PREGARE COME UN INDOEUROPEO

odinism

di Tom Rowsell

DOVE svolgere preghiere e rituali? Che cosa si può sacrificare in un blót e quali libagioni possono essere versate? Che cosa dire in una preghiera e quale Dio invocare?

Rispondo a queste domande e spiego il formato tripartito della preghiera indoeuropea con riferimento al Sigrdrífumál e al ciclo della donazione reciproca. Mostrerò anche che aspetto hanno il mio santuario e gli idoli e come porgo loro un’offerta.

Appendice

La religione è definita come “un insieme di credenze… di solito implicanti devozione e osservanze rituali…” (Random House Dictionary). I rituali delle religioni indoeuropee sono spesso trascurati, ma sono molto ampiamente descritti in molti contesti nelle singole lingue. Circa un miliardo di indù mantengono anche i loro antichi rituali quotidiani: ricordano ancora. Lo studio della linguistica indoeuropea (IE) consente una ricostruzione teorica di alcuni dei rituali proto-indoeuropei originali mostrando i significati religiosi comuni di alcune parole proto-indoeuropee (PIE). In alcuni casi si ritiene possibile ricostruire l’attuale formulazione di antichi testi rituali, o almeno quelli più formali a causa delle qualità mnemoniche del versetto. Questo approccio più tecnico è il metodo più prezioso per ricostruire la religione proto-indoeuropea.

In passato, molti rituali indoeuropei sono stati ricostruiti sulla base di studi di religione comparata, comprese le descrizioni del folklore e della letteratura antica, ma gran parte di questo lavoro ha avuto un’agenda politica o religiosa. Tuttavia le descrizioni multiple forniscono un’immagine e una conferma della pratica che può essere adeguatamente ricostruita tramite l’analisi linguistica. Più recentemente, gli archeologi moderni hanno descritto molti siti che hanno elementi religiosi che possono essere analizzati (oltre a trovare molte nuove iscrizioni) e questi hanno fornito una gradita correzione alla libera speculazione che è stata pubblicata in passato. Più standard professionali di analisi della religione (con meno bigottismo) sono stati sviluppati anche negli studi antropologici. Si veda per esempio, pp. 229-232, Schultz e Lavenda, (antropologia culturale, una prospettiva sulla condizione umana, da Emily A. Schultz e Robert H. Lavenda, Mayfield Publishing Co., Mountain View, CA, 1995; abbrev. &L); S e p. 344-382, Haviland (antropologia culturale di William A. Haviland, Harcourt Brace Jovanovich College Publishers, NY, 1993).

Arta

Un esempio del peggio del precedente tipo di analisi è fornito da Émile Benveniste che afferma che “non esiste un termine comune per designare la religione stessa, o il culto, o il sacerdote, e neanche uno per i singoli dèi” pp. 445-6. Egli poi fornisce il primo esempio di ciò di cui nega l’esistenza: la radice *ŗta-, di solito tradotta come ‘ordine’, e ricostruita dal vedico sanscrito Ŗta, e ‘l’ordine’ dell’Arta iranico che forniscono sia una parola astratta che il nome di una dea. Questa radice fornisce anche le forme sanscrite ŗta-Van (masc.), e ŗta-vari (FEM.); e le forme iraniche Artavan (masc.), e Artavari (FEM.), tutte significanti ‘colui che è fedele ad Arta, che è moralmente compiuto’ che sono tipi comuni di formazioni per coloro che assistono ai rituali (per esempio, sacerdoti e sacerdotesse). Dopo aver respinto la possibilità che gli Indoeuropei potessero avere un concetto religioso di base, Benveniste afferma: “Abbiamo qui una delle nozioni cardinali del mondo legale degli Indoeuropei che non dice nulla delle loro idee religiose e morali” (Benveniste , pagg. 379-381). Aggiunge anche che un suffisso astratto -tu formò la radice vedica Ŗtu-, avestica Ratu-, che designava l’ordine, in particolare nelle stagioni e periodi di tempo e che appare nel latino Ritus ‘rito’ preso in prestito in Inglese come ‘rite (s), ritual (s)’. La stessa radice, a volte data come *hrta, appare come -Ratri, l’elemento in molti nomi di festival in India come Shivaratri, il Festival della celebrazione del matrimonio di Shiva. In moderno Hindi, gli ārties (aarties) sono inni speciali che vengono cantati alla fine di un’offerta per assicurarsi che i riti vengano eseguiti correttamente; molti di questi sono dati nella preghiera quotidiana di Snatan. Un altro suffisso -ti dà il latino ars, artis ‘la tecnica per fare qualcosa’, e viene preso in prestito in Inglese come ‘art’. Questa è una delle parole più ampiamente testimoniate e le dee più ampiamente deificate tra gli Indoeuropei. Per molti altri esempi, vedere p. 710, G &I che dà *ar-(tho-) ‘adattare, corrispondere, unire’, con le forme ittite ara, ULara, e DAra ‘Buono, Giusto’, una Dea ittita; anche pp. 56, 57, Pokorny e *Haér (TIS) su p. 362, EIEC.

Un elenco di termini religiosi proto-indoeuropei ricostruiti è fornito da Lyle Campbell (pp. 391-392, Historical Linguistics, An Introduction, MIT Press, Cambridge, 2004), per il quale accredita Michael Weiss. Campbell dà solo la radice nuda e una traduzione; ove possibile, ho aggiunto i numeri di pagina di Encyclopedia of Indo-European Culture (abbreviato EIEC), che amplifica le informazioni e dà alcune delle parole in varie lingue, e anche da Gamkrelidze e Ivanov (abbreviato G&I) che utilizzano diversi tipi di ricostruzione fonetica, ma forniscono anche molti esempi. I miei commenti sono tra parentesi.

  • *isH1ro ‘sacro’ [*eisH1ro, p. 702, G&I]
  • *sakro- ‘sacro’ (derivante da *sak- ‘santificare’) [p. 493, EIEC; p. 702, G&I]
  • *kywen(to)- ‘sacro’ [p. 493, EIEC; p. 702, G&I]
  • *noibho- ‘sacro’ [p. 493, EIEC]
  • *preky ‘pregare’ [si veda perky ‘chiedere, chiedere in matrimonio’ p. 33 EIEC, ma eccetto che in Latino, l’uso sembra essere limitato a un senso non religioso]
  • *meldh ‘pregare’ [p. 449, EIEC; p. 703, G&I; si veda preghiera, pregare, sotto.]
  • *gwhedh ‘pregare’ [p. 449, EIEC]
  • *H1wegwh ‘parlare solennemente’; [*uegwh, p. 449, EIEC; p. 704, G&I]
  • *ĝheuHx ‘chiamare, invocare’ (probabile Inglese ‘God’ da *ĝhū-to- da ‘ciò che è invocato’, ma deriva da *ĝhu-to-‘versare’ da *ĝheu- ‘libare, versare’ è anche possibile), [p. 89, EIEC; si veda invocare, invocazione, sotto.]
  • *kowHxei- ‘sacerdote, veggente/poeta’ [p. 451, EIEC]
  • *Hxiaĝ- ‘adorare’ [*yak’ p. 704fn, G&I]
  • *weik- ‘consacrare’ (significato precedente forse “separare”), [*ueik-, p. 493, EIEC; p. 29, Grimm]. Questa è l’origine della parola Wicca, tra l’altro.
  • *sep- ‘gestire con riverenza’ [p. 450, EIEC]
  • *spend- ‘libare’ [*sphent’- pp. 608, 708, G&I]
  • *ĝheu- ‘libare’ e *ĝheu-mņ ‘libagione’ (ma vedasi *ĝheuHx sopra.)
  • *dapnom ‘pasto sacrificale’ da *dap-. [Vedasi daps sotto.]
  • *tolko/eH2 ‘pasto’ (almeno tardo PIE) [p. 496, EIEC]
  • *nemos ‘bosco sacro’ (utilizzato in Occidente e centro del mondo IE) [némes- p. 248, EIEC]
  • *werbh ‘recinto sacro’

Di seguito sono riportati alcuni elementi del rituale proto-indoeuropeo che possono essere ricostruiti in base all’analisi linguistica. Questo non è affatto tutto, sono solo quelli di cui ho avuto modo di scrivere finora.

Culto degli Antenati

Gli antropologi elencano gli spiriti ancestrali come uno dei tipi di esseri soprannaturali e sono “visti come un interesse attivo nella società umana” p. 348-350, Haviland. Chiamati *patri-> Patris o patrikas (ad esempio ‘padri, piccoli padri’, p. 194-5, EIEC) e *mater > matris o matrikas (ad esempio ‘madri, piccole madri’, p. 385-6, EIEC) entrambi con terminazioni diminutive in varie forme affini, erano adorati tra tutti gli Indoeuropei. In generale, le persone fanno questo andando a siti tombali e offrendo cibo, fiori e lampade illuminate o candele. Gli Indoeuropei adoravano i propri genitori come comunità in periodi regolari dell’anno, specialmente in maggio e novembre.

I “morti onorati” si presumevano persistere in qualsiasi luogo ed erano anche adorati allo stesso modo sotto il nome *Mannus, ad esempio il Latino Di Manes e molte forme affini in altre lingue. Una variante più personale di questo rituale era la commemorazione di compagni perduti da parte di soldati molto diffusa tra i Romani, e celebrato come la Rosalia, circa il 1 ° maggio.

Offerte di Cibo

Un’offerta sacrificale o un’oblazione di orzo tostato viene ricostruita sulla base di *bhrekyh-, da cui deriva il latino arcaico ferctum ‘la torta sacrificale fatta di orzo, miele e burro’, osco fertalis ‘cerimonia rituale che coinvolge torte sacrificali’. Un’offerta è anche ricostruita con parole per ‘fuoco’ come *nk’ni- da cui deriva il sanscrito agní ‘sacro fuoco’, greco Agōn- ‘concorso, giochi (un tipo molto comune di offerta)’ e latino agneus ‘offerta di arrosto, agnello’. Gamkrelidze e Ivanov sostengono che questi insiemi di forme mostrano un rituale proto-indoeuropeo comune con alcune sostituzioni, p. 604-605. Certamente un’offerta rituale che usa il fuoco può essere ricostruita su motivi di religione comparativa perché è descritta esplicitamente in Latino, Sanscrito, Ittita e Greco.

Nel caso di un animale ucciso per un’offerta, il punto non era quello di causare sofferenza all’animale, ma di avere qualcosa da mangiare. Questo processo era tuttavia inquietante per gli Indoeuropei, e hanno espresso questo attraverso il rituale di personificazione dell’animale. Questo appare nel mito di Yama, il primo animale a morire e in rituali e festival legati a questo mito, come il greco Bouphonia Festival, la Poplifugia romana e il Festival di Romolo e il lettone Apjumibas.

vittime sacrificali

Daps è un banchetto, o cibo rituale offerto a una divinità come atto sacro per incoraggiare gli Dei e Dee a fare qualcosa. Gli adoratori spesso celebrano con una festa comunitaria, p. 231-232, S&L, ma un Daps ha la caratteristica distintiva di uno speciale “seggio” previsto per gli Dèi e Dee alla festa. Descrizioni dettagliate di come erigerne uno sono date in Sanscrito, Avestico, Greco e Latino. Questo è un tipo molto arcaico di festival; nelle prime descrizioni, la paglia veniva sparsa sul terreno perché gli antenati o divinità e dee vi si sedessero, dal momento che apparentemente non c’erano mobili disponibili, o non erano ancora stati inventati. In Latino, la forma più vecchia è descritta da Catone nel De Agri Cultura, un libro su come coltivare, e dal momento che dice specificamente che è necessario propiziare gli Dèi e le Dee per produrre buoni raccolti, egli racconta di come fare un Daps.

Nel tardo periodo classico, un Daps nella tradizione greca e romana era diventato una scusa per una festa elaborata e costosa simile a un “gala di beneficenza di New York” e un intero libro è conservato sul tema chiamato Deipnosofisti, che racconta quali alimenti erano serviti e fornisce anche ricette. Conosciamo anche la canzone rituale in latino poiché c’è un Daps per Sant’Agnese cantato a Pasqua, secondo l’Innario Gregoriano. La festa è ricostruita come *dapnom ‘pasto sacrificale’ da *dap-. Forme includono: greco dapáne, con il perideipnon, un banchetto tradizionale presso la tomba di una persona cara; latino daps ‘tavolo cerimoniale (cultico); cibo, pasto, festa’, armeno tawn ‘banchetto’ e antico islandese tafn ‘animale sacrificale, cibo sacrificale’. Le parole correlate sono tocario A. tāpal ‘cibo’ e ittita LUtappala- ‘persona responsabile della cucina di corte’ (p. 606, G &I; p. 323ff e p. 484, Benveniste; p. 496, EIEC). C’è un’ottima discussione sulla “festa degli dèi” di Theoxenia nell’antica pratica di culto greca dalle prove epigrafiche, ed. di Robin Hagg, Svenska Institutet i Athen, Stoccolma, 1994.

Offerte vocali

Le offerte agli dèi e alle dee sotto forma di discorsi (preghiera, lode, canto e storia) sono comuni a tutte le genti secondo gli antropologi. Gli Indoeuropei avevano diverse parole per “Offerte vocali” che possono essere ricostruite in proto-Indoeuropeo, compresi i verbi che significano invocare, pregare, cantare e parole formate da queste mediante un processo regolare.

Invocare, invocazione

Gli Indoeuropei invocavano Dèi e Dee usando la parola *ĝheuHx – ‘chiamare, invocare’ con forme in nove gruppi linguistici (p. 89-90, EIEC; p. 413-4, Pokorny). Invocare qualcuno è “chiamarli” e questo veniva compiuto all’inizio di qualsiasi rituale religioso dove si sperava che le divinità partecipassero o almeno ascoltassero. C’è una costruzione regolare di un sostantivo di agente da questo verbo utilizzando un suffisso *-tar (“colui che fa X”), che produce parole per ‘invocatore’ in quattro gruppi linguistici, e costituisce una delle parole standard per sacerdoti e sacerdotesse tra gli Indoeuropei. Esempi sarebbero gođi in Antico Norreno, sanscrito hotra e avestico zaothra. Ci sono molte altre parole di struttura simile.

Vocativo è il termine grammaticale per il caso di un sostantivo usato per appellarsi a persone o esseri non presenti, ed è ricostruito nel sistema di casi sostantivali proto-indoeuropei. Ad esempio, la forma vocativa greca Deo è di solito tradotta in Italiano con la particella “O” come in “O Dea…” Ogni volta che il vocativo viene utilizzato, indica che l’oratore ha personificato l’oggetto dell’indirizzo, al contrario di limitarsi a riferirsi a un concetto astratto. Per chiarire con un esempio, molti americani si riferiscono a “Madre Natura” come se fosse un essere potente, soprattutto dopo un uragano, ma di solito non vi si appellano direttamente come “O Madre Natura…” che indicherebbe che stiano adorando lei. Questa distinzione è importante perché mostra se una certa divinità è stata effettivamente adorata, o se è solo una metafora poetica o un frutto dell’immaginazione dei molti autori che hanno cercato di ricostruire la religione proto-indoeuropea in modo tale da sostenere le proprie ideologie.

Gli Indoeuropei spesso usano patri ‘padre’ e matri ‘madre’ (o forme simili) dopo il nome di una divinità. C’è una lista di queste in fonti romane: Iane Pater (Janus), Liber Pater, Mars Pater o Marspiter, Neptunus Pater, Saturnus Pater, Dispater, Deus patri, Jupiter e Vediovis Pater, tutti elencati nei libri del CIL. Questo appositivo ha la forza di un vocativo, e sembra essere particolarmente utilizzato quando viene fatta una richiesta, come se l’oratore si aspettasse di essere in grado di fare un appello speciale ai propri genitori, che avrebbero potuto sentirsi obbligati a rispondere come a un figlio o una figlia.

Pregare, Preghiera

Una parola diffusa usata dagli Indoeuropei è ricostruita come *meldh – “Pregate mentre offrite sacrificio, offri parole orante agli dèi”. Questo si basa sulla preghiera degli Ittiti maldai, ‘promettiamo solennemente agli dei di offrire un sacrificio’, la preghiera maldessar, ‘invocazione’; alto tedesco antico meldon ‘comunicare, riferire’; tedesco melden; e antico morreno -mal ‘poesia, racconto’, suffisso in titoli di poesie mitologiche nell’Edda Antica. Altre forme includono l’antico ecclesiastico slavo moliti ‘pregare’; russo antico molit ‘pregare mentre si compie un sacrificio’, Ceco modla ‘idolo, tempio’; lituano meldziu ‘(Io) prego’, malda ‘preghiera’; e armeno malt’em ‘(Io) prego’ (p. 703-4, G &I; p. 722, Pokorny; p. 449, EIEC).

Modello Generale per le Preghiere

Mallory e Adams osservano che esiste un modello formulaico ricostruibile dalle prime preghiere attestate (p. 450 EIEC, basando il loro lavoro su Benveniste, pp. 499-507 e infine su Dumézil). Il modello mostra: 1) invocazione, 2) base, che è la giustificazione di una richiesta (tipicamente: ci hai aiutato prima) e quindi 3) la richiesta spesso con un verbo imperativo alla fine. Essi danno diversi esempi; questo è di Catone (De Agri Cultura, 1:132; l’originale latino è citato in M. P. Catone Sull’Agricoltura):

Iuppiter dapalis, quod tibi fieri oportet in domo familia mea culignam vini dapi, eius rei ergo macte had illace dape pollucenda esto.

Jupiter Dapalis (invocazione), poiché è giusto che una tazza di vino ti sia offerta, nella mia casa e in mezzo al mio popolo, per la tua sacra festa; e a tal fine (base), che tu sia onorato con l’offerta di questo cibo (richiesta).

L’esempio precedente è descritto come una richiesta, ma molti rituali indoeuropei consistono nel ringraziare, e cantare canzoni di lode, soprattutto in regolari festival annuali. Infatti la richiesta qui, come nella maggior parte degli esempi, è che la Deità accetti l’offerta! Le celebrazioni comunitarie sono una parte importante di tutte le religioni indoeuropee, e certamente costituiscono la parte più facilmente ricostruibile della religione proto-indoeuropea. [fuggle26]

La pratica rituale indoeuropea è stata molto variabile su una zona molto ampia (dall’Irlanda all’India) e per un periodo di tempo molto lungo (6000 anni), ed era abbastanza flessibile in accordo con le esigenze delle persone. Tuttavia è possibile ricostruire molti rituali nella loro originale forma proto-indoeuropea, utilizzando metodologie linguistiche e comparative, in concomitanza con i dati archeologici e la pratica religiosa moderna.

Fonti

• Ancient Greek Cult Practice from the Epigraphical Evidence, ed. diRobin Hagg, Svenska Institutet i Athen, Stoccolma, 1994.
• Cultural Anthropology by William A. Haviland, Harcourt Brace Jovanovich College Publishers, NY, 1993.
• Cultural Anthropology, A Perspective on the Human Condition, by Emily A. Schultz e Robert H. Lavenda, Mayfield Publishing Co., Mountain View, CA, 1995. (abbrev. S&L)
• Deutsche Mythologie di Jacob Grimm, (English title Teutonic Mythology, translated by J.S. Stallybrass), George Bell and Sons, Londra, 1883.
• Encyclopedia of Indo-European Culture, di J. P. Mallory, and Douglas Q. Adams, Fitzroy Dearborn, Londra, 1997. (abbreviato EIEC)
• Historical Linguistics, An Introduction, di Lyle Campbell, MIT Press, Cambridge, Mass., 2004.
• Indo-European and the Indo-Europeans: A Reconstruction and Historical Analysis of a Proto-Language and a Proto-Culture, di Thomas V. Gamkrelidze, e Vjaceslav V. Ivanov, (Tendenze in linguistica: studi e monografie 80, 2 Vol. Set), con Werner Winter, ed., e Johanna Nichols, traduttrice (titolo originale Indoevropeiskii iazyk i indoevropeistsy), M. De Gruyter, Berlino & NY, 1995. (abbrev. G&I)
• Indo-European Language and Society di Émile Benveniste (trad. di Elizabeth Palmer, tit. or. Le vocabulaire des institutions Indo-Européennes, 1969), University of Miami Press, Coral Gables, Florida, 1973.
• Indogermanisches Etymologisches Wörterbuch di Julius Pokorny, Francke Verlag, Berna e Monaco, 1959.
• M. P. Cato on Agriculture, Latino con traduzione in Inglese di W.D. Hooper, Harvard University Press, Cambridge, Mass., 1936 (un’edizione bilingue Loeb Classical Library).
• Oxford Introduction to Proto-Indo-European and the Proto-Indo-European World, di J. P. Mallory, e Douglas Q. Adams, Oxford University Press, Oxford, 2006.
• Snatan Daily Prayer Diamond Books, Nuova Delhi, 2004.

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NIETZSCHE, PRECURSORE ODINISTA

Nietzsche-Wotanismo

dalla Comunidad Odinista de España

Il filosofo Friedrich Nietzsche (1844-1900) fu un precursore del moderno risveglio odinista, che nel XIX secolo ruppe i legami che avevano portato la nostra Europa e la sua gente imbavagliata e dormiente; nonostante si sia focalizzato sul mito greco di Dioniso, l’essenza che scorre dentro la sua filosofia è inequivocabilmente odinista. Il filosofo che aveva come strumento il martello, si avvicinò quasi senza saperlo all’archetipo di Wotan, anch’esso basato sul mito iperboreo. Egli apre il primo libro de L’Anticristo con:

Guardiamoci in faccia: siamo Iperborei. Siamo ben consapevoli della diversità della nostra esistenza. ‘Né per terra né per mare troverai la strada che conduce agli Iperborei’,”

“Già Pindaro riconosceva questo di noi. Oltre il Nord, oltre il ghiaccio e la morte: la nostra vita, la nostra felicità… Abbiamo scoperto la felicità, conosciamo la via, abbiamo trovato l’uscita per interi millenni di labirinto. Chi altri l’ha trovata? Forse l’uomo moderno? ‘Non so che fare; sono tutto ciò che non sa che fare’, sospira l’uomo moderno… E’ di questa modernità che c’eravamo ammalati, della putrida quiete, del vile compromesso, di tutta la virtuosa sporcizia del moderno sì e no. Una simile tolleranza e langeur di cuore, che ‘perdona’ tutto perché ‘comprende’ tutto, è scirocco per noi.”

“Meglio vivere in mezzo ai ghiacci che tra le virtù moderne e gli altri venti del Sud!… Eravamo abbastanza coraggiosi, non risparmiavamo né noi stessi né gli altri: eppure per lungo tempo non abbiamo saputo in che cosa impegnare il nostro coraggio. Eravamo diventati tristi e ci chiamavano fatalisti. La nostra fatalità era la pienezza, la tensione, il ristagno delle nostre forze. Eravamo assetati di lampi e di azioni. Soprattutto ci tenevamo il più possibile lontani dalla felicità dei deboli, dalla “rassegnazione”… Ci fu una tempesta nella nostra atmosfera, la natura che noi siamo s’oscurò, perché non avevamo una via. La formula della nostra felicità: un sì, un no, una linea retta, una meta…”

Nietzsche ha avuto un profondo effetto sul pensiero occidentale moderno. La sua esaltazione del lato dionisiaco della vita (l’oscuro, l’estatico, l’orgiastico, e l’irrazionale) a scapito del Regno Apollineo della ragione e della luce, ha rivelato l’influenza di Odino nonostante la preferenza cosciente di Nietzsche per il linguaggio mitologico dell’antica Grecia.

Il cristianesimo ha consumato la separazione tra Dio e il mondo, ha svalutato le unità naturali dell’uomo e lo ha messo qui nelle mani del nulla. La distruzione Nietzschiana dei valori cristiani è anche la distruzione di una religione che aveva annientato i valori europei tradizionali. Nietzsche sostiene un ritorno alla religione etnica, che aveva posto l’autodeterminazione al centro della sua filosofia e riconosceva la tragicità dell’esistenza umana.

Scrive nel 1870:

“Tutti gli dèi devono morire, è il concetto originale tedesco che permea la scienza con tutta la sua forza fino ad ora. La morte di Sígurd, discendente di Odino, non poteva scongiurare la morte di Balder, figlio di Odino: alla morte di Balder segue la morte di Odino e di tutti gli altri dèi” (Kritische Studienausgabe 7; settembre 1870– gennaio 1971, 5[57], 107).

“Dobbiamo dimostrare che c’è una manifestazione del mondo molto più profonda che nelle nostre lacerate circostanze, con una religione inoculata. Una delle due: o moriremo a causa di questa religione, o questa religione muore a causa nostra. Credo nel concetto germanico originale: tutti gli dèi devono morire” (Kritische Studienausgabe 7, 5[115], 124/125).

Al fine di recuperare la santità del cosmo e del mondo per l’uomo, parlando in termini metaforici, Nietzsche dovette attaccare e distruggere i concetti morali giudeo-cristiani, dato che svalutavano il mondo ed erano contrari agli istinti naturali dell’uomo.

Come vedeva il mondo Nietzsche?

“Questo mondo è sacro, eterno, incommensurabile: l’insieme e l’unità stessa: illimitato e tuttavia simile al limitato; affidabile in tutte le cose e ancora simile all’incerto; racchiude tutto in sé, ciò che spunta verso l’esterno e ciò che è nascosto verso l’interno; È, allo stesso tempo, un’opera della natura delle cose e la natura delle cose stesse” (Plinio, Naturalis historia, II, 1).

Una caratteristica fondamentale della filosofia di Nietzsche è la sua idea profetica di un nuovo e più evoluto tipo di essere umano chiamato Superuomo. Questo è il tema del suo libro più famoso “Così parlò Zarathustra“. In quest’opera, Nietzsche scelse l’antico profeta Ariano Zarathustra (Zoroastro) come suo alter ego e portavoce di una filosofia radicale anziché basarsi sul suo patrimonio del Nord. Secondo Jung, Nietzsche non era molto esperto di letteratura germanica, ma l’influenza di Odino è inequivocabilmente lì, dietro le maschere dell’influenza greca e persiana.

Nella prima parte di Così parlò Zarathustra fa un collegamento esplicito tra l’uomo e la frenesia, che, come sappiamo, è il significato (Wod-furor) del nome Odino/Wotan:

“Dov’è il fulmine che vi lambisca con la lingua?
Dov’è la frenesia con la quale potete esaltarvi?
Ecco, io v’insegno il superuomo:
egli è questo fulmine, egli è questa frenesia!”

La natura stridente di Nietzsche, che disse di filosofare con un martello, è più vicina a quella di Odino, il guerriero e saggio, che a quella del dio greco Dioniso. Nietzsche sembra aver eluso il nome del suo dio personale, come rivela la sua poesia “Al Dio Ignoto”:

Ancora, prima di partire
E volgere lo sguardo innanzi
Solingo le mie mani levo
Verso di Te, o mio rifugio,
A cui nell’intimo del cuore
Altari fiero consacrai
Chè in ogni tempo
La voce tua mi chiami ancora.
Segnato sopra questi altari
Risplende il motto “Al Dio ignoto”.
Suo sono, anche se finora
Nella schiera degli empi son restato:
Suo sono e i lacci sento,
Che nella lotta ancor mi atterrano
E, se fuggire
Volessi, a servirlo mi piegano.
Conoscerti voglio, o Ignoto,
Tu, che mi penetri nell’anima
E mi percorri come un nembo,
Inafferrabile congiunto!
Conoscerti voglio e servirti!

(1864, a 20 anni)

Jung riporta anche un incubo potente e scioccante che Nietzsche ebbe quando aveva quindici anni. Vagava da solo di notte in una foresta cupa quando un grido straziante da una locanda nelle vicinanze lo terrorizzò. Dopo questo, incontrò un cacciatore dall’aspetto selvaggio e strano che fischiò così forte che Nietzsche cadde incosciente. Jung interpreta questo sogno come un incontro con Wotan. Era Wotan che nel folklore germanico conduceva gli spiriti dei morti nella “Caccia Selvaggia” attraverso i boschi di notte. Nietzsche, giovane di 15 anni, aveva trovato il “Dio ignoto” sotto forma di cacciatore selvaggio, ma non lo aveva mai riconosciuto. Nonostante le sue successive descrizioni poetiche del “Dio ignoto”, la sua identità rimase oscurata dalle preoccupazioni classiciste di Nietzsche.

Al Maestrale:

Come ti amo,
vento Maestrale,
spezza nubi, scaccia mali,
vento ruggente,
noi siamo nati
da un unico grembo,
noi siamo le primizie
di un’unica sorte,
forse siamo stati
eternamente predestinati
ad essere eredi
di pesanti fardelli e di grandi battaglie.

Nella filosofia potente e poetica di Nietzsche, e anche nella sua discesa dal genio alla follia finale, possiamo riconoscere l’impronta divina di Odino. Nel ditirambo conosciuto come il lamento di Arianna [incluso in Così parlò Zarathustra, IV], Nietzsche è completamente vittima del dio cacciatore, tanto che anche l’auto-liberazione forzata di Zarathustra alla fine non cambia nulla:

Chi mi riscalda, chi mi ama ancora?
Date mani ardenti,
date bracieri per il cuore!
dà a me – te,
nemico crudelissimo,
Ecco anche lui fuggì,
il mio unico compagno,
il mio grande nemico,
il mio sconosciuto,
il mio dio carnefice!..
Tutte le lacrime mie
corrono a te
e l’ultima fiamma del mio cuore
s’accende per te.
Oh, torna indietro,
mio dio sconosciuto! dolore mio!
felicità mia ultima…

CULTO DI FREYJA

The_Dises_by_Hardy

di Ron McVan

Tra tutte le divinità femminili, la più rinomata, la più attiva, la più mistica del Pantheon del Nord è la dea Freyja. Il solo nome ‘Freyja’ esce dalle labbra con tale antica familiarità che si può quasi vederla fluttuare con grazia seducente attraverso la nebbia del tempo tra le felci e i rovi della nostra memoria genetica. Infatti è questa antica, voluttuosa seduttrice, Freyja dei Vanir, ad aver insegnato al patriarcale Wotan Padre di Tutto l’arte sciamanica del sejdr. È lei che conduce le Valchirie da e per i campi di battaglia e divide quelle anime di valorosi guerrieri con Wotan. È lei la sorella gemella dell’alto dio Frey, figlia di Njord e Nerthus e alter ego della matriarca materna Frigga. La dea Freyja è più comunemente immaginata a cavalcare attraverso il cielo sopra le battaglie di Midgard (terra) con le sue Valchirie. Altre volte può semplicemente cavalcare la notte attraverso le foreste boreali nel suo cocchio trainato da due enormi felini. All’alba, si potrebbe probabilmente intravedere il suo cinghiale d’oro attraverso gli alberi ombrosi, e spesso in quei momenti potrebbe spiegare le sue ali e scomparire, come un uccello predatore, nella canopea.

Freyja, dea dell’amore, della fertilità, della magia e della conoscenza mistica. C’è poco da meravigliarsi allora del fatto che lei sia rimasta la più importante icona della donna praticante di sejdr. Il “sejdr” (pronuncia sei-ther) è una forma di sciamanesimo ariano, che implica gli stati alterati e la divinazione che ha avuto origine con Freyja. Il suo particolare tipo di sejdr, dal suo concepimento, era un’arte femminile e mistica. Questo a volte si poteva manifestare nel mutare forma, nel corpo astrale in viaggio attraverso i Nove Mondi, nella profezia psichica, nella magia sessuale e nell’erbalismo, nonché nella conoscenza delle rune. L’arte stessa del sejdr, conosciuta come ‘la tecnica dell’estasi’ precede tutte le religioni conosciute.

Freyja era nota come la grande Dís. Le Dísir (Dee) sono state a lungo conosciute come nove donne vestite di nero e portanti spade. Il nove (un numero lunare) era considerato il più sacro e misterioso dei numeri. All’inizio dell’inverno, in particolare in Svezia, questi spiriti e Freyja erano venerati in una cerimonia chiamata Disablot. Le Dísir portavano buona fortuna, ma erano anche spietate nell’esigere giustizia. Le Dísir erano misteriosi esseri femminili, molto probabilmente legati al Fylgja e alle Valchirie, e connesse a Freyja nella sua qualità di dea dei morti. Era saggio tenersi in buoni rapporti con le Dísir e ricordarle con doni sacrificali, perché potevano predire la morte e avevano alcuni poteri protettivi su case e colture. In epoca vichinga le Dísir erano celebrate a Uppsala durante una grande festa invernale che si teneva alla luna piena di febbraio.

L’antica arte del sejdr è compiuta solitamente da una donna nota come völva o veggente che, una volta convocata dalla gente per i suoi servizi, si sedeva su un alto seggio e cadeva in trance, indotta dal canto degli incantesimi, per poi rispondere alle domande su certi aspetti del futuro. In questa condizione le veggenti avrebbero cercato informazioni dal mondo degli spiriti che gli avrebbero consentito di rispondere alle domande poste dagli altri adoratori.

Vi erano occasioni in cui il sejdr poteva essere un’attività pericolosa, usata per portare danni e persino morte agli altri. Spesso l’estasi ottenuta nei sejdr femminili rivaleggiava con quello delle onorevoli pratiche sejdr maschili attribuite a Wotan, Thor e Frey. Tradizionalmente, una veggente del culto di Freyja nota anche come ‘sejdkuna’, durante un rituale, si vestiva con stivali di vitello e guanti cuciti dalla pelle di un gatto. Alcune potevano preferire di vestirsi con un mantello nero o piumato.

Vi è un resoconto registrato in Groenlandia durante una cattiva stagione in cui una sejdkuna fu invitata per i suoi servizi ed è descritto così:

“… indossava un manto blu con un nastro tutto orlato di pietre preziose: aveva al collo perle di vetro, sul capo una cappa nera di pelle di capretto, guarnita con una pelle bianca di gatto. In mano teneva un bastone fornito di manico: il bastone era rivestito di bronzo e il manico era adornato di pietre preziose. Una cintura la cingeva, cui stava appeso un grande sacco di pelle, dove ella custodiva i talismani che le erano necessari per acquistare le sue conoscenze. Calzava delle rozze scarpe di pelle di vitello con lunghe fibbie con grossi bottoni di ottone all’estremità. Nelle mani aveva dei guanti di pelle di gatto, che al suo interno erano bianchi e villosi.”

Le tribù teutoniche e celtiche fin dai primi tempi hanno sempre tenuto le loro veggenti in grande considerazione. Per loro la sejdkuna possedeva una conoscenza dei misteri arcani del mondo e della vita che andava ben oltre la comprensione dei guerrieri. Essi arrivano a credere, scrisse lo storico romano Tacito, che “vi è qualcosa di divino in questo sesso. Ascoltano il consiglio delle donne docilmente, e le considerano oracoli”. Tacito, inoltre, menzionò la sua personale osservazione di una sejdkuna, che egli descrisse come la nebulosa e poetica Vedda, una profetessa solitaria che viveva in una torre da dove esercitava il suo potere su un vasto territorio.

Il praticante del sejdr, che fosse maschio o femmina, era considerato l’unica persona all’interno della tribù pagana ariana ad avere l’abilità e il potere di intraprendere missioni nel mondo degli spiriti in cerca di una speciale conoscenza del futuro o della guarigione dei malati. Il sejdmadr e la sejdkuna erano a volte visti ascendere al mondo degli spiriti arrampicandosi fisicamente su un albero o su una scaletta, che rappresentava simbolicamente l’albero del mondo Yggdrasil o l’asse cosmico. È interessante notare che la parola “sciamanesimo” deriva dalla parola vedica “sram” che significa “riscaldarsi o praticare digiuno”. Anche la parola norrena “sejdr” significa “riscaldamento o ebollizione”. La storia ci dice che lo sciamanesimo come pratica tradizionale è nato nella Russia Bianca. I nomi Freyja e Frey significano “Signora” e “Signore”. Tra i molti titoli di Freyja vi è quello di Regina delle Valchirie. “Valchirie” si traduce in “coloro che scelgono i caduti”.

La credenza in una donna magica a cavallo, inviata dai regni astrali, era molto diffusa nel Nord Europa. Sembra anche essere stata praticata in Normandia, poiché fu condannata da un’Assemblea di Vescovi a Rouen, da cui si può dedurre, stando a uno dei primi storici della mitologia del Nord, che questi viaggi avvenissero frequentemente in Normandia e che quando i Norvegesi si stabilirono in questa provincia non potettero rinunciare a questa credenza, anche dopo essere stati costretti ad accettare le estranee credenze cristiane.

Gli Scandinavi si riferivano al sé-ombra  o al sé non-fisico dell’uomo col termine “fylgia“, che tradotto approssimativamente significa “il secondo” o “quello che segue”. Il momento in cui questo doppio era più probabile scomparire dal corpo dell’uomo o della donna in cui abitava era durante il sonno. Nella leggenda il fylgia ha acquisito un’esistenza sempre più indipendente. Se vi fosse stata la necessità, si credeva che gli spiriti degli antenati si sarebbero manifestati in varie forme fisiche. Un fylgia era considerato l’alleato di un guerriero e un aiuto in battaglia contro gli spiriti ostili. Come le Dísir, avevano il dono profetico di prevedere il futuro e mettere in guardia dal pericolo.

Ci sono stati grandi rivelatori nei circoli mistici in tutte le società e in tutte le epoche, persone che hanno scoperto che il bene più grande che può essere conferito ai loro simili è quello di insegnare, soprattutto per trasmettere ciò che le loro vite incarnano. Queste sono persone che agiscono della loro saggezza. È sempre stato un percorso di vita difficile e arduo, a volte minaccioso, per coloro che insegnano e praticano la scienza arcana contenuta nei misteri pagani. Le nostre mitologie indigene, le leggende, le divinità e i racconti eroici, sono serviti come un territorio etnico sicuro per garantire la sopravvivenza stessa di questa antica conoscenza, che lega il nostro Popolo e rivela il nostro sé più profondo. Il Culto di Freyja non è altro che un percorso di impegno attraverso il vasto tesoro della saggezza, l’eredità e l’evoluzione spirituale che compongono il corpo del Wotanismo. Finché vivrà l’uomo ariano, Freyja, non diversamente dalle sue contemporanee, Frigga, Afrodite e Iside, rimarrà quella sublime eterna dea matriarcale che ci guida attraverso la matrice fisica e astrale del cosmo e del caos, per garantire sempre il nostro sviluppo personale al pari di quello del nostro Popolo.

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Questo breve scritto rappresenta una peculiare e altrettanto interessante visione del Wotanismo secondo un grande attivista e pensatore purtroppo scomparso nel 1996. L’autore è Jost Turner, ex veterano della guerra in Vietnam e attivista per il nostro Popolo oltreoceano. Nonostante le molte interpretazioni differenti rispetto a quella che è la nostra eredità del Mito (comunque sempre in evoluzone), la filosofia di Jost, che insieme al Wotanismo abbraccia anche la Tradizione indo-Ariana nel campo delle discipline Yoga, rappresenta un validissimo lascito per chi ha sentito la chiamata degli Dei e per chi, magari anche grazie al suo prezioso contributo, la sentirà in futuro.

La nostra intenzione è tramandare questo tipo di filosofia tenendo bene a mente il 58° Precetto:

Le tirannie insegnano cosa pensare; gli uomini liberi apprendono come pensare.

Il Sentiero di Wotan

SUL “MATRIMONIO OMOSESSUALE”

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del Dr. Casper Odinson Cröwell

– in risposta alle “notizie” di matrimoni omosessuali celebrati da alcuni Asatruar in Islanda.

Il concetto di “matrimonio tra persone dello stesso sesso” è in verità costituito da due questioni separate e teologicamente opposte. Mentre l’omosessualità è innaturale e amorale, l’introduzione del matrimonio nell’arena morale ci dà in realtà la possibilità di definire positivamente il matrimonio nell’Odinismo Fondamentale. La considerazione di chi siamo, e di che cos’è il matrimonio, delucida meglio dove dovremmo porci in questa questione misantropica, essendo antitetica a entrambe le cose.

Potrebbe anche essere che i nostri antenati tenessero una linea molto alla “vivi e lascia vivere” tra i loro prossimi, nella loro comunità. Questa era raramente estesa al di fuori della loro comunità e non era mai permesso militare contro il benessere della comunità. Il matrimonio è diventato oggigiorno semplicemente la relazione tra due persone, ma non è questo il fine del matrimonio. Il matrimonio è il contratto sociale tra un uomo e una donna (De Germania, cap. 18, nonostante il permesso della poligamia, 98 d.C. circa), con due obbiettivi primari. Il primo è l’unione di due famiglie, e il rafforzamento dei legami sociali. La pace tra due principi in lotta era spesso basata su matrimoni strategici, e si ottenevano vantaggi sociali qualora ci si fosse sposati con un ceto più alto. Il secondo è altrettanto importante, se non di più, ed è provvedere alla nostra progenie; “un futuro per i bambini Bianchi”. Questo obbiettivo implica il costituire un ambiente adatto alla crescita dei bambini. Tra i nostri antenati, la sterilità era considerata un valido motivo per l’annullamento del matrimonio, e persino per il divorzio. Tacito annota anche che “limitare il numero di figli era considerato perverso” (De Germania, cap. 19, p. 118). Ci sono sicuramente anche casi in cui ci si risposa una seconda volta durante la vita, ma gli aspetti del contratto sociale e dell’ambiente generale (per nipoti, o anche i figli adottivi) permangono.

In circostanze asociali, in cui le famiglie disapprovano l’unione, sebbene tali unioni siano altamente sconsigliabili, resta l’obbiettivo della posterità, così come la possibilità futura di una riconciliazione tra le famiglie. Esempi di puro contratto sociale, e “matrimoni per amore”, non possono comunque evitare di provvedere a un contesto integrale che dia la possibilità almeno di adottare un figlio, poiché un matrimonio che non abbia l’obbiettivo di provvedere alla posterità non è che un affare egoistico, con poco, se non del tutto privo, del valore per la comunità di Popolo. Il rigido codice matrimoniale di cui ci informa Tacito, “e nessun’altra forma della loro moralità merita una più alta lode” (De Germania, cap. 18, p. 116), è chiaramente confermata nelle nostre scritture. L’Havamal (Parola dell’Altissimo) dice:

Stanza 79

L’uomo insavio
se riesce ad avere
la ricchezza o l’amor di donna,
l’orgoglio in lui cresce
ma il buon senso mai:
avanza solo in arroganza.

Stanza 81

A sera si deve il giorno lodare,
la moglie, quando è cremata,
la spada, quando è provata,
la fanciulla, quando è sposata,
il ghiaccio, quando è attraversato,
la birra, quando è bevuta.

Stanza 82

Nel vento si deve il legno spaccare,
col buon tempo in mare remare,
nel buio con una fanciulla parlare:
molti sono gli occhi del giorno.
Una nave serve per viaggiare,
uno scudo per proteggere,
una spada per colpire,
una fanciulla per baciarla.

Stanza 90

Così è l’amore delle donne
che sono false di pensiero:
come condurre un cavallo non ferrato
sul ghiaccio scivoloso,
irruento [puledro] di due anni
e non del tutto domato;
o nel vento turbinante
una nave senza timone;
o uno zoppo che cerchi di catturare
una renna su un monte in disgelo.

Stanze 96-102

La figlia di Billing
trovai nel letto,
bianca come il sole e addormentata.
I privilegi di un nobile
non erano nulla per me,
se non vivevo con quel bel sembiante.

«Verso sera
dovrai, Odino, venire,
se vuoi persuadere la fanciulla.
Sarebbe assai sconveniente,
a meno che noi due soli si sappia
di certi segreti convegni.»

Tornai indietro
e di godere credevo,
mosso da passione.
Questo io pensavo:
che avrei avuto
il suo cuore tutto e il piacere.

Quando la volta dopo arrivai,
c’era all’erta
l’intera schiera e vegliava,
con torce avvampanti
e bastoni impugnati:
così mi fu indicata la via dello scorno!

Sul far del mattino,
quando venni di nuovo,
la schiera dei servi dormiva.
Soltanto trovai la cagna
di quella brava donna
legata nel letto.

Più di una buona fanciulla,
quando la si conosce meglio,
è d’animo volubile con gli uomini.
Questo ho appurato
quando quella donna saggia
provai a condurre alla lussuria
.
Ad ogni scherno
mi espose l’accorta fanciulla,
e da quella donna non ebbi un bel niente.

Stanza 130

Ti consiglio, Lodfáfnir,
e tu accetta il consiglio,
ne trarrai beneficio se l’accetti,
bene ti verrà se l’accogli.
Se vuoi per te una brava donna
parlale con dolci sussurri
e prendi piacere con lei;
devi fare belle promesse
e subito mantenerle:
nessuno soffre il bene, a riceverlo.

Stanza 161

Questo conosco per sedicesimo:
se io voglia d’una accorta fanciulla
avere tutto il sentimento e il piacere
,
l’animo io piego
della donna dalle candide braccia,
e distorco ogni suo pensiero.

Il concetto di omosessualità è raramente trattato nella letteratura storica, tanto è ridicolo il concetto di una sua accettazione. Dobbiamo essere grati del fatto che lo storico e accademico romano pre-cristiano, Cornelio Tacito, abbia discusso davvero l’argomento nel suo De Germania, sebbene nei termini più sommari. Quando parla di pena capitale (cap. 12, p. 111), egli scrive:

“Nell’assemblea è consentito presentare anche accuse e intentare un processo capitale. Le pene variano secondo le colpe: i traditori e i disertori sono impiccati agli alberi; i vili e i codardi e quelli che macchiano il proprio corpo con pratiche infamanti vengono sommersi nel fango di una palude, poi coperta con un graticcio. La diversità del supplizio ha un suo significato: la punizione dei primi crimini deve essere veduta da tutti, quella degli atti vergognosi, nascosta.”

La sodomia (l’omosessualità) è qui trattata in base al suo stato naturale, cioè come “pratica infamante”. Odino Padre di Tutto ci dice che è meglio “vivere senza vergogna” nella stanza 68 dell’Havamal. La nostra Forn Siđr (‘Religione Antica’ in Antico Norreno) dell’Odinismo Fondamentale non è fondata sull’edonismo individualistico tipico della “New Age”, ma piuttosto sulla Volontà del Padre di Tutto, che è espressa al massimo nell’ordine naturale; la Sua Legge. Tale ordine naturale, che è la Legge del nostro Dio più Antico e più Alto, esprime l’istinto dell’autoconservazione nella sessualità, con l’ovvio obbiettivo della procreazione. Il piacere che deriva dalla copulazione è l’incentivo biologico dell’immediata gratificazione. È intrinsecamente un mezzo per un fine, non un fine in sé. L’edonismo, come perseguimento del piacere senza riguardo per l’obbiettivo, devia dall’ordine naturale. Dove l’ordine naturale ovviamente facilita la procreazione tramite l’eterosessualità, dobbiamo quindi concludere che l’omosessualità devia dall’ordine naturale.

Nella mitologia della nostra Forn Siđr (‘Religione Antica’ in Antico Norreno), prevalentemente esposta nelle nostre Edda, i nostri Gođanum (Antico Norreno per Dèi e Dèe) sono descritti in termini archetipici, cosa che ci dà esempi macrocosmicamente esoterici. Nelle Edda il “matrimonio omosessuale” non si presenta assolutamente da nessuna parte; esse sono completamente prive di questa perniciosa devianza. In effetti, la diade maschio-femmina è radicata come sacra. La natura altera ed estremamente esoterica degli Dèi Celesti æsir, rappresenta in ogni caso solo maschi che sposano femmine per generare progenie. In primo luogo l’incarnazione diadica dell’eterosessualità nei gemelli Frey e Freyja; il Signore virile e la Signora fertile rappresentano la natura mondana ed essenzialmente esoterica degli “Dèi Terreni” Vanir. Quindi le Edda ci mostrano l’unità del mondo temporale e spirituale nella mitologia, così come la proprietà invariabile dell’eterosessualità per l’Arianità.

Le Edda non sono neanche accondiscendenti o “inclusive” nei confronti della devianza dell’omosessualità. Nel Harbarđsliođ (Antico Norreno: La Canzone di Harbard) la semplice suggestione di “comportamento non virile” è espressamente vergognosa e offensiva. Odino, assunte le sembianze di un traghettatore di nome Harbard, assicurandosi così l’anonimità per mascherare la Sua identità paterna, prova Suo figlio Thor in una sfida di arguzie. Lo scopo di questa ljođ (canzone in Antico Norreno) è mostrare come il più forte degli Dèi (e quindi degli uomini) debba imparare a controllare la Sua ira per raggiungere il Suo obbiettivo. Sicuramente si confà alla definizione di “amore severo”, ma espone anche la necessità dell’esperienza per formare un bilanciamento tra forza e saggezza. Così il Padre distrugge Suo figlio con la calunnia: “Ti compenserò con un bracciale, usato dagli arbitranti, quelli che vogliono trovare un accordo fra noi” (Stanza 42). Allora Thor, il Difensore di Asgard e Midgard, risponde: “Dove hai trovato parole così spregevoli? Mai ho udito parole più spregevoli” (Stanza 43). Possiamo supporre che in tempi antichi un “bracciale” fosse probabilmente un ornamento femminile, se non l’origine stessa dell’anello di fidanzamento/matrimonio che oggi riconosciamo così prontamente. Uno studioso ha accostato questa stanza a un’allusione “all’ano”, e quindi all’attività omosessuale. In entrambe le teorie, è chiaramente concepita come offensiva ed è trattata allo stesso modo. Il tumulto continua quando Harbard risponde: “Le ho prese da quegli uomini antichi, che vivono a casa nei boschi” (Stanza 44) Thor dice: “Questo è dare un bel nome ai tumuli funerari, quando li chiami casa nei boschi” (Stanza 45) “Così la penso su queste cose” risponde Harbard (Stanza 46), e possiamo quasi vederlo scrollare le spalle. La maggior parte degli accademici accostano gli “uomini antichi” ai morti, e ciò sembra trovare conferma nella stanza 45, quando Thor paragona “la casa nei boschi” ai “tumuli funerari”. Possiamo ricordare come i sodomiti venissero sepolti sotto graticci di vimini (De Germania, cap. 12, p. 111), in un’età in cui i morti venivano cremati. Vi è anche una palese associazione ai rinnegati, che spesso sono detti “avere casa tra i boschi”. Quindi possiamo tranquillamente dedurre una messa fuori legge per qualcosa di tanto “spregevole” da persistere dopo la morte.

Riguardo l’idea secondo cui alcuni sfortunati sarebbero semplicemente “nati nel corpo sbagliato”, o “transgender”, la nostra tradizione chiama questa falsità per ciò che è: perversa. A parte la relazione tra Loki, nelle sembianze di una cavalla, e lo stallone Svadilfari, che avvenne “nei boschi” e generò il famoso cavallo di Odino, Sleipnir, nessuno dei Gođanum si impegna mai in trasformazioni di genere. In effetti, quando consideriamo i miti di Loki, dobbiamo sempre tenere a mente che egli è la vera e propria incarnazione di scelleratezza e disgrazia anti-Odinica, con la sua sola utilità che è quella di rimediare ai disastri da lui creati. In ultimo, egli è considerato come il nemico dei Gođanum e dell’Arianità. I miti lokiani possono essere ottime descrizioni di cosa non fare.

Nel Þrymskviđa (Antico Norreno: “Il Poema di Thrym”) il magnifico Martello di Thor, Mjöllnir, è sottratto dallo jotun Thrym, e il più “mascolino” degli Dèi è convinto a mostrarsi sotto le sembianze di Freyja per riappropriarsene; una strategia da cavallo di Troia. La sola suggestione di uno spettacolo così deviante suscita la risposta nella stanza 17: Disse allora Thor, il Dio Vigoroso: “Gli æsir diranno che sono un pervertito, se mi faccio mettere un velo da sposa”. Sembra abbastanza esplicito. Mettere degli abiti da donna, senza considerare il vero e proprio desiderio di essere una donna, è una perversione dell’ordine naturale, cioè della Legge di Odino Padre di Tutto.

Mentre non si può trovare assolutamente alcun supporto per i matrimoni tra individui dello stesso sesso nella Tradizione del nostro Popolo, né nell’ordine naturale della Legge Odinica, vi è ampia evidenza della naturale unione tra uomo e donna per generare progenie. Alcuni diranno sempre che ciò è talmente ovvio da non meritare lunghe risposte da parte dei Gođar della nostra Forn Siđr (Antico Norreno per “Antica Religione”). A questa brava gente, le cui inclinazioni naturali sono profondamente radicate nell’Odinismo Fondamentale, posso solo dire che argomentazioni ragionate non sono per noi dannose. Il risultato finale resta lo stesso: l’omosessualità è immorale e innaturale, e qualsiasi “matrimonio” di tale natura ne è sinonimo.

ESSENZA DEL WOTANISMO

Wotan's Eye

di Else Christensen

Gli scopi e i principi fondamentali della nostra formulazione del Wotanismo si possono ben dividere in quattro aspetti: Biologico, Storico, Spirituale e un commento sul Comunitario.

Biologico: Una religione, una cultura, non nasce dall’aria leggiadra. Non si può creare una religione. Essa è la fioritura di una razza di persone. È scritta nei nostri geni. Ciò di cui abbiamo bisogno è un nuovo senso di apertura verso il nostro passato: in questo caso, non il nostro passato storico, ma il mondo degli archetipi che vivono dormienti nel nostro inconscio. Questi possono essere raggiunti solo attraverso un contatto intimo con il nucleo razziale del nostro organismo. La pietra angolare della nostra fede deve essere la razza.

Storico: Nel millennio passato, con rare eccezioni, la storia del nostro popolo come entità distinta è stata soppressa, trascurata e riscritta. Il nostro compito su questo fronte deve essere duplice: (1) portare alla luce i contributi dell’elemento razziale indoeuropeo (ariano) nella storia dell’Occidente fino al presente. (2) Un approfondito revisionismo storico che mostri come la nostra storia è stata ed è ancora distorta.

Spirituale: purtroppo rimangono poche fonti scritte (la trasmissione orale tra le popolazioni contadine dell’Europa è scomparsa nei secoli scorsi), poiché la nostra tradizione come l’Edda e le Saghe sono solo frammenti trasmessi da censori cristiani e sono di una data molto tardiva. È qui che dobbiamo adottare un atteggiamento ampio rispetto alla tradizione pan-indoeuropea se vogliamo tentare una ricostruzione. Studi comparativi ci hanno già rivelato i legami stretti tra, ad esempio, il concetto germanico di Destino (wyrd) e il karma sanscrito, o tra dèi come Thor e Indra. Il Rig-Veda (la più antica Scrittura Ariana riportata) potrebbe essere una miniera d’oro se intelligentemente esaminata. Come Janus con un volto girato verso il nostro passato, c’è molta speranza di riappropriarci, per la nostra epoca, del nostro patrimonio perduto.

Comunitaria: Un solo uomo che invoca gli dei che da tempo hanno svolto un ruolo attivo nella storia è un buon candidato per uno dei nostri istituti mentali. Deve esserci una comunità, una tribù. Solo allora gli dèi si manifesteranno come la Volontà collettiva. La parola scritta può essere solo un passo in questa direzione. Alla fine ci deve essere un contatto diretto tra individui, celebrazioni comunitarie di riti, festività, ecc. Forse anche una comune sperimentale potrebbe essere istituita per un certo tempo, che segua la nostra visione, naturalmente.

Quando guardiamo al Wotanismo come la nostra filosofia religiosa riconosciamo nell’idea di parentela uno dei componenti fondamentali. Questa nostra sensazione ha due temi principali, una è la somiglianza biologica degli individui che provengono dallo stesso ceppo razziale; l’altra è l’affinità spirituale sentita da ogni persona che riconosce un intimo contatto personale con il passato tribale. La pietra angolare della nostra fede deve essere la consanguineità.

Quando consideriamo il tema biologico, abbiamo molte fonti moderne da cui attingere, come le opere di Sir Arthur Keith, Robert Ardrey, Konrad Lorenz, Charlton Coon, Edward O. Wilson e altri.

In questi libri sono descritte sia le scoperte degli autori stessi che quelle di molti altri scienziati, tutti concordanti sul primato delle peculiarità ereditate di tutti gli organismi viventi, dalle creature più basse ai mammiferi superiori, finendo con l’uomo più avanzato. E anche nella sua posizione elevata l’uomo deve seguire il suo destino biologico; egli non può porre se stesso al di fuori dei principi della vita, ma deve camminare nel percorso che gli è stato dato dalla nascita.

Tuttavia, quando guardiamo al contatto con il nostro passato tribale, la questione diventa più complicata. Una ragione è che qui ci occupiamo di emozioni e, a causa delle qualità soggettive di questi sentimenti, non si possono descrivere completamente ma devono essere vissute, devono essere vissute come parte integrante di tutto il nostro essere.

La nostra storia tribale non ha avuto l’attenzione che avrebbe dovuto meritare; la maggior parte dei membri del nostro popolo non sa chi siamo, da dove siamo venuti o su quali qualità è stata costruita la nostra cultura, in modo più che generale. Spesso credono, erroneamente, in quella del popolo ebraico e nel credo cristiano.

Le cose non stanno così e la comprensione di tali questioni si basa su una forte consapevolezza etnica che va fino alla nostra anima di popolo; i fatti storici che dimostrano questa coscienza profonda devono essere strappati da molte fonti diverse e non sono tutte in un libro facile da comprendere. Ma questo è il modo in cui Wotan si manifesta; la nostra filosofia religiosa si basa sia sui fatti che sui sentimenti, sulla testa e sul cuore – su Wotan e Balder.

Quale deve essere, dunque, il nostro “programma”? Abbiamo già dimostrato che la nostra filosofia religiosa assume aspetti biologici e spirituali, ma il Wotanismo non è una religione da un giorno alla settimana; è un modo di vivere e quindi riguarda tutte gli aspetti dell’esistenza. Uno di questi è l’istruzione e il modo in cui la nostra storia tribale è trasmessa sia nelle scuole che attraverso i vari segmenti dei media, del mondo dell’intrattenimento e altre fonti di natura simile.

Da un punto di vista pagano la storia passata del nostro popolo è stata vista attraverso le lenti color giudeo-cristiane e per questo ha avuto una falsa rappresentazione. I nostri storici e gli altri scienziati devono scavare in profondità e trovare un quadro giusto e ragionevole del nostro passato. Non vogliamo una versione romantica, non stiamo cercando una dissimulazione; al contrario, vogliamo una vera rappresentazione del bene e del male, del modo in cui i nostri popoli si sono sviluppati e quello che abbiamo fatto di buono (e perché), e dove abbiamo sbagliato.

Solo in questo modo possiamo imparare dalla storia in modo da non continuare a fare gli stessi errori più e più volte. Solo in questo modo possiamo seguire il principio di Nietzsche per cui questo arguto pensatore intendeva che ogni generazione deve superare quella precedente, deve superare i suoi predecessori sulla scala delle realizzazioni umane; solo in questo modo possiamo diventare ‘uomini migliori’.

Questo non è così difficile come può suonare, perché in realtà è solo quello che abbiamo appena suggerito – apprendere dall’esperienza e aprire così le nostre menti a nuove comprensioni e approfondimenti, basati su informazioni effettive e valutazione razionale.

Ancora un altro aspetto del Wotanismo, e molto importante, è lo spirito comunitario. Qui abbiamo, come punto primario nella nostra etica, un consiglio dall’Havamal, il vecchio codice di condotta, che dice:

“Al proprio amico deve l’uomo essere amico a lui e al suo amico. Ma all’amico del proprio nemico non deve nessun uomo essere amico.”

“Una strada assai tortuosa porta a un cattivo amico anche se abita lungo la via. Ma a un buon amico conducono strade diritte anche se si è stabilito più lontano.”

Noi poniamo una priorità su questo legame di amicizia e sentimento di appartenenza allo stesso gruppo e suggeriamo fortemente che i Wotanisti formino gruppi locali laddove possibile sotto la Fratellanza Wotanista, esattamente per le finalità dichiarate: rafforzare deliberatamente e consapevolmente il legame di comunione tra tutti i membri del popolo e legare insieme in un blocco solido coloro che hanno riconosciuto e accettato la loro identità etnica. In questo modo ci sentiremo più forti e saremo in grado di rendere gli altri nostri simili consapevoli della nostra origine comune e del nostro unico patrimonio culturale e biologico.

OSTARA

Ostara_by_Johannes_Gehrts

Ostara la Fruttifera, ti diamo il benvenuto, confortaci con il tuo spirito eterno e appari in beltà all’alba di ogni giorno. Ostara vivente, principio di vita, sorgendo all’orizzonte del levante riempie Midgard con luce foriera di vita, bellissima e radiosa, alta e scintillante su ogni landa, i suoi raggi circondano Midgard, ai confini di tutto ciò che gli Déi ci hanno dato.