e lampade illuminate o candele. Gli Indoeuropei adoravano i propri genitori come comunità in periodi regolari dell’anno, specialmente in maggio e novembre.

I “morti onorati” si presumevano persistere in qualsiasi luogo ed erano anche adorati allo stesso modo sotto il nome *Mannus, ad esempio il Latino Di Manes e molte forme affini in altre lingue. Una variante più personale di questo rituale era la commemorazione di compagni perduti da parte di soldati molto diffusa tra i Romani, e celebrato come la Rosalia, circa il 1 ° maggio.

Offerte di Cibo

Un’offerta sacrificale o un’oblazione di orzo tostato viene ricostruita sulla base di *bhrekyh-, da cui deriva il latino arcaico ferctum ‘la torta sacrificale fatta di orzo, miele e burro’, osco fertalis ‘cerimonia rituale che coinvolge torte sacrificali’. Un’offerta è anche ricostruita con parole per ‘fuoco’ come *nk’ni- da cui deriva il sanscrito agní ‘sacro fuoco’, greco Agōn- ‘concorso, giochi (un tipo molto comune di offerta)’ e latino agneus ‘offerta di arrosto, agnello’. Gamkrelidze e Ivanov sostengono che questi insiemi di forme mostrano un rituale proto-indoeuropeo comune con alcune sostituzioni, p. 604-605. Certamente un’offerta rituale che usa il fuoco può essere ricostruita su motivi di religione comparativa perché è descritta esplicitamente in Latino, Sanscrito, Ittita e Greco.

Nel caso di un animale ucciso per un’offerta, il punto non era quello di causare sofferenza all’animale, ma di avere qualcosa da mangiare. Questo processo era tuttavia inquietante per gli Indoeuropei, e hanno espresso questo attraverso il rituale di personificazione dell’animale. Questo appare nel mito di Yama, il primo animale a morire e in rituali e festival legati a questo mito, come il greco Bouphonia Festival, la Poplifugia romana e il Festival di Romolo e il lettone Apjumibas.

vittime sacrificali

Daps è un banchetto, o cibo rituale offerto a una divinità come atto sacro per incoraggiare gli Dei e Dee a fare qualcosa. Gli adoratori spesso celebrano con una festa comunitaria, p. 231-232, S&L, ma un Daps ha la caratteristica distintiva di uno speciale “seggio” previsto per gli Dèi e Dee alla festa. Descrizioni dettagliate di come erigerne uno sono date in Sanscrito, Avestico, Greco e Latino. Questo è un tipo molto arcaico di festival; nelle prime descrizioni, la paglia veniva sparsa sul terreno perché gli antenati o divinità e dee vi si sedessero, dal momento che apparentemente non c’erano mobili disponibili, o non erano ancora stati inventati. In Latino, la forma più vecchia è descritta da Catone nel De Agri Cultura, un libro su come coltivare, e dal momento che dice specificamente che è necessario propiziare gli Dèi e le Dee per produrre buoni raccolti, egli racconta di come fare un Daps.

Nel tardo periodo classico, un Daps nella tradizione greca e romana era diventato una scusa per una festa elaborata e costosa simile a un “gala di beneficenza di New York” e un intero libro è conservato sul tema chiamato Deipnosofisti, che racconta quali alimenti erano serviti e fornisce anche ricette. Conosciamo anche la canzone rituale in latino poiché c’è un Daps per Sant’Agnese cantato a Pasqua, secondo l’Innario Gregoriano. La festa è ricostruita come *dapnom ‘pasto sacrificale’ da *dap-. Forme includono: greco dapáne, con il perideipnon, un banchetto tradizionale presso la tomba di una persona cara; latino daps ‘tavolo cerimoniale (cultico); cibo, pasto, festa’, armeno tawn ‘banchetto’ e antico islandese tafn ‘animale sacrificale, cibo sacrificale’. Le parole correlate sono tocario A. tāpal ‘cibo’ e ittita LUtappala- ‘persona responsabile della cucina di corte’ (p. 606, G &I; p. 323ff e p. 484, Benveniste; p. 496, EIEC). C’è un’ottima discussione sulla “festa degli dèi” di Theoxenia nell’antica pratica di culto greca dalle prove epigrafiche, ed. di Robin Hagg, Svenska Institutet i Athen, Stoccolma, 1994.

Offerte vocali

Le offerte agli dèi e alle dee sotto forma di discorsi (preghiera, lode, canto e storia) sono comuni a tutte le genti secondo gli antropologi. Gli Indoeuropei avevano diverse parole per “Offerte vocali” che possono essere ricostruite in proto-Indoeuropeo, compresi i verbi che significano invocare, pregare, cantare e parole formate da queste mediante un processo regolare.

Invocare, invocazione

Gli Indoeuropei invocavano Dèi e Dee usando la parola *ĝheuHx – ‘chiamare, invocare’ con forme in nove gruppi linguistici (p. 89-90, EIEC; p. 413-4, Pokorny). Invocare qualcuno è “chiamarli” e questo veniva compiuto all’inizio di qualsiasi rituale religioso dove si sperava che le divinità partecipassero o almeno ascoltassero. C’è una costruzione regolare di un sostantivo di agente da questo verbo utilizzando un suffisso *-tar (“colui che fa X”), che produce parole per ‘invocatore’ in quattro gruppi linguistici, e costituisce una delle parole standard per sacerdoti e sacerdotesse tra gli Indoeuropei. Esempi sarebbero gođi in Antico Norreno, sanscrito hotra e avestico zaothra. Ci sono molte altre parole di struttura simile.

Vocativo è il termine grammaticale per il caso di un sostantivo usato per appellarsi a persone o esseri non presenti, ed è ricostruito nel sistema di casi sostantivali proto-indoeuropei. Ad esempio, la forma vocativa greca Deo è di solito tradotta in Italiano con la particella “O” come in “O Dea…” Ogni volta che il vocativo viene utilizzato, indica che l’oratore ha personificato l’oggetto dell’indirizzo, al contrario di limitarsi a riferirsi a un concetto astratto. Per chiarire con un esempio, molti americani si riferiscono a “Madre Natura” come se fosse un essere potente, soprattutto dopo un uragano, ma di solito non vi si appellano direttamente come “O Madre Natura…” che indicherebbe che stiano adorando lei. Questa distinzione è importante perché mostra se una certa divinità è stata effettivamente adorata, o se è solo una metafora poetica o un frutto dell’immaginazione dei molti autori che hanno cercato di ricostruire la religione proto-indoeuropea in modo tale da sostenere le proprie ideologie.

Gli Indoeuropei spesso usano patri ‘padre’ e matri ‘madre’ (o forme simili) dopo il nome di una divinità. C’è una lista di queste in fonti romane: Iane Pater (Janus), Liber Pater, Mars Pater o Marspiter, Neptunus Pater, Saturnus Pater, Dispater, Deus patri, Jupiter e Vediovis Pater, tutti elencati nei libri del CIL. Questo appositivo ha la forza di un vocativo, e sembra essere particolarmente utilizzato quando viene fatta una richiesta, come se l’oratore si aspettasse di essere in grado di fare un appello speciale ai propri genitori, che avrebbero potuto sentirsi obbligati a rispondere come a un figlio o una figlia.

Pregare, Preghiera

Una parola diffusa usata dagli Indoeuropei è ricostruita come *meldh – “Pregate mentre offrite sacrificio, offri parole orante agli dèi”. Questo si basa sulla preghiera degli Ittiti maldai, ‘promettiamo solennemente agli dei di offrire un sacrificio’, la preghiera maldessar, ‘invocazione’; alto tedesco antico meldon ‘comunicare, riferire’; tedesco melden; e antico morreno -mal ‘poesia, racconto’, suffisso in titoli di poesie mitologiche nell’Edda Antica. Altre forme includono l’antico ecclesiastico slavo moliti ‘pregare’; russo antico molit ‘pregare mentre si compie un sacrificio’, Ceco modla ‘idolo, tempio’; lituano meldziu ‘(Io) prego’, malda ‘preghiera’; e armeno malt’em ‘(Io) prego’ (p. 703-4, G &I; p. 722, Pokorny; p. 449, EIEC).

Modello Generale per le Preghiere

Mallory e Adams osservano che esiste un modello formulaico ricostruibile dalle prime preghiere attestate (p. 450 EIEC, basando il loro lavoro su Benveniste, pp. 499-507 e infine su Dumézil). Il modello mostra: 1) invocazione, 2) base, che è la giustificazione di una richiesta (tipicamente: ci hai aiutato prima) e quindi 3) la richiesta spesso con un verbo imperativo alla fine. Essi danno diversi esempi; questo è di Catone (De Agri Cultura, 1:132; l’originale latino è citato in M. P. Catone Sull’Agricoltura):

Iuppiter dapalis, quod tibi fieri oportet in domo familia mea culignam vini dapi, eius rei ergo macte had illace dape pollucenda esto.

Jupiter Dapalis (invocazione), poiché è giusto che una tazza di vino ti sia offerta, nella mia casa e in mezzo al mio popolo, per la tua sacra festa; e a tal fine (base), che tu sia onorato con l’offerta di questo cibo (richiesta).

L’esempio precedente è descritto come una richiesta, ma molti rituali indoeuropei consistono nel ringraziare, e cantare canzoni di lode, soprattutto in regolari festival annuali. Infatti la richiesta qui, come nella maggior parte degli esempi, è che la Deità accetti l’offerta! Le celebrazioni comunitarie sono una parte importante di tutte le religioni indoeuropee, e certamente costituiscono la parte più facilmente ricostruibile della religione proto-indoeuropea. [fuggle26]

La pratica rituale indoeuropea è stata molto variabile su una zona molto ampia (dall’Irlanda all’India) e per un periodo di tempo molto lungo (6000 anni), ed era abbastanza flessibile in accordo con le esigenze delle persone. Tuttavia è possibile ricostruire molti rituali nella loro originale forma proto-indoeuropea, utilizzando metodologie linguistiche e comparative, in concomitanza con i dati archeologici e la pratica religiosa moderna.

Fonti

• Ancient Greek Cult Practice from the Epigraphical Evidence, ed. diRobin Hagg, Svenska Institutet i Athen, Stoccolma, 1994.
• Cultural Anthropology by William A. Haviland, Harcourt Brace Jovanovich College Publishers, NY, 1993.
• Cultural Anthropology, A Perspective on the Human Condition, by Emily A. Schultz e Robert H. Lavenda, Mayfield Publishing Co., Mountain View, CA, 1995. (abbrev. S&L)
• Deutsche Mythologie di Jacob Grimm, (English title Teutonic Mythology, translated by J.S. Stallybrass), George Bell and Sons, Londra, 1883.
• Encyclopedia of Indo-European Culture, di J. P. Mallory, and Douglas Q. Adams, Fitzroy Dearborn, Londra, 1997. (abbreviato EIEC)
• Historical Linguistics, An Introduction, di Lyle Campbell, MIT Press, Cambridge, Mass., 2004.
• Indo-European and the Indo-Europeans: A Reconstruction and Historical Analysis of a Proto-Language and a Proto-Culture, di Thomas V. Gamkrelidze, e Vjaceslav V. Ivanov, (Tendenze in linguistica: studi e monografie 80, 2 Vol. Set), con Werner Winter, ed., e Johanna Nichols, traduttrice (titolo originale Indoevropeiskii iazyk i indoevropeistsy), M. De Gruyter, Berlino & NY, 1995. (abbrev. G&I)
• Indo-European Language and Society di Émile Benveniste (trad. di Elizabeth Palmer, tit. or. Le vocabulaire des institutions Indo-Européennes, 1969), University of Miami Press, Coral Gables, Florida, 1973.
• Indogermanisches Etymologisches Wörterbuch di Julius Pokorny, Francke Verlag, Berna e Monaco, 1959.
• M. P. Cato on Agriculture, Latino con traduzione in Inglese di W.D. Hooper, Harvard University Press, Cambridge, Mass., 1936 (un’edizione bilingue Loeb Classical Library).
• Oxford Introduction to Proto-Indo-European and the Proto-Indo-European World, di J. P. Mallory, e Douglas Q. Adams, Oxford University Press, Oxford, 2006.
• Snatan Daily Prayer Diamond Books, Nuova Delhi, 2004.

IL PAGANESIMO DEL SANGUE

wotanismo volkisch

di Kevin Alfred Strom­­

Il passato dell’esistenza umana nel suo insieme non è altro che ciò a cui torniamo sempre quando abbiamo messo radici profonde. Ma questo ritorno non è un’accettazione passiva di ciò che è stato, ma la sua trasmutazione. (Martin Heidegger)

I PAGANI RAZZIALISTI giustamente caratterizzano l’essere razziale dei loro antenati nel contesto del carattere metafisico/psico-spirituale della vita religiosa interiore di questi antenati, non come credenti dogmatici di una religione-nel-tempo. I pagani razzialisti autonomi hanno legittimi diritti di eredità del sangue per rivendicare il paganesimo come loro eredità razziale: nessun antenato = nessun paganesimo. L’esistenza spirituale dei nostri antenati pagani europei era naturalmente e intrinsecamente legata al loro essere razziale come organismi biologici.

I pagani razzialisti non giustificano la loro estetica spirituale sostenendo la conoscenza dogmatica di fedi morte, ma con la conoscenza dell’importanza della razza. La natura e il carattere delle nostre credenze pre-cristiane e le loro esperienze spirituali sono state necessariamente plasmate dal nostro stato biologico collettivo di quel tempo; questo è ciò che ne determina il valore e il significato – e il loro essere degne di studio e di ammirazione. Possiamo cercare di conoscere alcuni aspetti della nostra psiche collettiva.

Per poter procedere a un più attento esame del carattere [di Wotan] dobbiamo non soltanto riconoscere le sue azioni storiche in mezzo agli scompigli e ai rivolgimenti politici, ma abbiamo anche bisogno delle interpretazioni mitologiche, che non spiegavano ancora le cose in termini umani e secondo le limitate possibilità umane, ma ne trovavano i motivi più profondi nella psiche e nella sua autonoma potenza. La più antica intuizione umana ha sempre deificato simili potenze, caratterizzandole ampiamente e con gran cura per mezzo dei miti, a seconda della loro peculiarità. Ciò era tanto più possibile in quanto si trattava delle immagini o dei tipi originali innati nell’inconscio di molte razze, e che esercitavano su di queste un’influenza diretta. Si può perciò parlare di un archetipo “Wotan” che, in qualità di fattore psichico autonomo, produce effetti collettivi, delineando così un’immagine della sua propria natura. Wotan ha una sua particolare biologia, separata dalla natura del singolo, che solo di quando in quando è afferrato dall’irresistibile influsso di quel fattore inconscio; nei periodi di calma, invece, l’archetipo Wotan è inconscio come un’epilessia latente. (Carl Jung, Wotan)

Davidson scrive:

La mitologia di un popolo è molto più che una collezione di favole piacevoli o terrificanti da insegnare in forma accuratamente espurgata ai nostri alunni. È il commento degli uomini di una particolare età o civiltà sui misteri dell’esistenza umana e della mente umana, il loro modello di comportamento sociale, e il loro tentativo di definire nelle storie di dèi e demoni la loro percezione delle qualità interiori.

Lo studio della mitologia non deve più essere visto come una fuga dalla realtà nelle fantasie dei popoli primitivi, ma come una ricerca per la comprensione più profonda della mente umana. Nello spingerci a esplorare le lontane colline dove abitano gli dèi e le profondità dove i mostri sono in agguato, stiamo forse scoprendo la strada di casa. (H.R. Ellis Davidson, Gods and Myths of Northern Europe)

A volte mi identifico come Pagano non perché io sottoscriva dogmaticamente la visione del mondo dei miei antenati, ma perché mi identifico spiritualmente, e traggo ispirazione, dal pensiero romanticizzato delle molte tribù di Europei di razza bianca che vivevano in un stato quasi sfrenato della natura — sia internamente (mentale) che esternamente (ecologico) — creando i propri valori.

Al posto dei papponi e delle storie dei commercianti di bestiame dell’Antico Testamento, le saghe e le leggende nordiche appariranno, in un primo momento semplicemente narrate, per poi essere rappresentate attraverso i simboli. Non è il sogno dell’odio e del messianismo omicida, ma il sogno dell’onore e della libertà che deve essere acceso attraverso le saghe nordiche, germaniche… Il desiderio di dare all’anima di popolo nordica la sua forma di Chiesa germanica sotto il segno del mito völkisch – quello è per me il più grande compito del nostro secolo…

L’antica idea teutonica di Dio è… inconcepibile senza libertà spirituale… La forza della ricerca spirituale… si mostra nel Viandante del Mondo, Odino.

Insoddisfatto, eternamente alla ricerca, il dio vagò per l’universo per cercare di capire il suo destino e la natura del suo essere. Sacrificò un occhio in modo che potesse prendere parte alla saggezza più profonda. Come eterno vagabondo è un simbolo dell’eterno cercare e diventa l’anima nordica che non può abdicare alla fede in se stessa per Jahvè e i suoi rappresentanti. L’attività testarda della volontà, che, in un primo momento, avanza così duramente attraverso le terre nordiche nelle canzoni di battaglia su Thor, mostra direttamente alla prima apparizione il lato innato, struggente, alla ricerca della saggezza, metafisico, nel Viandante Odino.

Una forma di Odino è morta, cioè l’Odino che era il più alto dei molti dèi che apparivano come l’incarnazione di una generazione che ancora si prestava ai simbolismi naturali. Ma Odino come eterna immagine speculare dei poteri spirituali primordiali dell’uomo nordico vive oggi esattamente come più di 5.000 anni fa…

COME

Fine di una Fede

di T.A. Odinson Walsh

È solo la mia particolare (e impenitente) visione del mondo, spesso colorita dal mio cinismo sulla moderna sconfessione dell’uomo della sua un tempo innata attenzione al destino e ai doveri cui dovrebbe attenersi, o viviamo in un’epoca in cui un’eccessiva quantità di persone di discendenza indoeuropea sembrano straordinariamente… come dire, vuote? Concesso, nonostante le attuali crisi economiche derivanti dalle inevitabili conseguenze del tentativo di contrastare le leggi della logica e della ragione con l’esercizio dell’altruismo universalistico, che questa resta un’epoca di progresso tecnologico e ricchezza materiale senza precedenti, cose ampiamente disponibili per gli uomini e le donne più comuni, l’accesso a tali ricchezze sembra non fare nulla per il quasi totale senso di insoddisfazione, disillusione e decisamente determinata apatia che permea le persone di oggi.

Capire come queste condizioni siano state trasmesse al mondo occidentale, in precedenza paradigma del progresso spirituale e secolare, e aiutare il mio popolo a comprendere come può superare il vuoto che è venuto a turbare il Vero progresso, è mio dovere… e destino.

Come mi è ferito il cuore per quelli
ingannati in sentieri di pace
che li lasciarono soli in spasmi
di un dolore che mai tace
Su altari di uva e grano
nel loro spirito confidavano
solo per trovare la loro fede vana
e la forza che volevano, in rovina

Nel corso della storia la forza collettiva di un popolo collettivo è sempre stata fondata sulla sua dedizione collettiva a un ideale collettivo. Pur essendo vero che molte culture dell’antichità (Egitto, Grecia, Roma) erano abbastanza liberali (e io uso il termine liberale nel suo vero senso, quello dell’onesta apertura mentale, non in quello moderno e imbastardito che è arrivato a denotare la pura idiozia) da tollerare una miriade di pratiche spirituali e idee intellettuali, il fatto è che quelle pratiche spirituali apparentemente diverse (ci sono sempre state anomalie) avevano radici comuni nel proprio rispettivo pantheon culturale e quelle idee ritenute dannose per la causa comune del benessere delle rispettive culture erano, opportunamente, soppresse. La fondamentale unanimità era all’ordine dei loro giorni, e allo stesso modo quello era il loro ordine ai loro giorni.

Anche se la cultura occidentale oggi, in apparenza, sembra possedere una dedizione collettiva a un comune ethos giudaico-cristiano, anche l’osservatore “casualmente onesto” dovrebbe ammettere che l’unanimità è tutt’altro che l’ordine di questo giorno. Dalla loro incapacità di stabilire l’unità etica su un tema che dovrebbe essere una questione di istinto spirituale, come la protezione degli innocenti, dei nascituri (il nostro vero futuro!), al loro fermo rifiuto di supporto reciproco in un approccio più sistematico alla supremazia occidentale (senza la quale sono destinati a morte certa), i giudeo-cristiani sono del tutto mal preparati per salvare alcuno o alcunché.

Quando consideriamo che la fede giudeo-cristiana si fonda sul requisito che un individuo aderente denunci se stesso e tutti gli istinti di cui il corpo è impregnato alla nascita, agendo indubbiamente per immergere l’individuo in un maelstrom di odio di sé, dubbio, senso di colpa e paura, non dovrebbe sorprendere (per una mentalità razionale) che i collettivi di persone così predisposte trovino la serenità, la razionalità o l’unanimità così al di là della loro portata.

Per la cronaca, credo che la maggior parte delle persone giudeo-cristiane siano fondamentalmente in buona fede e buoni individui, e credano anche che nel loro evangelismo la maggior parte di loro siano onestamente convinti di “fare del bene al prossimo” introducendolo a un’ideologia che pretende di concedergli “vita eterna” (e a chi non suonerebbe bene l’idea di vivere per sempre?!). Tuttavia, credo anche che il giudeo-cristiano medio sia una vittima, un individuo che è arrivato alla sua “fede” come risultato di indottrinamento incessante per tutta la sua infanzia (che persino il più ribelle degli spiriti supererebbe difficilmente) o dopo una traumatica esperienza di vita (come scampata morte, reclusione, ecc.) che lo ha lasciato vulnerabile al messaggio giudeo-cristiano di “amore incondizionato” (anche se in realtà ci sono molte condizioni nel giudeo-cristianesimo… ma di quelle parliamo un’altra volta). Naturalmente ci sono quei giudeo-cristiani che si aggrappano alla loro “fede” come una questione di “tradizione” (“è quello che credevano i miei genitori e i loro genitori, così…”) o semplicemente per lo scopo di affermazione sociale, anche se quando messi alle corde molti ammetteranno prontamente con candore che “in realtà non credono a tutto ciò che dice la Chiesa o il predicatore”. Che tutti questi gruppi siano, in un grado o in un altro, vittime, è però un dato di fatto, e non vi è prova più indicativa che la storia stessa, ampiamente verificabile, della loro “fede”.

Come arse la mia ira su coloro
che perpetrarono bugie
che colpirono la mia gente con tale danno
e mandarono la loro anima in lacrime
per visioni che mai apparvero
non importa quanto pregassero
e in “cambio”, anno dopo anno,
gli rimase solo quello

Mentre mi sono preso cura di sottolineare la condizione di vittima del giudeo-cristiano “medio”, si spera ponendo le fondamenta nel loro spirito per una Vera resurrezione (del loro istinto, della loro felicità e forza auto-orientata!), ci sono anche quelli – e a questo proposito non possiamo più sminuzzare le parole se il dovere e il destino sono la nostra Vera causa come revivalisti odinisti – che sono responsabili della costituzione e continuazione di un’ideologia che, contrariamente al suo presunto scopo di “amore e pace”, ha lasciato una traccia di prove che sicuramente la mostreranno come il più grande crimine mai conosciuto dall’uomo occidentale. Anche se lo spazio non consente una discussione esaustiva di queste prove (per le quali suggerisco vivamente l’intera opera di Revilo P. Oliver, William G. Simpson e la sezione “storia” della vostra biblioteca pubblica) evidenzierò qui alcuni dei più convincente dati di fatto.

Il Concilio di Nicea, un’assemblea dei primi padri ecclesiastici giudeo-cristiani, venne convocato nell’anno 325 d.C. Anche se già inoltrata nel quarto secolo della sua esistenza, la comunità giudeo-cristiana, per com’era, era ancora molto divisa su ciò che avrebbe dovuto essere la più basilare delle sue credenze fondanti, come l’esatta natura degli insegnamenti di Gesù o, più precisamente, quali racconti dei suoi insegnamenti fossero anche accurati. La verità della questione (anche i teologi tradizionali concederanno) è che oltre 300 anni dopo il processo, morte e resurrezione del loro presunto salvatore, esistevano oltre 400 “resoconti”, molti dei quali palesemente contraddittori tra loro e la cui maggior parte si è scoperta essere stata scritta dopo che i presunti “testimoni oculari” (cioè “gli Apostoli”) erano morti, e la triste (o crudele) realtà è che queste “autorità” della Chiesa del IV secolo non sapevano se i “resoconti” fossero esatti o erronei. Ciò che il Concilio di Nicea invece sapeva, era di avere un interesse acquisito (cioè il potere personale) nello stabilire un “canone scritturale”, un atto che garantisse loro un’aura di autorità che a sua volta gli avrebbe permesso di rivendicare (anche senza dimostrarlo) che i molti altri resoconti della vita e degli insegnamenti di Gesù (come quelli della scuola gnostica) erano “eretici”, giustificando così le brutali persecuzioni di soppressione e di terrore che furono il vero fondamento (al contrario dell'”amore intrinseco e la pace che le origini divine ispirarono nelle  Scritture) della “Fede”.

È indicativo che, mentre i primi fondatori della Chiesa reclamavano (o stavano creando?) i “Vangeli” e cacciavano e uccidevano chiunque contestasse l’autenticità di quei versetti che avevano incoronati come canonici, le parole stesse che dovevano essere la salvezza dell’uomo comune fossero, pena il dolore della morte, vietate all’uomo comune. Infatti, per quasi 1500 anni è stato un crimine per chiunque, tranne il clero, trovarsi in possesso di una Bibbia o una parte di essa. Di cosa, ci si chiede, avevano paura i padri della Chiesa? Che le contraddizioni così facilmente riconoscibili dall’uomo o dalla donna razionale di oggi potessero essere esposte, intaccando la capacità della Chiesa di ingannare così facilmente le masse? Turbare il loro monopolio della spiritualità stessa?

A una “fede” così, diciamo, fedele alla sua convinzione di non essere “un”, ma “il” dono divino di tutti i doni, dobbiamo porre la seguente domanda: erano i meriti dei messaggi di Gesù così convincenti, così evidenti a chiunque potesse studiare le sue parole (lasciando da parte per ora se fossero veramente le sue parole), da far in modo che le autorità ecclesiastiche ritenessero necessario invadere le terre dei miei/nostri antenati europei e passare sistematicamente a spada o fiamma chiunque scegliesse invece di aderire ai percorsi spirituali indigeni dei propri riveriti antenati? Molte volte, in tutta la mia vita, sono stato testimone delle lacrime di persone di eredità indoeuropea per i loro crimini (e sono d’accordo, anche quelli erano crimini) commessi contro i nativi americani da parte di invasori cristiani evangelizzanti che videro bene non solo di rubare le loro terre e risorse (che è in sé la natura dell’espansione e della conquista) ma anche le loro anime culturali imponendo loro un percorso spirituale in alcun modo in sintonia con il loro istinto. Raramente, però, ho assistito alle lacrime, o anche alla tacita comprensione, che anche noi, come Indoeuropei con una ricca tradizione spirituale autoctona più in sintonia con le nostre anime di popolo, siamo stati, letteralmente, derubati delle nostre terre, delle nostre risorse e dello spirito che ci garantiva una vita di sicurezza e di affidamento in noi stessi, piuttosto che una di dubbio e di dipendenza. Perché non possiamo piangere per noi stessi? Perché non possiamo gridare contro la tirannia a cui anche noi siamo stati esposti? Mentre ci raduniamo per esigere giustizia per coloro che hanno subito torti in generazioni passate, a quale porta bussiamo per chiedere giustizia per la nostra? Per quanto mi riguarda non ho alcun dubbio, e quanto a me non ci sarà timore, perché quella che la consapevolezza di questo crimine possa continuare indiscussa, senza essere vendicata, è per me una prospettiva molto più orribile di qualunque conseguenza possa mai avere l’azione.

Come prospera la passione del mio spirito
Per riportare ciò che è Vero
Per salvare le anime e la vita
Di tutti quelli che
non sanno di come furono
privati di ciò che è reale
Per un mondo in cui l’orgoglio non è peccato
Ma ciò che tutti noi dovremmo sentire

Anche se non ho alcun dubbio che il mio impegno per creare una nuova consapevolezza (o rinnovata, suppongo che questo è più appropriato), laddove è in gioco la forza spirituale e l’integrità del mio popolo, non mi farà mancare detrattori e diffamatori tra coloro che si crogiolano nell’ignoranza o nell’ostinazione giudeo-cristiana, sento molto fortemente, si potrebbe dire anche “con fede” (sorriso), che nel popolo indoeuropeo collettivo di questo pianeta ci sia un desiderio travolgente di quella direzione e determinazione spirituale che non sta ricevendo, anzi che non può ottenere, da una fede (giudeo-cristianesimo) che lo mette in tali contrasti con la propria anima e intelligenza istintiva. Io sono, naturalmente, dell’idea che l’Odinismo fondamentalista sia la risposta naturale a tutte le domande che il percorso innaturale del giudeo-cristianesimo ha instillato nel mio popolo, domande che non sarebbero mai stati costretti a fare se non fossero così maliziosamente separati dalle proprie tradizioni spirituali.

Anche se il “come” realizzare l’impresa, un esercizio che sono sicuro molti chiamerebbero una “perdita di tempo” (anche se vorrei ricordare a quegli stolti che molti imperi sono caduti in passato), è un compito a più livelli che non ho dubbi sia a molti anni dalla realizzazione, credo che le pietre fondanti (o dovremmo dire… i sigilli?) possano essere posate semplicemente informando tutti coloro che leggono queste parole che i consigli di questa causa non sono legati ad alcuna autorità salvo quella che assicura la salvezza della vostra vita. Con ciò non parliamo di “altre” vite, deliberatamente oscure o inconoscibili, ma piuttosto dell’assoluto e compreso di cui si gode ora che, se condotto onorevolmente, dovrebbe portare alla ricompensa dell’onesto orgoglio. L’essere stati privati di questa più elementare ricompensa umana è la cosa vergognosa, anche se è fermamente sulle spalle di coloro che hanno manipolato consapevolmente i vostri cuori e le vostre menti per rubare il vostro oro e le vostre anime.

Creare un ambiente/comunità in cui non siate più privi della fiducia che deve venire con la Vera forza spirituale è il nostro obiettivo fondamentale, e personalmente sarà la base per la mia massima gioia. Ecco come cominciare.

In conclusione (per ora) imploro tutti, Odinisti e aspiranti, di abbracciare la verità suprema per cui il Padre di Tutto Odino e tutti gli antichi hanno permeato ognuno di noi con punti di forza e istinti intrinseci progettati per responsabilizzare ogni individuo, per cui potremmo perseguire l’evoluzione, e quindi il progresso, che è il privilegio di tutti coloro che sono abbastanza coraggiosi da rifiutare la redenzione non nata da dentro. Il fatto che nel mondo occidentale siamo caduti così lontano da questa verità, deve essere riconosciuto come la causa principale della suddetta insoddisfazione e disillusione collettiva. Poter superare le manipolazioni di due millenni e reclamare il nostro spirito affine, è qualcosa che tutti dovremmo osare di sognare. È così che vinceremo.

THOR

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di Elsie Christensen

Secondo la leggenda Thor, Dio del tuono, fu il primo figlio di Wotan; sua madre era la gigantessa Jord, che è la parola scandinava per terra; è quindi conosciuta anche come Eartha o Erda.

Da bambino Thor crebbe rapidamente in stazza e forza, e ben presto fu in grado di gestire cose di grande peso con facilità stupefacente. Era di solito di buon umore, ma poteva occasionalmente passare a una rabbia terribile. Sua madre lo mandò quindi a essere curato da Vingnir (Alato) e Hora (Calore), che insieme erano considerati la personificazione del fulmine; essi riuscirono a far crescere saggiamente il loro figlio adottivo e Thor voleva loro molto bene; in loro onore assunse i nomi Vingthor e Hlorridi, con il primo che è il più conosciuto.

Quando crebbe tornò ad Asgard e prese il suo posto tra gli Aesir al Consiglio, ma non gli fu mai permesso di usare il ponte Bifrost poiché si temeva che il calore della sua presenza lo desse alle fiamme; così doveva guadare i fiumi Kormt e Ormt per partecipare alle riunioni, quando gli dèi tenevano il Consiglio al pozzo di Urd.

Thor aveva tre possedimenti magici; il più noto è il martello, Mjollnir (‘il distruttore’), che egli scaglia contro i suoi nemici e che ha la meravigliosa proprietà di tornare sempre alla sua mano, indipendentemente da quanto lontano lo getti. Il martello di Thor era considerato sacro e gli antichi di solito facevano il segno del martello prima di un evento importante, nelle cerimonie e in altre occasioni del genere. Quando i missionari cristiani costrinsero i nostri antenati ad accettare il loro credo straniero, non furono in grado di persuadere il popolo a smettere di usare il segno del martello, così gli astuti emissari di Roma dovettero appropriarsene, e l’antico segno sacro da allora è stato usato dalla Chiesa come quello che chiamano il Segno della Croce.

Dal momento che il martello divenne anche l’emblema del fulmine e quindi rovente, il secondo possedimento magico di Thor era un guanto di ferro chiamato Iarn-greipir (presa di ferro) con cui afferrare il martello quando tornava a lui dopo aver abbattuto un nemico. Il suo terzo possedimento importante era la sua cintura magica, Megin-Giord; da quella poteva lanciare il martello a qualsiasi distanza contro le forze del male.

Il rombo associato a un fulmine deriva dal rumore fatto quando Thor guida attraverso il cielo il suo carro trainato da due capre Tann-gniostr (Schiaccia-denti) e Tann-gnister (Strizza-denti)

Thor si sposò due volte. La sua prima moglie fu la gigantessa Iarnsaxa (Ascia di Ferro) da cui ebbe due figli Magni (Forza) e Modi (Coraggio), che sono destinati a sopravvivere alla battaglia del Ragnarok. Conservando il martello del padre, faranno parte della nuova generazione di dèi nel prossimo mondo. La seconda moglie di Thor fu Sif dai capelli d’oro, dalla quale ebbe altri due figli.

Molte sono le storie narrate sulla grande forza di Thor, le sue lotte contro i giganti e i suoi molti viaggi. Sembra che esistessero due tipi di giganti, uno che rappresenta tutte le forze del male che gli Aesir, e soprattutto Thor, costantemente combattevano, e un altro che le leggende descrivono in modo molto più amichevole. La linea di demarcazione può essere in base ai sessi poiché sembra che di solito i giganti maschili fossero quelli cattivi mentre almeno alcune delle gigantesse sono descritte come belle; e sappiamo che non solo Wotan, ma anche molti degli altri dèi sposarono alcune di queste bellezze. Suggeriamo che questo possa essere un lascito dei periodi più precoci in cui i sentimenti religiosi erano incentrati su Deità femminili come Dèe di fertilità che anche nel periodo del Wotanismo erano viste come “buone” per poi essere trasformate in streghe, principalmente personificate da donne anziane braccate così inesorabilmente dalla Chiesa.

Che Thor avesse forti legami con la razza gigante è evidente, non solo attraverso sua madre Erda ma anche attraverso la sua nonna paterna, Bestla. In Scandinavia era conosciuto come ‘Vecchio Thor’, indicando che originariamente apparteneva al vecchio Pantheon di divinità della fertilità comunemente onorato prima che Wotan divenisse il Dio principale e la maggiore spinta della religione si spostasse sull’ambito guerriero. Sappiamo che Wotan non fu il primo padre-cielo; è generalmente pensato che quello fosse Tyr. Ma ci chiediamo se non sia troppo speculare sulla connessione tra Tyr, che è la parola scandinava per toro, e Thor, il cui nome nel nord è scritto senza la ‘h’ e ci ricorda la parola spagnola e italiana per lo stesso animale – il Toro; tutte queste lingue sono di origine indo-europea e potrebbero eventualmente avere la stessa base linguistica; più volte ci si imbatte in nomi confusi e attributi degli dèi. Tale connessione può anche arrivare alle nebbie dell’antichità, quando i nostri antenati avevano i totem. Sarebbe naturale scegliere il forte toro come animale totemico; naturalmente anche un Dio avrebbe poi portato quel nome, e ancora più tardi potrebbe essersi fuso al Pantheon più giovane degli Aesir, e Tyr e Thor appariranno entrambi come figli di Wotan, il nuovo Dio capo. Questo spiegherebbe anche mirabilmente la simbologia dei corni sugli elmi vichinghi, così spesso raffigurati, come i resti di un culto del Toro di molto tempo fa, quando si credeva che indossare una parte del totem avrebbe dato forza e portato fortuna.

La grande forza di Thor, il suo corpo possente e l’aspetto generale, portano alla mente anche la descrizione dei giganti, anche se lui, naturalmente, è raffigurato come dalla testa rossa, muscoloso e bello. Egli è facilmente belligerante in questa ossessiva protezione degli dèi e sembra avere più muscoli che cervello.

Essendo il Dio del tuono visto anche come sovrano del clima, soprattutto la pioggia necessaria per fruttificare la terra, divenne così il patrono dei thrall e degli altri membri delle classi inferiori che lavoravano i campi. La sua casa era Thrudvang (Campo di forza), dove aveva costruito il suo magnifico Palazzo Bilskirnir (Fulmine), che ha 540 sale per ospitare i thrall quando muoiono, e dove sono trattati come i loro padroni nel Valhalla. Tuttavia, ci sono forti indicazioni che questa storia si basi su una traduzione errata; noi crediamo che come il Dio principale Wotan era il patrono degli Jarl, così Thor, secondo solo a Wotan, era il patrono di quegli Jarl che erano agricoltori liberi e Yeoman, e che il riferimento al buon trattamento che ottenevano nelle sue numerose splendide sale debba essere visto come un’espressione del fatto che, sebbene gli eroi guerrieri fossero necessari per proteggere la terra e la tribù, gli agricoltori erano importanti per la comunità e l’intera comunità era strettamente legata al suolo; ricorda anche di un precedente collegamento con una società agricola.

Ancora un altro collegamento fra Thor e i più antichi dèi di fertilità può essere visto in quanto il mese di Yule era (è) sacro a lui ma anche a Frey, che conosciamo appartenere ai più vecchi dèi della fertilità, i Vanir; entrambi erano onorati alla rinascita del sole con la sua promessa ricorrente di nuova vita nel fienile e nel campo.

Nel Ragnarok, Thor combatte potentemente contro il serpente di Midgard, il mostro che circonda il mondo con le sue spire malvagie. Lo uccide, ma in tal modo egli stesso è abbattuto dal suo alito velenoso. In alcune aree come la Norvegia e la Svezia, Thor era venerato anche più di Wotan, ed è amato da tutti i Wotanisti per il suo coraggio e il suo valore, nonché per la sua fedeltà verso gli dèi e gli uomini.

UNA FIAMMA ETERNA

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di Vjohrrnt V. Odinson

Permettetemi di condividere con voi qualcosa di personale. Per tutto il tempo che posso ricordare, essendo consapevole della mia Fedeltà agli Dèi dei miei antenati e risvegliato alla mia eredità del Nord, ho sempre posto la spiritualità sopra ogni altra cosa. Perché per me le questioni spirituali sono parte di ciò che è eterno in essenza, ciò che non è legato dalle catene del tempo e dello spazio.

Ciò che accade su Midgard ai nostri corpi fisici è limitato dalla presa che il tempo esercita su di noi. Non c’è nulla che noi come esseri umani possiamo fare per questo fatto. Le Norne hanno intrecciato i nostri destini e dobbiamo vivere con onore e con coraggio le nostre vite. Non possiamo scegliere quando o come moriamo, ma possiamo scegliere come viviamo.

Le discussioni che ho avuto in passato con altri pagani, Odinisti e non, hanno spesso riguardato questa predominanza spirituale sulle questioni più terrene da parte mia. L’esoterico sopra l’essoterico. Non sminuivo e continuo a non sminuire in alcun modo l’importanza vitale dell’essere in sintonia con la terra e i suoi cicli, ma quello che cercavo di spiegare loro era che, nella mia comprensione della Völuspa, anche se madre terra ci ha dato la nascita dal suo grembo (Ask e Embla) è stato padre cielo (Odino) a dare al loro corpo il soffio della vita. Per me, questo significa la predominanza dello spirituale sul fisico come vero completamento di ciò che ci rende interi: fylgia, hamr, hugr.

Un corpo (hugr) senza lo spirito (fylgia) non sarà benedetto con la coscienza (hamr). Ma lo spirito esisterà anche senza la sua gabbia terrestre. Quando saliamo alle sale d’oro del Valhalla, non è hugr a cavalcare attraverso il Ponte Arcobaleno, ma una manifestazione di esso a un livello superiore di esistenza, uno che non è vincolato da tempo e spazio come prima menzionato. Valhalla rappresenta il più alto livello di consapevolezza spirituale.

È naturalmente romantico, con grandi sale dove gli eroi caduti festeggiano e bevono e lottano fino al Ragnarök, ma è molto più che un semplice banchetto di Einherjar.

Asgard, dove risiedono i corridoi del Valhalla, è il Regno degli Dèi del cielo, Æsir: Dèi della guerra. Il cielo e il sole sono sempre stati associati alla saggezza e alla conoscenza rivelata (aspetto maschile). Proprio come la terra e la luna rappresentano i misteri occulti ancora da scoprire (aspetto femminile). Nessuna insinuazione sessista qui. Questo è vero in molte altre culture non europee. Questa associazione di cielo-Spirito e terra-corpo è antica quanto le credenze religiose su Midgard. Da ovunque venga la nostra energia vitale, lì potrebbe tornare dopo la morte corporea e perseguire la sua esistenza eterna. Ma il nostro corpo semplicemente ritorna alla terra e si dissolve, come tutti gli organismi “viventi”. Questo approccio piuttosto metafisico all’Odinismo è stato accolto con una certa disapprovazione e persino con rabbia contro la mia mancata glorificazione di madre terra e dei suoi doni. Ma questo non è vero, come è spesso il caso di tali discussioni, e sono stato frainteso. Non avrei mai insultato e sminuito l’importanza della terra e delle sue benedizioni per la nostra gente, ma c’è una linea da segnare tra la glorificazione dei vasi terrestri e quella del simbolismo spirituale.

Un semplice esempio: cosa è più importante in sostanza, la saggezza delle Edda, o il libro stesso? Lo stesso si può dire di un uomo e le sue parole. Che cosa è più importante, colui che parla o il suo messaggio?

È lo stesso con le questioni spirituali/terrene. Senza togliere il valore del veicolo che trasmette il messaggio, ciò che è veramente importante è il messaggio in sé. Un albero, una pietra, un ruscello, dei fiori, tutti possono essere rispettati, amati e protetti, ma mai “venerati”. Neanche gli Dèi devono essere venerati in realtà. L’adorazione implica abbassare se stessi dinanzi agli Dèi. Noi Odinisti non pieghiamo il collo sul ginocchio davanti agli Dèi dei nostri padri. Siamo orgogliosi e li guardiamo negli occhi. Li onoriamo e mostriamo rispetto con i Blotar.

Attraverso la storia, l’uomo ha malriposto la sua fede nelle questioni terrene, idolatrando gli uomini a statura divina quando era la saggezza che portarono al mondo ad aver bisogno di attenzione. Il contenitore è diventato più importante del simbolo che ha rappresentato. Questo è stato il caso con Hitler. Gli individui venerano l’uomo quando in realtà l’uomo sta solo trasmettendo qualcosa che non gli appartiene. Gli è stato semplicemente dato il compito di trasmettere un messaggio alla gente.

Questo è ciò che intendo quando indico che le cose materiali, legate alla terra, a mio parere non hanno lo stesso valore di quelle spirituali eterne.

Abbiamo bisogno della terra, abbiamo bisogno di acqua e cibo per i nostri corpi, per sopravvivere e portare avanti nuova vita in modo che la nostra gente possa crescere e prosperare, ma tutto questo è inutile; bambini, gente, Popolo, la vita stessa, se non c’è uno scopo superiore cui la nostra immortale fylgia ascenda anche dopo la morte fisica. Un Popolo senza spiritualità, semplicemente “esistente”, non vivente, non ha fiamma divina nella sua Anima di Popolo. Senza quella fiamma, l’occhio di Odino che brucia, cosa siamo? Meri bipedi umanoidi che camminano sulla terra? Mangiare, riprodursi e morire? La nostra gente ha uno scopo più elevato che semplicemente respirare come zombie senz’anima, come ci vorrebbero gli agenti moderni della dissoluzione (ZOG).

È tempo di capire. Tempo di riscoprire una spiritualità perduta che è stata smarrita e mal interpretata. La fiamma non è mai morta, è semplicemente offuscata dietro la nebbia dell’ignoranza. Quelli della nostra gente che hanno camminato e sono ancora in piedi sul sentiero del Nord possono vedere attraverso quella nebbia con la luce del Padre di Tutto. È necessario solo chiudere gli occhi e ascoltare… la chiamata del corno di bronzo farà eco nel silenzio. Seguite quell’eco alla sorgente, nel profondo. Per questo l’eco viene da dentro di voi come ha sempre fatto. Eravate solo sordi al suo suono. Lasciate che i vostri antenati da tempo scomparsi vi guidino, perché anche se non possono essere con voi in carne e ossa, il loro spirito non è mai scomparso.

CULTO DI FREYJA

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di Ron McVan

Tra tutte le divinità femminili, la più rinomata, la più attiva, la più mistica del Pantheon del Nord è la dea Freyja. Il solo nome ‘Freyja’ esce dalle labbra con tale antica familiarità che si può quasi vederla fluttuare con grazia seducente attraverso la nebbia del tempo tra le felci e i rovi della nostra memoria genetica. Infatti è questa antica, voluttuosa seduttrice, Freyja dei Vanir, ad aver insegnato al patriarcale Wotan Padre di Tutto l’arte sciamanica del sejdr. È lei che conduce le Valchirie da e per i campi di battaglia e divide quelle anime di valorosi guerrieri con Wotan. È lei la sorella gemella dell’alto dio Frey, figlia di Njord e Nerthus e alter ego della matriarca materna Frigga. La dea Freyja è più comunemente immaginata a cavalcare attraverso il cielo sopra le battaglie di Midgard (terra) con le sue Valchirie. Altre volte può semplicemente cavalcare la notte attraverso le foreste boreali nel suo cocchio trainato da due enormi felini. All’alba, si potrebbe probabilmente intravedere il suo cinghiale d’oro attraverso gli alberi ombrosi, e spesso in quei momenti potrebbe spiegare le sue ali e scomparire, come un uccello predatore, nella canopea.

Freyja, dea dell’amore, della fertilità, della magia e della conoscenza mistica. C’è poco da meravigliarsi allora del fatto che lei sia rimasta la più importante icona della donna praticante di sejdr. Il “sejdr” (pronuncia sei-ther) è una forma di sciamanesimo ariano, che implica gli stati alterati e la divinazione che ha avuto origine con Freyja. Il suo particolare tipo di sejdr, dal suo concepimento, era un’arte femminile e mistica. Questo a volte si poteva manifestare nel mutare forma, nel corpo astrale in viaggio attraverso i Nove Mondi, nella profezia psichica, nella magia sessuale e nell’erbalismo, nonché nella conoscenza delle rune. L’arte stessa del sejdr, conosciuta come ‘la tecnica dell’estasi’ precede tutte le religioni conosciute.

Freyja era nota come la grande Dís. Le Dísir (Dee) sono state a lungo conosciute come nove donne vestite di nero e portanti spade. Il nove (un numero lunare) era considerato il più sacro e misterioso dei numeri. All’inizio dell’inverno, in particolare in Svezia, questi spiriti e Freyja erano venerati in una cerimonia chiamata Disablot. Le Dísir portavano buona fortuna, ma erano anche spietate nell’esigere giustizia. Le Dísir erano misteriosi esseri femminili, molto probabilmente legati al Fylgja e alle Valchirie, e connesse a Freyja nella sua qualità di dea dei morti. Era saggio tenersi in buoni rapporti con le Dísir e ricordarle con doni sacrificali, perché potevano predire la morte e avevano alcuni poteri protettivi su case e colture. In epoca vichinga le Dísir erano celebrate a Uppsala durante una grande festa invernale che si teneva alla luna piena di febbraio.

L’antica arte del sejdr è compiuta solitamente da una donna nota come völva o veggente che, una volta convocata dalla gente per i suoi servizi, si sedeva su un alto seggio e cadeva in trance, indotta dal canto degli incantesimi, per poi rispondere alle domande su certi aspetti del futuro. In questa condizione le veggenti avrebbero cercato informazioni dal mondo degli spiriti che gli avrebbero consentito di rispondere alle domande poste dagli altri adoratori.

Vi erano occasioni in cui il sejdr poteva essere un’attività pericolosa, usata per portare danni e persino morte agli altri. Spesso l’estasi ottenuta nei sejdr femminili rivaleggiava con quello delle onorevoli pratiche sejdr maschili attribuite a Wotan, Thor e Frey. Tradizionalmente, una veggente del culto di Freyja nota anche come ‘sejdkuna’, durante un rituale, si vestiva con stivali di vitello e guanti cuciti dalla pelle di un gatto. Alcune potevano preferire di vestirsi con un mantello nero o piumato.

Vi è un resoconto registrato in Groenlandia durante una cattiva stagione in cui una sejdkuna fu invitata per i suoi servizi ed è descritto così:

“… indossava un manto blu con un nastro tutto orlato di pietre preziose: aveva al collo perle di vetro, sul capo una cappa nera di pelle di capretto, guarnita con una pelle bianca di gatto. In mano teneva un bastone fornito di manico: il bastone era rivestito di bronzo e il manico era adornato di pietre preziose. Una cintura la cingeva, cui stava appeso un grande sacco di pelle, dove ella custodiva i talismani che le erano necessari per acquistare le sue conoscenze. Calzava delle rozze scarpe di pelle di vitello con lunghe fibbie con grossi bottoni di ottone all’estremità. Nelle mani aveva dei guanti di pelle di gatto, che al suo interno erano bianchi e villosi.”

Le tribù teutoniche e celtiche fin dai primi tempi hanno sempre tenuto le loro veggenti in grande considerazione. Per loro la sejdkuna possedeva una conoscenza dei misteri arcani del mondo e della vita che andava ben oltre la comprensione dei guerrieri. Essi arrivano a credere, scrisse lo storico romano Tacito, che “vi è qualcosa di divino in questo sesso. Ascoltano il consiglio delle donne docilmente, e le considerano oracoli”. Tacito, inoltre, menzionò la sua personale osservazione di una sejdkuna, che egli descrisse come la nebulosa e poetica Vedda, una profetessa solitaria che viveva in una torre da dove esercitava il suo potere su un vasto territorio.

Il praticante del sejdr, che fosse maschio o femmina, era considerato l’unica persona all’interno della tribù pagana ariana ad avere l’abilità e il potere di intraprendere missioni nel mondo degli spiriti in cerca di una speciale conoscenza del futuro o della guarigione dei malati. Il sejdmadr e la sejdkuna erano a volte visti ascendere al mondo degli spiriti arrampicandosi fisicamente su un albero o su una scaletta, che rappresentava simbolicamente l’albero del mondo Yggdrasil o l’asse cosmico. È interessante notare che la parola “sciamanesimo” deriva dalla parola vedica “sram” che significa “riscaldarsi o praticare digiuno”. Anche la parola norrena “sejdr” significa “riscaldamento o ebollizione”. La storia ci dice che lo sciamanesimo come pratica tradizionale è nato nella Russia Bianca. I nomi Freyja e Frey significano “Signora” e “Signore”. Tra i molti titoli di Freyja vi è quello di Regina delle Valchirie. “Valchirie” si traduce in “coloro che scelgono i caduti”.

La credenza in una donna magica a cavallo, inviata dai regni astrali, era molto diffusa nel Nord Europa. Sembra anche essere stata praticata in Normandia, poiché fu condannata da un’Assemblea di Vescovi a Rouen, da cui si può dedurre, stando a uno dei primi storici della mitologia del Nord, che questi viaggi avvenissero frequentemente in Normandia e che quando i Norvegesi si stabilirono in questa provincia non potettero rinunciare a questa credenza, anche dopo essere stati costretti ad accettare le estranee credenze cristiane.

Gli Scandinavi si riferivano al sé-ombra  o al sé non-fisico dell’uomo col termine “fylgia“, che tradotto approssimativamente significa “il secondo” o “quello che segue”. Il momento in cui questo doppio era più probabile scomparire dal corpo dell’uomo o della donna in cui abitava era durante il sonno. Nella leggenda il fylgia ha acquisito un’esistenza sempre più indipendente. Se vi fosse stata la necessità, si credeva che gli spiriti degli antenati si sarebbero manifestati in varie forme fisiche. Un fylgia era considerato l’alleato di un guerriero e un aiuto in battaglia contro gli spiriti ostili. Come le Dísir, avevano il dono profetico di prevedere il futuro e mettere in guardia dal pericolo.

Ci sono stati grandi rivelatori nei circoli mistici in tutte le società e in tutte le epoche, persone che hanno scoperto che il bene più grande che può essere conferito ai loro simili è quello di insegnare, soprattutto per trasmettere ciò che le loro vite incarnano. Queste sono persone che agiscono della loro saggezza. È sempre stato un percorso di vita difficile e arduo, a volte minaccioso, per coloro che insegnano e praticano la scienza arcana contenuta nei misteri pagani. Le nostre mitologie indigene, le leggende, le divinità e i racconti eroici, sono serviti come un territorio etnico sicuro per garantire la sopravvivenza stessa di questa antica conoscenza, che lega il nostro Popolo e rivela il nostro sé più profondo. Il Culto di Freyja non è altro che un percorso di impegno attraverso il vasto tesoro della saggezza, l’eredità e l’evoluzione spirituale che compongono il corpo del Wotanismo. Finché vivrà l’uomo ariano, Freyja, non diversamente dalle sue contemporanee, Frigga, Afrodite e Iside, rimarrà quella sublime eterna dea matriarcale che ci guida attraverso la matrice fisica e astrale del cosmo e del caos, per garantire sempre il nostro sviluppo personale al pari di quello del nostro Popolo.

PIETAS ETENA EUROPEA

Pietas etena

di Walter Baetke

Nella loro religione i nostri antenati onoravano poteri soprannaturali, la cui opera e influenza credevano di sentire – oltre che nel campo e nella foresta, nel cielo e nella terra – soprattutto nella loro vita. E questo è sempre stato l’elemento primario e più importante. L’uomo è infatti anche un figlio della Natura, ma è – in quanto essere dotato di parola e di intelletto – legato alla comunità in modo completamente diverso rispetto all’animale. I legami originali con la famiglia, il clan e il proprio popolo, in cui è nato, determinano la sua vita in un grado molto più alto rispetto ai suoi legami con la “Natura”, che è il campo della sua attività. Dalla comunità di popolo riceve la sua religione – come anche la sua lingua! Essa trasmette, nella cultura e nel mito – che egli apprende da essa – la sua relazione con la divinità. Ma più di questo: nel lavoro e nella lotta di questa comunità, nelle leggi che la regolano, nell’ordine che la lega, nei valori morali che detiene, è la volontà della divinità stessa a contemplare l’uomo. Qui, nella comunità, lo incontra per la prima volta; l’ordine e i giuramenti hanno la loro forza sacra e vincolante perché sono regolati secondo la vecchia fede degli dèi e si ergono sotto il loro controllo e la loro protezione.

Particolarmente suggestivi a questo proposito sono i messaggi delle saghe islandesi sulle feste sacrificali dei Norvegesi. Ai grandi festival annuali, apprendiamo, si sacrificava da un lato “per il raccolto” (o per un “buon anno”) e “la pace”, dall’altro lato per “la vittoria” e il governo del re. Questo dimostra che il sacrificio fatto dalla comunità di culto che rappresenta la comunità popolare era anche diretto alla vita e al destino di questa comunità. Il buon raccolto e la pace da un lato, la vittoria e il governo dall’altro: questo denota entrambi i pali attorno ai quali si muoveva la vita del popolo: il biologico-naturale e lo storico-politico. Qui la pace che abbraccia l’opera del contadino e culmina nella vendemmia, lì guerra, che, coronata dalla vittoria, genera onore e potere. Quando ci si avvicina agli dèi riguardo la festa sacrificale, si nota che si vedevano in loro datori e custodi di questi beni, di quei mezzi di tutto ciò che costituiva il fondamento, il contenuto e lo scopo della comunità di popolo. L’uomo europeo eteno credeva che la prosperità del suo lavoro pacifico – la coltivazione – così come il successo della vittoria in guerra, da cui dipendevano le circostanze di esistenza o di non-esistenza del popolo, erano nelle mani degli dèi.

Nella formula “til ars ok fridar” si trova, tuttavia, molto di più ci quanto ci dica la traduzione “per (buon) anno e pace”; perché la parola “pace” indica non solo lo stato di pace in contrapposizione alla guerra, ma anche l’ordine morale e giusto su cui riposa la normale vita pacifica della comunità umana. Difficilmente si può esprimere il significato religioso di quella vecchia formula meglio che con le parole di Schiller: “Sacro ordine, figlia benedetta del cielo, che lega il tutto libera e leggiadra e gioiosa”. Come gli dèi sono i donatori dei beni, i beni materiali, come sono i direttori della guerra, gli amministratori della vittoria e quindi i padroni del destino del popolo, così sono anche i guardiani della pace sacra che è ancorata nel diritto e nella legge.

È più difficile ottenere un’immagine dell’atteggiamento religioso interiore dell’uomo europeo eteno, di quella pietas unica al suo genere, di quanto si faccia rispetto alle forme di servizio religioso e all’effetto della religione sulla vita pubblica. La sacralità e la forza della divinità producono tra i credenti la sensazione di dipendenza. Ma questo sentimento di dipendenza dal suo dio era, per l’uomo europeo eteno, privo del servilismo dello schiavo. Piuttosto al contrario, era portato da una fiducia forte e coraggiosa. Nel norreno “Trua” (“fiducia”) si trova il termine per il credo religioso, e il dio che l’Islandese invocava maggiormente nelle tribolazioni e nelle difficoltà della vita, era chiamato il suo “fulltrui“. Significa colui che merita la piena fiducia. Come il norvegese Thorolf Mosterbart, molti uomini eteni di fronte a decisioni difficili cercavano il loro bene dal loro dio e ottenevano il suo consiglio. Se ci si riconosceva sotto la protezione del dio potente, era soltanto naturale che si vedesse in lui “l’amico” fidato. E abbiamo molte prove che soprattutto Thor godesse di questo apprezzamento. Astvinr (“caro amico”) è chiamato in una saga. Un rapporto così bello e degno non sminuisce la distanza tra l’uomo e dio, su cui riposa tutta la pietas; ma una pietas che veniva da colui che dava all’uomo la sicurezza e la forza; questa è la caratteristica più nobile nel quadro della religione europea etena.

OSSERVAZIONI NELL’ASTRONOMIA EDDICA

Come i passaggi nelle Edda fanno da riferimento alle costellazioni

del Dr. Christopher E. Johnsen © 2014

 

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Immagine da un petroglifo dell’Età del Bronzo
Böhuslan, Svezia

I miti norreni hanno un sapore distintivo, ma anche molte similitudini con le mitologie greche, romane, persiane e indiane. Questi miti di altre culture hanno molte corrispondenze ben note con le stelle, mentre la tradizione mitica norrena è scarsa in questo, o forse sarebbe meglio dire che sono state intenzionalmente nascoste e le chiavi per decifrare queste corrispondenze perdute.

 L’astronomia, stjörnuíþrótt in antico norreno, è la scienza dell’osservazione delle stelle – e pare che gli antichi fossero molto bravi a farlo.  È probabile che le persone che vivono nel lontano nord, vicino al circolo polare artico, avessero una naturale tendenza a concentrarsi sull’osservazione delle stelle in quanto tante notti invernali erano riempite da nient’altro che tenebre e stelle sopra da osservare, con poco sole presente intorno al solstizio d’inverno.

Le radici dell’astronomia moderna possono essere ricondotte alla Mesopotamia, e discendono direttamente dagli astronomi babilonesi che a loro volta dovevano la loro conoscenza agli astronomi Sumeri.  I primi cataloghi stellari babilonesi risalgono a circa il 1200 a.C. e molti nomi di stelle sono in sumero, suggerendo che i Sumeri furono uno dei primi popoli, se non il primo, a studiare le stelle che sono state osservate nel registro archeologico o a ereditare una tradizione astronomica da una cultura sconosciuta precedente.

I Sumeri svilupparono il più antico sistema di scrittura noto – cuneiforme – la cui origine è attualmente datata al 3500 a.c. circa. Sono state trovate tavolette di argilla cotta con scrittura cuneiforme che registravano osservazioni dettagliate delle stelle che riconducevano all’astronomia specializzata dei successori dei Sumeri, i Babilonesi. Solo frammenti di queste tavolette di scrittura che esponevano l’astronomia babilonese sono sopravvissuti attraverso i secoli. Molti credono che “tutte le successive varietà di astronomia scientifica, nel mondo ellenistico, in India, nell’Islam, e in Occidente — se non addirittura tutti gli sforzi successivi nelle scienze esatte — dipendono dall’Astronomia babilonese in modi decisivi e fondamentali”1.  Si potrebbe dire che questa affermazione valga anche per gli astronomi norreni dell’antichità e che stavano continuando l’antica tradizione sumero/babilonese.

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I Sumeri crearono il concetto di divinità planetarie e usarono anche un sistema di numeri sessagesimale (in base 60).  Questo metodo di calcolo ha facilitato la manipolazione di numeri molto grandi e molto piccoli ed è la base per la pratica moderna di dividere un cerchio in 360 gradi. Il numero 60 ha dodici fattori, vale a dire 1, 2, 3, 4, 5, 6, 10, 12, 15, 20, 30 e 60. Con così tanti fattori, la manipolazione delle frazioni che coinvolgono i numeri sessagesimali è semplificata.

 

 

 

 

Per esempio, un’ora può essere divisa uniformemente in 30 minuti, 20 minuti, 15 minuti, 12 minuti, 10 minuti, 6 minuti, 5 minuti, 4 minuti, 3 minuti, 2 minuti e 1 minuto. 60 è anche il più piccolo numero che è divisibile per ogni numero da 1 a 6; cioè, è il più basso comune multiplo di 1, 2, 3, 4, 5 e 6. I numeri sessagesimali sono i più facili da usare in astronomia poiché i movimenti dei corpi celesti, visibili dalla terra, si verificano in tondo e il cielo può così essere equamente diviso.

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Proiezione stereografica dell’emisfero celeste settentrionale sul piano equinoziale.

L’astronomia può essere utilizzata per determinare sia il tempo che la posizione da un’osservazione accurata, rendendosi così utile per scopi agricoli poiché in grado di osservare e registrare i movimenti ciclici di luna, stelle e pianeti, nonché per la navigazione su terra e via mare.  Poiché i Norreni avevano una società agricola, il benessere delle persone dipendeva dalla tempistica del piantare correttamente e lo studio delle stelle poteva essere utilizzato per creare un calendario al fine di massimizzare la resa delle colture. Erano anche marinai e viaggiavano su vaste distanze tra diverse terre sul mare e avevano bisogno di un preciso metodo di navigazione, al fine di arrivare dove stavano andando.

Molti dei poemi norreni erano capolavori linguistici che sembrano essere progettati per aiutare la loro memorizzazione. Questo sarebbe anche naturale per una cultura che era più abituata alla recitazione in luoghi pubblici come metodo di comunicazione per le masse. Gran parte di questa cultura è probabile che fosse pre-letteraria o illetterata e la memoria era notevolmente più importante in assenza di una scrittura formalizzata. I poemi più facili da memorizzare avrebbero goduto di una maggiore distribuzione e vita di quelli più difficili e questa tradizione mitologica orale era un modo di trasmettere la conoscenza dell’astronomia alle generazioni future.

L’origine delle stelle e dei pianeti e anche la loro distruzione finale nel Ragnarök è discussa nel poema norreno Völuspa. Nell’Edda di Snorri Sturluson, il testo descrive come il gigante Ymir fosse stato ucciso e il suo corpo usato da tre dèi, Odino, Vili e Ve, per creare la terra.  Il suo cranio è stato trasformato nel “Firmamento” pensato per sostenere le stelle che erano prodotte dalle scintille del Muspellheim. Quattro nani reggono il cranio dell’antico gigante e sono chiamati come i punti cardinali della bussola.

 

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Sembrerebbe che le persone che hanno creato le storie (forse per trasmettere questa saggezza ai loro figli e discendenti) sugli dèi e le dèe potrebbero aver certamente codificato informazioni sui fenomeni astronomici. Sembrano esservi riferimenti astronomici nascosti nei miti norreni e vi è anche la prova che i Norreni siano stati eredi di questa antica tradizione sumero/babilonese e questo diviene più chiaro quando guardiamo alcuni numeri particolari trovati nella mitologia.

Vi è una certa quantità di numeri astronomicamente significativi presenti nell’Edda e ci sono indizi nei miti norreni che indicano che i poeti hanno ereditato e trasmesso una tradizione astronomica di numeri sessagesimali. Molti, importanti numeri unici, si trovano all’interno del Grímnismál o Discorso del Mascherato, dove si dice:

Fimm hundruð dura
ok umb fjórum tögum,
svá hygg ek á Valhöllu vera;
átta hundruð Einherja
ganga senn ór einum durum,
þá er þeir fara við vitni at vega.
23. Cinquecento e
quaranta porte vi sono,
Io credo, nelle mura di Valhalla;
Ottocento combattenti
attraverso una porta passano
Quando in guerra vanno con il lupo.

(Traduzione di Henry A. Bellows, 1923)

540 ha 20 fattori, una unità numerica standard conosciuta come una partitura, e 27, che pare anche essere un numero chiamato ciclo lunare siderale o il numero di giorni che servono alla luna per tornare allo stesso posto nel cielo.  Quando si moltiplica 540 per 800 il risultato è 432.000 che è un numero astronomicamente significativo.

Un sacerdote caldeo di nome Berossos, che scrisse in greco intorno al 289 a.C., riferì la convinzione mesopotamica che fossero trascorsi 432.000 anni tra l’incoronazione del primo re terreno e la venuta del diluvio (2). Nella storia babilonese o sumera, vi furono in totale dieci re che vissero vite molto lunghe dalla creazione al periodo dell’inondazione, che è un totale di 432.000 anni.  Questo numero rappresenta il numero di anni nel grande anno babilonese e il tempo necessario dei pianeti per tornare alla loro identica posizione nel cielo (3).  Scoprire che questo antico numero babilonese/sumerico, non arbitrario, utilizzato nella loro mitologia e astronomia, è presente anche nei miti norreni, è notevole.

Nel relativo racconto biblico, vi furono dieci Patriarchi tra Adamo e Noè, che vissero anch’essi a lungo. Noè aveva 600 anni al momento dello sbarco dell’Arca sul Monte Ararat. Gli anni totali raggiungono 1.656. In 1.656 anni ci sono 86.400 settimane, e la metà di questo numero è 43.200. Raddoppiare e dimezzare queste cifre sembra essere un tema comune. Il numero di anni da Adamo a Noè sembra nascondere il numero del ciclo del tempo e indica che il compositore di questo testo e anche il compositore del poema norreno avevano una conoscenza di funzionamento del ciclo terrestre di precessione, che tale numero indica.

La precessione è l’oscillazione periodica della terra, che gira come una trottola.  Quando la terra oscilla, lo fa su un periodo molto lungo di tempo e la oscillazione fa una rivoluzione completa solo ogni 25.920 anni.  Questa cifra divisa per il numero di base sessagesimale 60 risulta nel numero 432. Ci sono ulteriori prove che gli antichi norreni suddividevano il cielo in fette uguali di una torta circolare di 360, riecheggiando l’approccio di Babilonesi e Sumeri con il loro uso di calcoli sessagesimale, proprio come noi usiamo attualmente strumenti sessagesimali come l’orologio, accanto alla comune matematica decimale.

eclittica

rotazione astri

È chiaro che gli astronomi babilonesi pensavano in termini di sei e dodici più di quanto faccia la nostra cultura attuale, in cui pensiamo in termini di decine, centinaia e migliaia. Il calcolo sessagesimale, 60 x 60 x 120, è uguale a 432.000. Per una società  basata su sestine e dozzine, parlare di 432.000 di qualcosa è come parlare di un centinaio di migliaia di qualcosa la gente di oggi. Per un astronomo babilonese, 432.000 sembrerebbe come un bel numero regolare perché ha molteplici fattori che sono facili calcoli sessagesimali.

Grímnismál contiene anche una descrizione della cosmologia norrena e delle case degli dèi. Come notato sopra, questo carme contiene il numero astronomicamente significativo 432.000, tuttavia, una parte precedente del poema che descrive le case e le terre degli dèi ha l’influenza sessagesimale dato che sono descritte dodici case degli Dèi e Dèe:

1. Thrudheim per Thor così come Ydalir (la Valle dei Tassi apparentemente in Thrudheim) per Vulder che è il suo figliastro.
2. Alfheim per Frey
3. Valaskialf per Vali
4. Sokkvabekk per Saga (Frigga)
5. Gladsheim per Odino che lì ha la sua sala – il Valhalla
6. Thrymheim per la gigantessa Skadi che la governa dopo la morte di suo padre Thiazi.
7. Breidablik per Balder
8. Himinbiörg per Heimdal
9. Folkvang per Freya
10. Glitnir per Forseti
11. Noatun per Njord
12. Landvidi per Vidar

Le dodici case degli dèi accennate, possono essere suggerite come situate nel cielo, poiché il cielo per molte migliaia degli anni è stato diviso in dodici “case” uguali a quelle conosciute nell’astrologia moderna. Case e sale sono la stessa cosa sia nel presente che nel passato.

Qui ci sono antichi numeri mesopotamici che appaiono in un poema norreno – cosa che è molto interessante, non è vero? Oltre a questi numeri, tuttavia, ci sono alcuni altri indizi che le poesie stanno descrivendo luoghi stellari e corpi celesti.

Nella Skáldskaparmál, Edda in prosa, Aurvandill, il primo marito di Sif e padre di Vulder, è menzionato nel contesto di un viaggio che ha intrapreso con il Dio Thor:

[Þórr]  hafði vaðit norðan yfir Élivága ok hafði borit í meis á baki sér Aurvandil norðan ór Jötunheimum, ok þat til jartegna, at ein tá hans hafði staðit ór meisinum, ok var sú frerin, svá at Þórr braut af ok kastaði upp á himin ok gerði af stjörnu þá, er heitir Aurvandilstá.   Thor aveva guadato dal nord sopra il fiume Elivagar e aveva sopportato Aurvandill in un cestino sulla sua schiena dal nord di Jötunheim. E aggiunse per ricompensa, che una delle dita di Aurvandill fu bloccata dal cesto, e divenne congelata; pertanto Thor lo spezzò e lo gettò nei cieli, e ne fece la stella chiamata Dito di Aurvandill.

Il Norreno Aurvandill è equivalente dell’Antico Inglese Ēarendel ed è stato ritenuto significare  “il vagabondo luminoso”, una descrizione ragionevole del pianeta Venere, dal momento che “pianeta” significa “vagabondo”.  Sembrerebbe ragionevole che i Norreni si riferissero a Venere nel mito in cui Thor lancia il dito di Aurvandill verso il cielo.

L’Antico Inglese Earendel appare nei glossari tradurre Iubar come “Radiosità” o “Stella del Mattino”. Nel poema antico inglese Crist I si leggono le linee:

 éala éarendel engla beorhtast
ofer middangeard monnum sended
and sodfasta sunnan leoma,
tohrt ofer tunglas þu tida gehvane
of sylfum þe symle inlihtes.
Ave o Earendel, più luminoso tra gli angeli,
dalla Terra di Mezzo mandato agli uomini,
e vera radiosità del Sole
splendi tra le stelle, ogni stagione
sempre più luminoso di te stesso.(4)

Il nome Earendel è qui preso per riferirsi a Giovanni il Battista ed è indirizzato come la stella del mattino che annuncia la venuta di Cristo, il Sole. Naturalmente, ci sono altre teorie, tra cui Richard Allen che collega Orione con Aurvandill, identifica la stella Rigel come una delle sue dita dei piedi e la punta congelata e spezzata come la stella Alcora (5).

Ci sono anche riferimenti diretti a corpi celesti nella mitologia norrena. Il poema Alvismal contiene una serie di domande e risposte su come i corpi celesti sono chiamati da varie razze. Thor chiede ad Alvis queste domande per testare la conoscenza del nano che vuole essere il pretendente di sua figlia Thrud.

Illustrazioni di William Gershom Collingwood (1854-1932)

 Þórr kvað:

“Segðu mér þat, Alvíss,
– öll of rök fira
vörumk, dvergr, at vitir -:
hvé sú jörð heitir,
er liggr fyr alda sonum
heimi hverjum í?”

Thor parlò

9. “Rispondimi, Alvis!
tu che conosci tutto,
Nano, del destino degli uomini:
Come chiamano la terra,
che giace dinanzi a tutti,
in ognuno dei mondi?”

Alvíss kvað:

“Jörð heitir með mönnum,
en með ásum fold,
kalla vega vanir,
ígræn jötnar,
alfar gróandi,
kalla aur uppregin.”

Alvis parlò:

10. ” ‘Terra’ per gli uomini, ‘Campo’
è per gli Dèi,
‘Le Vie’ è chiamata dai Vanir;
‘Sempre Verde’ dai Giganti,
‘Crescente’ dagli Elfi,
‘La Poltiglia’ dagli Altissimi.”

Þórr kvað:

“Segðu mér þat, Alvíss, –
öll of rök fira vörumk,
dvergr, at vitir -:
hvé sá himinn heitir,
erakendi,
heimi hverjum í?”
 Thor parlò:

11. “Rispondimi, Alvis!
tu che sai tutto,
Nano, del destino degli uomini:
Come chiamano i cieli,
vista che sta in alto,
In ognuno dei mondi?”

Alvíss kvað:

“Himinn heitir með mönnum,
en hlýrnir með goðum,
kalla vindófni vanir,
uppheim jötnar,
alfar fagraræfr,
dvergar drjúpansal.”

 Alvis parlò:

12. ” ‘Cielo’ lo chiamano gli uomini,
‘L’Altezza’ gli dèi,
I Vanir ‘Il Tessitore di Venti’;
I Giganti ‘Il Mondo di Sopra’,
gli Elfi ‘Il bel Tetto’,
I Nani ‘La Sala Grondante.'”

 Þórr kvað:

“Segðu mér þat, Alvíss,
– öll of rök fira vörumk,
dvergr, at vitir -:
hversu máni heitir,
sá er menn séa,
heimi hverjum í?”

 Thor parlò:

13. “Rispondimi, Alvis!
tu che sai tutto,
Nano, del destino degli uomini:
Come chiamano la luna,
che gli uomini ammirano,
In ognuno dei mondi?”

Alvíss kvað:

“Máni heitir með mönnum,
en mylinn með goðum,
kalla hverfanda hvél helju í,
skyndi jötnar,
en skin dvergar,
kalla alfar ártala.”

Alvis parlò:

14. “‘Luna’ tra gli uomini,
‘Fiamma’ gli dèi di sopra,
‘La Ruota’ nella casa degli inferi;
‘L’Andante’ i Giganti,
‘La Splendente’ i Nani,
Gli Elfi ‘Colui che dice i tempi.”

Þórr kvað:

“Segðu mér þat, Alvíss,
– öll of rök fira vörumk,
dvergr, at vitir -:
hvé sú sól heitir,
er séa alda synir,
heimi hverjum í?”

Thor parlò:

15. “Rispondimi, Alvis!
tu che sai tutto,
Nano, del destino degli uomini:
Come chiamano il Sole,
che tutti vedono,
In ognuno dei mondi?”

 Alvíss kvað:

“Sól heitir með mönnum,
en sunna með goðum,
kalla dvergar Dvalins leika,
eygló jötnar,
alfar fagrahvél,
alskír ása synir.”

Alvis parlò:

16. “Gli uomini lo chiamano ‘Sole,’
gli Dèi ‘Sunna’,
‘Ingannatore di Dvalin’ i Nani;
I Giganti ‘Il sempre Splendente’,
gli Elfi ‘Bella Ruota’,
‘Tutto-splendente’ i figli degli Dèi.”

(Traduzione di Henry A. Bellows, 1923)

I nani avrebbero avuto un’ampia opportunità di osservare il cielo notturno poiché si tramutavano in pietra se esposti alla luce del sole.  Queste kenning non sono ovvie per i fenomeni descritti e il “codice” rivelato da Alvis è uno dei pochi casi nei poemi norreni in cui è reso chiaro che la conoscenza del cielo e delle stelle era presente tra coloro che hanno scritto i miti.

Ci sono altri indizi nella poesia eddica e scaldica a indicare che gli Antichi Norreni fossero informati in astronomia, tuttavia le prove citate sopra sono quelle più facilmente riconoscibili tra le varie poesie che compongono il corpus di ciò che noi chiamiamo Mitologia Norrena. Molte più corrispondenze possono essere dedotte o intuite dal confronto con la mitologia romana, greca e indiana, che hanno meglio conservato i legami astrali con i miti, e questo è un campo di studio affascinante che merita una ricerca ulteriore.

1. A. Aaboe (May 2, 1974). “Astronomia Scientifica nell’Antichità”. Transazioni Filosofiche della Royal Society 276 (1257): 21–42. doi:10.1098/rsta.1974.0007. JSTOR 74272.
2. Thorkild Jacobsen, Lista dei Re Sumeri, 1939, pp. 71, 77.
3. Ogier, J. Costellazioni Eddiche.
4. Crist I (ll. 104–108) di Cynewulf.
5. Richard Hinckley Allen, Star Names; Their Lore and Meaning.